Articoli marcati con tag ‘carlo pisacane’

 

Il 17 marzo 1861, viene proclamata l’Unità d’Italia. Alla sua realizzazione hanno contribuito anche quei popoli dell’Italia Meridionale ai quali Vittorio Emanuele II da Ancona, il 1° ottobre 1860, ha indirizzato parole di lode e di gratitudine in un suo celebre e significativo proclama.

Il desiderio di libertà, in crescita nei ceti popolari, esplode anche nel Sud, dove la repressione liberticida del Governo borbonico non è stata meno cruenta di quella austriaca nel Lombardo-Veneto e di quella pontificia negli Stati della Chiesa.

Carlo Pisacane, uno dei nomi cari alla nostra storia patria, in una lettera che indirizza a Giuseppe Fanelli, uno dei pugliesi dei Mille, scrive che anche il Sud ha dei doveri tremendi perché …ha sul collo una di quelle tirannidi che degradano chi le sopporta.

E ancora aggiunge che il Sud, non avendo …truppa straniera, in vicinanza di nemico straniero, è quindi …strategicamente parlando, il punto donde l’iniziativa italiana dovrebbe muovere… Il Sud è centro per l’importanza d’ogni suo moto, da essere seguito da tutta quanta l’Italia.

Antonio Gramsci, nelle sue note su “Il Risorgimento” dai “Quaderni del carcere”, afferma …Il Mezzogiorno era ridotto a un mercato di vendita semicoloniale, a una fonte di risparmio e di imposte ed era tenuto “disciplinato” con due serie di misure: misure poliziesche di repressione spietata di ogni movimento di massa con gli eccidi periodici di contadini, misure poliziesche-politiche: favori personali al ceto degli “intellettuali”o “pagliette”, sotto forma di impieghi nelle pubbliche amministrazioni.

Lo storico pugliese Antonio Lucarelli, nelle sue opere “La Puglia nel secolo XIX” e “Il brigantaggio politico delle Puglie dopo il 1860”, descrive le condizioni di estrema miseria del contadino meridionale nella seconda metà dell’800, definito unanimemente “cafone” con l’aggiunta di appellativi quali “vassallo, ciuccio e villano”.

Questa particolare figura di bracciante meridionale, chiuso nel più completo abbrutimento culturale, è immerso nella superstizione e rassegnato a una vita in cui il sentimento religioso del premio e della punizione eterna svolge un ruolo di impedimento psicologico che lo porta a subire passivamente soprusi, offese e violenze dai proprietari terrieri, che abusano anche delle loro donne e figlie.

Quest’ultima tipologia di personaggi, definiti “galantuomini”, viene identificata nei proprietari e “signorotti terrieri”, che, vivendo nei piccoli centri, costituiscono la classe dirigente, occupando tutte le cariche sociali, usandone a proprio beneficio e a danno degli stessi “cafoni”. Le famiglie dei “galantuomini” si coalizzano per conquistare tutte le cariche elettive e governative, non disprezzando una certa connivenza con il brigantaggio.

Le masse popolari, pertanto, abbrutite dalle condizioni sociali, non possono nutrire ideali e sono quindi ben lontane dal recepire i concetti di libertà, unità e indipendenza, preoccupati, soltanto e naturalmente, della loro sopravvivenza quotidiana.

Tale soggezione psicologica non tarderà a trasformarsi in vera e propria ostilità soprattutto contro la nascente borghesia agraria; atteggiamento abilmente sfruttato dalla dinastia borbonica, dai loro ministri e dal clero, allo scopo di fronteggiare le correnti liberali che iniziano a radicarsi tra i borghesi.

Questa manovra strategica viene posta in atto per la prima volta, verso la fine della Repubblica Partenopea, ultima a essere costituita in Italia nel “triennio giacobino” 1796-99.

Gli avvenimenti di quella grande espressione di libertà e di dignità del popolo meridionale sconvolgono il Mezzogiorno d’Italia, stabilendo un legame privilegiato con la storia del Risorgimento italiano, giustificato anche dalla feroce e sanguinosa repressione messa in atto ad opera dei “Realisti” e “Sanfedisti”, guidati dal famigerato Cardinale Fabrizio Ruffo, chiamato il Cardinale-Generale.

