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         Una mente razionale, abituata a considerare reale solo ciò che viene percepito dai cinque sensi, avrebbe classificato la storia che ha portato al ritrovamento dello Scudo di Garibaldi  come “un raro colpo di fortuna”.  Ma la successione degli avvenimenti e la dinamica temporale degli stessi, quasi fossero propedeutici alla costruzione del risultato finale, distraggono la mente  dal razionale per portarla inevitabilmente verso il mondo ancora misterioso delle coincidenze.

          Qualche anno fa, durante uno dei frequenti incontri avuti con Leandro Mais, membro Onorario della nostra associazione e appassionato collezionista di una importante raccolta su Garibaldi e sui garibaldini, venivo a conoscenza di un fatto singolare accaduto nel 2002, in occasione della pubblicazione, in una rivista di Palermo specializzata in fotografia, di un articolo firmato da uno specialista, amico dello stesso Mais, sul fotografo palermitano dell’800 Giuseppe Incorpora. Poiché l’Incorpora era stato il primo, nel 1878, a fotografare lo Scudo di Garibaldi (All. 1), lo specialista aveva deciso di recarsi al Museo del Risorgimento di Roma, ove era conservata l’opera, per scattare una foto direttamente all’originale, e poi pubblicarla. Al suo ritorno dal Museo, l’amico aveva riferito al Mais che lo Scudo non era più in mostra in quanto alcuni ignoti ne avevano asportato l’altorilievo centrale raffigurante la testa di Garibaldi! Pertanto, nell’articolo, era stata riprodotta  la vecchia foto eseguita dall’Incorpora, proveniente comunque dalla collezione Mais. Questa era la sola versione esistente del fatto, visto che la stampa non aveva riportato alcuna notizia dell’eventuale denuncia di furto presentata dal Museo del Risorgimento alle forze dell’ordine.

L’opera d’arte era stata donata dal Popolo Siciliano a Garibaldi l’11 maggio 1878 e, da quest’ultimo,  ceduto al Comune di Roma nel 1879.  L’11 giugno 1882, in occasione delle onoranze che il Comune aveva reso all’Eroe, lo Scudo era stato posto su di un carro celebrativo, accanto a varie corone di fiori (All. 2).  In seguito, se ne era potuta ammirare la bellezza all’ Esposizione Italiana di Torino del 1884, sezione industriale e artistica (All. 3) e, sempre a Roma, in quella Garibaldina del 1932, nel cinquantenario della morte del grande condottiero (All. 4).  

Il prezioso oggetto si ripresenta  sulla scena, in una forma del tutto inconsueta,  sul finire del mese di ottobre del 2019, quando decido di attraversare la città per andare a tagliarmi i capelli a casa di un barbiere ultraottantenne, del quale sono stato cliente fedele per decine di anni, e dal quale continuo a recarmi saltuariamente, per amicizia,  anche dopo il suo abbandono della professione. Dopo le rituali operazioni di taglio, l’amico, conoscendo la mia appartenenza a una Associazione Garibaldina, mi segnala che un negoziante di antiquariato da cui si reca ogni tanto per l’acquisto di piccoli oggetti d’epoca, ha sottoposto alla sua attenzione un pezzo di rara bellezza, propostogli, a sua volta, da un privato che ne è in possesso e che vuole vendere: uno scudo metallico, variamente decorato, con al suo centro una piccola scultura raffigurante la testa di Garibaldi. E aggiunge, inoltre, di non essere interessato all’eventuale acquisto, sia per l’alto costo (ottomila euro), sia perché il tema dell’opera potrebbe essere apprezzato solo da un estimatore del periodo risorgimentale. Mentre ringrazio per il pensiero, immagino come possa essere questo oggetto, senza preoccuparmi di collegarlo alla storia descritta precedentemente. Il primo dubbio, però, mi assale quando il barbiere, approfondendo la descrizione trasmessagli dall’antiquario, ne mette in evidenza il diametro, mimandolo con l’apertura delle braccia e asserendo che l’oggetto può essere spostato solo con la forza di due persone. Quest’ultimo particolare suscita in me la curiosità di vederlo, almeno in foto. Fingendomi interessato all’acquisto, chiedo all’amico di farmi inviare dall’antiquario, sul mio telefono cellulare, l’immagine dello Scudo.

Dopo qualche giorno senza comunicazioni né immagini, ripongo nel cassetto della dimenticanza oggetto, offerta e curiosità, fino al momento in cui, invitato a casa dei coniugi Mais, colgo l’opportunità per raccontar loro brevemente il fatto. Questi ultimi, certi che non si tratti del famoso Scudo, di cui conoscono la storia, compresa quella della “decapitazione”, condividono la mia curiosità, momentaneamente accantonata. Passano pochi minuti.  Mentre siamo intenti a parlare d’altro,  arriva inaspettata  sul mio cellulare l’immagine che avevo precedente richiesto, inviatami, anche se con ritardo, dall’antiquario. A questo punto è facile immaginare sorpresa, stupore e incredulità nel riconoscere in quell’oggetto proprio lo Scudo di Garibaldi: integro, bellissimo e soprattutto identificabile in base all’immagine d’epoca del famoso fotografo siciliano Incorpora, posseduta dal Mais, e attraverso la descrizione tratta dall’articolo di un giornale d’epoca. Scudo integro, dunque, e non “decapitato”! Il fatto meritava un serio approfondimento (All. 5).

Decido dunque di contattare nei giorni seguenti l’antiquario per prendere un appuntamento e recarmi con lui a casa del privato, e vedere finalmente l’oggetto. Deciso il tutto, ci rechiamo nel giorno  e nell’ora prefissata da un anziano ingegnere (poi risultato architetto) il quale, senza indugio, ci porta nella sua cantina e da qui estrae, aiutato dall’antiquario medesimo, uno scudo metallico circolare, policromo, molto pesante. A questo punto ogni dubbio svanisce: mi avvicino all’oggetto con trepidazione, e accarezzo la testa dorata dell’Eroe pensando che sicuramente anche Lui lo avesse fatto, in segno di ammirazione per la perfezione e bellezza dell’opera scultorea. Avevo portato con me la descrizione minuziosa dei simboli e delle incisioni praticate sullo Scudo e la loro collocazione nella ripartizione dei vari settori (All. 6); le ritrovo tutte, quelle incisioni, dai nomi dei Mille a quello di Anita, da Rosolino Pilo a Vittorio Emanuele II, emozionandomi insieme all’antiquario che inizia per la prima volta a comprendere l’unicità e l’importanza dell’oggetto che gli era stato proposto per una mediazione di vendita.