Nella fase più risorgimentale, vengono esaltati gli illuministi e i martiri del 1794, tra i quali Emanuele De Deo di Minervino Murge e i giovanissimi Vincenzo Vitaliano e Vincenzo Galiani, che sono i primi a risvegliare l’Italia “sonnolenta” e a costituire quella linea di continuità che porterà alla soluzione unitaria.

Negli anni del suo esilio milanese, Vincenzo Cuoco nel suo “Saggio Storico” approfondisce quegli eventi e la loro connessione con la più generale questione italiana.

La rivoluzione napoletana del 1799, chiudendo l’età del riformismo, lascia una eredità importante e una traccia indelebile nelle coscienze dei patrioti meridionali, scosse dal sacrificio di Ignazio Ciaia, Mario Pagano e Domenico Cirillo, condannati a morte il 29 settembre 1799.

Le masse popolari, ancora ben lontane dal recepire il messaggio di libertà che si diffonde soprattutto in Puglia, assalgono le città che hanno aderito alla breve e sfortunata Repubblica Partenopea, guidate da capipopolo, spesso briganti, che vengono ricompensati con l’amnistia per i loro delitti, con il riconoscimento dei gradi acquisiti e con l’elargizione di titoli, onorificenze, feudi e proprietà.

Tra i capobriganti più noti di quel periodo emergono: Pronio, Rodio, Michele Pezza di Itri, detto Fra Diavolo e Gaetano Mammone, macellaio di Sora, generale in capo dell’insurrezione borbonica.

Ancora Vincenzo Cuoco e Atto Vannucci nella sua opera “I martiri della libertà”, pubblicata a Milano nel 1872, presso l’editore Treves, descrivono le efferatezze commesse contro le popolazioni delle città repubblicane.

L’assedio di Altamura inizia il 10 maggio 1799, con l’impiego di ingenti truppe; la città, sottoposta a intenso cannoneggiamento, deve soccombere. Non vengono risparmiati donne, vecchi e bambini; conventi di suore profanati e la città data alle fiamme e saccheggiata dalle truppe sanfediste. Le stesse stragi si ripetono ad Andria e a Trani e Gravina viene saccheggiata e data in premio ai mercenari.

Tra le vittime delle repressioni del 1799, si ricordano i patrioti di Ascoli Satriano: Cesare D’Alessandro, i fratelli Francesco, Luigi e Potito Di Autilia, i quattro fratelli Berlingeri, Agostino Papa e Paolo Selvitella; Domenico Di Biase di Canosa; Nicola Piani di Torremaggiore; Orazio Massa di Lecce; Ferdinando Acciano, Nicola Carbone, Savino Colia, Giorgio Lazzarera e Nicola Rosselli di Minervino Murge; Sabino Spada di Spinazzola; Antonio e Giovanni Santelli, Raimondo Galiano e Paolo De Ambrosis Merrè di San Severo; Ettore Caraffa, Antonio Cucco e Giovacchino Montaroli di Andria.

Nei decenni successivi, non solo giovani intellettuali, ma anche artigiani e operai prenderanno coscienza delle nuove idee di libertà.

Il Cilento, definito dalla polizia borbonica “la terra dei tristi” e “culla del ribellismo meridionale”, diventa il fulcro della rivoluzione risorgimentale nel Meridione.

Nel 1828, infatti, i fratelli Patrizio, Domenico e Donato Capozzoli, noti agitatori politici di quella regione, si sacrificano per la causa risorgimentale, dando inizio a quel contributo storico che il Mezzogiorno saprà fornire all’unificazione nazionale; le loro teste mozze vengono esposte nella piazza principale di Valle del Cilento, dove rimarranno fino al 1860, con l’arrivo dei Garibaldini.

La terra pugliese produrrà non solo idee di libertà, ma anche uomini liberi disposti a lottare. L’eco delle fucilazioni, prima dell’11 luglio 1844, quando a Cosenza vengono condannati a morte sei tra i responsabili dei moti del 15 marzo e poi del 25 luglio, nel Vallone di Rovito, dove vengono fucilati i fratelli Bandiera e altri sette patrioti, spinge molti cittadini pugliesi a prendere parte alle lotte per l’indipendenza nel biennio 1848-49.

A Bari e in tutta la Puglia, la sera del 31 gennaio 1848, giunge la notizia che due giorni prima il re Ferdinando II aveva dato il suo assenso alla istituzione del Parlamento, costretto dalle insurrezioni popolari.

E’ un tripudio generale che affratella tutti i ceti. Nella provincia di Bari si fanno notare tre patrioti definiti nei rapporti di polizia “demoni del paese”, “nemici irreconciliabili del re” e “fomentatori d’ogni tumulto”: Francesco Cirielli, Francesco Raffaele Curzio di Turi (uno dei Mille) e Giulio Cesare Luciani.

Curzio e Luciani saranno i promotori della questione agraria per il diritto del contadino a possedere la terra che lavora, contro lo sfruttamento dei proprietari. Purtroppo, gli schieramenti politici, nella lotta contro la tirannide borbonica, sono condizionati agli interessi economici che spesso prevalgono sul sentimento patriottico.

La borghesia pugliese e meridionale è costretta a combattere su due fronti: il Governo borbonico e le classi operaie che, stanche delle promesse non mantenute, non riescono a contenere il desiderio di libertà che potrebbe costituire una valida premessa per il miglioramento economico e sociale.

La “Dieta di Bari” del 2 luglio 1848, alla quale partecipano i delegati di tutti i Comuni, non ha lo sperato successo, evidenziando anzi profonde divergenze. Immediata é la reazione del Re di Napoli, che invia in Puglia le sue truppe, in pieno assetto di guerra, al comando del Gen. Marcantonio Colonna, che raggiunge il 22 luglio Cerignola, dal 27 al 28 le truppe borboniche sono a Trani e a Molfetta e il 12 agosto entrano minacciose in Bari.

L’intervento militare determina la riapertura della Dieta con successivi rinvii al 30 novembre e poi al 1° febbraio 1849, ma ancora una volta senza alcuna conclusione positiva.

Nel marzo del 1849, dalla corte di Napoli giunge l’ordine di sciogliere la Camera con la revoca delle garanzie costituzionali. La restaurazione del dispotismo ha immediatamente corso con l’impiego della forza e del terrore. Vengono aboliti i simboli libertari, ponendo al bando la bandiera tricolore, revocando i privilegi, perseguitando gli studenti e licenziando gli impiegati colpevoli di aver aderito alle nuove idee.

Il re Ferdinando II, inasprito anche dall’insuccesso della sua spedizione contro i difensori della Repubblica Romana e dalle due sconfitte subite a Valmontone e Palestrina il 9 maggio 1849 e a Velletri il 19 maggio 1849 ad opera dell’Esercito repubblicano, guidato dal Gen. Garibaldi, pone in atto una dura repressione nei confronti dei patrioti pugliesi, che si sono battuti con coraggio per il loro ideale di libertà nel ’48 e ’49.

Cadono vittime della repressione: Nunzio Piemonte di Lucera; Spiridione Perisano di Foggia; Savino Acquaviva di Canosa e Giovan Battista Olivo di San Severo.

Infatti, tra il 1850 e il 1852, numerosi liberali pugliesi vengono processati e imprigionati o costretti a fuggire all’estero e in altri Stati italiani per poter continuare la lotta contro la tirannia borbonica. Questi anni sono proficui di germogli di libertà alimentati dagli scritti e dalle idee mazziniane.

Tra i repubblicani, troviamo il salentino Giuseppe Libertini, Giuseppe Fanelli di Martina Franca (TA) e Nicola Mignogna di Taranto (gli ultimi due partiranno con i Mille il 6 maggio 1860).