Chiedo all’ingegnere delucidazioni circa la provenienza dell’opera d’arte;  lui mi risponde di aver lavorato per molti anni al Museo del Risorgimento di Roma come responsabile degli allestimenti delle mostre, e di aver ricevuto lo Scudo dall’allora Presidente dell’Istituto del Risorgimento, nel frattempo deceduto, in cambio di lavori eseguiti e mai liquidati! Chiedo allora, anche se non dovrei farlo, vista l’assurdità della sua risposta, se ci sia un documento che possa in qualche modo attestare questa dichiarazione. Naturalmente no! A questo punto chiedo all’ingegnere se il Direttore del Museo (lo stesso dirigente che aveva raccontato all’amico di Mais la storia del furto), sia a conoscenza di quanto asserito, ma ho da lui  ancora una risposta negativa.  Vedo se si riesce a uscire da questa situazione imbarazzante: propongo allora all’ingegnere, che accetta, di telefonare il giorno successivo al Direttore del Museo per informarlo della sua volontà di far rientrare lo scudo al Museo. Da parte mia avrei verificato, tramite l’antiquario, se l’operazione fosse stata puntualmente eseguita. Dopo una settimana, non ricevendo notizie, chiamo l’antiquario che mi informa dell’avvenuta telefonata tra l’ingegnere e il Direttore del Museo: costui gli avrebbe intimato di riportare subito lo Scudo nella sua antica sede storica. Trascorsa ancora una settimana senza notizie, temendo a questo punto che alle parole non fossero seguiti i fatti, e che lo Scudo potesse volar via, persino all’estero, decido di confidare il tutto al Comandante della Stazione dei Carabinieri di Roma – Gianicolense, che conosco da una ventina d’anni. Il Comandante comprende subito l’importanza del caso e nel giro di 48 ore, prima convoca me alla Stazione dei CC per ascoltare, alla presenza di alcuni funzionari del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, da lui stesso convocati, la storia dello Scudo di Garibaldi e del suo “miracoloso” ritrovamento; successivamente si reca con gli stessi funzionari a casa di Leandro Mais che confermerà, non solo l’importanza documentata dello scudo, ma anche la storia dell’ormai famosa “decapitazione”.

Il resto è cronaca che si può ritrovare nel Comunicato Stampa dei Carabinieri apparso sulle principali testate giornalistiche italiane. Attualmente lo Scudo è in custodia del sopracitato Nucleo T.P.C. dei Carabinieri.

Con rispetto assoluto delle indagini in corso, che si spera possano far luce completa sulle responsabilità degli attori di questa storia e di quelli ancora sconosciuti, deputati al controllo del materiale custodito nei depositi dei Musei e non esposti, mi auguro che lo Scudo di Garibaldi, che l’Eroe aveva donato generosamente alla città di Roma, possa essere collocato nella sala più visitata dal pubblico del complesso dei Musei Capitolini, con una targa che ne illustri la vicenda storica, artistica e umana, e una riga finale dedicata alla sua scomparsa dal Museo Nazionale del Risorgimento di Roma e del suo funambolico ritrovamento avvenuto nel 2019.  

Paolo Macoratti (Presidente Ass. Garibaldini per l’Italia) 

         

                  Carissimi amici, mi permetto di far seguire  a quanto illustrato dall’amico Presidente qualche notizia su questo “ritrovamento”, per la parte relativa alla mia collaborazione. Il sottoscritto ha semplicemente resi noti tutti i dati riguardanti la documentazione storica della preziosa opera di Antonio Ximenes.  La medesima è stata consegnata ai Carabinieri del Reparto Tutela Patrimonio Culturale durante la visita al mio domicilio. Ciò premesso, mi resta solo da sottolineare negativamente quanto segue: Il comunicato stampa cui ha fatto seguito la pubblicazione in varie testate di giornali (con molti errori) del ritrovamento dello Scudo da parte del suddetto Reparto T.P.C.  non ha fatto alcun cenno alla fattiva collaborazione dei due cittadini. Questa precisazione  valga solamente, da parte mia, come realtà dei fatti; per il resto sono contento di aver operato negli interessi della collettività.  

Leandro Mais

(le immagini 1-3-4-6 provengono dalla Collezione Mais)

 

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Aggiornamento del 30 dicembre 2025

Dopo sei anni dal suo ritrovamento (https://www.garibaldini.org/2020/02/la-vera-storia-del-ritrovamento-dello-scudo-di-garibaldi/) ricompare, in tutta la sua bellezza formale e storico-culturale, lo Scudo di Garibaldi, opera di Antonio Ximenes.

Giovedì 18 dicembre 2025 La Direttrice di VIVE, Vittoriano e Palazzo Venezia, Dott.ssa Edith Gabrielli, coadiuvata da Alessandro Tomei e Barbara Agosti, ha presentato nella sala del refettorio di Palazzo Venezia, insieme al Prof. Valerio Terraroli e al Colonnello Dott. Paolo Befera, comandante del Reparto Operativo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, la mostra dedicata al restauro del famoso Scudo. Erano presenti, oltre alle bravissime restauratrici dell’opera, il pronipote dell’eroe, Dott. Giuseppe Garibaldi, direttore dell’Istituto Internazionale di Studi Giuseppe Garibaldi, e l’Arch. Paolo Macoratti, presidente dell’Associazione Garibaldini per l’Italia, artefice, insieme al compianto Leandro Mais, del rocambolesco ritrovamento.

Lo Scudo di Garibaldi sarà esposto nella Sala Altoviti di Palazzo Venezia fino al 12 aprile 2026

 

 

 

 

 

 

Cofondatore nel 2010 dell’Associazione Garibaldini per l’Italia, Maurizio Brigazzi è stata persona di grandi ideali, di profonda cultura e spiritualità; un esempio di forza d’animo, tenacia e passione dimostrata in tanti episodi della sua esistenza. Specchio della sua anima sono stati i libri di poesie e quelli dei suoi saggi, le sue riflessioni sulla vita, quelle sul poeta latino Catullo, e sul quartiere di Monteverde-vecchio in Roma, dove era nato e che ha sempre amato. Tutto questo ci lascia Maurizio: un grande esempio di dignitosa esistenza, per noi e per la sua famiglia.

RICORDO DI UN GARIBALDINO DEL TERZO MILLENNIO

di Paolo Macoratti

            Conobbi Maurizio Brigazzi al Sacrario dei Caduti per Roma il 9 febbraio 2006, nel corso di una delle annuali importanti cerimonie che ricordano la Proclamazione della Repubblica Romana del 1849. Mio intento era quello di riprendere i contatti con L’A.N.V.R.G., Associazione Nazionale Veterani e Reduci Garibaldini, di cui avevo fatto parte nel 1994 e da cui mi ero allontanato per i troppi impegni di lavoro; lavoro che aveva occupato totalmente anche il mio tempo libero. Sicuro di trovarmi di fronte a delle “Camicie Rosse” dell’A.N.V.R.G., quel 9 febbraio fermai due “garibaldini”, presentandomi: uno si chiamava Maurizio Brigazzi. Questi rimase sorpreso nel sentire che il mio cognome era lo stesso di un amico di suo padre, che aveva avuto con lui, durante la Resistenza, comuni vicende: in effetti, non si sbagliava perché i nostri due genitori erano stati, politicamente e idealmente, dalla stessa parte. Diventammo subito amici, riconoscendoci nei valori ideali del Risorgimento garibaldino, anche se l’Associazione di riferimento non era l’A.N.V.R.G., quel giorno non presente, ma l’A.N.G., l’Associazione Nazionale Garibaldina, presieduta dal compianto Colonnello Nicola Serra; Associazione di cui Brigazzi era Presidente della sezione di Roma e a cui mi iscrissi anch’io. Dopo qualche anno di cerimonie garibaldine che il Col. Serra organizzava in varie parti d’Italia, decidemmo con Maurizio e altri nuovi appassionati di vicende garibaldine (il compianto Alberto Mori e Maurizio Santilli), di fondare, autonomamente dall’A.N.G., pur mantenendo con essa la collaborazione, una nuova associazione: la Garibaldini per l’Italia; associazione che si occupasse principalmente di rivolgere la propria attenzione al mondo scolastico. Fu Brigazzi, più tardi, a presentarmi Leandro Mais, il ricercatore e collezionista dell’universo risorgimentale e garibaldino, che non solo divenne un mio grande amico ma che sarebbe stato così importante per i progetti di donazione della sua Collezione al Comune di Roma.

               Questo, dunque, l’apporto di Maurizio alla costruzione e allo sviluppo della nostra associazione, malgrado la cecità che lo aveva colpito negli ultimi anni ma che non gli aveva impedito di partecipare alle nostre assemblee, di incoraggiare le nostre attività, anche soltanto attraverso telefonate che quasi quotidianamente coinvolgevano me, la nostra Segretaria Monica Simmons e altri soci. Telefonate, i cui contenuti spesso uscivano dalla sfera risorgimentale per addentrarsi nei più svariati argomenti culturali: dalla storia all’archeologia, dalla religione alla scienza, dalla spiritualità all’escatologia.

I volumi scritti da Maurizio (I versi raccontano -poesie romanesche) – Trasparenze – Tutto Catullo – Tutto Catullo per tutti – Pilloline) parlano di un uomo libero nello spirito, colto e ironico, che ha spinto il proprio desiderio di libertà oltre i confini del mondo sensibile:

Libertà assoluta

Quando il corpo tutto si corromperà

E l’anima mia se ne volerà via

forte s’udirà: VIVA LA LIBERTA’

Maurizio Brigazzi

 ASSOCIAZIONE GARIBALDINI PER L’ITALIA

www.garibaldini.org – info@garibaldini.org

ARTURO – MARCELLO – MONICA – PAOLO – PATRICIA – SILVIA 

        

         

ISTITUTO “PINO PUGLISI” – ROMA – Partecipanti delle Sezioni A,B,C.

Professori: Raffaelli, Mori, Cimino, Roia, Di Stefano, Fazio

    La Commissione dell’Associazione Garibaldini per l’Italia, formata dall’ Arch. Paolo Macoratti (Presidente),  dalla Sig.ra Monica Simmons (Segretaria), dalla Dott.ssa Patrizia Musacchio e dalla Prof.ssa Silvia Mori, si è riunita in data 24 aprile 2025. Tutte le lettere selezionate sono state molto apprezzate dalla Commissione: nei loro contenuti si è riscontrato l’interesse dei ragazzi per gli avvenimenti della RR; interesse nato durante lo svolgimento della visita al Museo della RR e ai luoghi delle battaglie.

ELENCO DEI VINCITORI 

(Brani tratti dalle loro lettere)

Selezionati della sezione A – Lettere di : Emma Cola, Pierpaolo Di Donato, Tasmia Kazi, Giorgia La Mura, Alessia Sambuco.

Primo premio: TASMIA KAZI – …”  Da casa mia sentivo i colpi di cannoni e vedevo i giovani andare al Gianicolo a combattere, senza sapere se fossero tornati a casa. Non c’è niente di più forte di un giovane che combatte per qualcosa in cui crede, per l’Italia che sogna, per tutti noi. ………………………. Io non potevo restare ferma, così ho deciso di iniziare ad aiutare in un piccolo ospedale qui vicino, dove portavano i feriti, che erano tantissimi. Sai, credo che anche un piccolo contributo sia fondamentale, perché in momenti come questo, ogni gesto, anche se piccolo, può fare la differenza. E questo vale per tutte le donne che, come me, hanno fatto quel che potevano.

Secondo premio: PIER PAOLO DI DONATO -  ” A metà di questo mese i ribelli, tra cui alcuni conoscenti, hanno ucciso Pellegrino Rossi da poco primo ministro. Questo ha aumentato la tensione nella città. La folla di manifestanti ha chiesto l’adozione di un nuovo programma basato sulla nazionalità, la convocazione della costituente nazionale e cambiamenti all’interno del governo senza ottenere nulla. Pochi giorni dopo la morte di Pellegrino Rossi io e un gruppo di liberali abbiamo provato a incendiare il portone d’ingresso del Quirinale ma siamo stati respinti a colpi d’arma da fuoco”.

Terzo premio: GIORGIA LA MURA – ” Ogni giorno faccio lo stesso sogno: noi schiena contro schiena per controllare i soldati, noi che corriamo per i vicoli del Gianicolo per salvare migliaia di vite. Ricordi? La gente, in particolare le madri, ci pensavano pazzi ma noi lo facevamo per i giovani delle generazioni a venire. Io invece sto ancora qua tra le pietre, i corpi senza vita, i detriti e le strade del Gianicolo a fare quello che un giorno facevamo insieme. Con la semplicità di un bambino, con adrenalina e paura disinnescavamo le bombe per dare anche noi un contributo, perché i soldati adulti non volevano che noi prendessimo le armi.

Selezionati della sezione B – Lettere di: Chiara Fulli, Valentina Saenz Mendoza, Giorgia Frattarola, Flaminia Magagnini, Chiara Allocca, Anita Maurizi

Primo premio: FLAMINIA MAGAGNINI – “ Questa è solo la prima tappa, la strada della libertà è lunga e difficile, e so che dovremo affrontare ancora tante sfide. Ma non ci spaventa perché abbiamo dimostrato che possiamo fare la differenza e che la nostra determinazione è più forte di qualsiasi potere cerchi di opprimerci. Ora però il nostro compito è proteggere questa Repubblica, difendendo i valori di giustizia e uguaglianza. Dobbiamo essere pronti a lottare sempre e sebbene oggi sia una giornata di festa dobbiamo continuare a farlo combattendo per la libertà che finalmente abbiamo conquistato”.

Secondo premio: ANITA MAURIZI – “ Roma, 17 luglio 1847. Ti volevo anche informare delle grandi manifestazioni che stanno avvenendo qui a Roma, non ho potuto fare a meno di origliare le conversazioni delle altre guardie, pare che vogliano fare un colpo di stato allo scopo di provocare un intervento austriaco, credo che sarà un’ardua battaglia. Dobbiamo lottare per la nostra patria per riuscire a conquistare la libertà del nostro paese. Mi batterò anima e corpo per vincere questa guerra e mi auguro che tu faccia altrettanto. Darò tutto, anche la mia vita se servirà per l’unità d’Italia!!!

Terzo premio: CHIARA ALLOCCA – “ Roma, 2 aprile 1846 – Le notizie che mi hai raccontato mi hanno colpito molto. Quello che è accaduto a Torino è davvero significativo: il fatto che i soldati abbiano gridato “Evviva Pio IX” davanti al Re, e che lo stesso Re abbia risposto con le stesse parole, dice tanto del momento che stiamo vivendo. Anche i fatti di Padova mostrano quanto sia forte il sentimento della gente verso il Papa. Da quel che ho letto è un periodo pieno di confusione e di speranza, anche se non mancano tensioni e pericoli”.

Selezionati della sezione C – Lettere di: Asia Mechelli, Camilla Padayattil, Eva Fegatelli, Sofia Gagliardi, Veronica Plaitano

Primo premio: ASIA MECHELLI – “ 20 maggio 1849 – Tanto più mi ha colpito il gesto di umanità dei nostri, che hanno mandato medici ai feriti francesi, nonostante la dura e sanguinosa battaglia poiché anche in guerra, l’onore e la compassione non devono mai mancare. Questo dimostra che la nostra Repubblica combatte per ideali alti, non solo per la vittoria. Le immagini che mi descrivi: le barricate, le donne che aiutano, le piazze piene d’armi, la città illuminata dopo la vittoria parlano di un popolo risvegliato. Trastevere e i Monti che si sollevano, Roma che grida “Viva la Repubblica! ”.. È una nuova epoca quella che si affaccia!