Tra i patrioti pugliesi, meritano di essere ricordati: Bonaventura Mazzarella, poi condannato a morte, Saverio Barbarisi di Foggia, giustiziato nel 1851, Giacomo Lacaita, Sigismondo Castromediano di Cavallino nel Salento, Cesare Braico di Brindisi (poi tra i Mille), Domenico dell’Antoglietta di Lecce, Nicola Schiavone di Manduria, Giuseppe del Drago di Polignano a Mare, Gioacchino e Salvatore Stampacchia, Beniamino e Giovanni Rossi, Vincenzo e Alfonso Vischi, i musicisti Lillo e De Giosa, Giuseppe Del Re, Giuseppe de Cesare, Luigi Zuppetta di Castelnuovo Dauno, condannato a morte, Giuseppe Pisanelli collaboratore di Pasquale Stanislao Mancini, il pittore Saverio Altamura di Foggia, il medico Vincenzo Lanza, l’anziano Luca de Samuele Cagnazzi.

Molti tra questi sono stati educati nei Collegi degli Scolopi e nei Seminari pugliesi di Molfetta, Altamura, Conversano, Monopoli, Taranto, Lecce, Brindisi e Lucera.

Nel decennio successivo, si costituirà in Terra di Puglia il Partito Nazionale o Partito d’Azione i cui membri sono patrioti che si dedicano, con grave rischio personale, alla riorganizzazione della lotta contro l’oppressore borbonico, riuscendo a riallacciare i collegamenti con gli esuli e con i due principali artefici del Risorgimento: Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini.

Il tentativo di Carlo Pisacane e dei suoi trecento, conclusosi tragicamente a Sapri (SA) il 29 giugno 1857, e le esaltanti notizie delle annessioni degli Stati del centro-nord al Regno Sardo, impressionano fortemente le masse contadine che iniziano a rivelarsi, guidate dalla già collaudata borghesia con azioni di guerriglia contro le truppe borboniche.

Anche questi sentori di reazione contribuiscono a sollecitare alcuni mazziniani e Francesco Crispi a esortare Garibaldi per un’azione armata e unificatrice, a iniziare dallo Stato borbonico e partendo dalla Sicilia.

Chi tenta di dimostrare che fu un errore l’unità con il Piemonte e con gli altri Stati italiani, affermando che la “Questione meridionale” fu la più grande piaga della storia moderna, ha dimenticato gli anni di negazione della dignità umana che si identificano con i periodi di regno di Ferdinando I e II e per finire con quello di Francesco II di Borbone.

Garibaldi conosce perfettamente il sentimento di libertà dei pugliesi e ne viene costantemente aggiornato da suo fratello Felice, nato nel 1815, che dal 1835 al 1852 ha soggiornato a Bari dove ha svolto una intensa attività commerciale come rappresentante ufficiale della “Casa Avigdor Airè & fils”, occupandosi del mercato dell’olio d’oliva in ambito europeo; amico dei commercianti baresi Diana, grossisti delle derrate agricole di Puglia e di famiglie titolari di industrie di saponi e oli.

Più alto di Giuseppe e sempre molto elegante, Felice divide con il fratello la fama di “cacciatore di donne”, non considerata un demerito, come riferisce Giuseppe Guerzoni. Nel 1852, deve abbandonare Bari perché accusato dal Marchese Luigi Ajossa, Intendente di Bari da ottobre 1849 a maggio1855, di diffondere idee dannose per l’ordine pubblico. Muore nel 1855, lasciando a Giuseppe in eredità lire 35.250, somma che il Generale impiegherà per acquistare una prima parte dell’Isola di Caprera.

Mazzini non ha mai abbandonato il suo intimo convincimento che nel Sud vi sono i presupposti per una vera rivoluzione che avrebbe portato alla realizzazione del suo sogno repubblicano.

Il Partito d’Azione in Puglia e nel Sud crea numerosi proseliti in condizioni proibitive a causa del rigoroso controllo poliziesco. Lo storico Giancaspro, nel suo libro sull’insurrezione in Basilicata e nel barese nel 1860, pubblicato a Trani, riferirà che:…erano proibite le riunioni, le corrispondenze religiose e private; nei giorni festivi era vietato agli artigiani di aprire le botteghe e organizzare riunioni; i sospetti venivano continuamente spiati…le misure restrittive di polizia giungevano ad adottare ridicoli e assurdi provvedimenti: in pubblico venivano rasi baffi e barbe in quanto accessori sintomatici di ribellismo…

Dopo un estenuante viaggio in Puglia, nella sua reggia di Caserta, si spegne a soli cinquant’anni il Re di Napoli: è il 22 maggio 1859. Il Sud, che ha assistito fremendo alle vicende della guerra del 1859, ha un nuovo re, Francesco II, figlio di Ferdinando, un giovane imbelle e bigotto che per il suo pallore viene soprannominato “lasagnone”.