Secondo premio: CAMILLA PADAYATTIL – “ Io me so’ fatta scrivere da un mio compare de Roma gli articoli de una Costituzione del tutto democratica e utile. Ho notato in particolare e con interesse due articoli sulla Scuola o sull’Istruzione, come la chiamano loro, ed avevo un dubbio: ma anche noi donne andiamo a studia’? Intanto che t‘arriva ‘sta lettera, spero che avrai già ricevuto notizie sul General Garibaldi e sulle sue truppe in camicia rossa. Hai descritto li danni fisici e morali del popolo, ma tu come stai? La disgrazia che t’è successa t’ha reso troppo debole per partecipare, rendendote osservatore? Ho la viva paura che te senti in colpa.

Terzo premio: VERONICA PLAITANO – “ 10 luglio 1849 – Mi allieta l’animo sapere che le nostre amate truppe sono partite con il nostro General Garibaldi anche se, riflettendoci, 18 pezzi di artiglieria sono pochi per difenderci dalle truppe austriache. L’immensa Roma mia, bombardata e distrutta da quei miserabili francesi!! Il pensiero di questa sciagura mi rattrista… La chiesa di San Pietro Montorio era il luogo della mia fanciullezza, uno degli angoli più graziosi e divini di Roma. Dal Colle Gianicolo si può restare incantati per l’infinita bellezza del panorama di codesta città.

PREMIO SPECIALE ASSOLUTO

La Commissione ha voluto premiare, tra le 15 lettere selezionate, oltre alle tre per ogni sezione, anche quella che ha ritenuto più rispondente al tema proposto dal concorso.

Motivazione: Lo scritto ha saputo esprimere, in poche parole, sia gli avvenimenti storici (Il Triunvirato, l’assedio francese, i combattimenti, l’assistenza femminile ai feriti), sia il valore etico di chi si batte per un’ideale e di chi si spende, con profondo senso di solidarietà, per il prossimo.

Il PREMIO ASSOLUTO DELLA IX EDIZIONE DEL CONCORSO ALBERTO MORI VA A

TASMIA KAZI

INTRODUZIONE DEL PRESIDENTE PAOLO MACORATTI AGLI STUDENTI DELL’ISTITUTO PINO PUGLISI DI ROMA

Prima di rendere il doveroso omaggio ai caduti voglio unire a questa memoria il nome di un eroe dei nostri tempi, cui è dedicato l’Istituto scolastico qui presente: Don Pino Puglisi, vittima della mafia, ucciso il 15 settembre 1993 a Palermo. In secondo luogo, voglio ricordare quanto la nostra Costituzione, scaturita dalla Resistenza, affondi le sue radici nella Costituzione della R.R. del 1849.

Per questo abbiamo consegnato ai ragazzi della Pino Puglisi un DEPLIANT, al cui interno potranno trovare i principi fondamentali delle due Costituzioni, Romana e Italiana, e i concetti mazziniani di Patria e Repubblica, di cui già abbiamo parlato con loro durante la visita al museo della R.R. e ai luoghi delle battaglie. Concetti fondamentali, quelli di Patria e Repubblica, che sembrano aver perso dimora nell’animo di molte persone, politici compresi.

E mi rivolgo infine ai ragazzi della Puglisi ricordando loro che oggi qui non stiamo celebrando una battaglia per avvalorare la supremazia di un esercito sull’altro o di un popolo su di un altro popolo, no! Siamo qui per recepire il messaggio che ci viene da quella battaglia: cioè, il dovere di resistere alla sopraffazione del “forte” contro il “debole”; di chi vuole negare la libertà con l’uso della forza: siano Papi, Imperatori, Presidenti o Capi di stato.

E qui è utile ricordare il messaggio di pace che il nostro eroe nazionale, Giuseppe Garibaldi, pronunciò al congresso internazionale di Ginevra del 9 settembre 1867: Tutte le nazioni sono sorelle - La guerra fra loro è impossibile!

 

 

             

VIDEO >>>>  corona-nostra-video                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

 

    

Visitare almeno una volta il luogo ove visse e morì l’”Eroe dei due mondi” non dovrebbe rappresentare soltanto il soddisfacimento di una curiosità: quella di vedere le bellezze dell’isola di Caprera, così spesso citata nei libri di storia, e la tomba di Garibaldi e dei suoi famigliari. Un tale proponimento sarebbe di certo utile per soddisfare i sensi ma resterebbe nella logica della superficialità. In realtà, per ogni cittadino italiano e del mondo, tale visita dovrebbe suscitare un sentimento di devozione e ammirazione verso “il liberatore”; verso colui che incarnando il concetto di libertà dell’essere umano, ha donato agli uomini e alle donne di allora, di oggi e di domani l’esempio più fulgido e onesto di come ci si possa affrancare dal potere dell’uomo sull’uomo, dedicando un’intera vita al raggiungimento di questo scopo.

In questa ottica, una delegazione dell’Associazione Garibaldini per l’Italia, formata dal Presidente Paolo Macoratti, dalla Segretaria Monica Simmons, dai soci Stefano Dini, Patrizia Musacchio e Patricia Tendi, ha organizzato nei giorni 11,12,13 settembre 2024 un “Pellegrinaggio” a Caprera. Durante la visita alla “Casa Bianca” e al Compendio garibaldino” sono stati letti alcuni brani tratti dal libro Giuseppe Garibaldi – Il predestinato edito dalla “Garibaldini per l’Italia Edizioni”.

     

     

            L’Associazione “Garibaldini per l’Italia”, in collaborazione con il “Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina” promuove annualmente un’iniziativa dedicata alla scuola secondaria di primo grado (quest’anno l’Istituto Comprensivo Pino Puglisi di via Bravetta n. 383), consistente in visite guidate al suddetto museo e ai luoghi ove avvennero i principali scontri tra Francesi e Italiani (Villa Pamphili e Gianicolo) durante la difesa della Repubblica Romana del 1849. Le visite, integrate dalla consegna agli insegnanti (Silvia Mori, Lucia Raffaelli, Maria Amelia Sucapane, Valentina Vittori, Daniela De Lucia) di alcune lettere originali di corrispondenza provenienti dalla “Collezione Leandro Mais”, scritte nel periodo 1846-1849 da testimoni che hanno vissuto gli avvenimenti storici della nascita della Repubblica Romana e della sua gloriosa fine, sono state finalizzate alla ideazione di un concorso denominato “Premio Alberto Mori”, in cui i ragazzi delle terze classi si cimentano nella descrizione, in una lettera di corrispondenza e in veste da “protagonisti”, dei tragici avvenimenti bellici di quella breve stagione repubblicana.

La premiazione dei vincitori di quest’anno è avvenuta a Roma, al Mausoleo-Ossario garibaldino di via Garibaldi, in occasione del 175° anniversario della battaglia del 30 aprile 1849. Di seguito, un estratto delle lettere vincitrici, scritte dagli alunni delle due classi:

CLASSE III A – SELEZIONATI: SOFIA BONETTI, TANCREDI COLELLA, DAVIDE MARCELLITTI, NOVELLI EDOARDO, STAZI ALESSIA.

 TERZO CLASSIFICATOBONETTI SOFIA

Un combattente repubblicano descrive in una lettera indirizzata al padre la battaglia del 30 aprile.