Il nuovo re di Napoli ha conosciuto a Bari la sua giovane regina, Maria Sofia di Baviera, sorella della più famosa Elisabetta, imperatrice d’Austria e di Ungheria. La sua chiusura totale ai problemi sociali e l’assoluta indifferenza agli avvenimenti esterni esortano gli animi dei patrioti a intensificare la lotta, estendendo l’azione informativa dei problemi unitari nelle scuole, nei collegi, tra gli artigiani e gli operai e ad ogni livello sociale.

Questo intenso fervore patriottico dà i suoi frutti: tra i 1089 volontari, che partono da Quarto ( Genova) nella notte tra il 5 e il 6 maggio 1860, vi sono otto pugliesi:

Cesare Braico, nato a Brindisi il 24 ottobre 1816. Laureato in medicina all’Università di Napoli, viene incarcerato nella stessa città per aver partecipato ai moti del 1848; ottiene fortunosamente la libertà dopo dieci anni. Partecipa alla 2^ Guerra d’Indipendenza, alla Spedizione dei Mille e nel 1866 alla 3^ Guerra d’Indipendenza. Deputato al Parlamento, viene ricoverato in un ospedale psichiatrico a Roma, dove muore il 27 luglio 1887.

Vincenzo Carbonelli, nato a Taranto il 20 aprile 1820. Medico, Deputato al Parlamento, combatte a Roma nel 1849 in difesa della Repubblica Romana; nel ’60 è con i Mille. Nel 1866 combatte a Bezzecca e nel 1867 a Mentana. Muore a Roma il 16 ottobre 1901.

Giuseppe Fanelli, nato a Martina Franca (TA) il 13 ottobre 1827. Partecipa ai moti di Napoli del 1848; alla 1^ Guerra d’Indipendenza e alla difesa di Roma nel ’49. Nel 1857, collabora con Carlo Pisacane all’organizzazione della sfortunata Spedizione di Sapri. Nel ’60 è con i Mille e nel 1865 viene eletto nel Collegio di Monopoli (BA); nel 1871 è Deputato nel Collegio di Torchiara nei pressi di Salerno. Tra il 1869 e il 1875, favorisce nel Meridione e, successivamente a livello europeo, la nascita della nuova organizzazione socialista. Ricoverato in una clinica a Capodichino (NA), muore il 5 gennaio 1877.

Guglielmo Gallo, nato a Molfetta (BA) il 22 aprile 1826, non figura nell’elenco ufficiale dei Mille, ma la sua partecipazione alla Spedizione è storicamente accertata. Nel 1848, si unisce al gruppo di volontari che intendono marciare su Napoli contro i Borboni. Partecipa alla difesa di Roma nel 1849. Nel 1860 è tra i Mille e a Talamone viene aggregato alla Compagnia dei 64 Volontari che, al comando del Col. Callimaco Zambianchi, vengono incaricati di tentare una diversione nello Stato Pontificio; si riunirà all’Esercito Meridionale, aggregandosi alla Spedizione Cosenz. Guglielmo Gallo muore a Molfetta il 7 febbraio 1896.

Moisé Maldacea, nato a Foggia il 16 aprile 1826, partecipa alla difesa di Venezia nel 1848. Nel ’59 è Sottotenente nei Cacciatori delle Alpi e nel ’60 è tra i Mille. Viene integrato nel Regio Esercito con il grado di Maggiore e successivamente promosso Tenente Colonnello. Dal 1878, risiede a Bari, dove per vivere gestisce un banco del lotto. Nominato 1° Presidente della Croce Rossa in Puglia e Basilicata e Presidente della Società Reduci delle Patrie Battaglie, muore nella stessa città, il 21 marzo del 1898.