“Roma, 1° maggio 1849 – Li contammo, erano 300 i sopravvissuti francesi che avevamo fatto prigionieri. Li conducemmo dentro Roma cantando la marsigliese, regalando loro sigari, abbracciandoli, acclamandoli quali fratelli repubblicani ingannati dai preti. Padre, anch’io come i miei compagni sono orgoglioso di aver contribuito alla vittoria e alla protezione della nostra giovane patria, ma il ricordo della mia mano che impugnava l’arma e i cadaveri di ragazzi come me, morti, sul campo, è vivo nella mia mente”.

  SECONDO CLASSIFICATONOVELLI EDOARDO

Altro combattente scrive ad un suo concittadino – parente notizie sulla battaglia di Porta Cavalleggeri 

“Roma 30 aprile 1849. Hanno attaccato da Porta Cavalleggeri, vicino le mura. Arrivati  vicino al bastione, ordinati, coraggiosi e spavaldi invasero la strada, ma… “stupidi” al tempo stesso, perché non pensavano che li stessimo aspettando e che stavano sotto il nostro tiro. In molti di loro hanno perso la vita, oggi, su quella strada! Qualche volta sparavano anche loro e ci ferivano, ma noi l’avemmo vinta”. 

 PRIMA CLASSIFICATASTAZI ALESSIA 

Una infermiera scrive ad un’amica ed esprime, in poche righe, l’amor di Patria delle donne nell’assistenza ai feriti.

“Roma, 4 giugno 1849 – Ieri, verso le undici e tre quarti, è arrivato al nostro ospedale il patriota Goffredo Mameli, in condizioni critiche: non credo che ce la farà. Appena arrivato aveva una ferita alla gamba; è stato subito portato da un medico che ha fatto il possibile, ma la situazione sta degenerando, la gamba sta andando in cancrena, presto lo perderemo. Gli uomini, feriti in battaglia, arrivano da noi a valanghe. Io vorrei aiutare nel campo di battaglia ma l’unico modo con cui posso dare il mio sostegno è stare in ospedale. Per me è importante il ruolo che le donne stanno assumendo perché è l’unico con cui possono aiutare ad ottenere la libertà di Roma.

PREMI a TANCREDI COLELLA e DAVIDE MARCELLITTI

 

CLASSE III BSELEZIONATI: GATTI, GIOMMETTI, GRAMIGNAN, MARCUCCI, MORO 

 TERZO CLASSIFICATODAVIDE MORO

L’autore di questa lettera è un amico di Righetto, simbolo di quei bambini che per pochi soldi cercavano di spegnere le micce delle bombe francesi:

“Righetto, ti ho voluto bene! Eri molto importante per me e non sono più felice. Mi mancano le nostre corse per le strade di Roma allietate dai canti di libertà, dai drappi e dalle bandiere. Le nostre guerre finte sono diventate vere e i nostri nemici sono diventati i Francesi, gli Austriaci e i Borboni. Anche se siamo dei bambini abbiamo voluto dare il nostro aiuto. Addio amico”. 

 SECONDO CLASSIFICATO (pari merito): MAYA GRAMIGNAN SCURANI

Il personaggio è un’infermiera volontaria che scrive ad Anita:  

“Certe volte vorrei essere proprio come te, una donna senza paura che la guerra non intimorisce, una mamma premurosa che nonostante le difficoltà riesce a essere sempre presente per i suoi piccoli figli. Adesso devo andare, il dovere mi chiama, io e la signora Belgioioso ci stiamo occupando dei soldati feriti, mi sto impegnando molto perché non ho mai praticato questo mestiere”.

 SECONDO CLASSIFICATO (pari merito) LUDOVICO GIOMMETTI

Il personaggio è un garibaldino che scrive a Ciceruacchio in fuga verso Venezia. Una vicenda che lo ha colpito particolarmente, perché scrive:

“Sai benissimo che gli Austriaci temono moltissimo i ribelli e i patrioti, ma non abbandonare per nessun motivo i tuoi figli. Salvali! Mostra che faresti tutto per loro, anche morire. Cerca di far capire agli Austriaci che almeno i bambini non devono morire! Se questa fuga dovesse riuscire e quando i tempi saranno migliori, ritorna nella tua città. Nulla fermerà il nostro sogno di libertà e la nostra lotta”.

 PRIMO CLASSIFICATO: VALERIO MARCUCCI

Un compagno di studi scrive a Manara dopo la sua morte a Villa Spada e termina con una nobile promessa:

“Voglio renderti omaggio con questa lettera perché sei stato come un fratello, un esempio da seguire. Tu hai rinunciato ai tuoi studi e hai abbandonato la tua città d’origine pur di difendere l’Italia e diffondere l’amor di patria, pur sapendo di poter perdere la vita. Quando ti sei affacciato a quella finestra una sciagura si è scagliata su di te: un colpo di fucile ti ha tolto la vita. Il giovane fiore è stato colpito dalla fredda falce. La tua morte non cancellerà il tuo impegno, la tua testimonianza. I tuoi compagni di studio non ti dimenticheranno e cercheranno di aiutare tua moglie Carmelita. Riposa in pace amico mio”. 

 PREMI a GABRIELE GATTI e VALERIO FREZZA (per la sua ricerca su Garibaldi)

 

 

     

video  realizzato dalla  Prof.ssa Giulia Terrana – Foto di Marcello Pellegrini

   

Per cinquant’anni, con impegno costante dedicato allo studio dei documenti e dei reperti del Risorgimento italiano, ha raccolto materiale storico e artistico inerente la figura di Giuseppe Garibaldi e dei garibaldini.  Ha arricchito con scrupolose, appassionate e approfondite indagini il patrimonio della cultura risorgimentale, rendendo accessibili le sue collezioni perché fossero divulgati i valori civili e umani in esse contenuti, contribuendo a favorire l’educazione delle giovani generazioni attraverso la ricerca della verità storica documentale.

Leandro Mais è stata una fonte inesauribile di notizie, un riferimento costante per tutti coloro che si sono interessati alla storia di Garibaldi e all’universo garibaldino, fornendo risposte certe e precise a tutti i suoi numerosi interlocutori. Non meno intensa è stata la sua passione per l’arte, per i grandi personaggi che hanno arricchito l’umanità con le loro opere e con il loro genio, come Leonardo da Vinci e Raffaello. Una passione coltivata fin dalla tenera età che gli ha permesso di apprezzare le opere d’arte da vero artista,  quale egli era nel profondo dell’anima.  

L’Associazione Garibaldini per l’Italia, nel ringraziare Leandro Mais per il prezioso contributo offerto a questa pagina Web, consistente in articoli e immagini della sua collezione, ha voluto dedicargli il calendario 2023, inserendo la sua immagine in una “prateria”: luogo ideale ove avrebbe volentieri  desiderato  trovarsi nel varcare la soglia della nuova vita.  

 

 

 

 

 

 

INVITO

 

155° Fatto d’armi di Villa Glori (1867)

24 ottobre 2022– ore 10,30

 

 

Associazione Garibaldini per l’Italia

e

Associazione Nazionale Garibaldina

Ist. Internaz. di Studi G. Garibaldi 

 

 

PICCHETTO ARMATO ESERCITO

BANDA MUSICALE POLIZIA MUNICIPALE DI ROMA CAPITALE

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INTERVENTO DEL PRESIDENTE PAOLO MACORATTI

SALUTIAMO i ragazzi della Terza classe Sezione E della Scuola Media Statale G.G. Belli di Roma. Ringraziamo il Prof. Carlo Felici, per averli già informati in merito alle vicende della campagna dell’Agro Romano. Ringraziamo le Prof.sse Roberta Geremia e Simonetta Di Cave per aver accettato, con la loro classe, di portare a termine a Villa Glori questo breve percorso storico.

Noi Oggi Vi abbiamo consegnato un Pieghevole, che riassume in poche parole quanto avvenuto qui il 23 ottobre 1867:

IN PRIMA PAGINA: le foto dei fratelli di Pavia, Enrico e Giovanni Cairoli: Enrico aveva 27 anni ed era stato volontario nel 1859 con i Cacciatori delle Alpi, veterano nell’impresa dei Mille del 1860; a Palermo era stato ferito gravemente – Lo ritroviamo in Aspromonte nel 1862, sempre nel tentativo di arrivare a Roma – Poi è stato Volontario nel 1866 in Trentino – (Tra una battaglia e l’altra si era intanto laureato in medicina) – Giovanni aveva 25 anni; era capitano dell’Accademia militare di Torino.

IN ULTIMA PAGINA: il monumento ai fratelli Cairoli, che potrete vedere al Pincio.

ALL’ INTERNO  troverete, in sintesi, l’elenco degli avvenimenti che portarono allo scontro di Villa Glori.

 Il Giornale di Roma – Foglio ufficiale del governo papale, così commentava l’accaduto, dopo aver elencato i tentativi d’insurrezione in città: -  “Anche sotto le mura di Roma una banda di circa 100 garibaldini venuti alla spicciolata e radunatisi l’altra sera sopra i Monti Parioli, fu dovuta attaccare dai nostri bravi soldati, che in breve ora la dispersero, lasciando tra i garibaldini vari morti, tra cui un tal Enrico Cairoli che ne sembrava il comandante, e sette feriti, tra i quali un altro Cairoli, oltre dieci caduti in mano delle milizie…”

 Sui Libri di storia forse troverete una riga di quanto accaduto qui 155 anni fa;

 Eppure questo episodio è stato raccontato da scrittori, poeti e dallo stesso Garibaldi che aveva paragonato i 78 volontari di Villa Glori addirittura ai famosi eroi dell’antichità, come Leonida alle Termopili. MA PERCHE’?

 Perché i 78 di Villa Glori, per aiutare l’insurrezione dei Romani, non portavano con loro chissà quale armi potenti e sofisticate, tanto è vero che i fucili che avrebbero dovuto sostenere l’insurrezione erano ferrivecchi, da usare più come clave che come armi da guerra; ma portavano la forza della loro presenza, fisica e morale, e la condivisione degli stessi ideali degli insorti romani,

 E quali erano questi ideali? Ne cito solo tre

        1. Unificazione dei territori della comune Patria italiana;  

        2. Liberazione da un regime, quello dello Stato della Chiesa, in cui prevaleva un potere dispotico e un pesante integralismo religioso;

        3. Sentimenti di fratellanza e democrazia ispirati dagli scritti di Giuseppe Mazzini.

 Ideali che, per realizzarli, si richiedevano valori come responsabilità, ardimento, sacrificio; e infine, il più importante: La solidarietà; sentimento che non nasce da una decisione presa a tavolino o da una formula  finalizzata a risolvere un’emergenza, ma che scaturisce da un impulso individuale, di natura decisamente spirituale. Questa, a mio avviso, fu la principale motivazione che spinse i 78 volontari garibaldini a intraprendere un’azione, ritenuta da loro stessi, rischiosissima per la vita, come riportato all’interno del pieghevole.

 Sebbene il fatto d’armi di Villa Glori sia stato un episodio duro e violento nel suo breve e sanguinoso epilogo, ne possiamo ancora oggi trarre un insegnamento positivo: la riflessione sullo slancio solidale che portò al sacrificio estremo questi giovani di 155 anni fa. Slancio solidale che possiamo sperimentare anche oggi, certo in situazioni meno eroiche, ma pur sempre nobili; per esempio nella scuola, quando aiutiamo volontariamente e gratuitamente un nostro compagno che si trovi in difficoltà; che possiamo sperimentare anche in famiglia, nel mondo del lavoro, nel sociale, ovunque ci sia bisogno di noi; ovunque possiamo elevare la nostra umanità a servizio del prossimo.

Ci troviamo oggi in un momento storico difficile, complesso e in alcuni casi oscuro. A parte il mistero pandemico, sul pianeta sono al momento attive ben 59 guerre. E gran parte dell’informazione, malgrado sia abbondante e capillare, non riesce ad esprimersi compiutamente, a svincolarsi dal potere finanziario e politico, impedendoci così di comprendere cosa stia realmente accadendo nel mondo.

Gli unici fari che ancora ci guidano in questa turbolenza sono gli esempi; esempi che possiamo trovare ancora numerosi nel nostro Risorgimento e in quei contemporanei che cercano con determinazione la fine di ogni conflitto bellico e la PACE ad ogni costo, in perfetta sintonia con l’Art. 11 della nostra Costituzione che recita, al primo capoverso, quattro parole luminose: l’Italia ripudia la guerra.

Grazie a tutti per la partecipazione.

di Leandro Mais

Una delle prime opere che affrontano i tragici fatti è quella di Celestino Bianchi nel libro “I martiri di Aspromonte” – Milano 1863 – ed. Carlo Barbini.

Molto importante è l’opera di Napoleone Colajanni (n. Castrogiovanni 28.4.1847 m. 2.9.1921 – presente ad Aspromonte all’età di 15 anni) scritta nel cinquantenario (1912), dal titolo “Aspromonte – Il più grande delitto della monarchia italiana” e costituito da due numeri 16 e 17 di Rivista Popolare, anno XVIII. Il Colajanni, dopo la presa di Roma del 1870, dichiarò “…la breccia di Porta Pia non fu aperta dai cannoni del Gen. Cadorna ma dalla palla di Aspromonte …”

 Per quanto riguarda l’enorme bibliografia dei fatti di Aspromonte rimando i cari lettori anche all’opera “Roma o Morte” di Leandro Mais e Bruno Zappone, edito dall’Ufficio Storico dell’Esercito – Roma 2009, completata da una edizione privata in 50 copie edita dal sottoscritto nel 2019. Naturalmente ricordo in questo libro, per l’esattezza dei fatti storici (vedi pag. 95 “L’Italia militare” del 9 settembre 1862), che nell’elenco dei morti ufficiali dello scontro ne risultavano 5 dell’esercito militare, e nessuno per la parte garibaldina, che invece in realtà furono 7.

A completare questi dati rimando all’ormai raro testo “Ai caduti per Roma MDCCCXLIX –MDCCCLXX”, a cura della commissione esecutiva per il Mausoleo Ossario gianicolense – Roma III novembre MCMXLI”, Ed. Atena 30 aprile 1942 – Roma – pagine 341. A pag. 269 l’elenco dei nomi relativi ai caduti della campagna di Aspromonte, non solo ci da notizie su quelli di parte garibaldina, deceduti nel breve scontro, ma anche dei 7 “trucidati” a Fantina dal famigerato Gen. De Villata della colonna Trasselli.

Vorrei ricordare che il fatto di Aspromonte fu per tutto il periodo regio (1861-1945) apertamente contrario al riconoscimento degli ideali garibaldini; e questo si può anche capire. Ma quello che non è accettabile riguarda la completa indifferenza da parte dell’attuale regime repubblicano.

Ciò premesso,  vorrei ricordare che per stimolare e dare una giusta interpretazione storica dei fatti, ho voluto far coniare, in occasione del 150° anniversario del 1862, un medaglione ricordo riproducente, nel Dritto (in dimensione più piccola), la scena dell’episodio del ferimento di Garibaldi e, nel Rovescio, la frase: “Perché gli italiani / dopo 150 anni  ricordino / che la Patria divenne unita / anche per il sacrificio / dei sette garibaldini / caduti il 29 agosto   1862/ e i sette fucilati a Fantina / il 2 settembre 1862 / onore ai martiri dimenticati” (med.2012 mm 85 AE 50 esemplari).

Con l’occasione sono io che questa volta chiedo ai mie amici lettori se possono aiutarmi a confermare, o no, la presenza del garibaldino Luciano Mereu (Nizza 1842-Roma 1907, nato da genitori sardi) in quanto mi risulta che sia l’unico garibaldino che oltre ad essere presente alle battaglie nazionali   fu presente agli interventi garibaldini all’estero (Polonia 1863, Francia 1870/71 e Grecia 1897) ed a tutt’oggi non risulta riportato negli archivi nazionali militare. Questo fatto è impossibile in quanto il Mereu fu nominato Presidente dell’Ara di Mentana per meriti della battaglia suddetta. Ciò premesso  mi sembra impossibile che del Mereu a tutt’oggi non si riesca a trovare  nemmeno una immagine fotografica (non risulta nell’archivio storico dell’esercito ne nei libri di storia garibaldina).

Colgo l’occasione per annunciare che l’associazione “Garibaldini per l’Italia” ha previsto un ricordo per questo anniversario.

       

   

Il doveroso omaggio ai giovani caduti del nostro Risorgimento non si è spento con la “pandemia”, né lo sarà con i venti di guerra di questo momento storico.

 Grazie a Cinzia Dal Maso e Annalisa Venditti continuiamo a riflettere sul destino cruento e nobile di Colomba Antonietti, martire della Repubblica Romana del 1849, degnamente celebrato al Mausoleo dei caduti per Roma di via Garibaldi, al Gianicolo.

 Quest’anno si aggiunge, alle già numerose iniziative degli anni passati (premi di riconoscimento alle donne del presente, attive nella valorizzazione e memoria della Repubblica Romana), il dono a tutti i presenti di una copia del ritratto ideale di Colomba Antonietti realizzato a carboncino e gessetto nel 2022 da Ludovica Valori.

 Hanno partecipato alla cerimonia: la responsabile del Mausoleo-Ossario garibaldino, rappresentanti dell’Ass.ne Garibaldini per l’Italia, dell’Istituto Internazionale di studi Giuseppe Garibaldi e rappresentanti dell’Ass.ne Cinestoria che, in costume ottocentesco, hanno declamato versi di Luigi Mercantini dedicati a Colomba Antonietti. 

P.M.

    

di Leandro Mais

    Ricorrendo quest’anno i 140 anni della morte di Giuseppe Garibaldi (2 giugno 1882) ho creduto opportuno ricordare le onoranze funebri svoltesi a Roma l’ 11 giugno 1882, in quanto i funerali in Caprera celebrati l’8 giugno di quell’anno sono noti a tutti, mentre quelli nelle principali città d’Italia sono del tutto sconosciuti.

    La cronaca di queste onoranze funebri, che Roma tributò all’Eroe scomparso, le ho desunte da un lungo articolo sulla rivista settimanale “L’Illustrazione Italiana” del 25 giugno 1882 (pag. 446) dal titolo: “L’Apoteosi di Garibaldi” (firmato R.).

    Riporto da questo articolo la parte riguardante l’artistico carro che il Comune di Roma allestì per le onoranze funebri “……  Do un’occhiata al carro. E’ grandioso, a base doppia, con sopra il gruppo allegorico. Ai lati rettangolari della parte più bassa, tutta di legno scuro, borchie e festoni bronzei. Dai quattro angoli sporgono quattro teste di leone. In mezzo, sul davanti, spiega le ali un’aquila. Il ripiano di questa prima base termina in una piattaforma più piccola che si prolunga in gradini al davanti. Sulla piattaforma si innalza un piedistallo, dove sta immoto, bello e quasi parlante, il busto del generale Garibaldi, modellato dallo scultore Ferrari (1). Dietro il busto, tutta quanto è (una) grande, ritta la statua della libertà in atto di porre una corona di alloro su quella testa leonina. Ai tre lati verticali della seconda base tre bassorilievi colorati in bronzo raffigurano i tre ingressi trionfali del generale Garibaldi, a Roma, a Napoli, a Palermo. Dal ripiano della prima base pende un’ampia gualdrappa di velluto nero che copre la ruota cadendo a pieghe, le quali sono fissate da rami di palma. Due iscrizioni a sinistra: abborrite i nemici della patria; a destra: Roma o Morte. Il carro è sepolto sotto le corone, che non lasciano scoprire nemmeno lo scudo famoso donato da Palermo a Garibaldi e da Garibaldi a Roma….( 4 )”.

    Precede l’articolo (pag. 445) una incisione a tutta pagina (2) a firma De Bondini illustrante questo particolare carro per le onoranze funebri dell’Eroe.

    Questo artistico carro di Roma, in  onore dell’Eroe scomparso, è anche riprodotto in una litografia a colori dell’epoca (3) alle pag. 542/543 del volume “Garibaldi e le mie memorie”, editore Alberto Petruzzo 1982 – volume II Roma.

    Come potranno vedere i miei cari lettori, nell’articolo, nell’incisione e nella litografia a colori è ben visibile il famoso scudo in bronzo (opera di Antonio Ximenes di Palermo) ritrovato nel Dicembre 2019 dal reparto operativo Carabinieri per il recupero di opere d’arte, grazie al disinteressato suggerimento di due cittadini di Roma.

1 -  Busto in marmo opera dello scultore romano Ettore Ferrari conservato a Roma in Campidoglio nell’ufficio del Sindaco

2 – Incisione del De Bondini

3 – Riproduzione dalle pag. 542/543 del II volume dell’opera: “Garibaldi e le mie memorie” edit. Alberto Petruzzo Roma 1982

4  – Immagine Scudo Garibaldi recuperato dai Carabinieri  (  https://www.garibaldini.org/2020/02/la-vera-storia-del-ritrovamento-dello-scudo-di-garibaldi/)

 


    Eccoci ancora qui (Paolo Macoratti, Monica Simmons, Carlo Felici, Antonio Iadevaia, Stefano Dini, Alexej Santagati), in tempi difficili e oscuri, a rinnovare la nostra vicinanza ai martiri del Risorgimento, a riconfermare ideali che non possono tramontare per effetto di un sistema che ha perso il senso dell’orientamento ma che continua a cercare disperatamente la forza per rialzarsi e costruire il futuro. Una generazione, quella del 1849, sacrificata sull’altare della Patria e unita in un unico pensiero, in quel “principio d’amore” che Mazzini aveva trasferito nei giovani come Mameli, quando cercava di dare una definizione al concetto di Repubblica, o a quello di Patria, e asseriva che il Voto, l’Educazione e il Lavoro sono le tre colonne fondamentali della Nazione.  

        Una generazione, la nostra, che deve ricostruire quel principio d’amore, la Patria, l’Educazione, il Lavoro e la socialità, lo stare insieme senza timori, senza la paura di toccare o abbracciare un fratello, un amico, un semplice conoscente. Così concludeva Mazzini: “Non abbiate posa finché (queste tre colonne) non siano per opera vostra solidamente innalzate”. Questo è e sarà sempre anche il nostro dovere.

Articolo di Leandro Mais

  Quest’anno ricorre il 155° anniversario delle due battaglie di Monterotondo e Mentana.

    E’ noto a tutti che nella memorialistica garibaldina (sia quella coeva, sia degli scrittori moderni) le operazioni che portarono alla disfatta di Mentana sono tutte praticamente abbastanza concordanti. Una cosa invece che non fu mai scritta, perché ordinata verbalmente da Garibaldi, fu quella di cancellare dalla memoria storica dei fatti (quasi una damnatio memoriae) l’operato, in quella Campagna, del Ten. Coll. Natale Paggi (uno dei Legionari dell’Uruguay  e quindi uno dei fedelissimi venuti dall’America).

   Da quanto sopra detto si può capire perché solo dopo ben 43 anni  (1910)  appaiono le memorie del garibaldino Alfonso Mandelli di Cremona che all’epoca dei fatti aveva 17 anni. Queste memorie ci descrivono che la Colonna garibaldina comandata dal Ten. Col. Natale Paggi si trovava la notte del 2 novembre 1867 sulle alture del Monte Porcio e Monte Lupari,  dominanti buona parte della via Nomentana. Mentre i garibaldini erano fermi al coperto di una boscaglia poterono vedere  l’arrivo di un forte Corpo di Zuavi nella sottostante valle, marciante verso Mentana. Il Mandelli afferma che il Comandante Paggi, anziché comandare un attacco di sorpresa sui pontifici, ordinò di non intervenire. Non c’è bisogno di essere grandi strateghi dell’arte militare per capire che in quel momento, anche se in numero inferiore, i garibaldini avessero dalla loro parte l’effetto sorpresa.

   Nelle ultime ricerche sulla vita del Paggi nel libro di Angelo Daneri di Lavagna “Natale Paggi – Il garibaldino ritrovato” – 2009 -  veniamo a sapere che il Paggi emigrò in Argentina, dove morì.

    Ciò premesso riporto lo scritto delle memorie del Mondelli che riguardano l’episodio (pag. 70/75)

 

   

    

 

Gerolamo Induno – Morte di Enrico Cairoli – 1868

 

Villa Glori – 28 ottobre – ore 10,30

Associazione Garibaldini per l’Italia

Associazione Nazionale Garibaldina

Ist. Internaz. di Studi G. Garibaldi 

PICCHETTO ARMATO “GRANATIERI DI SARDEGNA”

BANDA MUSICALE POLIZIA MUNICIPALE DI ROMA CAPITALE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Intervento di Paolo Macoratti

Siamo di nuovo qui per fare memoria e cercare di conservare la memoria di un avvenimento del nostro Risorgimento apparentemente insignificante, se lo paragoniamo alle grandi battaglie per l’unificazione nazionale e a quell’unico e importante momento storico che fu la Repubblica Romana del 1849. Infatti, dopo 18 anni di distanza da quell’evento straordinario, Roma tornò al centro delle giuste aspirazioni dei Patrioti italiani. In realtà, malgrado il fallito tentativo di portare aiuto agli insorti romani, l’episodio di Villa Glori fu tutt’altro che insignificante, soprattutto perché avrebbe lasciato ai posteri un formidabile esempio.

Purtroppo, come accade spesso nella storia dell’umanità, le sorti di un intero popolo sono affidate al coraggio e all’iniziativa di poche persone che dedicano se stesse al progresso della Comunità, fino all’estremo sacrificio della vita. Queste poche persone furono considerate “banditi” dal regime, come d’altronde era già avvenuto per i “briganti” della Repubblica Romana e gli “scomunicati ladroni e malandrini” della spedizione dei Mille.

Oggi vogliamo qui ricordare il loro coraggio; il coraggio di chi, come i 78, come i componenti della famiglia Cairoli, ha testimoniato con l’azione temeraria il proprio attaccamento alla Patria e ai valori più alti che essa rappresenta.

Oggi, 28 ottobre 2021, siamo temporalmente molto distanti sia dalla Repubblica Romana del 1849 sia dal fatto d’arme di Villa Glori del 23 ottobre 1867; sappiamo però ancora apprezzare ideali che non hanno tempo perché radicati nella natura umana, laddove siano ben saldi o vengano opportunamente risvegliati.

Siamo distanti da quei tempi se pensiamo che Benedetto Cairoli, ultimo rimasto di una famiglia decimata dalle guerre d’indipendenza, fu Primo Ministro del Regno d’Italia dal 1878 al 1881. Ma fu un PrimoMinistro con un curriculum particolare, visto che aveva partecipato alle 5 giornate di Milano del 1848, aveva combattuto nel 1859 con i Cacciatori delle Alpi, aveva partecipato alla Spedizione dei Mille del 1860, ove era stato ferito 2 volte, e nel 1866 er stato con Garibaldi nel Trentino.

Ed è proprio in virtù di tali sostanziali differenze che dovremmo trasferire i valori più alti che vengono dal passato in questa attualità di grandissima confusione e complessità, ove l’equilibrio “vacilla” per carenza di apporti critici e l’informazione è troppo spesso monocorde e priva di quel fertile contraddittorio che è l’anima della democrazia. . Grandi distanze temporali e grandi differenze ideali con il presente. Infatti non è un caso che oggi le sorti della Patria siano affidate a un Primo Ministro che, malgrado l’indiscusso prestigio internazionale e un curriculum di tutto rispetto, non si sia occupato per tutta la sua intensa e fulminante carriera altro che di finanza e di denaro.

Ai valori che l’episodio di Villa Glori ci ha consegnato e che abbiamo citato nella cerimonia del 2018, cioè ardimento, sacrificio, responsabilità, aggiungiamo oggi un termine che li riassume: la solidarietà. Solidarietà, un tempo diretta a portare aiuto agli insorti romani. Oggi, quale tipo di solidarietà dovremmo adottare? A mio avviso non quella che giustifica il proprio privato diritto di scelta e di libertà individuale come fosse un “atto solidale” verso la comunità di appartenenza, ma quella rivolta a coloro che a causa dell’emergenza ancora in atto hanno perso il lavoro e subìto norme restrittive basate sul principio, ormai diffusissimo in ogni campo, compreso quello politico, del “prendi o lascia”. Solidarietà a chi, con il lavoro, ha perso anche la dignità, che i Padri Costituenti, all’articolo 1 dei principi fondamentali della nostra Costituzione si erano preoccupati, attraverso il lavoro stesso, di assicurare a ciascun cittadino.

Un pensiero di profonda gratitudine, dunque, ai 78 di Villa Glori; a chi ha iniziato questo incontestabile percorso virtuoso. Oggi abbiamo sfide difficili da affrontare ma non ci mancano gli strumenti per partecipare attivamente e non passivamente alle trasformazioni in atto e cercare con dedizione e studio tutte le fonti di informazione che possano garantire soluzioni adeguate alla nostra attuale condizione. Ovvero, essere in grado di cogliere, nel presente, individualmente, la forza dei valori trasmessici dal passato, riconoscendola in tutti coloro che remano nella direzione di una società più consapevole, più giusta, più democratica.