Nicola Mignogna, nato a Taranto il 28 dicembre 1808, si trasferisce a Napoli dove si iscrive alla facoltà di legge. Nel 1835, aderisce alla Giovine Italia. Nel ’48, viene incarcerato e torturato. Nel ’60 è tra i Mille nella 7^ Compagnia comandata da Benedetto Cairoli. Muore a Giuliano di Campania il 31 gennaio 1870 e viene sepolto a Napoli.

Filippo Minutilli, nato a Grumo Appula (BA) il 12 maggio 1813. A Napoli frequenta la Scuola Militare della Nunziatella. Con Vincenzo Orsini partecipa in Sicilia alla rivolta del ’48 e viene nominato Direttore del Corpo del Genio, con il grado di Maggiore. Tra i Mille, viene incaricato da Garibaldi di organizzare il Corpo del Genio. Transitato nel Regio Esercito, con il grado di Colonnello comanda il 54° Reggimento di Fanteria. Muore a Genova il 22 ottobre 1863.

Nicola Melodia di Altamura, patriota, combattente e testimone oculare, assicura che sul Volturno erano presenti centinaia di pugliesi.

Cadono in combattimento, tra il 1860 e il 1861: Domenico Lippi di Biccari; Vito Melsi di Bovino; Luigi Turilli di Spinazzola; Alvares Valentini di Foggia e Nicola Melchionna di Candela.

Tra maggio e ottobre 1860, la Puglia e tutto il Meridione assistono, subendole, a due invasioni: l’avanzata dell’Esercito Volontario Meridionale, proveniente dalla Sicilia verso il Nord e la discesa dell’Esercito Sardo-Piemontese, eventi straordinari che si verificano in un contesto di grandi agitazioni sociali, comprendenti anche le assegnazioni delle terre demaniali.

Il rapido svolgersi della Campagna del 1860 e le conseguenti procedure di annessione dei territori meridionali costringono l’Armata Sarda a penetrare nel Sud senza alcuna preparazione preventiva, ritardando il controllo completo del territorio; infatti, per tutto il 1861, alcune zone sono ancora prive di presidi dell’Esercito regolare, peraltro in piena fase di ristrutturazione.

A rendere la situazione ancora più precaria, concorre, senza alcun dubbio, il gran numero di uomini senza occupazione fissa, situazione che si verifica con lo scioglimento dell’Esercito Meridionale, circa 20.000 uomini, e dell’Esercito Borbonico, circa 70.000. Tale circostanza negativa, che lascia senza mezzi di sostentamento quasi 100.000 uomini tra Borbonici e Garibaldini, è causa dell’insorgere di una potente e pericolosa opposizione al nuovo Stato unitario, alimentata e incoraggiata dal clero, in linea di massima ostile al nuovo Governo di cui paventa le leggi considerate eversive.

Fa eccezione una certa categoria del clero, quella secolare, che vive in famiglia e che manifesta la propria avversione, a livello ideologico, come il ricusare l’esecuzione del “Te Deum” nelle feste e ricorrenze nazionali e, a livello pratico, con il manutengolismo e il favoreggiamento delle renitenze e diserzioni.

Quando il Governo stabilisce la coscrizione obbligatoria, la popolazione meridionale reagisce fieramente. I renitenti raggiungono l’enorme numero di 6.000 uomini, ai quali si dà una caccia spietata, trattando famiglie e villaggi con crudeltà inaudita, tanto da suscitare l’indignazione del Gen. Garibaldi che, nel 1864, si dimette dal Parlamento.

Nel 1862, il Meridione è, suo malgrado, palcoscenico di un tragico scenario, che vede protagoniste le truppe regolari del Regio Esercito Italiano, appena costituito, e i Volontari guidati dal Gen. Giuseppe Garibaldi: uno scontro fratricida che rappresenterà l’episodio più doloroso della storia del Risorgimento Italiano.

“Roma o morte”, un grido disperato che fa eco a quanti, stanchi dell’inazione del Governo Italiano, seguono Garibaldi nell’improbabile tentativo di ripercorrere vittoriosamente l’itinerario di due anni prima, che ha come fine l’invasione dello Stato Pontificio, liberare Roma e farne la Capitale d’Italia.

Sull’Aspromonte, il 29 agosto 1862, avviene la scontro tra le due formazioni; di breve durata, ma sufficiente per causare il ferimento dello stesso Garibaldi e del figlio Menotti, la morte di 7 Garibaldini e di 5 Regolari e il ferimento di 14 Soldati e di 20 Garibaldini, come viene riportato nel Rapporto del 2 settembre 1862, a firma del Gen. Enrico Cialdini, Comandante delle truppe in Sicilia, pubblicato su “Italia Militare”, nel n.17, Anno I, Torino 9 settembre 1862.

Tra i 7 Volontari caduti, di cui due ignoti, ritengo doveroso ricordare i nomi dei due cittadini di Ascoli Satriano: Ciriaco Luca Raduazzo e Potito Selvitano; Alessandro Monticco di S. Vito al Tagliamento; il romagnolo Nicola Ricci e Ignazio Urso di Palermo.

Nei confronti dei Garibaldini si scatena una vera caccia all’uomo e molti vengono fucilati, con processi sommari, anche per diserzione, per aver seguito il Generale Garibaldi; tra questi meritano di essere ricordati: Francesco Cibello di Troia; Francesco Tocco e Giuseppe Bova di Biccari; Nicola Cipparone di Casalnuovo Monterotaro; Pasquale Chiccoli di Spinazzola; Raffaele De Santis e Michele Zurro di Lucera; Michele Frisoli di Bovino (gli ultimi tre fucilati nei primi del 1863).

Nel 1866, a centinaia accorrono dalla Terra di Puglia per partecipare alla 3^ Guerra di Indipendenza. Tra i caduti in quella Campagna, si contano i seguenti volontari pugliesi: Antonio Passantonio e Gabriele Tanzano di S. Marco in Lamis; salvatore Mastropaolo, Ciro Dambra e Ruggero Pilannino di Barletta; Michele Di Mauro e Luigi Bonghi di Lucera; Vito Amoruso e Vito Massari di Bari; Raffaele D’Alessandro, Michele Pinto e Luigi Carpano di Manfredonia; Alessandro Francesco Paolo Paladino di Candela; Luigi Leone, Battista Cattaldo, Giuseppe Conte e Domenico Gigante di Taranto; Antonio Cappelli di Brindisi e Alessandro Castelnuovo di Serracapriola.

L’aver scelto, con Decreto del 6 maggio 1866 del Governo La Marmora, insieme a Como, Varese e Bergamo, Bari e Barletta come sedi di arruolamento dei Volontari per la formazione di sei Reggimenti, costituisce, da parte del Gen. Garibaldi, un giusto riconoscimento alla Terra di Puglia e ai suoi valorosi figli.

I pugliesi, in segno di sincera gratitudine lo eleggono Deputato nel Collegio elettorale di Andria (BA) e, inoltre, la città di Lucera, in provincia di Capitanata, storica denominazione del territorio di Foggia, assegna al Generale una rendita vitalizia di lire trecento.

In alcune città pugliesi, vengono costituiti associazioni e comitati a sostegno del movimento unitario; ne cito alcuni. A Bari si costituiscono: la Società Reduci delle Patrie Battaglie; l’Associazione dell’Italia Una, con sede centrale a Napoli, e l’Associazione Filantropica delle Signore Baresi; ad Alberobello (BA): l’Associazione dei Comitati di Provvedimento e l’Associazione Emancipatrice Italiana, con sede centrale a Genova.

Con questo mio intervento, ho voluto rendere omaggio e dare il giusto risalto al contributo offerto dalla mia Terra di Puglia per la realizzazione dell’Unificazione nazionale e alla partecipazione attiva, ai sacrifici, alle sofferenze e all’eroismo silenzioso dei tanti patrioti pugliesi, nostri conterranei, spesso dimenticati e quasi sempre esclusi dalle commemorazioni ufficiali, ma sicuramente degni di occupare un meritato e dignitoso posto nel gran libro della Storia d’Italia.

Relazione del Col. Nicola Serra, cultore di storia militare, in occasione del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia.