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      Con questo articolo, corredato da interessanti illustrazioni, scritto dal collezionista e ricercatore storico Leandro Mais, intendiamo mettere in evidenza alcuni documenti che furono determinanti nel processo di unificazione italiana: i Buoni patriottici.  Senza una costante proposta per la raccolta di fondi, e dunque senza una corale partecipazione dei sottoscrittori, non si sarebbero potute finanziare le campagne dei volontari; volontari che necessitavano di tutto, dal vestiario alla  logistica, dal cibo agli armamenti. Ringraziamo Leandro Mais per averci dato l’opportunità di pubblicare in esclusiva questo prezioso materiale.

QUANDO, COME E PERCHE’ NACQUERO I BUONI PATRIOTTICI GARIBALDINI OVVERO “SOTTOSCRIZIONE PER IL MILIONE DI FUCILI”

Di questi buoni patriottici, molto stranamente, se ne è parlato pochissimo da parte degli storici, mentre qualche notizia si è saputa solo da parte di poche persone,  perché attratte dall’intereresse  collezionistico. Ciò è veramente incomprensibile in quanto il loro valore è primariamente quello storico e poi quello commerciale. Infatti se si escludono le notizie che riguardano i due centri “di soccorso a Garibaldi” del 1860, ovvero quello di Bertani a Genova e l’altro di Finzi e Besana a Milano, di tutte le altre Campagne garibaldine (Aspromonte e Mentana) non ne è stata data quasi nessuna notizia. Se poi consideriamo l’assoluta mancanza del motivo della loro realizzazione e scopo, allora ci rendiamo conto che questi storici documenti appartengono veramente ad una storia dimenticata.

Lo scopo per cui furono progettati era quello di raccogliere una somma tale da poter acquistare il necessario per l’attuazione di una Campagna militare (vestiario, armi, cibarie ecc.). Ciò che è meno noto (per quanto riguarda i soli buoni patriottici garibaldini, ovvero sottoscrizione per un milione di fucili, i soli che qui vengono trattati) è la loro iniziale apparizione.

Nella pubblicazione “Pavia e la spedizione dei Mille” – Comune di Pavia – 1960 a cura di Mino Milani, si precisa che la prima sottoscrizione di un milione di fucili, iniziata da Garibaldi con 5 mila franchi a Cremona, è stata versata dal Sig. G.B. Maggi di Pavia il 6 ottobre 1859, per lire italiane  2.46. La denominazione di questi buoni – Sottoscrizione Nazionale per l’acquisto di un milione di fucili –  fu per la prima volta così ideata dallo stesso Garibaldi il 15 settembre 1859 a Bologna (come si legge in “Giuseppe Garibaldi in Romagna” di Marcello e Walter Berti – luglio 1982 pag. 155). Un documento ove già sono citati questi buoni di sottoscrizione patriottica, è la lettera che Garibaldi scrive al patriota Malenchini di Livorno da Fino Mornasco il 27 gennaio 1860 e che viene qui riprodotta nella foto n° 1.

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Prima di trattare la descrizione dei buoni garibaldini vorrei chiarire che le date della loro emissione avvennero negli anni precedenti le Campagne del 1860, 1862, 1867, mentre la realizzazione grafica veniva eseguita in  località diverse, in quanto costituita da differenti illustrazioni. Da tener presente che per notevoli importi la sottoscrizione veniva documentata attraverso una ricevuta che il collettore rilasciava al donatore, regolarmente datata e firmata per l’importo totale.

Un documento di questo genere, che riveste un’importanza storica per il nome del sottoscrittore, è quello datato 25 ottobre 1859, nel quale si attesta il versamento di £ 300 da parte del maestro Giuseppe Verdi (Museo Casa-Verdi Busseto). Alla stessa data il Maestro Verdi anticipò la somma di £ 3.500 per “l’acquisto di cento fucili di fabbricazione inglese” (come riportato a pag. 337/338 del libro “Giuseppe Verdi – un mondo da scoprire”, di Antonino Colli – Tip. Lalitotipo s.r.l. – Settimo Milanese – 1998 – Banca Popolare Milano).

 Per quanto riguarda i sopracitati centri di aiuto a Garibaldi, ovvero il fondo per il “milione di fucili” gestito dai Sigg. Finzi e Besana con sede in Milano (sotto l’influenza monarchico-liberale) e di quello”Soccorso a Garibaldi” (di derivazione mazziniana-garibaldina) diretto in Genova dal Dr. Agostino Bertani, dirò solamente che al primo appartiene un buono da “abusive italiane £ 1″ di colore azzurrino con bollo nero tondo con al centro lo scudo coronato sabaudo (mm 100xH mm 45 – foto n°2); mentre al secondo appartiene un buono costituito da un piccolo cartoncino coll’effige di Garibaldi in camicia rossa nella parte superiore, ed in basso un tricolore con la scritta nella parte centrale bianca: “Soccorso a Garibaldi”, senza riferimento dell’importo; nel retro:”Soccorsi per la Sicilia”, ed a mano il numero e la serie (mm. 24 x H mm. 45 – Foto n°3). 

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Da tener presente che questi buoni, anche se non hanno la dicitura “un milione di fucili” devono considerarsi tali in quanto il denaro raccolto fu inviato a Garibaldi in Sicilia nel 1860. Di questi due importanti centri di sottoscrizione patriottica esiste, di notevole importanza storica, il resoconto della gestione di cassa. Altra emissione sempre a favore del “milione di fucili” è quella emessa dal Centro Romano negli Stati Pontifici (e quindi emessi alla macchia). La serie è di tre importi di Baiocchi 20, 30 e 50, carta bianca – uguale formato – recano tutti due bolli neri: uno ovale piccolo: “C R” (Comitato Romano) più un bollo ovale grande con la figura della lupa allattante i gemelli (mm. 133 x H mm. 130 – foto n°4).

In data 26 gennaio 1860 vengono emessi due valori da:” 1 oncia d’oro”, “1/4 di pezzo forte” stampati in Montevideo con le sottoscrizioni degli Italiani dell’Uruguay. Questi due buoni sono di uguale formato e di uguale disegno (mm.210 x H mm. 160 . foto n° 5); in alto al centro busto di Garibaldi in divisa di Generale sardo-piemontese con i nomi delle vittorie garibaldine:” Roma – Luino – Varese – Como”. Nel retro lunga scritta sui motivi dell’emissione dei suddetti buoni. Questi sono di rarità eccezionale (Vedi articolo su Gazzettino Numismatico – luglio/agosto 1972 – Antonietta Bistoni. “Carta moneta patriottica” – pag. 24/26).

I buoni di sottoscrizione per la Campagna mirante al riscatto di Roma e Venezia, che doveva terminare nello scontro fratricida di Aspromonte del 29 Agosto 1862, furono preparati l’anno prima e se ne conoscono tre tipi differenti. Il primo è il più comune dei tre e ha un valore di cent. 25, stampato in carta bianca con una bella immagine simbolica che raffigura Garibaldi in piedi incoronato dall’Italia, e in basso ai due lati i simboli di Roma e Venezia (la Lupa e il Leone). In alto la scritta  in tre righe: “Italia una e Vittorio Emanuele / Associazione dei Comitati di Provvedimento / Preside Garibaldi” e una stella raggiante. In basso: ” Fondo sacro al riscatto di Roma e Venezia”. Questo artistico disegno è stampato in litografia dalla Ditta Armanino di Genova (mm. 156 x mm 215 – foto n° 6). Il secondo buono, realizzato su cartoncino bianco, molto più raro del precedente, ha il valore di 1 franco. Vi è riprodotto in nero una immagine geografica dell’Italia nella quale spiccano, completamente in nero, il Lazio e  il Veneto. In alto la scritta: “Stella di Garibaldi”; sotto: “Unità – Libertà (mm. 90 H mm. 129 – foto n° 7)

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Il terzo buono si può considerare fino ad oggi sconosciuto poiché ne sono stati rinvenuti solamente 5 esemplari nell’archivio del Dott. Enrico Albanese di Palermo (il garibaldino che per primo soccorse Garibaldi dopo la ferita d’Aspromonte e che fu anche uno dei collettori delle sottoscrizioni a favore di Garibaldi). La particolarità di questi buoni è la realizzazione eseguita a mezzo fotografico che permetteva una più rapida stampa ed anche più economica. Trattasi di foto formato ‘carte de visite’ che riproduce la litografia di Garibaldi e Mazzini entro corona di alloro e quercia, recante in basso due braccia incrociate: una con una penna e l’altra con la spada (simboleggianti il Pensiero e l’Azione). Nel retro a mezzo di tampone con inchiostro nero la scritta in quattro righe: “Soccorso / per / Roma e Venezia / F. 1″ (= franchi 1). Nel retro, in alcuni esemplari, è visibile il marchio di Alessandro Duroni di Milano, oppure Giulio Rossi – Milano ed altri anonimi (mm. 60 x H mm. 100 – foto n° 8).

Se la rarità dei Buoni descritti in precedenza è notevole, quella di cui accennerò ora si può considerare della massima rarità, in quanto unico fino ad oggi. Questo buono è stato realizzato molto semplicemente con caratteri a stampa nera senza alcun motivo ornamentale, e riporta la semplice richiesta di un altro “Milione di fucili” da parte di Garibaldi agli Italiani, nella forma di lettera aperta; la data è: “Caprera 6 Agosto 1863″. Il suddetto buono, proveniente dall’archivio del Dr. Enrico Albanese, reca nella parte inferiore il nome del sottoscrittore, della quota (£1) e della data di sottoscrizione (6 novembre 1864 – mm150 x H mm. 70 – foto n° 9). A proposito di questo buono, è interessante la lettera di Garibaldi al Dr Albanese datata “Caprera 3 Novembre 1863″, con la quale il Generale lo informa di “aver chiesto agli Italiani un altro milione di fucili…” (foto n° 10).

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  Dobbiamo invece arrivare agli ultimi mesi del 1866 per avere notizie della organizzazione dei “Comitati di Provvedimento per la liberazione di Roma” dal dominio papale con sede nella nuova capitale di Firenze. Per questo scopo fu approntata una serie di tre valori: £ 5,25 e £ 100. Quest’ultimo buono fu autografato di mano del Generale dato il notevole importo a garanzia della restituzione stessa della somma. Potrà essere utile ricordare, come notizia storica, che il disegno di questi buoni si deve al pittore garibaldino Eugenio Agneni (combattente nel 1849 – 59 – 66 – 67), che fu anche il collettore, come risulta dal suo autografo apposto in diversi esemplari. Nel retro vi è una lunga scritta riguardante la motivazione di questa emissione (mm. 175 x H mm. 100 – foto n° 11)

A titolo di pura cronaca ricordo agli appassionati che gli esemplari di cui alle foto n° 5 – 8 – 9 sono stati esposti (considerati pezzi unici) insieme ad altri buoni patriottici vari alla mostra di Vicenza il 17/19 Ottobre 2003, e, successivamente, dal 22 Ottobre al 3 Dicembre nel museo del Risorgimento della stessa città. In questa particolare e interessantissima mostra, oltre al materiale di vari collezionisti privati, erano presenti rarissimi esemplari provenienti dalla collezione della Banca d’Italia.

di Anna Maria Isastia (da www.eurit.it)

Giuseppe Garibaldi fu un uomo d’armi, ma anche un uomo di pace. Nella sua vita la pace e la guerra non erano alternative, ma al contrario, si intersecavano continuamente.  Rimase sempre fedele agli ideali cosmopoliti ed umanitari che indirizzarono tutta la sua vita e la sua attività.

Il suo internazionalismo si inserisce in un percorso coerente che ha le sue radici nel pensiero rivoluzionario europeo dell’età della restaurazione, in particolare nel sansimonismo. È sansimoniano anche l’impegno morale di mettersi a servizio del prossimo oppresso. Come dice lo storico Danilo Veneruso in un saggio del 1982: “Garibaldi nasce internazionalista e muore internazionalista passando per l’intero ciclo del principio nazionale”. Di pace e di federalismo in Europa si parla già negli anni quaranta dell’Ottocento e noi sappiamo che Garibaldi è al corrente dei dibattiti politici e culturali della sua epoca.  Dal 1859 al 1881 il sogno di una Europa confederata domina incontrastato nel pensiero di Garibaldi che diede a vari stati: Gran Bretagna, Francia, Svizzera, ma anche Italia, Belgio , Spagna il compito di porsi alla testa di un simile grandioso disegno

Il suo primo intervento a favore di una nuova organizzazione europea è del 1859. Siamo nel mezzo della seconda guerra d’indipendenza. Il regno di Sardegna insieme all’alleato francese ha sconfitto l’imperatore austriaco, tutta l’Italia è in fermento. Garibaldi dopo aver combattuto con i Cacciatori delle Alpi era stato messo a capo delle formazioni volontarie italiane in Romagna. In questo contesto, 30 agosto 1859, aveva scritto ad un amico inglese prospettandogli la sua idea di una confederazione tra Inghilterra Francia Italia Grecia Spagna Portogallo.   Mentre combatteva una guerra nazionale, Garibaldi superava l’ottica solo nazionale per guardare lontano ad un futuro auspicato. L’Italia ha un posto particolare nel suo cuore, ma lo spettacolo di inglesi, francesi, ungheresi che combattono e simpatizzano per il suo impegno a favore dell’indipendenza e dell’unificazione italiana è una realtà che lo colpisce profondamente. Nel 1860, nel pieno della Spedizione dei Mille per la liberazione della Sicilia e del meridione d’Italia dalla dinastia borbonica, Garibaldi si impegna ad interessare i capi di stato europei a mettere fine alle guerre per dedicarsi al benessere dei sudditi. Nel Memorandum alle potenze d’Europa di ottobre 1860 ( scritto nel Palazzo reale di Caserta subito dopo la battaglia sul fiume Volturno) egli chiede che i governi si facciano paladini dell’unificazione politica del continente che deve diventare un unico grande stato federale .   E’ il progetto di una Unione europea capace di riordinare dalle fondamenta i rapporti tra i popoli nel rispetto dei diritti di ognuno.

Memorandum: E’ alla portata di tutte le intelligenze, che l’Europa è ben lungi di trovarsi in uno stato normale e convenevole alle sue popolazioni. La Francia, che occupa senza contrasto il primo posto fra le potenze Europee, mantiene sotto le armi seicentomila soldati, una delle prime flotte del mondo, ed una quantità immensa d’impiegati per la sua sicurezza interna. L’Inghilterra non ha il medesimo numero di soldati ma una flotta superiore e forse un numero maggiore d’impiegati per la sicurezza dei suoi possedimenti lontani.  La Russia e la Prussia, per mantenersi in equilibrio, hanno bisogno pure di assoldare eserciti immensi.  Gli Stati secondari, non foss’altro che per ispirito d’imitazione e per far atto di presenza, sono obbligati di tenersi proporzionalmente sullo stesso piede.  Non parlerò dell’Austria e dell’Impero Ottomano dannati, per il bene degli sventurati popoli che opprimono, a crollare.  Uno può alfine chiedersi: perché questo stato agitato e violento dell’Europa? Tutti parlano di civiltà e di progresso….A me sembra invece che, eccettuandone il lusso, noi non differiamo molto dai tempi primitivi, quando gli uomini si sbranavano fra loro per strapparsi una preda. Noi passiamo la nostra vita a minacciarci continuamente e reciprocamente, mentre che in Europa la grande maggioranza, non solo delle intelligenze, ma degli uomini di buon senso, comprende perfettamente che potremmo pur passare la povera nostra vita senza questo perpetuo stato di minaccia e di ostilità degli uni contro gli altri, e senza questa necessità, che sembra fatalmente imposta ai popoli da qualche nemico segreto ed invisibile dell’umanità, di ucciderci con tanta scienza e raffinatezza.  Per esempio, supponiamo una cosa: Supponiamo che l’Europa formasse un solo Stato. Chi mai penserebbe a disturbarlo in casa sua? Chi mai si avviserebbe, io ve lo domando, turbare il riposo di questa sovrana del mondo? (…) La base di una Confederazione Europea è naturalmente tracciata dalla Francia e dall’Inghilterra. Che la Francia e l’Inghilterra si stendano francamente, lealmente la mano, e l’Italia, la Spagna, il Portogallo, l’Ungheria, il Belgio, la Svizzera, la Grecia, la Romelia verranno esse pure, e per così dire istintivamente ad aggrapparsi intorno a loro.  Insomma tutte le nazionalità divise ed oppresse; le razze slave, celtiche, germaniche, scandinave, la gigantesca Russia compresa, non vorranno restare fuori di questa rigenerazione politica alla quale le chiama il genio del secolo.

Dagli avvenimenti militari del 1859 e 1860 Garibaldi trae le premesse della possibilità per l’Europa di un avvenire di libertà e fratellanza da cui bisogna escludere i simboli della conservazione (Papato, Austria, Turchia) Abbattuti questi emblemi, l’Europa poteva strutturarsi dall’Atlantico agli Urali in una confederazione dove l’arbitrato internazionale avrebbe appianato tutte le controversie. Per Garibaldi dunque il passaggio dalla nazione all’Europa non è che la naturale conseguenza delle conquiste della rivoluzione, la forma più moderna della fedeltà alla causa di emancipazione collettiva e individuale che egli ha sempre servito.  Anche in questo caso troviamo una non piccola differenza tra il generale nizzardo e Giuseppe Mazzini. Mazzini è convinto della necessità di liberare prima tutte le nazionalità oppresse per ottenere poi la pace come naturale conseguenza della situazione di fraternità tra stati retti a repubblica. Garibaldi, più concreto e pragmatico, lavora contemporaneamente in tutte le direzioni, forse maggiormente consapevole dei tempi lunghi necessari al raggiungimento di certi obiettivi.

Nel 1862 Garibaldi organizza una nuova spedizione che partendo dal sud della penisola, dovrebbe raggiungere il Lazio per liberare Roma. La spedizione si concluse sulle montagne dell’Aspromonte in Calabria, ma a noi interessa il fatto che il 31 luglio 1862  il proclama di Garibaldi che tenta la liberazione di Roma inizia nel nome dell’Europa.  Ferito e fatto prigioniero, il 28 settembre 1862, dalla fortezza del Varignano, Garibaldi si rivolge alla “libera e generosa Inghilterra perché spinga Francia, Svizzera, Belgio e America a marciare sulla via umanitaria proponendo alla nazione Inglese la convocazione di un congresso mondiale che evitando le guerre possa giudicare dei contrasti insorti tra i vari paesi“. Un anno dopo, a settembre 1863, Garibaldi accetta la nomina a presidente di una Association pour la création de congrès démocratique che ha vita breve.  Nel luglio 1864, tornato dall’entusiasmante viaggio in Inghilterra che testimoniò al mondo intero la popolarità incredibile di cui godeva, Garibaldi ribadì il suo legame con gli ideali pacifisti scrivendo a Edmond Potonié fondatore della Ligue universelle du bien public:  “Votre entreprise est sainte. Les difficultés qui l’entourent augmentent le devoir de tous les amis de la fraternité des peuples de l’encourager de leur parole et de l’aider de tous leurs efforts. Si mon nom peut vous etre utile, il est à vous et à la cause à laquelle nous nous sommes consacrés“.

Nella primavera del 1867 il suo nome si mescolò a quello di tanti altri personaggi che si mobilitarono contro il pericolo di una guerra europea. La stampa dell’epoca diede risalto ai suoi inviti ad imitare gli operai di Parigi e di Berlino che avevano votato mozioni contro la guerra: ”Sappiano una volta i popoli: che volendo concordi, essi possono rovesciare nella polvere per sempre il sacerdozio dell’ignoranza, ed il dispotismo che impedirono sin ora alle razze umane di affratellarsi“. Il 24 maggio aggiunse: “E’ tempo che le Nazioni si intendano senza bisogno di sterminarsi. E’ tempo che il ferro adoperato per terribili apparecchi di distruzione lo sia d’ora innanzi per macchine ed utensili giovevoli al popolo che manca di pane. E’ tempo infine che le classi laboriose e sofferenti di tutti i paesi, per mezzo di un concordato universale, eretto in Costituente, annunzino all’oligarchia disordinata, tumultuosa e battagliera che il tempo è finito!….. Compiamo ciò che essi non hanno giammai voluto: la fratellanza delle nazioni. E che il primo articolo del nostro patto sia: La guerra è impossibile tra fratelli”.

A giugno aderì al congresso di Ginevra, insieme ad altri democratici italiani come Giuseppe Dolfi, Giuseppe Mazzoni e Mauro Macchi. Interessante ricordare che tutti e quattro erano anche massoni. Il Comité central del 1867 volle dargli la presidenza onoraria del congresso. La sua popolarità, le sue dichiarazioni in favore della pace, i suoi stretti legami con tutto l’associazionismo democratico e massonico europeo ne facevano il candidato ideale.  Il comitato organizzatore scrisse: ”Ce nom est à lui seul le plus net des programmes. Il veut dire héroisme et humanité, patriotisme, fraternité des peuples, paix et liberté”. Garibaldi nella primavera estate del 1867 stava preparando la spedizione nell’Agro Romano, con la speranza di poter spazzare via anche l’ultimo residuo di territorio pontificio. Si voleva liberare Roma per farne la capitale d’Italia e concludere il processo di unificazione nazionale, riprendendo il progetto fallito nel 1862.  Ad agosto decise comunque di recarsi a Ginevra, spinto da quanti temevano le conseguenze del suo ultimo progetto militare, ma soprattutto attirato dall’enorme clamore che circondava ormai il programma di questo incontro, anche per la sua presenza. In altre parole, la notizia che Garibaldi avrebbe partecipato al congresso della pace aveva reso estremamente popolare tra i democratici l’iniziativa degli organizzatori.  Garibaldi ritenne anche che dal palcoscenico di Ginevra avrebbe potuto attaccare il papato, fare appello all’appoggio delle coscienze liberali europee nella lotta che egli stava per iniziare contro quella istituzione che egli considerava “nemica di tutti i popoli, causa prima di tutte le guerre, il più potente alleato di tutti i dispotismi“.  Può sembrare un controsenso presiedere un congresso di pace per parlare di guerra, ma lo stretto collegamento con la democrazia portava ad approdi differenti. Come scrisse il democratico Giuseppe Ceneri si trattava di condannare le cause che impediscono il raggiungimento della pace. Non era la pace dell’asservimento ad un potere dispotico quella che reclamavano i democratici europei, ma una pace duratura basata sulla libertà e sulla giustizia.

Garibaldi era sicuro di ottenere il massimo delle adesioni alla sua guerra contro il papa Pio IX che nel 1864 aveva emanato il Sillabo, un documento che in ottanta proposizioni condannava senza appello tutte le conquiste della rivoluzione francese e dell’Ottocento liberale. Il papa aveva detto di no alla libertà di stampa, di riunione e di associazione, al sistema rappresentativo e alla libertà delle coscienze. Bisognava abbattere il potere teocratico del papa, una “institution pestilentielle” per il generale nizzardo.  Agli inizi di settembre Garibaldi lascia Firenze seguito dall’interesse di tutta la stampa europea che si interroga sui motivi di questo viaggio non preannunciato. L’8 settembre arriva a Ginevra accolto in trionfo.  Il 9 settembre nella seduta di apertura dei lavori Garibaldi sottopose al giudizio del congresso una serie di proposizioni, in parte politiche e in parte religiose. Alcune entusiasmarono la platea, mentre altre sollevarono malumori e proteste.

1 – Tutte le nazioni sono sorelle
2 – La guerra fra loro è impossibile
3 – Le eventuali controversie saranno giudicate dal congresso
4 – I membri del congresso saranno nominati dalle società democratiche di ciascun popolo
5 – Ogni nazione avrà il diritto di voto al congresso, quale che sia il numero dei suoi membri
6 – Il papato, come la più perniciosa delle sette, è dichiarato decaduto
7 – La religione di Dio è adottata dal congresso e ciascuno dei suoi membri si impegna di propagarla in tutto il mondo

Era un po’ la sintesi del congresso, ma con un inserto religioso che sconcertò non poco i congressisti. Mentre infatti fu accolta da una vera ovazione la frase “la papauté, comme la plus nuisible des sectes, est déclarée déchue d’entre les institutions humaines”, fu invece poco apprezzata la proposta di Garibaldi di sostituire la religione delle rivelazioni con la religione della verità, della ragione e della scienza. Le proposte fatte da Garibaldi nel 1867 mostravano la maturazione del suo pensiero rispetto a quanto proposto nel 1860 e anticipavano i progetti di organizzazioni internazionali del Novecento.  Tutti i relatori intervenuti al congresso resero omaggio all’eroe e all’uomo. Garibaldi fu presente soltanto alle due prime sessioni di lavoro, ma si assentò proprio nel momento in cui cattolici e bonapartisti cercarono di affondare il congresso e la stampa locale diventava critica. La sua partenza, a congresso ancora aperto, diede motivo ad inquietudini e accuse di fuga. In realtà Garibaldi aveva fretta di tornare a Firenze per completare i preparativi per la spedizione armata nel Lazio.

A Jules Barni lasciò la seguente lettera: Mio caro Barni,  La Confederazione di tutte le libere democrazie che avete proclamato ieri procederà lentamente, ma procederà.  L’organizzazione di un’associazione universale e durevole degli amici della libertà, stabilita in permanenza a Ginevra, sarà un bel risultato per il congresso internazionale della pace.  Terminiamo la nostra missione democratica mondiale proclamando: la Religione universale di Dio, che ai preti Arbués e Torquemada sostituisce il sacerdozio dei Leibniz, dei Galilei, dei Keplero, degli Arago, dei Newton, dei Quinet, dei Rousseau ecc.  Avremo così imboccato il sentiero che ci deve condurre alla fratellanza dei popoli e cementare in modo durevole il patto della pace universale.  G. Garibaldi

Può sembrare singolare il fatto che Garibaldi celebri la pace e provochi la guerra a distanza di pochi giorni, eppure la Spedizione dell’Agro Romano dell’ottobre 1867 si pone ai suoi occhi come la naturale conseguenza della prima. Mentana dunque non si spiega senza Ginevra ed è lo stesso Garibaldi a scriverlo nelle sue <Memorie>. Il generale era andato a Ginevra per ottenere consensi e spiegare la sua guerra all’opinione pubblica democratica. Gli schiavi non avevano il diritto di muovere guerra ai tiranni? Ebbene gli schiavi erano i romani, i tiranni erano il papa e Napoleone III ed era giusto muovere loro guerra in nome della libertà.  Nell’autunno del 1867, durante la spedizione di Garibaldi, l’ormai anziano Carlo Cattaneo parlerà di Stati Uniti d’Europa facendo riferimento agli studenti francesi, tedeschi e spagnoli che si erano uniti alla spedizione.  Nei successivi congressi della Lega, Garibaldi continuò ad esercitare una notevole influenza anche se non partecipò più fisicamente ai lavori, insistendo perché si giungesse alla formulazione degli Stati Uniti d’Europa e all’arbitrato internazionale.  La caduta del Secondo Impero e la fine del potere temporale sembrarono il segno di un destino inarrestabile: sembrava che ci si stesse avvicinando all’Europa dei popoli.  La presenza di Garibaldi in Francia nel 1870-71 a difesa della fragile repubblica in guerra con la Germania apparve il coronamento di una vita spesa ad inseguire il concretizzarsi dei suoi ideali, ma la politica di potenza della Germania e la reazione conservatrice in Francia dimostrarono quanto fosse lontana la possibilità di una Europa unita.  Ma Garibaldi non sembra rinunciare ai suoi ideali. Nel 1872 scrive all’imperatore Guglielmo I invitandolo a non abusare della vittoria e ad organizzare un Congresso internazionale (una sorta di Onu).  In quello stesso 1872 scrive anche a Bismarck suggerendogli l’iniziativa di un Arbitrato mondiale che renda impossibili le guerre tra le Nazioni.
Gli ultimi anni Garibaldi li passa a Caprera affidando alla pagina scritta i suoi pensieri.  Nel suo ultimo romanzo il “Manlio” che descrive una lotta tra il bene e il male troviamo ancora una esaltazione dell’arbitrato internazionale, della fine delle guerre, dell’unione dei popoli visti come tappe sicure del progresso umano. I rapporti di Garibaldi con i responsabili della Ligue International de la paix et de la liberté rimasero ottimi. Nel 1877 il presidente Charles Lemonnier scriveva a Garibaldi per tenerlo informato della attività svolta e dei programmi per il futuro. “Prepariamo per il prossimo anno una grande Assemblea della pace e della libertà che dovrà tenersi a Parigi durante l’Esposizione universale. Speriamo che voi verrete a prendere il posto che vi è dovuto”.

Nel 1881, un anno prima della morte, in una lettera ad un deputato francese suo amico torna a ripetere:  ecco lo scopo che dobbiamo raggiungere; non più barriere, non più frontiere”.
Garibaldi dunque, pur avendo combattuto tutta la vita per il trionfo delle libere nazionalità, è anche un convinto assertore dell’unione dei popoli europei.  Per lui il passaggio dalla nazione all’Europa non è che l’ultimo e necessario atto delle conquiste della rivoluzione, la forma più moderna di fedeltà alla causa di emancipazione collettiva e individuale che egli ha sempre servito

 

PRECISAZIONI  CIRCA IL TELEGRAMMA DELL’”OBBEDISCO

di Leandro Mais

 Su questo famoso autografo garibaldino che il giorno 9 agosto compie 150 anni, pensavo di aver chiarito ogni dubbio con l’articolo “Battaglia della Bezzecca: obbedisco! …..Ma la firma non è di Garibaldi” (15.6.2016 www. Garibaldini. Org.) – Nel sito “cultura garibaldina per l’Italia” (nella quale è possibile leggere l’articolo citato) in data 22 luglio 2016, il Sig. Antonino Zarcone dichiara “L’Ufficio storico custodisce il telegramma con cui Garibaldi conferma obbedisco. Stessa firma, Il telegramma è l’originale

  1. Che l’Ufficio Storico dell’Esercito conservi  il telegramma di ARRIVO A PADOVA con la trascrizione del testo inviato da Bezzecca  dall’anonimo telegrafista del R. Esercito era cosa già nota da tempo
  2. Stessa firma” (???)
  3. Il telegramma è l’originale” -Naturalmente si tratta dell’originale dell’ARRIVO A PADOVA
  4. Era firmato perché si compilava e si consegnava al telegrafista”  - il telegrafista di Bezzecca riceveva il testo autografo (di Garibaldi) e non lo trascriveva ma lo inviava a mezzo telegrafo (in questo caso al Comando Supremo di Padova dove l’anonimo telegrafista lo decifrava e lo trascriveva di suo pugno). Questo è il documento che tutt’ora è conservato all’Ufficio Storico dell’Esercito.

Lo stampato telegrafico sul quale Garibaldi scrisse di suo pugno il testo e la sua firma risulta già dal 1918 di proprietà del Comune di Roma. Infatti ciò si può vedere nel foglio del 9 agosto del libro-calendario giornaliero (365 fogli) stampato dall’Istituto Arti Grafiche di Bergamo, a cura dell’avvocato Tolla, a beneficio del Comitato Pro Esercito.

Successivamente questo originale  fu esposto nel 1932 alla Mostra garibaldina di Roma nel cinquantenario della morte di Garibaldi (Roma Palazzo delle Esposizioni di Via Nazionale; vedi  catalogo n° 6159) poi trasferito per volere del Capo del Governo alla sala garibaldina che precedeva quelle dedicate al ” X anniversario della Rivoluzione Fascista ” di Roma; da quest’ultima fu trasferito  all’Archivio  Centrale dello Stato di Roma  (E. U. R), ove ancora  oggi è conservato.

Inoltre nel libro “Garibaldi nel cinquantenario della sua morte” – Autori vari – Edizioni di “Camicia Rossa” – Roma 1932 X, sono raccolti diversi articoli riguardanti le gesta militari di Garibaldi. Pubblicato in occasione della Mostra Garibaldina del 50° della morte dell’Eroe, allestita nel mese di giugno in Roma nel Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale (con centinaia di cimeli) è presente l’articolo “Il genio guerriero di Garibaldi” di Francesco Saverio Grazioli (pag. 10), con la foto del telegramma dell’obbedisco (pag. 17); come si può leggere reca, sotto la didascalia, il Museo dove era conservato, ovvero il “Museo del Campidoglio – Roma”

Un altro chiarimento, sempre su questo storico telegramma, è necessario per quanto riportato dal “Secolo Trentino” del 4.8.2016 (pagina della cultura), presenti le pronipoti di Garibaldi, Anita e Costanza, testimoni della cerimonia a Bezzecca: “….L’archivio di Stato di Torino ha concesso negli scorsi giorni il via libera al prestito del telegramma originale redatto da Giuseppe Garibaldi il 10 (sic) agosto 1866 a Bezzecca….” . Da quanto già detto ed appurato possiamo affermare che quello esposto non è il telegramma originale di Garibaldi bensì il testo manoscritto dal Gen.le  La Marmora copiato dal telegramma d’arrivo a Padova  (conservato nell’Archivio Storico dell’Esercito).

E ancora, dall’articolo del Secolo Trentino: “… nobilitato dalla presenza di Elide Olmeda, pronipote del telegrafista Respicio Olmeda Bilancioni, che a Padova ricevette il telegramma con l’Obbedisco e lo consegnò al Gen.le La Marmora che poi lo diede al Re Vittorio Emanuele II …. ” Questa seconda notizia è stata completamente stravolta nella descrizione del fatto reale. Il garibaldino Respicio Olmeda Bilancioni (vedi foto 5 dell’articolo “Battaglia di Bezzecca : Obbedisco… ma la firma  non è di Garibaldi” - lapide murata sulla casa a San Giovanni di Marignano – Forlì),  il 9 agosto ( e non il 10) inviò da Bezzecca a mezzo telegrafo la risposta di Garibaldi al Comando Supremo di Padova. L’anonimo militare telegrafista lo trascrisse e, a sua volta, da questo ne fece copia il Gen.le La Marmora per portarlo al Re Vittorio Emanuele II. Questo è quello esposto a Bezzecca in questi giorni, prestato dall’Archivio Storico di Torino.

Per cui riassumendo :

1 – L’originale autografo di Garibaldi da Bezzecca è quello che si conserva presso l’Archivio Centrale di Stato di Roma

2 – Il telegramma in arrivo a Padova è quello che si conserva presso l’Archivio Storico dell’Esercito – Roma

3 – Copia autografa del Gen.le La Marmora è quello che si conserva presso l’Archivio di Stato di Torino

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             RITORNA NELLA CASA DI CAPRERA UNA MEDAGLIA-PREMIO CONSEGNATA ALL’AGRICOLTORE GARIBALDI

   

     Il primo giugno 2016 è stata presentata, e il 2 giugno ufficialmente esposta nella casa di Caprera, una medaglia  donata a Giuseppe Garibaldi nell’ambito della Seconda Esposizione Sarda agraria industriale e artistica del 1873.

Dalla ricerca effettuata nell’archivio di Sassari, la Dott.ssa Laura Donati ha trovato un documento nel quale è specificata la motivazione del premio assegnato al grande italiano: al “Solitario di Caprera” fu donata una medaglia di bronzo come riconoscimento per aver portato nell’isola “les pommes de terre”, cioè le patate che lo stesso aveva coltivate in Caprera. Questo toccante ricordo ci riporta alla semplicità di vita e alla grandezza dell’uomo Garibaldi.

     La bella medaglia, che reca inciso nel retro il nome del premiato, é stata donata dal collezionista Leandro Mais di Roma al Museo di Caprera, pensando che fosse più idonea la presenza di questo originale cimelio nella modesta casa dell’Eroe, piuttosto che in quella della sua collezione.

 

Tommaso Montanari   il manifesto 13.4.16

Il testo è tratto da “Io dico no”, edizioni GruppoAbele

Io dico No ai ladri di Sovranità

Da una forma di stato e di governo nata dall’antifascismo a una plasmata sulle richieste della finanza. Non importa se uscire dalla crisi significa uscire dalla democrazia

«La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione». È su queste fondamenta, sulle parole del secondo comma dell’articolo 1 della Costituzione, che poggia l’edificio della giovane democrazia italiana: tanto sulle prime (i sovrani siamo noi), quanto sulle seconde (fuori delle forme e dei limiti previsti dalla Costituzione stessa non c’è sovranità popolare, ma arbitrio del più forte). Oggi un Governo non legittimato da un voto – e che gode della fiducia di un Parlamento eletto con una legge dichiarata incostituzionale – prova a cambiare, in un colpo solo, 47 articoli della Costituzione, e invoca un referendum-plebiscito su se stesso («Se perdo il referendum, lascio la politica», dichiara il Presidente del Consiglio).

Vorrei mostrare perché questo enorme furto di sovranità non sia isolato: anzi, come esso sia il drammatico culmine di un vero e proprio saccheggio di sovranità popolare che dura da anni. «Saranno semplicemente gli italiani, e nessun altro, a decidere se il nostro progetto va bene o no», ha detto Renzi nel gennaio 2016. Dietro questa cortina retorica intessuta di populismo e bonapartismo di terza mano, la realtà è assai diversa: quale sia la vera considerazione in cui il presidente del Consiglio tiene le decisioni degli italiani lo ha svelato – solo due mesi dopo – l’emendamento del Partito Democratico alla legge di iniziativa popolare sull’acqua pubblica: «Quasi cinque anni fa, nel giugno 2011, ventisei milioni di italiani votarono sì in un referendum con il quale si stabiliva che l’acqua deve essere pubblica. Oggi, ma non è la prima volta, si cerca di cancellare quel risultato importantissimo, approvando norme che sostanzialmente consegnano ai privati la gestione dei servizi idrici. Non è una questione secondaria, perché si tratta di un bene della vita, e perché viene messa in discussione la rilevanza di uno strumento essenziale per l’intervento diretto dei cittadini» (S. Rodotà).

Questo cortocircuito è straordinariamente eloquente: non solo perché strappa la maschera alla retorica del «decideranno gli italiani», ma perché indica con chiarezza chi si siede sul trono della sovranità, una volta che i cittadini ne siano stati estromessi: il Mercato, signore assoluto delle nostre viteUn mercato a cui non c’è alternativa:There Is No Alternative (TINA), secondo il celebre motto di Margaret Thatcher. Ed è proprio questo il senso profondo della “riforma” che sfascia la forma di Stato e di governo della Repubblica: mettere TINA in Costituzione, cioè costituzionalizzare la mancanza di alternativa al sistema del finanz-capitalismo. Distruggere gli strumenti con cui qualcuno, un domani, potrebbe costruirla, un’alternativa.

La genesi ultraliberista della “riforma” è apertamente dichiarata dai nuovi “padri” costituenti. La relazione introduttiva al disegno di legge costituzionale n. 813 – presentato il 10 giugno 2013 dal Governo Letta (e firmata da Enrico Letta, Gaetano Quagliarello e Dario Franceschini), e ultima tappa prima del n. 1429 del Governo Renzi – sostiene che: «Gli elementi cruciali dell’assetto istituzionale disegnato nella parte seconda della nostra Costituzione (forma di governo, sistema bicamerale) sono rimasti sostanzialmente invariati dai tempi della Costituente. È invece opinione largamente condivisa che tale impianto necessiti di essere aggiornato per dare adeguata risposta alle diversificate istanze di rappresentanza e d’innovazione derivanti dal mutato scenario politico, sociale ed economico; per affrontare su solide basi le nuove sfide della competizione globale; dunque, per dare forma, sostanza e piena attuazione agli stessi principi fondamentali contenuti nella parte prima della Carta costituzionale».

È un testo cruciale per comprendere perché si sono fatte le “riforme”. Se è mostruosa l’ipocrisia per cui tutto questo permetterebbe di attuare i principi fondamentali – sovranità popolare (art. 1), eguaglianza sostanziale e pieno sviluppo della persona umana (art. 3), tutela del paesaggio (art. 9)…! –, è almeno chiarissimamente enunciato il fine ultimo di questa macelleria costituzionale: «affrontare la competizione globale». Questa scoperta dichiarazione va intesa come atto di esplicita e pubblica sottomissione ai mercati internazionali.

In quegli stessi giorni del giugno 2013, infatti, si era diffusa nel discorso pubblico italiano l’eco diun importante documento della grande banca d’affari americana J. P. Morgan (The Euro area adjustment: about halfway there, 28 maggio 2013) in cui si sosteneva che «Le Costituzioni e i sistemi politici dei Paesi della periferia meridionale, costruiti in seguito alla caduta del fascismo, hanno caratteristiche che non appaiono funzionali a un’ulteriore integrazione della regione… All’inizio della crisi si era generalmente pensato che i problemi strutturali dei Paesi europei fossero soprattutto di natura economica. Ma, con l’evoluzione della crisi, è diventato evidente che ci sono problemi inveterati nella periferia , che dal nostro punto di vista devono cambiare, se l’Unione Europea vuole, in prospettiva, funzionare adeguatamente. Queste Costituzioni tendono a mostrare una forte influenza socialista, che riflette la forza politica che le sinistre conquistarono dopo la sconfitta del fascismo. Questi sistemi politici periferici mostrano, in genere, le seguenti caratteristiche: governi deboli; stati centrali deboli rispetto alle regioni; tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori; costruzione del consenso fondata sul clientelismo politico; e il diritto di protestare se cambiamenti sgraditi arrivano a turbare lo status quo. I punti deboli di questi sistemi sono stati rivelati dalla crisi… Ma qualcosa sta cambiando: il test chiave avverrà l’anno prossimo in Italia, dove il nuovo governo ha chiaramente l’opportunità impegnarsi in importanti riforme politiche»….

È impressionante notare come, quasi un anno dopo, quello stesso nesso venisse ammesso esplicitamente in un fondo dell’accreditatissimo quirinalista del Corriere della Sera, Marzio Breda: «Ma una cosa il Capo dello Stato non la nega, nella nota del suo ufficio stampa: quella riforma per lui è importante, anzi «improrogabile», dunque è positivo che ci si lavori subito, per mettere fine al bicameralismo paritario. L’ha detto in infinite occasioni, per dare una scossa contro «la persistente inazione del Parlamento». Spiegando che «la stabilità non è un valore se non si traduce in un’azione di governo adeguata» (ciò che in Senato con identici poteri alla Camera non consente) e associando quella riforma a quella del Titolo V della Carta e alla legge elettorale.

A questo proposito basterebbe rileggersi il rapporto stilato dalla J.P. Morgan il 28 maggio 2013, là dove indice nella «debolezza dei governi rispetto al Parlamento» e nelle «proteste contro ogni cambiamento» alcuni vizi congeniti del sistema italiano. Ecco una sfida decisiva della missione di Renzi. La velocità impressa dal premier, quindi, a Napolitano non dispiace». Riassumendo: le più alte cariche della Repubblica hanno operato perché si passasse da una forma di Stato e di governo scaturita dall’antifascismo, a una plasmata sulle richieste delle grandi banche internazionali. Non importa se uscire dalla crisi significa uscire dalla democrazia: è questa la «sfida decisiva della missione di Renzi».

E la missione appare oggi decisamente compiuta. Intervenendo sul Titolo V, la “riforma” costituzionale riporta il Paese a un nuovo centralismo, correggendo radicalmente uno dei quattro punti critici rilevati da JP Morgan («Stati centrali deboli rispetto alle regioni»). Con il combinato disposto di “riforma” costituzionale e legge elettorale si costruisce, poi, una dittatura della maggioranza parlamentare (che corrisponde magari a una minoranza dei votanti, e a una estrema minoranza degli aventi diritto al voto) che ne “risolve” un altro: quello dei «governi deboli» rispetto ai Parlamenti.

E, d’altra parte, la verticalizzazione autoritaria è un tratto “culturale” – vorrei dire antropologico – della politica berlusconiana-renziana: un modello a cui conformare financo la scuola o i musei, che cessano di essere pensati come comunità di pari e vengono affidati, rispettivamente, a presidi autocrati e direttori-manager…

È questo il paradossale cuore del progetto: costruire i presupposti costituzionali ed elettorali per cui una minoranza molto determinata possa dismettere il ruolo dello Stato in settori strategici, a scapito degli interessi di una maggioranza anestetizzata e ridotta al silenzio. Altro che rottamazione: il programma è ancora quello enunciato il 20 gennaio del 1981 da Ronald Reagan, nel discorso di insediamento del suo primo mandato alla Casa Bianca: «In this present crisis, government is not the solution to our problem; government is the problem» (uno slogan che ricompare, senza il suo imbarazzante autore, tra quelli della Leopolda 2014).

È questa la dottrina che ha distrutto, in Europa, ogni idea di giustizia sociale e solidarietà, rimpiazzandola con la «modernizzazione», che è stata la parola d’ordine dell’età di Tony Blair: un’età a cui Renzi si ispira esplicitamente e programmaticamente, e la cui «“costituzione” non scritta, ma applicata da decenni con maggior rigore di molte Costituzioni formali, volta a cancellare le conquiste che la classe lavoratrice e le classi medie avevano ottenuto nei primi trenta o quarant’anni dopo la guerra».

 

       

Errare humanum est, perseverare autem diabolicum”, dicevano i Romani. E anche quest’anno si ripete l’insidiosa bugia che viene sistematicamente trasmessa alle giovani generazioni e a tutti coloro che, ignorando la storia, per carenza d’informazione o per comodo, continuano ad usare impropriamente la data del 17 marzo 1861 come “anniversario dell’unità d’Italia”. Come sappiamo, i nostri veri maestri del Risorgimento, Garibaldi e Mazzini, non erano presenti a quell’estensione del Regno di Sardegna chiamato Regno d’Italia. All’Italia mancavano, nel 1861, il Lazio (ad esclusione della provincia di Rieti), il Veneto, il Friuli e il Trentino. Di quale unità dunque si parla? Giuseppe Garibaldi, eletto con elezione suppletiva deputato di Napoli il 27 Marzo, era a Caprera; il 30 marzo, di fronte ai delegati di società operaie venuti a Caprera a farli onore, così parlò:” Molti degli individui che compongono il Parlamento non corrispondono degnamente all’aspettativa della Nazione… Vittorio Emanuele è bensì circondato da un’atmosfera corrotta, ma speriamo di rivederlo sulla buona via.. Egli ha fatto molto, ma purtroppo non ha fatto tutto quel bene che poteva fare; può fare di più, e lo farà, per Dio!…” (Fonte: G. Sacerdote – La vita di G. Garibaldi).

Questo Paese ha bisogno di  radici sane, e queste devono essere riconosciute dai semi buoni della storia, quelli autentici e puri. Si deve aver cura di separarli da innesti pericolosi, quando dominati dall’interesse e dalla cupidigia. Per questo occorre affrancare chi ha operato veramente per l’ unità d’Italia (Mazzini e Garibaldi) da chi se ne è servito per ingrandire una dinastia già esistente (Cavour e Vittorio Emanuele II); si eviteranno così dannose paccottiglie, utili soprattutto a rafforzare coloro che speculano sull’ignoranza del Popolo.

Questo era, ed è il nostro pensiero – Il 17 marzo 2011 lo abbiamo condensato in un volantino (che oggi riproponiamo aggiornato)  e consegnato nelle mani dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

VIVA L’ITALIA

di Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi

NOI,

RAGAZZI VOLONTARI DEL RISORGIMENTO,

CHE ABBIAMO SOGNATO UNA REPUBBLICA FONDATA SULLA LIBERTA’, SULLA GIUSTIZIA, SUL PROGRESSO, SULLA SOLIDARIETA’;

 NOI,

CHE ABBIAMO OFFERTO LE NOSTRE GIOVANI VITE PER L’ITALIA UNITA, E PER VOI, CHE OGGI GODETE IL FRUTTO DEL NOSTRO SACRIFICIO

OGGI, 17 MARZO 2016

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MANIFESTIAMO UN SENTIMENTO DI INTENSO DOLORE…

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PER UNA PATRIA E UNA DEMOCRAZIA INCOMPIUTE
 PER UNA SOCIETA’ CHE TRASCURA IL BENE COMUNE PER SETE DI POTERE E DI DENARO
 PER UN POPOLO DISEDUCATO ALLA RESPONSABILITA’, CHE IGNORA  L’OSSERVANZA DEI DOVERI E LA DIFESA DEI DIRITTI
 PER L’AGONIA DELLA SCUOLA PUBBLICA -  UNICA SPERANZA PER LE FUTURE GENERAZIONI

            Quest’anno ricorre il 170° anniversario della prima gloria garibaldina avvenuta nel piccolo villaggio di San Antonio del Salto (Uruguay). Dopo aver difeso la libertà del popolo brasiliano, Garibaldi si reca in Uruguay (1842) dove il Governo di quello Stato lo nomina Colonnello Comandante della “Legione Italiana” (si erano anche costituite altre Legioni straniere, fra cui la francese e la spagnola) che insieme alle altre dovevano aiutare l’esercito uruguayano a liberare dal blocco navale il porto di Montevideo dall’assedio posto dalle navi argentine e suoi alleati. L’esercito argentino tentò, con grande disponibilità di uomini  e di mezzi, di annientare   con un accerchiamento di  sorpresa la piccola Legione Italiana (186 uomini e 8 ufficiali) che  manovrava nella zona di San Antonio del Salto, che si trovava a poca distanza dal Fortino della cittadella del Salto, dove era rimasto il Colonnello Anzani con  l’artiglieria.

Del  cruento ed impari scontro, avvenuto l’8 febbraio 1846, preferisco riportare l’articolo completo tratto dal raro volume: “Vita di  Garibaldi” di Filandro  Colacito, un ex volontario garibaldino, dal titolo:”“ L’onore d’Italia a Montevideo”

            Dieci vascelli accerchiavano tre piccole navi. Siamo nelle acque del Panaro; i dieci sono  del feroce  dittatore Rosas di Buenos Aires, le tre della Repubblica di Montevideo. I primi sono comandati da un Ammiraglio inglese, famoso per altre vittorie, Brown; le altre sono agli ordini di Garibaldi, che le preghiere dei Montevideani han tolto al suo Collegio ed alle matematiche per salvare la vacillante libertà. Da tre dì dura il fulminante delle artiglierie, e ai nostri mancano le munizioni. “Fate a pezzi le catene delle ancore e adoperatele per mitraglia!”, tuona Garibaldi. Brown fa sospendere il fuoco. “Arrendetevi!”, grida col portavoce a Garibaldi. “Prima la morte”, risponde l’eroe. E il fuoco continua più accanito di prima; scende la notte, la terza che non si dormiva. Anche le catene furono sparate contro i nemici. Garibaldi si risovviene di quanto ha fatto alla  Laguna, e pensa si ripeterne i passi. Mette in mare l’una dopo l’altra le lance, v’imbarca i suoi uomini e le fa passare fra i bastimenti nemici. “I feriti per i primi!”, raccomanda a bassa voce. In poche ore tutti sono alla riva; egli ed Anita abbandonano ultimi la nave. Sono appena discesi nella loro lancia che uno scoppio spaventevole echeggia. Le tre navi della Repubblica di Montevideo sono una sola fiamma, ed i nemici mirano con rabbia e umiliazione sfuggirsi  di mano la preda ritenuta sicura. Sulla riva stanno i soldati argentini, e Garibaldi riunisce i suoi e colle baionette e colle tavole (di munizioni non ne aveva più) si slanciano nel folto dei nemici, li sgominano, si aprono un passo e giungono sani e salvi a Montevideo, dove vengono accolti da entusiastiche acclamazioni. “Questi soldati sono pigri”, diceva al generale dei nemici argentini. “Comandati da un leone”, rispose quello. Passano pochi giorni. La flotta di Buenos Aires stringe da vicino Montevideo. Una densa nebbia si stende sulla rada. Garibaldi prende 12 uomini risoluti, si getta con loro in uno schifo, e si reca in mezzo ai nemici per studiarne le forze: una goletta, armata di sei cannoni e di giunchi.  L’acqua poco profonda non permette alla goletta di inseguirlo, ma questa però si pone di traverso al seno per impedirne l’uscita. La notte Garibaldi dice ai suoi: “Tutti in mare e nuotate senza rumore!”. Si accostano , colla sciabola fra i denti alla nave  senza essere veduti: si arrampicano su per i fianchi  della  goletta, balzano improvvisi sulla tolda e uccidono le guardie. La ciurma  si sveglia  spaventata; Garibaldi le impone di gettar l’arme e darsi prigioniera. In pochi istanti la nave è conquistata  e tosto Garibaldi fissa la bandiera repubblicana, appunta i cannoni  agli altri vascelli nemici e li fulmina di fianco: poscia levate le ancore, conduce a Montevideo la nave con tanto ardimento conquistata. “Garibaldi è fatato!” (dicevano i popolani d’America, come più tardi quelli d’Italia). Nessuna arme può toccarlo, egli scaccia colla mano le palle, come altri fa colle mosche.

             A Montevideo v’era una legione francese che aiutava valorosamente la Repubblica. Molti dicevano: “Garibaldi è prode, ma gli altri italiani sono poltroni, e temono di scottarsi al fuoco delle battaglie. Per questo sono schiavi nella loro patria!”. L’accusa giunge all’orecchio di Garibaldi. Tosto va a bussare di casa in casa di quanti italiani v’erano in Montevideo. Ed in pochi giorni riunisce una legione ardente di cimentarsi in Battaglia. Due cose diceva ai suoi soldati:”noi dobbiamo mostrare che gli italiani  sanno battersi e che fanno volentieri sacrificio della vita per la causa della libertà”. Alla legione, forte di quasi mille uomini, diede una bandiera. Era di seta nera col Vesuvio dipinto nel mezzo, emblema dell’Italia  e delle rivoluzioni che ruggivano come lava ardente nel suo seno. Fu affidata al giovinetto Sacchi, oggi generale italiano, che in questi dì ricordò in Roma, piangendo l’antico Duce, l’insegna gloriosa. Il colonnello Anzani di Alzate era l’amministratore della legione. Con questi soldati sollevò con molte vittorie ad alto onore il nome italiano in quelle contrade e specialmente coi tre fatti di Cerro, delle Tres Crues e de la Bajada. In alcuni combattimenti alcuni negri che si dimostrarono molto valorosi s’erano affezionati a Garibaldi: uno di questi, il moro Aguyar, lo seguì anche in Italia.

            Il fatto più luminoso compiuto dagli italiani, fu quello di S. Antonio del Salto. A Garibaldi era stato dato l’incarico con 184 fanti e 20 cavalieri, di trattenere  il nemico composto di 1500 soldati, al fine di dar tempo ai Montevideani di fare una ritirata. “Siamo uno contro sette!”, grida Garibaldi ai suoi; “tanto meglio! Quanti meno siamo, tanto maggiore sarà la gloria! risparmiate la polvere sparate solo a bruciapelo!”. Vicino sorgeva una “tapera”, vale a dire una casupola fatta con quattro pali ed una stuoia: colà si aggrupparono i nostri. 300 nemici s’avanzarono a corsa: quando son vicini li accoglie una scarica di fucile e tosto un assalto alla bajonetta. La fanteria è sgominata. S’avanza la cavalleria: trova un muro di baionette. Scendono i nemici da cavallo e combattono a piedi; ma i nostri non cedono un palmo di terreno. Intorno ad essi vi  erano mucchi di morti e di feriti: servivano di trincea. Tra  una scarica e l’altra, i nostri cantano inni patriottici d’Italia. I nemici meravigliati non comprendono nulla. “Mancano le munizioni!”, grida un legionario con accento di terrore. “Ne hanno i morti!”, risponde Garibaldi. E mentre gli uni rispondono ai colpi nemici, gli altri frugano i caduti e fan raccolta di cartucce. Erano combattimenti, duelli eroici, degni d’essere cantati dall’Ariosto. Dal mezzo dì dell’8 febbraio 1846 a mezzanotte si combatté con ardore. Da una parte e dall’altra si bruciava di sete. Dei nostri, cento soli erano in piedi, anche questi quasi tutti feriti e contusi: i nemici morti e feriti erano 500. Infine stanchi, disperati, umiliati, gli argentini dovettero dichiararsi vinti e Garibaldi con tutti i suoi feriti entrava in  S. Antonio fra le acclamazioni del popolo meravigliato. Il governo  della Repubblica, all’annunzio del fatto strepitoso, promosse Garibaldi da Colonnello a Generale, gli affidò  il comando di Montevideo, decretò  che la legione italiana avrebbe avuto il posto d’onore in tutte le parate dell’esercito, e sulla bandiera fu scritto in oro: - GESTA DELL’8 FEBBRAIO 1846 DELLA LEGIONE ITALIANA AGLI ORDINI DI GARIBALDI -

            Sempre da questo libro riporto questa rarità fotografica con tre superstiti della battaglia ( foto 1). Faccio presente (perché non riportato nell’articolo suddetto) che per l’eroico comportamento della Legione Italiana e del suo Comandante, il Governo uruguayano decretò e concesse  a tutti i militi uno scudetto d’argento da portare al braccio sinistro con la scritta: “Envencibles combatieron  el 8 f.ro de 1846(foto 2) . Inoltre a tutti  i militi fu concessa anche una medaglia  in bronzo (foto 3-4) ed agli ufficiali una di uguale disegno ma in argento. Per tutti coloro che volessero approfondire notizie su questo glorioso episodio consiglio di leggere il libro di Ivan Boris: “Gli anni di Garibaldi in Sud America -  1836-1848” ( Ed. Longanesi – Milano 1970). A pagina 225 è riportata la fotografia (molto ingrandita), dello scudetto suddetto, nella cui didascalia non è citato il luogo dove è conservato. Un esemplare di questo rarissimo scudetto è stato recentemente trovato. Ne dò la riproduzione fotografica nella foto N° 5. Per gli amici filatelici riporto nella foto n° 6, la riproduzione dell’annullo figurato che l’Uruguay ha realizzato a ricordo del 150°anniversario del glorioso Fatto  d’armi.

 Leandro Mais

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     Nel presentare questo documento invitiamo il lettore a riflettere su un argomento di grande attualità: l’accoglienza dello straniero in terra italiana. L’asilo ai rifugiati e l’accoglienza agli immigrati è stato sempre un tema difficile da gestire, sia da parte delle autorità competenti, sia da parte della popolazione residente. Oggi, in Italia, al tentativo di dare una giusta soluzione al problema si contrappone l’azione di alcune forze politiche che, facendo leva sui pericoli della sicurezza personale, o su presunte privazioni dei posti di lavoro, impedisce di realizzare pienamente quell’aiuto solidale che caratterizza coloro che credono nel rispetto della dignità della persona e, più in generale, nel progresso umano.

I contenuti dell’azione garibaldina guidata dall’Eroe dei due mondi, a partire dai suoi esordi e ancor oggi presenti in una ristretta nicchia culturale, non si erano limitati esclusivamente alla realizzazione dell’unità d’Italia,  ma avevano contribuito a formare un’identità “altra” del popolo italiano, fondata su saldi principi di solidarietà sociale e umana. Ne sono testimonianza le Società di Mutuo Soccorso nate in tutto il territorio nazionale e il comportamento civile dei reduci garibaldini che ne diedero prova tornando alle loro case dopo strenue e durissime campagne di guerra. Ma ne è testimonianza diretta il – Comitato di lavoro per l’emigrazione polacca, in Palermo – di cui riportiamo testo e immagine, appartenente alla Collezione Leandro Mais di Roma. Il documento è la prima pagina di un elenco finalizzato alla raccolta fondi per sostenere gli emigrati polacchi: in alto a sinistra, primo sottoscrittore  Giuseppe Garibaldi, con un contributo mensile di Lire 5.

p.m.

COMITATO DI LAVORO PER L’EMIGRAZIONE POLACCA

IN PALERMO

IL COMITATO DI LAVORO PER L’EMIGRAZIONE POLACCA si propone di raccogliere un fondo per soccorrere mensilmente gli esuli polacchi dimoranti in Italia, non già per dar loro un soccorso infecondo e passeggero, ma nel fine di ajutarli ad imparare un’arte o un mestiere con cui possano ovunque procacciarsi una sussistenza onesta ma sicura.

Il Comitato persuaso che un popolo non deve lasciar morire di fame e di dolore i figli di un altro popolo che battono alla sua porta, è sicuro che gli Italiani risponderanno all’appello, perché non si dica che 22 milioni di popolo furono insufficienti ad ajutare meno di CENTO esuli polacchi che trascinano presentemente una vita oziosa ed infelice in terra italiana.

IL COMITATO ESECUTIVO – E. Albanese; E. Pantano; Prof. G. Monteforte; A. Salpietra; F. Valentini

 

      Gli Italiani del Perù a Nelaton e Zannetti – Medaglia  1862 di L. Seregni - A destra: entro una corona d’alloro, il bastone di Esculapio; a sinistra due specilli, a destra una pinza con la pallottola estratta dal piede di Garibaldi – (Collezione Leandro Mais – Roma)

       Per ricordare ancora una volta la data dello scontro tra Esercito Regio e  Volontari Italiani guidati da Giuseppe Garibaldi, riportiamo una sintesi del discorso pronunciato in Aspromonte il 29 Agosto 2013 dal Presidente dell’Associazione  

Per noi è importante che la memoria storica, uno dei valori fondamentali che definiscono il senso di partecipazione dei singoli alla comunità, si trasmetta di generazione in generazione, perché  la sua perdita, e dunque la perdita delle radici comuni, equivarrebbe a negare il futuro ai giovani. La nostra associazione è composta da persone che si riconoscono nei valori di libertà, giustizia e fraternità; valori che hanno mosso generazioni di patrioti ad impegnarsi per il progresso umano e civile del popolo italiano.

Oggi, forse più che in altri momenti storici, è necessario comportarci nella società civile con lo spirito garibaldino dei volontari, attenti agli sviluppi della politica, e vigilanti perché sia rispettata e attuata la costituzione repubblicana; nata, ricordiamolo sempre, con la Resistenza, dalle ceneri del più grande disastro umanitario, civile e sociale della storia.  Per questo abbiamo recentemente solidarizzato con tutti quei deputati e senatori della repubblica italiana che oggi, in parlamento, difendono l’art. 138 della nostra costituzione, la cui modifica aprirebbe la porta ad un cambiamento radicale del sistema istituzionale vigente.

La crisi che l’Italia sta oggi vivendo è pesantissima, non solo per l’economia, ma soprattutto per la perdita dei valori di riferimento nei quali riconoscerci in un concetto più ampio di Patria; e ce lo ricorda Giuseppe Mazzini ne “i doveri dell’uomo”: “finché un solo (cittadino) vegeta ineducato tra gli educati, finché un solo, capace e voglioso di lavoro, langue, per mancanza di lavoro, nella miseria, voi non avrete la patria come dovreste averla, la patria di tutti, la patria per tutti”. La mancanza di lavoro su cui si fonda la costituzione repubblicana ha dunque come effetto indotto la perdita di un riferimento comune fondamentale: la Patria.

La  frase di Mazzini ci rende ancora più consapevoli che l’Italia, intesa come popolo, si debba ancora fare. ! è sorprendente l’affinità dei comportamenti dei politici di allora con quelli di oggi.  Il problema è di “formazione” che non può certo essere affidata ai cattivi esempi, alla corruzione e al malaffare; alle televisioni che hanno trasformato potenziali cittadini in esperti consumatori. No, non è questa l’Italia che vogliamo! Formazione, dicevo, ma occorre iniziare dal basso: la nostra prossima battaglia avrà come oggetto la scuola pubblica, perché venga ripristinato lo studio del risorgimento nella scuola primaria che, come certo saprete, è stato soppresso da diversi anni.  

Aspromonte – oggi siamo qui in Aspromonte! L’ignoranza su questo avvenimento è tutt’ora sconcertante: c’è chi ne sente parlare per la prima volta, chi lo confonde con l’impresa dei mille, affermando che lo scontro ci fu, ma tra i garibaldini e i Borboni! Così Garibaldi descrive, in poche righe, nelle sue memorie, il fatto: nel ’62 l’esercito italiano, perché più forte, e noi deboli assai, ci votò all’esterminio ed alacremente corse su di noi come su briganti, e forse più volentieri ! Intimazioni non ve ne furono di sorta…; si trattava d’esterminio e siccome tra figli della stessa madre potevasi temere titubanza, cotesti ordini furono senza dubbio, di non dar tempo nemmeno alla riflessione”. Quel ripetere due volte esterminio, ci fa capire bene ciò che ha rappresentato per l’Italia l’Aspromonte : spazzare una volta per tutte quel peso (ingombrante per la destra monarchica, e imbarazzante per la sinistra trasformista)  rappresentato da Garibaldi e dai volontari garibaldini.

Un problema essenzialmente politico di delegittimazione del movimento rivoluzionario nato fin dai primi moti carbonari e terminato con la disfatta di Mentana. E delegittimazione fu, anche grazie ad una sinistra che aveva perso la sua identità risorgimentale, come affermerà il deputato Matteo Renato Imbriani, che il 22 febbraio 1890 in una seduta del parlamento dirà: “non era questa, no, l’Italia sognata dai nostri sommi, sognata dai nostri martiri, sognata da Giuseppe Mazzini, sognata da Giuseppe Garibaldi e anche da Camillo Cavour, che aveva pur esso il sentimento dell’indipendenza, sebbene non egualmente quello dell’unità; non era questa l’Italia sognata da quei due grandi fattori della nostra indipendenza, del nostro risorgimento.”

C’è una lapide a “Centuripe” (En), scritta dal poeta Mario Rapisardi nel 1907 che riassume con efficacia il dramma dell’Aspromonte: “Giuseppe Garibaldi, intento alla liberazione di Roma /perseguitato come un masnadiero / da soldati italiani / per la doppiezza vile dei governanti / il 17 agosto 1862 / sostò coi suoi prodi in questa città….. il mancato parricidio d’Aspromonte / ferì il cuore della nazione / marchiò d’infamia il nuovo regno / non distolse l’eroe / dalla magnanima impresa / non offuscò la sua fede / nel trionfo di Roma / iniziatrice di un’era novella / nella storia della civiltà”.

Per concludere, una parola sul ruolo e il valore dei volontari che seguirono Garibaldi. Garibaldi stesso, nei suoi romanzi-verità mette spesso in evidenza  il contrasto fra la “schiera di volontari, di martiri, di eroi, le minoranze di cui non manca mai l’Italia”, e la “turba di codardi, di prezzolati, di prostituti, sempre pronti a inginocchiarsi davanti a tutte le tirannidi (e al capo carismatico di turno) e di quei sciagurati uomini che si chiamano moderati che, dice ironicamente: nel fare il bene sono moderati davvero!  Ma ciò che lo addolora di pù’ è riassunto in queste poche parole: “l’indifferenza di quelle masse, per cui uno si sacrifica è, infine, di tutti i mali il peggiore

L’indifferenza, che ancora oggi caratterizza l’analfabetismo civile di gran parte del popolo italiano, conferma, fuori di ogni dubbio, la necessità, come dicevo all’inizio dell’intervento, della sua educazione e formazione.

Ricordiamo, oltre ai volontari d’Aspromonte, anche i volontari della Repubblica Romana del 1849, dei Mille, di Bezzecca e di Mentana, ma anche del 1864 in Friuli, a Navarons : persone che hanno lasciato i loro affetti – che hanno dato tutto alla Patria; tra i superstiti, molti sono morti in povertà. Citerò, ora, i nomi di alcuni caduti dello scontro d’Aspromonte e dell’eccidio di fantina, al termine del quale propongo 10 secondi di raccoglimento in loro memoria:

QUI CADDERO IL 29 AGOSTO 1862:                                                                               

Monticco Alessandro-Garibaldino- da S. Vito al Tagliamento-anni 22               

Ricci N.-Garibaldino romagnolo                                                                                         

Urso Ignazio-Già tenente dei bersaglieri-Nato a Palermo-anni 33

FURONO FUCILATI A FANTINA IL 2 SETTEMBRE 1862 :                                 

Balestra Giovanni-Bersagliere-N. Roma-anni 21 (Preso prigioniero e interrogato, rispose fieramente di non considerarsi disertore perchè seguire Garibaldi significava insediare Vittorio Emanuele in Campidoglio)                                                                 

Bianchi Costante-Bersagliere-N. forse a Graffignano (VT)                             

Botteri Giovanni-Calzolaio-Nato a Parma-anni 21 (già combattente nel ’59 e ’60) 

Cerretti Giovanni-Bersagliere-Nato a Trecenta (Rovigo)-anni 17                      

Della Momma Barnaba-Bersagliere-Nato a Roma                                           

Grazioli Ulisse-Garibaldino-Nato a Parma                                                            

Pensieri Ernesto-Garibaldino-Nato forse a Pavia

(PAUSA DI RIFLESSIONE)

CONCLUDO CITANDO GIUSEPPE GARIBALDI CHE NE “I MILLE” COSI’ SI ESPRIME SUI VOLONTARI, MORTI E FERITI IN TANTE BATTAGLIE:

” IO LI HO VEDUTI MORENTI ! E NARRO DI LORO COGLI OCCHI UMIDI E IL CUORE COMMOSSO. SI ! MORENTI QUEI MIEI CARI GIOVINETTI ! LEONI SUL CAMPO DI BATTAGLIA, ORA GIACENTI SUL LETTO DEL DOLORE; MOLTI NON GIUNGEVANO AI TRE LUSTRI ! LE LORO BELLE CAPIGLIATURE, BIONDE, NERE, CASTAGNE – POICHE’ ESSE PONNO ADDITARE ALLE VARIE LATITUDINI DI QUESTA NOSTRA BELLA PENISOLA – LE LORO BELLE CHIOME ERANO SCAPIGLIATE, ED A MOLTI INTRISE DI SANGUE ! IO PIANGO SCRIVENDO !… I LORO OCCHI INFANTILI – IN CUI HAN CESSATO DI BEARSI LE GENETRICI SVENTURATE – I LORO OCCHI, RIVOLTI A ME, ANIMARONSI, COME SE VOLESSERO RASSICURARMI, CONSOLARMI DEL MIO CORDOGLIO E DIRMI:”NON E’ NULLA ! IL DOVER NOSTRO L’ABBIAM FATTO, E MORIAMO CONTENTI, GIACCHE’ LA VITTORIA SORRISE ALLE ARMI DEI VALOROSI! A MOLTI, IL LORO ULTIMO PENSIERO ERA RIVOLTO A QUESTA TERRA, CHE PER LORO, PER IL NOBILE SACRIFICIO DELLA LORO VITA, NON SARA’ PIU’ ANCELLA DI PREPOTENTI – E MORIVANO ESCLAMANDO: “VIVA L’ITALIA !” E L’ITALIA LI HA SCORDATI; POVERI GIOVANI!…

SI, L’ITALIA RAMMENTERA’ IL VOSTRO EROISMO, QUANDO, PASSATI QUESTI SCHIFOSI TEMPI DI MISERIE, DI DEPREDAZIONI  E DI GARANZIE ALLA MENZOGNA – CHE RIDICOLISSIMAMENTE OCCUPANO TUTTI GLI ISTANTI DI QUESTE CIME REGOLATRICI DEL MONDO – ESSA POTRA’ VIVERE DIGNITOSAMENTE E LIBERAMENTE SENZA OFFENDERE, MA SENZA TEMER NESSUNO.

VIVA L’ITALIA, VIVA GARIBALDI, VIVA I VOLONTARI GARIBALDINI

Il 4 Luglio 2015 una delegazione dell’Associazione “Garibaldini per l’Italia” si è recata, su invito dell’Associazione “Capitolium” di Brescia, al Sacrario di Monte Suello per rendere omaggio ai caduti garibaldini della battaglia della Bezzecca. Lo spirito risorgimentale è ancora alimentato, in quei luoghi, da poche ma valide persone che dedicano una parte del loro tempo alla conservazione e valorizzazione  della memoria storica, in un ambito istituzionale praticamente assente. Abbiamo così avuto il piacere di conoscere il presidente della “Capitolium”, Federico Vaglia, e il vice-presidente Sergio Masini, e condividere la celebrazione con il gruppo garibaldino di Corrado Perugini e altri rappresentanti di associazioni d’arma.  

L’attività  dell’Associazione Capitolium  non si limita solo alla cura del sacrario garibaldino di Monte Suello, ma è particolarmente attenta alla salvaguardia dei beni culturali,  concentrati in quel grande e importante complesso monumentale  del Cimitero Vantiniano di Brescia, esempio unico di un’architettura cimiteriale integrata, in cui la città dei vivi e dei morti diviene un unicum atemporale, esaltato dal segno metafisico del classicismo greco.

                                                                                

     

Nell’elenco dei caduti di Monte Suello  è scritto il nome del  garibaldino Giovanni Mazzini. Giovanni Mazzini era nato a Terni ma cresciuto a Roma. Come ci ricorda un prezioso documento di proprietà del collezionista Leandro Mais, il Mazzini “studiò pittura, partì nel 1848 con il Battaglione degli Studenti e combatté a Vicenza e Treviso e dopo tornato in Roma prese parte alla sua difesa. Patriota, fiero e vero repubblicano, cospirò. Il ritratto in grande di Garibaldi gli fu ordinato dai patrioti dell’Umbria”. Il testo riportato, a firma di Oreste Fallani, faceva parte del retro del quadro citato. Il racconto narrato dal Fallani sulla storia dell’autore del dipinto, Giovanni Mazzini, e di seguito riportato, è tragico, e ogni commento sarebbe superfluo. “Ritratto di Garibaldi eseguito a Caprera nel 1864 da Giovanni Mazzini romano, morto nel 1866 combattendo sul Tirolo e sepolto nel Cemetero di Brescia. Regalatomi da lui stesso in Torino, appena io ero tornato dalla guerra della Polonia ove sarebbe partito con me se non fosse stato malato. (Dalle mie memorie) – Ferito gravemente in petto ed alla gamba a Monte Suello, fu portato allo spedale di Brescia e stava per guarire, quando avendo inteso che ci dovevamo ritirare dal Tirolo – Ritiratevi! (Colla risposta del Gen. Garibaldi, Obbedisco!) stracciatesi le bende delle ferite, bevuta una carafa di grappa, infiammatesi dette ferite volle morire”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL FATTO

Garibaldi aveva combattuto da pari suo. Il 25 Giugno (1866) aveva spedito dalla valle del Chiese una colonna di volontari al forte di Caffaro con l’ordine di prenderlo; l’ordine fu eseguito in onta alla forte resistenza opposta dal presidio. Saputo che il nemico minacciava di girare Rocca d’Anfo, mandò a combatterlo il colonnello Corte. Il combattimento ebbe luogo il 3 Luglio a Suello e fu micidiale; lo stesso Garibaldi, che volle prender parte all’azione, rimase ferito ad un piede; ma la vittoria fu dei nostri. il 5 luglio invece i suoi volontari, sorpresi a Vezze da una forte colonna nemica, furono messi in rotta.  Ma Garibaldi, quantunque col cruccio nell’anima per la notizia avuta della cessione della Venezia proposta dall’Austria in  modo tanto urtante la dignità dell’Italia, nell’intendimento di muovere su Trento, si dispose alla presa del forte dell’Ampola che gliene intercludeva la via. Dopo tre giorni di combattimento (16-19 luglio) il forte dovette arrendersi; ma ad altro ben duro cimento i volontari dovevano esporsi. Il Generale Kuhn con forte nerbo di armi li assalì, mentre apprestavansi a espugnare il forte di Lardaro. Grave e micidialissima fu la battaglia detta della Bezzecca dalla località nella quale i garibaldini erano accampati; ma il 21 Garibaldi respinse il nemico e il 22 riuscì a prendere quel forte e ad avere così libera la via per Trento. Nel giungere a Riva trovò però l’ordine di evacuare il Trentino perché l’armistizio era stato concluso. Il suo cuore ne provò terribile strazio. Ma il sentimento della disciplina potè nell’Eroe sopra qualsiasi altra considerazione, e con intuito da uomo superiore rispose a quell’ordine con una sola parola: obbedisco. (Antonio Dall’Oglio: Compendio della storia contemporanea d’Italia (1815-1870) – Firenze 1911)

LA SCOPERTA

        L’attento studioso e ricercatore Leandro Mais, noto collezionista dell’universo garibaldino, ci ha svelato un piccolo segreto su una firma erroneamente attribuita a Garibaldi (che potete vedere meglio cliccando sulla foto d’inizio pagina per ingrandirla); notizia che  conferma, ancora una volta, la recidività dell’errore umano che si perpetua nel tempo, fin quando non interviene qualcuno a spezzarne il corso. Seguiamo dunque l’articolo di Leandro Mais e le motivazioni che lo hanno portato a smentire quanto citato in pubblicazioni, mostre e perfino lapidi; un contributo che potrà essere interessante divulgare nel 2016 in occasione del 150° anniversario della battaglia della Bezzecca:

Questo articolo vuole far luce  su uno dei più noti documenti garibaldini: il telegramma di Garibaldi col celebre OBBEDISCO. Tutti sanno che dopo la sconfitta di Custoza e Lissa il comando dell’esercito regio dovette in tutta fretta chiedere un armistizio agli Austriaci, i quali imposero la restituzione delle zone conquistate da Garibaldi. A seguito di ciò il comandante supremo Gen. La Marmora manda da Padova un telegramma a Garibaldi, ordinandogli appunto il ritiro da quelle terre. Il 9 Agosto 1866 da Bezzecca Garibaldi invia al Comando Supremo di Padova il famoso telegramma di risposta :”Ho ricevuto il dispaccio n° 1073 /obbedisco – G. Garibaldi”.  Questo telegramma, che reca la firma autografa dell’Eroe, è oggi conservato presso l’Archivio Centrale di Stato di Roma.

Naturalmente il telegramma, inviato a mezzo telegrafo, partito da Bezzecca alle 10,11 e arrivato al Comando Supremo di Padova alle 10,26, veniva trascritto da un anonimo telegrafista che vi apponeva in calce il nome del mittente: G. Garibaldi. Qui di seguito si riporta il telegramma di arrivo che è conservato a Roma, presso l’Ufficio Storico dell’Esercito, la cui riproduzione possiamo vederla pubblicata nella prima edizione (1966) del libro di Ugo Zaniboni – Ferino:”Bezzecca 1866″ (edizioni Arti Grafiche Saturnia – Trento), a pag. 180 e ripetuta nella seconda edizione (1987) a pag. 235, con la seguente didascalia:” Il telegramma di risposta di Garibaldi”. Così, come laconicamente espresso dalla didascalia che accompagna questo documento, si può pensare che possa trattarsi dell’originale di Garibaldi, mentre in realtà trattasi del testo di arrivo a Padova.

Ancora. Per il centenario della battaglia di Bezzecca, veniva posta all’interno dell’omonimo edificio comunale (oggi Pieve di Ledro), una lapide marmorea che riproduceva, in luogo dell’originale firmato da Garibaldi, quello di arrivo a Padova presso il Comando Supremo dell’Esercito. Non solo sono stati riportati in alto gli stessi dati del telegramma in arrivo a Padova ma, incredibile a vedersi, troviamo in basso al testo, sotto il celebre “obbedisco”, anziché la notissima firma dell’Eroe, la parola Garibaldi scritta dall’anonimo telegrafista di Padova, il quale ha tracciato inconsapevolmente il nome Garibaldi secondo il suo…estro.

Ma la cosa che ci lascia sconcertati è la riproduzione di questa “falsa” firma di Garibaldi che troviamo ancora nella copertina del catalogo della mostra dei cimeli garibaldini organizzata a Roma dal Circolo delle Forze Armate d’Italia, Palazzo Barberini  – Maggio giugno 1982. Ciò ci fa capire che per l’Ufficio Storico dell’Esercito la didascalia apposta sotto il telegramma di arrivo a Padova (immagine iniziale con l’effige di Garibaldi) è da considerarsi il telegramma originale di Garibaldi. Mi auguro (e con me anche tutte le persone di buon senso) che dopo queste brevi ma chiare precisazioni, il discorso su questo noto documento dell’Eroe sia finalmente un punto della nostra storia risorgimentale definitivamente chiarito.

Pensando di fare cosa grata ai lettori aggiungo questa notizia che riguarda il celebre telegramma: Nel paese di San Giovanni di Marignano (Forlì), via Roma n°39, nella lapide murata di una modesta casa si legge:” In questa casa nacque il volontario garibaldino /Respicio Olmeda Bilancioni /(1839-1901) / Il telegrafista che il 9 Agosto 1866 trasmise da Bezzecca / il famoso telegramma “OBBEDISCO” di Garibaldi / San Giovanni in Marignano 18 Dicembre 1966 / Il Comune a nome della cittadinanza marignanese /nel 65° di sua morte. Questa lapide è citata a pag. 251 del libro di Adler Raffaelli : L’unità d’Italia nelle epigrafi di Romagna – Ed. Provincia di Forlì 1986. (Leandro Mais)

Il 4 Luglio 2015 una delegazione dell’Associazione “Garibaldini per l’Italia” sarà presente, su invito dell’Associazione “Capitolium”, al Sacrario di Monte Suello per rendere omaggio ai caduti garibaldini della battaglia della Bezzecca.

        La Prima Guerra Mondiale scoppiò quando il secolo XX era iniziato con grandi speranze di pace. Nessuno avrebbe mai immaginato l’immane catastrofe che in breve tempo avrebbe coinvolto i popoli del mondo intero; nessuno eccetto qualche voce profetica fuori dal coro. La profezia, è bene ricordarlo, non è un dono divinatorio, ma la capacità di sintesi che intellettuali di grande spessore culturale riescono a praticare mettendo insieme fatti, esperienze, informazioni storiche e del mondo contemporaneo. Uno di questi fu l’economista russo-polacco Ivan S. Bloch che nel 1898 scrisse l’opera in sei volumi  “Modern War and Modern Weapons”, nella quale preannunciò, con motivazioni inconfutabili, gli effetti devastanti che avrebbe causato una guerra moderna, alla luce delle nuove invenzioni tecnologiche. Purtroppo  il suo grido d’allarme fu ignorato e il mondo precipitò nell’abisso più nero; un disastro che innescherà il comunismo e il fascismo e creerà i presupposti per lo scoppio della seconda Guerra Mondiale. Dopo l’attentato di Sarajevo del 28 Giugno 1914, in cui il terrorista serbo Gavrilo Princip uccise l’arciduca erede al trono dell’impero austro-ungarico Francesco Ferdinando e sua moglie Sofia, gli eventi precipitarono molto rapidamente. L’irredentismo Serbo, sostenuto dalla Russia, mirava alla costituzione di una nazione degli slavi del sud (successivamente Jugoslavia),  il cui primo passo sarebbe stata l’annessione della Bosnia Erzegovina a danno dell’Impero Austro-Ungarico. L’imperatore Francesco Giuseppe, appoggiato dalla Prussia (paese membro insieme all’Italia della Triplice Alleanza), decise d’intervenire anticipando il proposito di unificazione, prima attraverso un ultimatum alla Serbia le cui clausole violavano apertamente  la sua integrità territoriale, poi dichiarandole guerra il 28 Luglio. L’effetto domino di coinvolgimento delle potenze europee fu immediato. L’Italia, poiché non era stata informata degli accordi che prevedevano l’entrata in guerra e giudicando tale comportamento una violazione del patto, si era inizialmente dichiarata neutrale  attraverso iniziative del primo Ministro Antonio Salandra e del ministro degli Esteri Antonino di San Giuliano, poi sostituito da Sidney Sonnino. Successivamente, dopo una serie di trattative con gli Stati dei due schieramenti per ottenere le migliori concessioni territoriali che giustificassero il suo intervento, entrò nel conflitto dieci mesi dopo l’inizio delle ostilità,  alleandosi con la Triplice Intesa (Francia, Russia e Inghilterra).

Anche il movimento socialista internazionale, che fin dall’inizio si era dichiarato contrario alla guerra, dovette ben presto fare i conti con i nazionalisti: tedeschi e francesi finirono per schierarsi con i governi dei loro due paesi, mentre i socialisti italiani e quelli russi optarono per la neutralità. Il fatto che favorì l’accelerazione delle posizioni interventiste fu l’uccisione, il 31 luglio, del leader socialista e pacifista francese Jan Jourès ad opera di un nazionalista favorevole allo scontro tra Francia e Germania. In Italia l’opinione pubblica si spaccò in due: inteventisti e neutralisti. Da un lato la destra nazionalista e filo teutonica, i repubblicani, i radicali e i sindacalisti rivoluzionari; dall’altro i socialisti, i cattolici e i liberali giolittiani. Sia i socialisti riformisti, capeggiati da Filippo Turati, che i massimalisti di Benito Mussolini, optarono per la neutralità . Dopo l’invasione del Belgio neutrale e la scesa in campo dell’ Inghilterra in sua difesa, alcuni interventisti di area socialista come Gaetano Salvemini, Ivanoe Bonomi, Leonida Bissolati, preoccupati del nascente potere autoritario e militarista dell’Austria-Ungheria e della Germania, si schierarono con la corrente detta dell’ “interventismo democratico”, orientata a sostegno di Francia e Inghilterra, stati a fondamento  democratico. In questa fase nacque, soprattutto tra le file repubblicane a radicali, la corrente dell’irredentismo e dell’amor di Patria, specialmente in Trentino e in Friuli-Venezia Giulia, come naturale continuazione del Risorgimento per il compimento dell’unità nazionale.

Tra i socialisti italiani prese consistenza una corrente interventista dei cosiddetti “sindacalisti rivoluzionari” (Fratelli Alceste e Amilcare De Ambris, Filippo Corridoni, Angelo Uliviero Olivetti ) che diedero vita al Fascio Rivoluzionario d’Azione, cui aderirà nell’ottobre 1914 il socialista Benito Mussolini, passando repentinamente su posizioni interventiste. Sconfessato  dai socialisti e licenziato dalla direzione dell’Avanti, Mussolini fondò il Popolo d’Italia, giornale finanziato da capitali francesi e inglesi, e industriali interessati alle commesse per l’esercito, di chiara impronta interventista, che gli procurò l’espulsione dal partito socialista. Anche l”apocalisse rigenerativa” degli scritti di futuristi come Giovanni Papini  e Filippo Tommaso Marinetti  contribuiranno a rafforzare le posizioni dei “sindacalisti rivoluzionari”.

L’Italia entrò in guerra contro gli imperi centrali il 24 Maggio 1915.

Paolo Macoratti

 Partigiani della Val D’Ossola

Dal sito “Resistenzaitaliana.it”  riportiamo alcune lettere di partigiani condannati a morte.

Coraggiosi nell’affrontare serenamente la morte con la coscienza del giusto e dell’onesto, si legge tra le righe lo stesso amor di Patria che aveva infiammato i cuori dei giovani del Risorgimento.

 

Albino Abico

Di anni 24 – operaio fonditore – nato a Milano il 24 novembre 1919 -. Prima dell’8 settembre 1943 svolge propaganda e diffonde stampa antifascista – dopo tale data è uno degli organizzatori del GAP, 113a Brigata Garibaldi, di Baggio (Milano), del quale diventa comandante -. Arrestato il 28 agosto 1944 da militi della “Muti”, nella casa di un compagno, in seguito a delazione di un collaborazionista infiltratosi nel gruppo partigiano – tradotto nella sede della “Muti” in Via Rovello a Milano – torturato – sommariamente processato -. Fucilato lo stesso 28 agosto 1944, contro il muro di Via Tibaldi 26 a Milano, con Giovanni Aliffi, Bruno Clapiz e Maurizio Del Sale.

Carissimi, mamma, papà, fratello sorella e compagni tutti,

mi trovo senz’altro a breve distanza dall’esecuzione. Mi sento però calmo e muoio sereno e con l’animo tranquillo. Contento di morire per la nostra causa: il comunismo e per la nostra cara e bella Italia.

Il sole risplenderà su noi “domani” perché TUTTI riconosceranno che nulla di male abbiamo fatto noi.

Voi siate forti come lo sono io e non disperate.

Voglio che voi siate fieri ed orgogliosi del vostro Albino che sempre vi ha voluto bene.

Armando Amprino (Armando)

Di anni 20 – meccanico – nato a Coazze (Torino) il 24 maggio 1925 -. Partigiano della Brigata ” Lullo Mongada “, Divisione Autononia ” Sergio De Vitis “, partecipa agli scontri del maggio 1944 nella Valle di Susa e a numerosi colpi di mano in zona Avigliana (Torino) -. Catturato nel dicembre 1944 da pattuglia RAU (Reparto Arditi Ufficiali), alla Barriera di Milano in Torino – tradotto alle Carceri Nuove di Torino Processato dal Tribunale Co.Gu. (Contro Guerriglia) di Torino Fucilato il 22 dicembre 1944, al Poligono Nazionale del Martinetto in Torino da plotone di militi della GNR,con Candido Dovis.

Dal Carcere, 22 dicembre 1944

Carissimi genitori, parenti e amici tutti,

devo comunicarvi una brutta notizia. Io e Candido, tutt’e due, siamo stati condannati a morte. Fatevi coraggio, noi siamo innocenti. Ci hanno condannati solo perché siamo partigiani. Io sono sempre vicino a voi.

Dopo tante vitacce, in montagna, dover morir cosí… Ma, in Paradiso, sarò vicino a mio fratello, con la nonna, e pregherò per tutti voi. Vi sarò sempre vicino, vicino a te, caro papà, vicino a te, mammina.

Vado alla morte tranquillo assistito dal Cappellano delle Carceri che, a momenti, deve portarmi la Comunione. Andate poi da lui, vi dirà dove mi avranno seppellito.               Pregate per me. Vi chiedo perdono, se vi ho dato dei dispiaceri.

Dietro il quadro della Madonna, nella mia stanza, troverete un po’ di denaro. Prendetelo e fate dire una Messa per me. la mia roba, datela ai poveri del paese.  Salutatemi il Parroco ed il Teologo, e dite loro che preghino per me. Voi fatevi coraggio. Non mettetevi in pena per me. Sono in Cielo e pregherò per voi. Termino con mandarvi tanti baci e tanti auguri di buon Natale. Io lo passerò in Cielo. Arrivederci in Paradiso.

Vostro figlio Armando

Viva l’Italia! Viva gli Alpini!

Franco Balbis (Francis)

Di anni 32 – uffìciale in Servizio Permanente Effettivo – nato a Torino il 16 ottobre 1911 – Capitano di Artiglieria in Servizio di Stato Maggiore, combattente a Ain El Gazala, El Alamein ed in Croazia, decorato di Medaglia d’Argento, di Medaglia di Bronzo e di Croce di Guerra di 1a Classe – all’indomani dell’8 settembre 1943 entra nel movimento clandestino di Torino – è designato a far parte del 1° Comitato Militare Regionale Piemontese con compiti organizzativi e di collegamento -. Arrestato il 31 marzo I944, da elementi della Federazione dei Fasci Repubblicani di Torino, mentre partecipa ad una riunione del CMRP nella sacrestia di San Giovanni in Torino -. Processato nei giorni 2-3 aprile 1944, insieme ai membri del CMRP, dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato -. Fucilato il 5 aprile 1944 al Poligono Nazionale del Martinetto in Torino, da plotone di militi della GNR, con Quinto Bevilacqua, Giulio Biglieri, Paolo Bracciní, Errico Giachino, Eusebio Giambone, Massimo Montano e Giuseppe Perotti -. Medaglia d’Oro e Medaglia d’Argento al ValorMilitare.

Torino, 5 aprile 1944

La Divina Provvidenza non ha concesso che io offrissi all’Italia sui campi d’Africa quella vita che ho dedicato alla Patria il giorno in cui vestii per la prima volta il grigioverde. Iddio mi permette oggi di dare l’olocausto supremo di tutto me stesso all’Italia nostra ed io ne sono lieto, orgoglioso e felice! Possa il mio sangue servire per ricostruire l’unità italiana e per riportare la nostra Terra ad essere onorata e stimata nel mondo intero. Lascio nello strazio e nella tragedia dell’ora presente i miei Genitori, da cui ho imparato come si vive, si combatte e si muore; li raccomando alla bontà di tutti quelli che in terra mi hanno voluto bene. Desidero che vengano annualmente celebrate, in una chiesa delle colline torinesi due messe: una il 4 dicembre anniversario della battaglia di Ain el Gazala; l’altra il 9 novembre, anniversario della battaglia di El Alamein; e siano dedicate e celebrate per tutti i miei Compagni d’armi, che in terra d’Africa hanno dato la vita per la nostra indimenticabile Italia. Prego i miei di non voler portare il lutto per la mia morte; quando si è dato un figlio alla Patria, comunque esso venga offerto, non lo si deve ricordare col segno della sventura. Con la coscienza sicura d’aver sempre voluto servire il mio Paese con lealtà e con onore, mi presento davanti al plotone d’esecuzione col cuore assolutamente tranquillo e a testa alta.

Possa il mio grido di “Viva l’Italia libera” sovrastare e smorzare il crepítio dei moschetti che mi daranno la morte; per il bene e per l’avvenire della nostra Patria e della nostra Bandiera, per le quali muoio felice!

Franco Balbis

 
Achille Barilatti (Gilberto della Valle)

Di anni 22 – studente in scienze economiche e commerciali – nato a Macerata il 16 settembre 1921 -. Tenente di complemento di Artiglieria, dopo l’8 settembre 1943 raggiunge Vestignano sulle alture maceratesi, dove nei successivi mesi si vanno organizzando formazioni partigiane – dal Gruppo ” Patrioti Nicolò ” è designato comandante del distaccamento di Montalto -. Catturato all’alba del 22 marzo 1944, nel corso di un rastrellamento effettuato da tedeschi e fascisti nella zona di Montalto – mentre 26 dei suoi sono fucilati immediatamente sul posto e 5 vengono salvati grazie al suo intervento, egli viene trasportato a Muccia (Macerata) ed interrogato da un ufficiale tedesco ed uno fascista -. Fucilato senza processo alle ore 18,25 del 23 marzo I944, contro la cinta del cimitero di Muccía Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Mamma adorata,

quando riceverai la presente sarai già straziata dal dolore. Mamma, muoio fucilato per la mia idea. Non vergognarti di tuo figlio, ma sii fiera di lui. Non piangere Mamma, il mio sangue non si verserà invano e l’Italia sarà di nuovo grande. Da Dita Marasli di Atene potrai avere i particolari sui miei ultimi giorni.

Addio Mamma, addio Papà, addio Marisa e tutti i miei cari; muoio per l’Italia. Ricordatevi della donna di cui sopra che tanto ho amata. Ci rivedremo nella gloria celeste.

Viva l’Italia libera!

Achille

Mario Bettinzoli (Adriano Grossi)

Di anni 22 – perito industriale – nato a Brescia il 21 novembre 1921 – sottotenente di complemento di Artiglieria – catturato una prima volta nel settembre 1943 per resistenza armata a forze tedesche e condannato a morte, evade dalla cella ove è stato rinchiuso – rientra a Brescia – si unisce a Giacomo Perlasca nella organizzazione delle formazioni di Valle Sabbia – ne diventa il více-comandante ed è comandante della 3′ Compagnia preposta alla organizzazione dei campi di lancio -. Arrestato una seconda volta il 18 gennaio I944 acl opera di fascisti, in via Moretto a Brescia, mentre con il comandante Perlasca si reca al Comando Provinciale per riferire sulla situazione della zona -. Processato il 14 febbraio I944 dal Tribunale Militare tedesco di Brescia, quale organizzatore di bande armate -. Fucilato il 24 febbraio I944, presso la Caserma del 30° Reggiinento Artiglieria di Brescia, con Giacomo Perlasca.

Ore 21 del 23.2-1944

Miei carissimi genitori, sorelle, fratello, nonna, zii e cugini,

il Signore ha deciso con i suoi imperscrutabili disegni, che io mi staccassi da voi tutti quando avrei potuto essere di aiuto alla famiglia.. Sia fatta la sua volontà santa. Non disperatevi, pregate piuttosto per me affinché Lo raggiunga presto e per voi affinché possiate sopportare il distacco.

Tutta la vita è una prova, io sono giunto alla fine, ora ci sarà l’esame, purtroppo ho fatto molto poco di buono: ma almeno muoio cristianamente e questo deve essere per voi un grande conforto.

Vi chiedo scusa se mi sono messo sulla pericolosa via che mi ha portato alla morte, senza chiedervi il consenso: ma spero mi perdonerete come il Signore mi ha perdonato qualche minuto fa per mezzo del suo Ministro.

Domattina prima dell’esecuzione della condanna farò la Santa Comunione e poi. Ricordatemi ai Rev.Salesiani e ai giovani di A.C. affinché preghino per me.

Ancora vi esorto a rassegnarvi alla volontà di Dio: che il pensiero della mia morte preceduta dai SS. Sacramenti vi sia di conforto per sempre.

Immagino già le lagrime di tutti quanti quando leggerete questa mia, fate che dalle vostre labbra anziché singhiozzi escano preghiere che mi daranno la salute eterna. Del resto io dall’alto pregherà per voi. Ora, carissimi, vi saluto per l’ultima volta tutti, vi abbraccio con affetto filiale e fraterno; questo abbraccio spirituale è superiore alla morte e ci unisce tutti nel Signore. Pregate!

Vostro per sempre Mario

 

Paolo Braccini (Verdi)

Di anni 36 – docente universitario – nato a Canepina (Víterbo) il 16 maggio 1907 — Incaricato della cattedra di zootecnia generale e speciale all’università di Torino, specializzato nelle ricerche sulla fecondazione artificiale degli animali presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Piemonte e della Liguria – nel 1931 allontanato dal corso allievi ufficiali per professione di idee antifasciste – all’indomani dell’8 settembre 1943 abbandona ogni attività privata ed entra nel movimento clandestino di Torino – è designato a far parte del I° Comitato Militare Regionale Piemontese quale rappresentante dei Partito d’Azione – pur essendo braccato dalla polizia fascista, per quattro mesi dirige l’organizzazione delle formazioni GL -. Arrestato il 31 marzo 1944 da elementi della Federazione dei Fasci Repubblicani di Torino, mentre partecipa ad una riunione del CMRP nella sacrestia di San Giovanni in Torino -. Processato nei giorni 2-3 aprile 1944, insieme ai membri del CMRP, dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato -. Fucilato il 5 aprile 1944 al Poligono Nazionale del Martinetto in Torino, da plotone di militi della GNR, Con Franco Baibís ed altri sei membri del cmrp. – Medaglia d’Oro al Valor Militare.

3 aprile 1944

Gianna, figlia mia adorata,

è la prima ed ultima lettera che ti scrivo e scrivo a te per prima, in queste ultime ore, perché so che seguito a vivere in te.

Sarò fucilato all’alba per un ideale, per una fede che tu, mia figlia, un giorno capirai appieno.

Non piangere mai per la mia mancanza, come non ho mai pianto io: il tuo Babbo non morrà mai. Egli ti guarderà, ti proteggerà ugualmente: ti vorrà sempre tutto l’infinito bene che ti vuole ora e che ti ha sempre voluto fin da quando ti sentì vivere nelle viscere di tua Madre. So di non morire, anche perché la tua Mamma sarà per te anche il tuo Babbo: quel tuo Babbo al quale vuoi tanto bene, quel tuo Babbo che vuoi tutto tuo, solo per te e del quale sei tanto gelosa.

Riversa su tua Madre tutto il bene che vuoi a lui: ella ti vorrà anche tutto il mio bene, ti curerà anche per me, ti coprirà dei miei baci e delle mie tenerezze. Sapessi quante cose vorrei dirti ma mentre scrivo il mio pensiero corre, galoppa nel tempo futuro che per te sarà, deve essere felice. Ma non importa che io ti dica tutto ora, te lo dirò sempre, di volta in volta, colla bocca di tua Madre nel cui cuore entrerà la mia anima intera, quando lascierà il mio cuore.

Tua Madre resti sempre per te al di sopra di tutto.

Vai sempre a fronte alta per la morte di tuo Padre.

Antonio Brancati

Di anni 23 – studente – nato a Ispica (Ragusa) il 21 dicembre 1920 -. Allievo ufficiale di Fanteria, il 1° marzo 1944 entra a far parte del “Gruppo di Organizzazione” del Comitato Militare di Grosseto, di stanza a Monte Bottigli sopra Grosseto ~. Catturato il 22 Marzo 1944 sul monte Bottigli, nel corso di un rastrellamento di forze tedesche e fasciste che lo sorprendono assieme ad altri dieci compagni nella capanna in cui dormono -. Processato il 22 marzo 1944 nella scuola di Maiano Lavacchio (Grosseto) da tribunale misto tedesco e fascista -. Fucilato lo stesso 22 marzo 1944, a Maiano Lavacchio, con Mario Becucci, Rino Cíattini, Silvano Guidoni, Alfiero Grazi, Corrado Matteini, Emanuele Matteini, Alcide Mignarri, Alvaro Nfinucci, Alfonso Passananti e Attilio Sforzi.

Carissimi genitori,

non so se mi sarà possibile potervi rivedere, per la qual cosa vi scrivo questa lettera. Sono stato condannato a morte per non essermi associato a coloro che vogliono distruggere completamente l’Italia.

Vi giuro di non aver commessa nessuna colpa se non quella di aver voluto più bene di costoro all’Italia, nostra amabile e martoriata Patria.

Voi potete dire questo sempre a voce alta dinanzi a tutti.

Se muoio, muoio innocente.

Vi prego di perdonarmi se qualche volta vi ho fatto arrabbiare, vi ho disobbedito, ero allora un ragazzo.

Solo pregate per me il buon Dio. Non prendetevi parecchi pensieri. Fate del bene ai poveri per la salvezza della mia povera anima. Vi ringrazio per quanto avete fatto per me e per la mia educazione. Speriamo che Iddio vi dia giusta ricompensa.

Baciate per me tutti i fratelli: Felice, Costantino, Luigi, Vincenzo e Alberto e la mia cara fidanzata.

Non affliggetevi e fatevi coraggio, ci sarà chi mi vendicherà.                         Ricompensate e ricordatevi finché vivrete di quei signori Matteini per il bene che mi hanno fatto, per l’amore di madre che hanno avuto nei miei riguardi. Io vi ho sempre pensato in tutti i momenti della giornata.

Dispiacente tanto se non ci rivedremo su questa terra; ma ci rivedremo lassù, in un luogo più bello, più giusto e più santo.

Ricordatevi sempre di me.

Un forte bacione

Antonio

Sappiate che il vostro Antonio penserà sempre a voi anche dopo morto e che vi guarderà dal cielo.

Giordano Cavestro (Mirko)

Di anni 18 – studente di scuola media – nato a Parma il 30 novembre 1925 -. Nel 1940 dà vita, di sua iniziativa, ad un bollettino antifascista attorno al quale si mobilitano numerosi militanti – dopo l’8 settembre 1943 lo stesso nucleo diventa centro organizzativo e propulsore delle prime attività partigiane nella zona di Parma -. Catturato il 7 aprile 1944 a Montagnana (Parma), nel corso di un rastrellamento operato da tedeschi e fascisti – tradotto nelle carceri di Parma -. Processato il 14 aprile 1944 dal Tribunale Militare di Parma – condannato a morte, quindi graziato condizionalmente e trattenuto come ostaggio -. Fucilato il 4 maggio 1944 nei pressi di Bardi (Parma), in rappresaglia all’uccisione di quattro militi, con Raimondo Pelinghelli, Vito Salmi, Nello Venturini ed Erasmo Venusti.

Parma, 4-5-1944

Cari compagni, ora tocca a noi.

Andiamo a raggiungere gli altri tre gloriosi compagni caduti per la salvezza e la gloria d’Italia.

Voi sapete il compito che vi tocca. Io muoio, ma l’idea vivrà nel futuro, luminosa, grande e bella.

Siamo alla fine di tutti i mali. Questi giorni sono come gli ultimi giorni di vita di un grosso mostro che vuol fare più vittime possibile.

Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le ragazze così care.

La mia giovinezza è spezzata ma sono sicuro che servirà da esempio.

Sui nostri corpi si farà il grande faro della Libertà.

Bruno Frittaion (Attilio)

Di anni 19 - studente – nato a San Daniele del Friuli (Udine) il 13 ottobre 1925 -. Sino dal 1939 si dedica alla costituzione delle prime cellule comuniste nella zona di San Daniele – studente del III corso di avviamento professionale, dopo l’8 settembre 1943 abbandona la scuola unendosi alle formazioni partigiane operanti nella zona prende parte a tutte le azioni del Battaglione “Písacane”, Brigata “Tagliamento”, e quindi, con funzioni di vice-commissario di Distaccamento, dei Battaglione “Silvio Pellíco ” -. Catturato il 15 dicembre 1944 da elementi delle SS italiane, in seguito a delazione, mentre con il compagno Adriano Carlon si trova nella casa di uno zio a predisporre i mezzi per una imminente azione – tradotto nelle carceri di Udine – più volte torturato -. Processato il 22 gennaio 1945 dal Tribunale Militare Territoriale tedesco di Udine -. Fucilato il 1febbraio 1945 nei pressi dei cimitero di Tarcento (Udine), con Adriano Carlon, Angelo Lipponi, Cesare Longo, Elio Marcuz, Giannino Putto, Calogero Zaffuto e Pietro Zanier.

31 gennaio 1945

Edda

voglio scriverti queste mie ultime, e poche righe. Edda, purtroppo sono le ultime si, il destino vuole così, spero ti giungano di conforto in tanta triste sventura.

Edda, mi hanno condannato alla morte, mi uccidono; però uccidono il mio corpo non l’idea che c’è in me. Muoio, muoio senza alcun rimpianto, anzi sono orgoglioso di sacrificare la mia vita per una causa, per una giusta causa e spero che il mio sacrificio non sia vano anzi sia di aiuto nella grande lotta. Di quella causa che fino a oggi ho servito senza nulla chiedere e sempre sperando che un giorno ogni sacrificio abbia il suo ricompenso.   Per me la migliore ricompensa era quella di vedere fiorire l’idea che purtroppo per poco ho servito, ma sempre fedelmente.

Edda il destino ci separa, il destino uccide il nostro amore quell’amore che io nutrivo per te e che aspettava quel giorno che ci faceva felici per sempre.  Edda, abbi sempre un ricordo di chi ti ha sempre sinceramente amato. Addio a tutti.

Addio Edda

Franca Lanzone

Di anni 25 – casalinga – nata a Savona il 28 settembre 1919 -. Il 1°ottobre 1943 si unisce alla Brigata “Colombo”, Divisione “Gramsci”, svolgendovi attività di informatrice e collegatrice e procurando vettovagliamento alle formazioni di montagna -. Arrestata la sera del 21 ottobre 1944, nella propria casa di Savona, da militi delle Brigate Nere – tradotta nella Sede della Federazione Fascista di Savona -. Fucilata il I° novembre 1944, senza processo, da plotone fascista, nel fossato della Fortezza ex Priamar di Savona, con Paola Garelli e altri quattro partigiani.

Caro Mario,

sono le ultime ore della mia vita, ma con questo vado alla morte senza rancore delle ore vissute.

Ricordati i tuoi doveri verso di me, ti ricorderò sempre

Franca

Cara mamma,  perdonami e coraggio. Dio solo farà ciò che la vita umana non sarà in grado di adempiere. Ti bacio. La tua

Franca

Ugo Machieraldo (Mak)

Di anni 35 – ufficiale in Servizio Permanente Effettivo – nato a Cavaglià (Vercelli) il 18 luglio 1909-. Maggiore di Aeronautica Ruolo Navigante, quattro Medaglie d’Argento al Valor Militare, due proposte di Medaglia d’Argento al Valor Militare – dall’autunno del 1943 si collega all’attività clandestina in Milano – nel 1944 si unisce alle formazioni operanti in Valle d’Aosta, dapprincipio come partigiano semplice, poi come ufficiale di Stato Maggiore della 76′ Brigata Garibaldi operante in Valle d’Aosta e nel Canavese -. Catturato la notte tra il 29 e il 30 gennaio I945 in località Lace (Ivrea), in seguito a delazione, da militari tedeschi – incarcerato a Cuorgnè (Torino) -. Processato dal Comando Militare tedesco di Cuorgnè -. Fucilato il 2 febbraio 1945 contro la cinta del cimitero di Ivrea, con Riccio Orla e Piero Ottinetti -. Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Mia cara Mary,

compagna ideale della mia vita, questa sarà l’ultima lettera che tu avrai dal tuo Ugo! Ed io spero che sappia portarti tanto conforto. Il tribunale militare tedesco di Cuorgnè mi ha condannato a morte mediante fucilazione ed io attendo con altri due patrioti (Orla Riccio di Borgofranco e Ottinetti Piero di Ivrea) di passare da un momento all’altro a miglior vita. Sono perfettamente sereno nell’adempiere il mio dovere verso la Patria, che ho sempre servito da soldato senza macchia e senza paura, sino in fondo. So che è col sangue che si fa grande il paese nel quale si è nati, si è vissuti e si è combattuto. Come soldato io sono sempre stato pronto a questo passo ed oggi nel mio animo è grande più che mai la forza che mi sorregge per affrontare con vera dignità l’ultimo mio atto di soldato. Bisogna che tu, come compagna ideale e meravigliosa del tuo Ugo, sappia come lui sopportare da sola con la nostra cara Nena il resto della tua vita che porterà il tuo Ugo nel cuore.

Vado ora a morire ma non posso neanche finire, ti bacio forte forte con Nena, tuo

Ugo

Rino Mandoli (Sergio Boero)

Di anni 31 – meccanico alla SIAC nato a Genova il 13 dicembre 1912 -Dal 1935 membro del Partito Comunista Italiano e diffusore di stampa clandestina – il 25 aprile 1939 arrestato una prima volta – tradotto alle carceri Marassi di Genova, poi a Regina Coeli di Roma – condannato dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato a otto anni di reclusione – deferito al penitenziario di Castelfranco Emilia (Modena) -. Rilasciato dopo il 25 luglio 1943 – dopo l’8 settembre 1943 torna all’attività clandestina – è commissario politico operante nei dintorni di Genoso di una azione di pattuglia nei pressi dei Laghi di Lavagnino, è catturato da reparto fascista -. Tradotto nelle carceri di Alessandria, nei ripetuti interrogatori mantiene il falso nome di Sergio Boero- trasferito alla Questura di Genova, dove è indentificato, e quindi alla 4° Sezione delle carceri Marassi-. Fucilato in seguito all’attentato al Cinema Odeon di Genova, il 19 maggio 1944, nei pressi del Colle del Turchino, con Valerio Bavassano, altri quindici partigiani e quarantadue prigionieri pollitici-. Medaglia d’Argento al Valor Militare.

Ai miei cari famigliari e agli amici e compagni tutti,

vada in questa triste ora il mio piú caro saluto e l’augurio migliore per l’agognato “avvenire”. Non piangete e ricordatemi. Questo è il solo premio a cui ambisco.

Ricordate che l’Italia sarà tanto più grande quanto più sangue il suo popolo verserà serenamente.

Mandoli Rino

Irma Marchiani (Anty)

Di anni 33 – casalinga – nata a Firenze il 6 febbraio 1911 -. Nei primi mesi del 1944 è informatrice e staffetta di gruppi partigiani formatisi sull’Appennino modenese – nella primavera dello stesso anno entra a far parte del Battaglione ” Matteotti “, Brigata ” Roveda “, Divisione “Modena” – partecipa ai combattimenti di Montefiorino – catturata mentre tenta di far ricoverare in ospedale un partigiano ferito, è seviziata, tradotta nel campo di concentramento di Corticelli (Bologna), condannata a morte, poi alla deportazione in Germania – riesce a fuggire – rientra nella sua formazione di cui è nominata commissario, poi vice-comandante – infermiera, propagandista e combattente, è fra i protagonisti di numerose azioni nel Modenese, fra cui quelle di Monte Penna, Bertoceli e Benedello -. L’11 novembre 1944, mentre con la formazione ridotta senza munizioni tenta di attraversare le linee, è catturata, con la staffetta “Balilla”, da pattuglia tedesca in perlustrazione e condotta a Rocca Cometa, poi a Pavullo nel Frignano (Modena) -. Processata il 26 novembre I944, a Pavullo, da ufficiali tedeschi del Comando di Bologna -. Fucilata alle ore 17 dello stesso 26 novembre 1944, da plotone tedesco, nei pressi delle carceri di Pavullo, con Renzo Costi, Domenico Guidani e Gaetano Ruggeri “Balilla”) -. Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Sestola, da la “Casa del Tiglio”, 1° agosto 1944

Carissimo Piero, mio adorato fratello, la decisione che oggi prendo, ma da tempo cullata, mi detta che io debba scriverti queste righe. Sono certa mi comprenderai perché tu sai benissimo di che volontà io sono, faccio, cioè seguo il mio pensiero, l’ideale che pur un giorno nostro nonno ha sentito, faccio già parte di una Formazione, e ti dirò che il mio comandante ha molta stima e fiducia in me. Spero di essere utile, spero di non deludere i miei superiori. Non ti meraviglia questa mia decisione, vero?

Sono certa sarebbe pure la tua, se troppe cose non ti assillassero. Bene, basta uno della famiglia e questa sono io. Quando un giorno ricevetti la risposta a una lettera di Pally che l’invitavo qui, fra l’altro mi rispose “che diritto ho io di sottrarmi al pericolo comune?” t vero, ma io non stavo qui per star calma, ma perché questo paesino piace al mio spirito, al mio cuore. Ora però tutto è triste, gli avvenimenti in corso coprono anche le cose più belle di un velo triste. Nel mio cuore si è fatta l’idea (purtroppo non da troppi sentita) che tutti più o meno è doveroso dare il suo contributo. Questo richiamo è così forte che lo sento tanto profondamente, che dopo aver messo a posto tutte le mie cose parto contenta. “Hai nello sguardo qualcosa che mi dice che saprai comandare”, mi ha detto il comandante, “la tua mente dà il massimo affidamento; donne non mi sarei mai sognato di assumere, ma tu sì”. Eppure mi aveva veduto solo due volte.

Saprò fare il mio dovere, se Iddio mi lascierà il dono della vita sarò felice, se diversamente non piangere e non piangete per me.

Ti chiedo una cosa sola: non pensarmi come una sorellina cattiva. Sono una creatura d’azione, il mio spirito ha bisogno di spaziare, ma sono tutti ideali alti e belli. Tu sai benissimo, caro fratello, certo sotto la mia espressione calma, quieta forse, si cela un’anima desiderosa di raggiungere qualche cosa, l’immobilità non è fatta per me, se i lunghi anni trascorsi mi immobilizzarono il fisico, ma la volontà non si è mai assopita. Dio ha voluto che fossi più che mai pronta oggi. Pensami, caro Piero, e benedicimi. Ora vi so tutti in pericolo e del resto è un po’ dappertutto. Dunque ti saluto e ti bacio tanto tanto e ti abbraccio forte.

Tua sorella  Paggetto

Ringrazia e saluta Gina.

Prigione di Pavullo, 26.11.1944

Mia adorata Pally, sono gli ultimi istanti della mia vita. Pally adorata ti dico a te saluta e bacia tutti quelli che mi ricorderanno. Credimi non ho mai fatto nessuna cosa che potesse offendere il nostro nome. Ho sentito il richiamo della Patria per la quale ho combattuto, ora sono qui… fra poco non sarò più, muoio sicura di aver fatto quanto mi era possibile affinché la libertà trionfasse.

Baci e baci dal tuo e vostro Paggetto

Vorrei essere seppellita a Sestola.

 

Luigi Mascherpa

Di anni 51 - contrammiraglio – nato a Genova il 16 aprile 1893 Osservatore aeronautico nella prima guerra mondiale – decorato di Medaglia d’argento al Valor Militare -. Comandante nel settembre 1943 della base navale di Lero (Egeo), dopo l’armistizio italiano ne organizza la difesa e assume il comando delle isole dell’Egeo -. Dopo i massicci bombardamenti aerei tedeschi, iniziati su Lero il 26 settembre e l’attacco navale tedesco dei 12 novembre successivo, dirige la difesa dell’isola sino all’esaurimento delle munizioni e alla conseguente resa, avvenuta il 14 novembre 1943 -. Fatto prigioniero dai tedeschi e deportato in Polonia – nel gennaio 1944 tradotto a Verona nelle carceri Gli Scalzi e, nell’aprile successivo, a Parma nelle carceri San Francesco – semidistrutte quest’ultime in seguito a bombardamento aereo e quindi assalite da partigiani che ne liberano i detenuti politici, rifiuta, con l’ammiraglio Ingo Campioni, di sottrarsi all’imminente processo -. Processato il 22maggio 1944 dal Tribunale Speciale di Parma -. Fucilato il 24 maggio 1944, al poligono di tiro di Parma, con l’ammiraglio Inigo Campioni Medaglia d’Oro al Valor Militare.

Frida mia,

sii forte e coraggiosa. Iddio ti proteggerà… Ti abbraccio con tutta l’anima e con te mia Madre, i miei fratelli, la nonna tutti. Prega per me nelle tue preghiere come io dall’alto. dove Dio vorrà mettermi, ti seguirò sempre. Ti lascio un nome intemerato che ha una sola colpa: avere amato la Patria! Addio, Frida mia, perdonami dei dolori – di tutti i dolori – che ti ho dato nella vita. Il Padre Abate De Vincentis mi ha assistito fino all’ultimo – ti dirà di me. Coraggio ancora, Frida mia: Iddio ti farà sopportare tutto… un ultimo bacio terreno dal tuo

Luigi

Aldo Mei

Di anni 32 – sacerdote – nato a Ruota (Lucca) il 5 marzo 1912 -.Vicario Foraneo del Vicariato di Monsagrati (Lucca) – aiuta renitenti alla leva e perseguitati politici – dà ai partigiani assistenza religiosa -. Arrestato il 2 agosto 1944 nella Chiesa di Fiano, ad opera di tedeschi, subito dopo la celebrazione della Messa – tradotto a Lucca, sotto l’imputazione di avere nascosto nella propria abitazione un giornalista ebreo-. Fucilato alle ore 22 del 4 agosto 1944, da plotone tedesco, fuori Porta Elisa di Lucca.

4 agosto 1944

Babbo e Mamma,

state tranquilli – sono sereno in quest’ora solenne. In coscienza non ho commesso delitti: solamente ho amato come mi è stato possibile. Condanna a morte – I° per aver protetto e nascosto un giovane di cui volevo salva l’anima, 2° per aver amministrato i sacramenti ai partigiani, e cioè aver fatto il prete. Il terzo motivo non è nobile come i precedenti – aver nascosto la radio.

Muoio travolto dalla tenebrosa bufera dell’odio io che non ho voluto vivere che per l’amore! << Deus Charitas est>> e Dio non muore. Non muore l’Amore! Muoio pregando per coloro stessi che mi uccidono. Ho già sofferto un poco per loro…..E’ l’ora del grande perdono di Dio! Desidero avere misericordia; per questo abbraccio l’intero mondo rovinato dal peccato – in uno spirituale abbraccio di misericordia. Che il Signore accetti il sacrificio di questa piccola insignificante vita in riparazione di tanti peccati – e per la santificazione dei sacerdoti.

Oh! la santificazione dei sacerdoti. Oggi stesso avrei dovuto celebrare Messa per questa intenzione – invece di offrire a Gesù – offro me a Lui, perché faccia tutti santi i suoi ministri, tutti apostoli di carità – e il mio pensiero va anche ai confratelli del Vicariato, che non ho edificato e aiutato come avrei dovuto. Gliene domando umilmente perdono. Mi ricordino tutti al Signore. Sia dato a ciascuno un’offerta di 75 lire per una applicazione di S. Messa a suffragio della povera anima mia.

Almeno 100 Messe che siano celebrate per riparare eventuali omissioni e manchevolezze e a suffragio dell’anima mia.

A Basilio – Beppe e loro mogli e figli carissimi – alla Nonna e Argia – alla zia Annina, Carolina, Livia, Giorgina – Dante, Silvio, Annunziato, ecc., e a tutti i parenti – a tutti i conoscenti, a tutti i Ruotesi, cosa dirò? Quello che ho ripetutamente detto ai figli di adozione, i Fianesi. Conservatevi tutti nella grazia de Signore Gesù Cristo – perché questo solamente conta quando ci si trova davanti al maestoso passo della morte – e così tutti vogliamo rivederci e starsene indissolubilmente congiunti nella gioia vera e perfetta della unione eterna con Dio in cielo.

Non più carta – all’infuori di questa busta – e anche la luce sta per venir meno. Domani festa della Madonna potrò vederne il volto materno? Sono indegno di tanta fortuna. Anime buone pregate voi tutte perché mi sia concessa presto – prestissimo tanta fortuna!

Anche in questo momento sono passati ad insultarmi – << Dimette illis – nesciunt quid faciunt>>. Signore che venga il Vostro regno! Mi si tratta come un traditore – assassino. Non mi pare di aver voluto male a nessuno – ripeto a nessuno – mai che se per caso avessi fatto a qualcuno qualche cosa di male – io qui dalla mia prigione – in ginocchio davanti al Signore – ne domando umilmente perdono.

Al sacerdote che mi avviò al Seminario D. Ugo Sorbi il mio saluto di arrivederci al cielo. Ai carissimi Superiori del Seminario, specialmente a Mons. Malfatti e al Padre Spirituale D. Giannotti – l’invito che mi assistano nel punto più decisivo della mia esistenza – la morte – mentre prego il Signore a ricompensarli centuplicatamente come sa far Lui.

4 agosto – ore 5

Alla donna di servizio Perfetti Agnese. Il Signore vi ricompensi per quanto avete fatto per me e in aiuto al mio ministero. Vi chiedo perdono di non avervi sempre dato esempio di santità sacerdotale. Vi raccomando di diventare Santa…

Vi raccomando la povera Adriana e cose sue – per quella famiglia – perché il Signore salvi tutti io volentieri principalmente muoio….

Alla Biblioteca Parrocchiale che tanto raccomando all’Azione Cattolica lasciò La vita di G. C. di Ricciotti e i due volumi del Messaggio Sociale di Giordani. Le raccomando caldamente l’A.C. specialmente ai cari giovani e alle care giovani – che siano tutti e sempre degni dell’altissimo ideale.

Ringrazio affettuosamente, saluto e Benedico tutti i catechisti per la generosa cooperazione e consolazione prestatami nel mio ministero.

Un pensiero particolare di incoraggiamento e di lode alla Mery. L’Oratorio lo affido al Cuore Sacratissimo di Gesù, fiat voluntas tua.

Il Signore ricompensi tutte le anime buone che nel mio ministero mi sono state di consolazione e di aiuto. Il più largo e generoso perdono a chi in qualche modo mi avesse potuto addolorare. Un pensiero ed una esortazione caldissima a quei poveri fratelli che sono più lontani dalla pratica religiosa. Ho fatto troppo poco in vita per queste pecorelle più sbandate. Ora in morte l’assicuro che anzitutto per essi e perla loro salvezza offro la mia povera vita.

Muoio anzitutto per un motivo di carità. Regina di tutte le virtù Amate Dio in Gesù Cristo, amatevi come fratelli. Muoio vittima dell’odio che tiranneggia e rovina il mondo – muoio perché trionfi la carità cristiana.

Amate la Chiesa – vivete e morite per Lei – è la Vita e la Morte veramente più bella.

Tutto il popolo ricordi e osservi il voto collettivo di vita cristiana. Fuggite tutti il peccato unico vero male che attrista nel tempo e rovina irreparabilmente nella eternità.

Grazie a quanti hanno gentilmente alleviato, con preghiere e con altro la mia prigionia e la mia morte.

Il povero Don Aldo Mei, indegno Parroco di Fiano.

Bruno Parmesan (Venezia)

Di anni 19 – meccanico tornitore – nato a Venezia il 14 aprile 1925 -. Partigiano nel Battaglione “Val Meduna”, 4^ Brigata, I Divisione delle Formazioni Osoppo-Friuli -. Catturato nel gennaio 1945 a Meduno (Udine), in seguito a delazione, per opera di militi delle Brigate Nere -. Processato il 2 febbraio 1945 dal Tribunale Militare Territoriale tedesco di Udine -. Fucilato alle ore 6 dell’11 febbraio 1945, contro il muro di cinta del cimitero di Udine, con Gesuino Manca ed altri ventidue partigiani.

Udine, 10 febbraio 1945

Caro Papà e tutti miei cari di famiglia e parenti,

dalla soglia della morte vi scrivo queste mie ultime parole. Il mondo e l’intera umanità mi è stata avversa. Dio mi vuole con sé.

Oggi 10 febbraio, il tribunale militare tedesco mi condanna. Strappa le mie carni che tu mi avevi fatto dono, perché hanno sete di sangue.

Muoio contento perché lassù in cielo rivedrò la mia adorata mamma. Sento che mi chiama, mi vuole vicino come una volta, per consolarmi della mia dura sorte. Non piangete per me, siate forti, ricevete con serenità queste mie parole, come io sentii la mia sentenza.

Ore mi separano dalla morte, ma non ho paura perché non ho fatto del male a nessuno; la mia coscienza è tranquilla.

Papà, fratelli e parenti tutti, siate orgogliosi del vostro Bruno che muore innocente per la sua terra.

Vedo le mie care sorelline Ida ed Edda che leggono queste ultime mie parole: le vedo così belle come le vidi l’ultima volta, col loro dolce sorriso. Forse qualche lacrima righerà il loro volto. Dà loro coraggio, tu Guido, che sei il più vecchio.

Quando finirà questa maledetta guerra che tanti lutti ha portato in tutto il mondo, se le possibilità ve lo permetteranno fate che la mia salma riposi accanto a quella della mia cara mamma.

Guido abbi cura della famiglia, questo è il mio ultimo desiderio che ti chiedo sul punto di morte. Auguri a voi tutti miei cari fratelli, un buon destino e molta felicità. Perdonatemi tutti del male che ho fatto. Vi lascio mandandovi i miei più cari baci.

Il vostro per sempre

Bruno

Luigi Pierobon (Dante)

Di anni 22 – laureando alla facoltà di belle lettere di Padova – nato a Cittadella (Padova) il 12 aprile 1922 -. Tra i primi partigiani sui monti di Recoaro terme (Vicenza), alla costituzione della I^ Brigata Garibaldi è designato comandante del I° Battaglione “Stella” operante nel Vicentino – nel marzo e aprile 1944 guida numerosi colpi di mano contro reparti e automezzi fascisti e tedeschi – su di una strada nei pressi di Recoaro, ove all’inizio del 1944 si è insediato il Quartier Generale tedesco in Italia, con quattro dei suoi libera sette compagni che su di un autocarro tedesco vengono condotti alla morte – a Montecchio Maggiore con quaranta dei suoi assale la sede del Ministero della Marina della Repubblica Sociale Italiana, disarma il presidio e fa bottino di armi, munizioni e materiali – è designato comandante della Brigata -. Catturato il 15 agosto 1944, a Padova, in seguito a delazione – tradotto nella Casa di Pena di Padova -. Fucilato il 17 agosto 1944 a Padova, per rappresaglia alla uccisione del colonnello Fronteddu, con Primo Barbiero, Saturno Baudin, Antonio Franzolin, Pasquale Muolo, Cataldo Presicci, Ferruccio Spigolon . mentre contemporaneamente vengono impiccati Flavio Busonera, Ettore Calderoni e Clemente Lampioni -. Medaglia d’Oro al Valor Militare.

A mamma e papà,

Nell’ultimo momento un bacio caro, tanto caro. Ho appena fatto la SS. Comunione. Muoio tranquillo. Il Signore mi accolga fra i suoi in cielo. E’ l’unico augurio e più bello che mi faccio. Pregate per me.

Saluto tutti i fratelli, Paolo, Giorgio, Fernanda, Giovanni, Alberto, Giuliana, Sandro, lo zio Giovanni, tutti gli zii e le zie. Un bacio a tutti.

Il Padre qui presente, che mi assiste, vi dirà i miei ultimi desideri.

Un bacio caro.

Luigi Pierobon

Giancarlo Puecher Passavalli

Di anni 20 – dottore in legge – nato a Milano il 23 agosto 1923 -. Subito dopo l’8 settembre 1943 diventa l’organizzatore ed il capo dei gruppi partigiani che si vanno formando nella zona di Erba-Pontelambro (Como) – svolge numerose azioni, fra cui rilevante quella al Crotto Rosa di Erba, per il ricupero di materiale militare e di quadrupedi -. Catturato il 12 novembre 1943 a Erba, da militi delle locali Brigate Nere – tradotto nelle carceri San Donnino in Como – più volte torturato -. Processato il 21 dicembre 1943 dal Tribunale Speciale Militare di Erba -. Fucilato lo stesso 21 dicembre 1943, al cimitero nuovo di Erba, da militi delle Brigate Nere -. Medaglia d’Oro al Valor Militare -. E’ figlio di Giorgio Puecher Passavalli, deportato al campo di Mauthausen ed ivi deceduto.

Muoio per la mia Patria. Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato: Spero che il mio esempio serva ai miei fratelli e compagni. Iddio mi ha voluto… Accetto con rassegnazione il suo volere.

Non piangetemi, ma ricordatemi a coloro che mi vollero bene e mi stimarono. Viva l’Italia.  Raggiungo con cristiana rassegnazione la mia mamma che santamente mi educò e mi protesse per i vent’anni della mia vita.

L’amavo troppo la mia Patria; non la tradite, e voi tutti giovani d’Italia seguite la mia via e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una nuova unità nazionale.  Perdono a coloro che mi giustiziano perché non sanno quello che fanno e non sanno che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia.

A te Papà l’imperituro grazie per ciò che sempre mi permettesti di fare e mi concedesti.

Gino e Gianni siano degni continuatori delle gesta eroiche della nostra famiglia e non si sgomentino di fronte alla mia perdita. I martiri convalidano la fede in una Idea. Ho sempre creduto in Dio e perciò accetto la Sua volontà. Baci a tutti.

Giancarlo

Roberto Ricotti

Di anni 22 – meccanico – nato a Milano il 7 giugno 1924 -. Nel settembre 1943 fugge dal campo di concentramento di Bolzano e si porta a Milano dove si dedica all’organizzazione militare dei giovani del proprio rione – nell’agosto 1944 è commissario politico della 124^ Brigata Garibaldi SAP, responsabile del 5° Settore del Fronte della Gioventù -. Arrestato il 20 dicembre 1944 nella propria abitazione di Milano adibita a sede del Comando del Fronte della Gioventù – tradotto nella sede dell’OVRA in Via Fiamma, indi alle carceri San Vittore – più volte seviziato -. Processato il 12 gennaio 1945, dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato per appartenenza a bande armate -. Fucilato il 14 gennaio 1945 al campo sportivo Giurati di Milano, con Roberto Giardino ed altri sette partigiani -. Proposto per la Medaglia d’Oro al Valor Militare.

S. Vittore 13.1.’45

A te mio dolce amore caro io auguro pace e felicità. Addio amore…

Roberto Ricotti  Condannato a morte

Tu che mi hai dato le uniche ore di felicità della mia povera vita…! a te io dono gli ultimi miei battiti d’amore… Addio Livia, tuo in eterno…

Roberto

14.1.’45

Parenti cari consolatevi, muoio per una grande idea di giustizia… Il Comunismo!! Coraggio addio! Roberto Ricotti

14.1.’45

Lascio a tutti i compagni, la mia fede, il mio entusiasmo, il mio incitamento. Roberto Ricotti

Vito Salmi (Nino)

Di anni 19 – tornitore – nato a Monteveglio (Bologna) il 15 ottobre 1924 -. Dal Febbraio 1944 partigiano della 142^ Brigata d’Assalto Garibaldi, prende parte ai combattimenti di Montagnana (Parma) -.Catturato a Montagnana nella seconda metà dell’aprile 1944, per opera di fascisti e tedeschi che, guidati da un dlatore a conoscenza della parola d’ordine, lo sorprendevano nel sonno insieme ad una cinquantina di partigiani – tradotto nelle carceri di Parma -. Condannato a morte dal Tribunale Militare di Parma e quindi graziato condizionalmente e trattenuto come ostaggio -. Fucilato il 4 maggio 1944 nei pressi di Bardi (Parma), in rappresaglia all’uccisione di quattro militi, con Giordano Cavestro ed altri tre partigiani.

Caro babbo,

vado alla morte con orgoglio, sii forte come lo sono stato io fino all’ultimo e cerca di vendicarmi. Per lutto porta un garofano rosso. Ricevi gli ultimi bacioni da chi sempre ti ricorda. Tuo figlio

Vito

Saluti a tutti quelli che mi ricordano.

Vendicatemi

Lorenzo Viale

Di anni 27 – ingegnere alla FIAT di Torino – nato a Torino il 25 dicembre 1917 -. Addetto militare della squadra “Diavolo Rosso”, poi ufficiale di collegamento dell’organizzazione “Giovane Piemonte” – costretto a lasciare Torino, si unisce alle formazioni operanti nel Canavesano -. Catturato l’8 dicembre 1944 a Torino, nella propria abitazione, in seguito a delazione, per opera di elementi delle Brigate Nere, essendo sceso dalla montagna nel tentativo di salvare alcuni suoi compagni -. Processato l’8 febbraio 1945, dal Tribunale Co:Gu: (Contro Guerriglia) di Torino, perché ritenuto responsabile dell’uccisione del prefetto fascista Manganiello -. Fucilato l’11 febbraio 1945 al Poligono Nazionale del Martinetto in Torino, da plotone di militi della GNR, con Alfonso Gindro ed altri tre partigiani.

Torino, 9 febbraio 1945

Carissimi,

una sorte dura e purtroppo crudele sta per separarmi da voi per sempre. Il mio dolore nel lasciarvi è il pensiero che la vostra vita è spezzata, voi che avete fatti tanti sacrifici per me, li vedete ad un tratto frustrati da un iniquo destino. Coraggio! Non potrò più essere il bastone dei vostri ultimi anni ma dal cielo pregherò perché Iddio vi protegga e vi sorregga nel rimanente cammino terreno. La speranza che ci potremo trovare in una vita migliore mi aiuta a sopportare con calma questi attimi terribili. Bisogna avere pazienza, la giustizia degli uomini, ahimè, troppo severa, ha voluto così. Una cosa sola ci sia di conforto: che ho agito sempre onestamente secondo i santi principi che mi avete inculcato sin da bambino, che ho combattuto lealmente per un ideale che ritengo sarà sempre per voi motivo di orgoglio, la grandezza d’Italia, la mia Patria: che non ho mai ucciso, né fatto uccidere alcuno: che le mie mani sono nette di sangue, di furti e di rapine. Per un ideale ho lottato e per un ideale muoio. Perdonate se ho anteposto la Patria a voi, ma sono certo che saprete sopportare con coraggio e con fierezza questo colpo assai duro.

Dunque, non addio, ma arrivederci in una vita migliore. Ricordatevi sempre di un figlio che vi chiede perdono per tutte le stupidaggini che può aver compiuto, ma che vi ha sempre voluto bene.

Un caro bacio ed abbraccio

Renzo

 


 

 

Il Consiglio Direttivo dell’Associazione Garibaldini per l’Italia ha conferito a Leandro Mais la tessera di Socio Onorario n° 05/o. Mercoledì 4 febbraio 2015, alla presenza del Presidente Paolo Macoratti, dei soci Monica Simmons e Gianni Blumthaler,  e della moglie Maria Pia Rosati Mais, sono stati consegnati a Leandro la tessera, il fazzoletto sociale e una targa ricordo. La riproduzione dell’immagine del retro-targa è stata autorizzata dallo scultore Gabriele Di Maulo.

MOTIVAZIONE TESSERA ONORARIA N° 05/O

Per Mais Leandro, ricercatore storico e collezionista 

 

 

 

Il Consiglio Direttivo. in conformità agli artt. 7 e 4 dello Statuto ha deciso all’unanimità di concedere a Mais Leandro la qualifica di Socio Onorario dell’Associazione Garibaldini per l’Italia,

per l’impegno costante dedicato allo  studio dei documenti e dei reperti del Risorgimento italiano, con particolare  riferimento alle imprese eroiche di Giuseppe Garibaldi.

Si riconosce a Leandro Mais il merito di aver  arricchito con scrupolose, appassionate e approfondite indagini  il patrimonio della cultura storica italiana;  di aver gratuitamente e generosamente rese accessibili le sue collezioni perché fossero divulgati i valori civili e umani in esse contenuti; di aver favorito attraverso la ricerca della verità storica l’educazione delle giovani generazioni

Dritto Medaglia

Rovescio Medaglia

 

 

 

 

 

 

          Tra i documenti da cui gli studiosi traggono spunti, notizie e prove degli eventi che hanno determinato fatti storici  più o meno rilevanti, lo studio delle monete o delle medaglie del passato è privilegio di pochi ricercatori. Per l’interesse  che la nostra associazione nutre per il periodo risorgimentale, riteniamo  utile presentare questa piccola ma significativa nota  del ricercatore storico Leandro Mais che, dopo aver raccolto una gran quantità di reperti legati al Risorgimento, e in particolare intorno alla  figura di Giuseppe Garibaldi, ne ha studiato con passione  ogni piccolo indizio che potesse alimentare la complessa conoscenza della verità storica. In questa prospettiva, personaggi storici di riferimento come il Re d’Italia Vittorio Emanuele II, si presentano al giudizio degli Italiani con il loro vero volto; assai dissimile dalla perfetta iconografia che li ritrae sempre nobili.

P.M.

 

FALSITA’ E INGRATITUDINE IN UNA MEDAGLIA DEL RE “GALANTUOMO”

 di Leandro Mais

Questa medaglia fu concessa a tutti coloro che presero parte alla liberazione della Sicilia nel 1860 (quindi non solo ai 1089 di Marsala ma anche a tutti gli altri che vi si aggregarono successivamente). Il decreto è il N°10 del 12 dicembre 1860 e la medaglia fu concessa in argento ai mutilati e ai feriti, e in bronzo a tutti gli altri ( 1 ). Da un primo esame del Rovescio di questa medaglia si potrebbe pensare che la liberazione della Sicilia del 1860 sia stata opera dell’”Italia e Casa Savoia”. Considerando poi che nel Dritto appare solamente il ritratto di Vittorio Emanuele e nessun riferimento al vero “liberatore”, possiamo confermare che questa medaglia dichiara una falsità. Se invece vogliamo dare all’iscrizione del R. una interpretazione non espressa, ovvero che    ” l’Italia e Casa di Savoia” offrono in ricordo questa medaglia ai liberatori della Sicilia, ciò non si può affermare per come è scritto. Quindi non comparendo nessun chiaro riferimento ai veri liberatori possiamo senz’altro definire questa medaglia un segno di ingratitudine sovrana verso i veri liberatori e il loro glorioso capo.

Una notizia particolarmente interessante (vedi pag. 199 di cui alla nota 1) è quella della concessione di un esemplare in oro al Generale Garibaldi (definito nel catalogo “Liberatore della Sicilia” ??). Il decreto di questo è il N° 83 dell’ 11 Gennaio 1862. Lascio immaginare il “gradimento” da parte dell’Eroe quando ricevette un “riconoscimento” nel quale era completamente assente ogni riferimento al vero liberatore. E’ invece storicamente accertato dalle cronache dell’epoca l’effetto di ripulsa che ebbe questa medaglia quando fu assegnata ai garibaldini. In più si noti la data di concessione di quella in oro consegnata all’eroe: “1862 “. Questo è l’anno che nella storia d’Italia porta la data più tragica: ” 29 Agosto 1862″.

Garibaldi quel giorno non ricevette una seconda medaglia d’oro dal suo Re, ma una palla di piombo di moschetto che lo rese invalido per tutto il resto della vita.

( 1 ) – Tutti i dati dei vari decreti ufficiali di questa medaglia sono descritti da pag. 197 a pag. 201   del catalogo:” Le decorazioni del Regno di Sardegna e del Regno d’Italia” di Costantino Scarpa e Paolo Cézzanne – Vol. 1 – Roma 1892

 

 

 

 

Fotografia con dedica autografa di Garibaldi al Marchese Costantino di Palermo

La foto sopra riportata e il testo che segue dopo il nostro breve commento, si riferiscono al libro “ROMA O MORTE” di Leandro Mais e Bruno Zappone, pubblicato nel 2009 dall’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, con il contributo editoriale di Finmeccanica.

           Nella premessa di ”Roma o morte”, volume che è stato definito da un autorevole studioso del Risorgimento: “Libro-Museo”, il noto ricercatore storico e collezionista Leandro Mais ci ricorda come l’episodio di Aspromonte, che coinvolse migliaia di volontari provenienti da tutta Italia, non sia stato mai inserito nelle “Campagne garibaldine per l’Unità d’Italia”; campagne che, lo ricordiamo, furono quelle del 1860 e 1867. “Ciò perché”, dice Mais, “nel 1860 i volontari Garibaldini combatterono contro i Borboni, nel 1867 contro papalini e francesi, quindi sia i primi che i secondi contrari all’Unità del Regno d’Italia”. In effetti, la responsabilità di quanto accadde quel 29 Agosto del 1862 va ricercata nel comportamento a dir poco sprezzante del Governo Italiano nei confronti di Garibaldi e dei suoi seguaci; comportamento certificato dalle medaglie al valor militare e dalle promozioni conferite ai combattenti-aggressori da parte dello stesso Regio Governo, come ci ricorda ancora Mais citando i loro nomi: “..Medaglia d’oro (con motivazione sconcertante) al Ten. dei bersaglieri Luigi Ferrari ed una promozione (a Maggiore) al Capitano De Villata, il triste fucilatore dei sette garibaldini a Fantina”. Il disastroso scontro fratricida, evitato grazie all’intervento di Garibaldi, è qui testimoniato dalle parole stesse che l’Eroe dei due Mondi scrisse a bordo del Duca di Genova il 1° settembre 1862, durante il trasferimento al carcere del Varignano. Il documento, di cui alleghiamo la trascrizione, è di eccezionale importanza perché scritto “a caldo”, a poche ore dallo scontro armato e dal ferimento del Generale. In poche pagine scritte con l’angoscia nel cuore e con la sofferenza fisica, Garibaldi ci illumina sulla verità di un momento storico cruciale per i destini del nostro paese.

L’inno francese è stato copiato da un brano del compositore vercellese Giovan Battista Viotti, e risale al 1781. 
Ascoltando il “Tema e variazioni” in do maggiore del compositore Giovan Battista Viotti, ci sono pochi dubbi: la celebre melodia della ‘Marsigliese’ è un plagio musicale.
Uno spartito, assicurano i protagonisti dell’integrale della musica per violino e orchestra del compositore nato nel Vercellese nel 1755 e morto a Londra nel 1824, concepito nel 1781, ben undici anni prima che la celebre ‘Marsigliese’ fosse ufficialmente creata dal compositore Claude De Lisle. Il quale, del resto, non firmò lo spartito (com’era invece solito fare) quando lo consegnò al sindaco di Strasburgo che glielo aveva commissionato come ‘canto di guerra’ per l’armata del Reno, sul fronte tedesco, nel 1792 appunto.
L’inno divenne poi la canzone più popolare della Rivoluzione francese e prese il nome di ’Marsigliese’ perché cantata per le strade di Parigi dai volontari provenienti  dalla città del Midi.
Da molti anni si discuteva sull’origine della musica, proprio perché De Lisle non ne aveva firmato lo spartito e perché lo stesso De Lisle risulterebbe aver composto l’inno in una sola notte. 
Alcuni in passato avevano anche attribuito l’opera a Mozart, per via delle somiglianze con un famoso tema del primo tempo del Concerto per pianoforte e orchestra di Mozart K503, del 1786. La musica dell’inno francese è invece di cinque anni precedente anche rispetto all’opera mozartiana. 

Viotti, violinista e compositore, era nato nel 1755 a Fontanetto Po, oggi in provincia di Vercelli e al tempo parte del Regno di Sardegna. Studiò musica a Torino poi visse per molti anni a Parigi dove (paradossale, per l’autore di una musica divenuta poi un simbolo rivoluzionario) fu musicista e impresario di corte: al punto da intrattenere rapporti di amicizia con la regina Maria Antonietta.
Nel 1792, l’anno in cui la musica della futura ‘Marsigliese’ gli fu ‘rubata’ da De Lisle, scappò dalla Francia rivoluzionaria per riparare in Inghilterra. Solo nel 1818 tornò a Parigi, grazie a un altro suo amico nobile: il conte di Provenza, divenuto re di Francia con il nome di Luigi XVII. Morì poi a Londra, pochi anni dopo.
Nel secondo volume dell’integrale concertistica dedicata a Viotti oltre al ‘Tema e variazioni’ ci sono anche le prime registrazioni mondiali dei concerti numero 12 e 25 con le cadenze originali dell’autore. 
Protagonista delle incisioni, al violino e sul podio della Camerata Ducale, è Guido Rimonda, che così spiega la sua vocazione viottiana: «E’ stato il padre dei violinisti moderni: diede vita all’arco ancora oggi in uso; sviluppò enormemente la tecnica violinistica proponendo soluzioni inedite e di grande effetto, che costituirono gran parte dell’eredità passata a Paganini; infine, ma non certo meno importante, contribuì grandemente alla creazione della forma sonata, ovvero del vero e proprio concerto romantico».

L’Espresso del 9 Maggio 2013

 

Ascolta la Marsigliese di Viotti:

http://www.youtube.com/watch?v=hRDKpNjGcgs

Questo inno, scritto da Luigi Mercantini e musiche di Alessio  Olivieri, fu eseguito per la prima volta il 31 dicembre 1858 a  Genova alla presenza di Garibaldi e Bixio.

Il poeta Luigi Mercantini, autore de “la spigolatrice di Sapri”, nel 1849 combatte ad Ancona contro gli austriaci; in esilio dopo la caduta della città, si trasferisce a Torino ove insegna letteratura italiana nel collegio femminile delle Peschiere.
Nel 1858 conosce Giuseppe Garibaldi che lo incarica di scrivere un inno per i volontari: “voi mi dovreste scrivere un inno per i miei volontari! lo canteremo andando alla carica, e lo ricanteremo tornando vincitori!”.

Alessio Olivieri – si arruola nella brigata Savoia a soli 16 anni. Nel 1852 viene nominato direttore della banda. Autore di marce militari, ballabili e balletti, musica nel 1858 i versi di Mercantini come “Canzone Italiana” che diviene, dopo la spedizione dei mille, “Inno di Garibaldi” :

 “si scopron le tombe, si levano i morti, i martiri nostri son tutti risorti…; le spade nel pugno, gli allori alle chiome, la fiamma ed il nome — d’Italia sul cor…..”

La versione di Arturo Toscanini è senza dubbio tra le più felici

https://www.youtube.com/watch?v=088dViMtrQw

Domenica 8 settembre 2013 si è svolta a Roma l’Assemblea dei firmatari di un documento, che riportiamo in questa pagina, firmato da:  LORENZA CARLASSARE, DON LUIGI CIOTTI, MAURIZIO LANDINI, STEFANO RODOTA’, GUSTAVO  ZAGREBELSKI

L’Associazione Garibaldini per l’Italia, dopo aver letto il documento e ascoltato le ragioni dei firmatari, ha deciso di aderire alla manifestazione del 12 ottobre 2013, mobilitando tutti quei cittadini che intendano salvaguardare la Costituzione, attualizzandone e realizzandone i princìpi fondamentali.

1. Di fronte alle miserie, alle ambizioni personali e alle rivalità di gruppi spacciate per affari di Stato, invitiamo i cittadini a non farsi distrarre. Li invitiamo a interrogarsi sui grandi problemi della nostra società e a riscoprire la politica e la sua bussola: la Costituzione. La dignità delle persone, la giustizia sociale e la solidarietà verso i deboli e gli emarginati, la legalità e l’abolizione dei privilegi, l’equità nella distribuzione dei pesi e dei sacrifici imposti dalla crisi economica, la speranza di libertà, lavoro e cultura per le giovani generazioni, la giustizia e la democrazia in Europa, la pace: questo sta nella Costituzione. La difesa della Costituzione non è uno stanco richiamo a un testo scritto tanti anni fa. Non è un assurdo atteggiamento conservatore, superato dai tempi. Non abbiamo forse, oggi più che mai, nella vita d’ogni giorno di tante persone, bisogno di dignità, legalità, giustizia, libertà? Non abbiamo bisogno di politica orientata alla Costituzione? Non abbiamo bisogno d’una profonda rigenerazione bonificante nel nome dei principi e della partecipazione democratica ch’essa sancisce? Invece, si è fatta strada, non per caso e non innocentemente, l’idea che questa Costituzione sia superata; che essa impedisca l’ammodernamento del nostro Paese; che i diritti individuali e collettivi siano un freno allo sviluppo economico; che la solidarietà sia parola vuota; che i drammi e la disperazione di individui e famiglie siano un prezzo inevitabile da pagare; che la partecipazione politica e il Parlamento siano ostacoli; che il governo debba essere solo efficienza della politica economica al servizio degli investitori; che la vera costituzione sia, dunque, un’altra: sia il Diktat dei mercati al quale tutto il resto deve subordinarsi. In una parola: s’è fatta strada l’idea che la democrazia abbia fatto il suo tempo e che si sia ormai in un tempo post-democratico: il tempo  della sostituzione del governo della “tecnica” economico-finanziaria al governo della “politica” democratica. Così, si spiegano le “ineludibili riforme” – come sono state definite –, ineludibili per passare da una costituzione all’altra. La difesa della Costituzione è dunque innanzitutto la promozione di un’idea di società, divergente da quella di coloro che hanno operato finora tacitamente per svuotarla e, ora, operano per manometterla formalmente. È un impegno, al tempo stesso, culturale e politico che richiede sia messa in chiaro la natura della posta in gioco e che si riuniscano quante più forze è possibile raggiungere e mobilitare. Non è la difesa d’un passato che non può ritornare, ma un programma per un futuro da costruire in Italia e in Europa.

2. Eppure, per quanto si sia fatto per espungerla dal discorso politico ufficiale, nel quale la si evocava solo per la volontà di cambiarla, la Costituzione in questi anni è stata ben viva. Oggi, ci accorgiamo dell’attualità di quell’articolo 1 della ostituzione che pone il lavoro alla base, a fondamento della democrazia: un articolo a lungo svalutato o sbeffeggiato come espressione di vuota ideologia. Oggi, riscopriamo il valore dell’uguaglianza, come esigenza di giustizia e forza di coesione sociale, secondo la proclamazione dell’art. 3 della Costituzione: un articolo a lungo considerato un’anticaglia e sostituito dall’elogio della disuguaglianza e dell’illimitata competizione nella scala sociale. Oggi, la dignità della persona e l’inviolabilità dei suoi diritti fondamentali, proclamate dall’art. 2 della Costituzione, rappresentano la difesa contro la mercificazione della vita degli esseri umani, secondo le “naturali” leggi del mercato. Oggi, il dovere tributario e l’equità fiscale, secondo il criterio della progressività alla partecipazione alle spese pubbliche, proclamato dall’art. 53 della Costituzione, si dimostra essere un caposaldo essenziale d’ogni possibile legame di cittadinanza, dopo tanti anni di tolleranza, se non addirittura di giustificazione ed elogio, dell’evasione fiscale. Ecco, con qualche esempio, che cosa è l’idea di società giusta che la Costituzione ci indica. Negli ultimi anni, la difesa di diritti essenziali, come quelli alla gestione dei beni comuni, alla garanzia dei diritti sindacali, alla protezione della maternità, all’autodeterminazione delle persone nei momenti critici dell’esistenza, è avvenuta in nome della Costituzione, più nelle aule dei tribunali che in quelle parlamentari; più
nelle mobilitazioni popolari che nelle iniziative legislative e di governo. Anzi, possiamo costatare che la Costituzione, quanto più la si è ignorata in alto, tanto più è divenuta punto di riferimento di tante persone, movimenti, associazioni nella società civile. Tra i più giovani, i discorsi di politica suonano sempre più freddi; i discorsi di Costituzione, sempre più caldi, come bene sanno coloro che frequentano le aule scolastiche. Nel nome della Costituzione, ci si accorge che è possibile parlare e intendersi politicamente in un senso più ampio, più elevato e lungimirante di quanto non si faccia abitualmente nel linguaggio della politica d’ogni giorno. In breve: mentre lo spazio pubblico ufficiale si perdeva in un gioco di potere sempre più insensato e si svuotava di senso costituzionale, ad esso è venuto affiancandosi uno spazio pubblico informale più largo, occupato da forze spontanee. Strade e piazze hanno offerto straordinarie opportunità d’incontro e di iconoscimento reciproco. Devono continuare ad esserlo, perché lì la novità politica ha assunto forza e capacità di comunicazione; lì si sono superati, per qualche momento, l’isolamento e la solitudine; lì si è immaginata una società diversa. Lì, la parola della Costituzione è risuonata del tutto naturalmente.

3. C’è dunque una grande forza politica e civile, latente nella nostra società. La sua caratteristica è stata, finora la sua dispersione in tanti rivoli e momenti che non ha consentito di farsi valere come avrebbe potuto, sulle politiche ufficiali. Si pone oggi con urgenza, tanto maggiore quanto più procede il tentativo di cambiare la Costituzione in senso meramente efficientistico-aziendalistico (il presidenzialismo è la punta dell’iceberg!), l’esigenza di raccogliere, coordinare e potenziare il bisogno e la volontà di Costituzione che sono diffusi, consapevolmente e, spesso, inconsapevolmente, nel nostro Paese, alle prese con la crisi politica ed economica e con la devastazione sociale che ne consegue. Anche noi abbiamo le nostre “ineludibili riforme”. Ma, sono quelle che servono per attuare la Costituzione, non per cambiarla.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

http://video.repubblica.it/politica/rodota-e-landini-ripartire-dalla-via-maestra/139464/138005

Riportiamo l’articolo di Roberta De Monticelli apparso su Micromega il 19 settembre 2013

1. Una ragione
C’è una ragione profonda per la quale torniamo oggi a sentire la difesa e l’attuazione della Costituzione come il solo richiamo che non è lecito non ascoltare: anzi, per la quale cominciamo a sentire – come con finezza nota il testo de “La via maestra” – che “i discorsi di politica suonano sempre più freddi; i discorsi di Costituzione, sempre più caldi”, soprattutto fra i giovani.

Questa ragione ha una parte visibile e una invisibile. Quella visibile è la degradazione sempre più evidente che subiscono da una ventina d’anni a questa parte – ma negli ultimi anni e mesi in misura crescente – l’attività, l’aspetto, il linguaggio, la competenza e perfino il decoro della maggior parte dei politici di professione, siano di lungo corso, siano giovani, rampanti e rapaci, o rampolli delle burocrazie correntizie dei partiti, o delle loro consorterie aziendali. Il testo de La via maestra apre su questo fenomeno: “Di fronte alle miserie, alle ambizioni personali e alle rivalità di gruppi spacciate per affari di Stato…”.

Dal punto di vista politologico, questa involuzione si può davvero descrivere come l’effetto di una oligarchica, sebbene in una sua chiave particolarmente italiana, cioè consortile e scilipotica, una chiave che mescola elementi universali di degenerazione populista della democrazia a elementi nazionali e locali di violenza (verbale, finora), conformismo servile e cinismo brutale.

Ma dal punto di vista “filosofico” questa involuzione corrisponde a un grado non ancora visto prima, nel secondo dopoguerra europeo, di erosione dell’elemento normativo nello spazio pubblico, sia esso quello istituzionale del Parlamento o quello dalla pubblica opinione, della discussione pubblica e dell’informazione. In altre parole, prevale ovunque la più pericolosa delle confusioni: quella fra diritto e potere, giurisdizione e politica, vigente dover essere e realtà di fatto, o di forza. E’ questa confusione o addirittura subordinazione del primo termine al secondo, la parte profonda, spesso nascosta alla coscienza distratta, della ragione per cui sentiamo la necessità di difendere la Costituzione – e di applicarla,
naturalmente. Siamo oggi arrivati all’estremo di un lungo processo di distruzione di quella sfera pre-politica – cioè sottratta in linea di principio tanto al negoziato che allo scontro politici – che è il patto di cittadinanza stesso, il recinto di regole entro cui può svolgersi l’agone politico, o infine la norma sottratta alla forza, senza la quale uno Stato non si distingue concettualmente da una banda di briganti.

Questa erosione della norma sotto il peso del fatto e della forza ha avvelenato non solo il diritto, che è stato contorto ad accogliere ogni perversione, fino a soffocare nella sua incoerenza ogni pratica e a umiliare nella sua ingiustizia ogni aspirazione, ogni speranza; essa ha avvelenato anche il linguaggio. Forse il veleno peggiore è proprio questo: che la normalità di questa Repubblica sia diventata il fatto di disprezzarla, che oggi pochi sentano più nella parola “normale” il significato della norma, della normatività che diamo a noi stessi per diventare civili, e ci distingue non dalle bestie, che incivili non sono, ma dalle cosche e dalle bande di briganti. Che per “normale” ciascuno intenda quello che di fatto va così, e “quindi” è giusto che vada così. E’ quel “quindi” che è osceno, anche quando resta implicito, muto nella testa di chi trova tutto questo “normale”: e poche sono le orecchie che ne restano ferite quando è ribadito ogni giorno sulle pagine di tutta la grande stampa nazionale, o ripetuto nei salotti televisivi.

L’oscenità di quel “quindi” è tutt’uno col veleno che uccide diritto, linguaggio e coscienza morale e civile. E questa è una situazione divenuta ormai intollerabile proprio per chi – come molti di noi – pensa che il bene più prezioso, accanto all’eguaglianza dei cittadini, sia precisamente la loro libertà. Chi pensa questo non vuole avere né accetterebbe altra difesa dalla nostra stessa libertà (la quale nove volte su dieci non è orientata al bene comune, e nonostante questo è irrinunciabile) che quella delle regole e delle istituzioni che noi stessi ci siamo dati per porre limiti alla nostra ferinità rapace. Ma oggi vediamo, semplicemente, che questa difesa non c’è più. Questo non è più tollerabile.

Ci sono due momenti simbolici del punto estremo raggiunto da questa progressiva fagocitazione della norma da parte della forza, che potremmo chiamare autofagia della politica – con il suo caratteristico effetto: la trasformazione del corpo
politico in materiale da escrezione. Il primo momento simbolico è rappresentato da un parlamento che trasforma in negoziato politico quella che è a tutti gli effetti la rivolta di un singolo cittadino contro la legge che a tutti si applica. Un parlamento che accetta in maggioranza di mercanteggiare sul principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, di farne oggetto di trattativa politica: c’è forse un modo migliore di svuotare le istituzioni di una res publica di qualunque  credibilità o autorevolezza? Ne discende l’incoerenza più spettacolare che la storia di questa Repubblica ricordi: un parlamento che a questo scopo, in una sua parte, rimette in questione una legge che quel parlamento stesso ha
approvato all’unanimità pochissimo prima – e per forza: dato che semplicemente la legge esige da chi ha condanne definitive per gravi reati, magari addirittura contro le istituzioni della Repubblica, che non continui a rappresentare di fronte ai cittadini e al mondo le istituzioni della Repubblica.

Il secondo momento simbolico di questa autofagia della Città si vede in un capo dello Stato che da un lato “prende atto” di una condanna definitiva di un cittadino, e dall’altro ritiene “legittime” le rimostranze contro magistrati e sentenza, e la difesa dalle sue conseguenze in sede politica (dichiarazione del 13 agosto 2013). Non è incredibile questa contrapposizione della legalità alla legittimità, da parte del Presidente di una Repubblica basata, fino a prova contraria, sul “governo della legge”, in quanto opposta all’arbitrio del potere? Ma questi due momenti simbolici sono soltanto il proscenio di ciò che accade, che continua ad accadere oggi – e che il clamore di cui sopra nasconde. Ecco: un parlamento che approva un decreto somigliante a un piè di porco: quello che serve per scassinare la serratura della Costituzione (l’art. 138) – nonostante le ragioni in contrario cui si sono appellati mezzo milione di cittadini, che sono poi le ragioni di tutti i migliori costituzionalisti. Si sostiene che non sia una deroga: e ancora una volta si stravolge il senso delle parole. Ma come non è una deroga, se l’articolo prevede determinati tempi e determinati modi per cambiare la Costituzione, e sia i tempi che i modi vengono modificati?

Sempre l’abbandono del limite pre-politico, cioè della norma che è condizione perché la politica resti civile, porta con sé le più spericolate contraddizioni: in etica pubblica questo è accertato, che violare l’etica (il pactum che era servandum)
è praticamente impossibile senza violare la logica. C’è una legge anticostituzionale, o almeno in fortissimo sospetto di esserlo (leggi Porcellum)? Bene, allora il solo modo di cambiarla è cambiare la Costituzione. Lo disse il Presidente del Consiglio, il 3 settembre 2013. Bisogna dunque inserire la nuova legge elettorale nel pacchetto di riforme che il Comitato dei Saggi (s’è mai vista una cosa simile? E il referendum vittorioso del 2006?) va elaborando.

Ma una democrazia non si fonda solo sulla divisione dei suoi poteri: si fonda anche sull’indipendenza dell’informazione, senza cui non può esserci libera discussione pubblica, spazio delle ragioni. Appunto: la grande stampa tratta tutto questo come se si trattasse di “normale” dialettica di opinioni. Fino a levar di mezzo i fatti: ad esempio – perché ben poco se ne è saputo sulla grande stampa – un appello ragionato contro questa deriva firmato da quasi mezzo milione di cittadini. Mezzo milione di cittadini che per giunta si sono sentiti dare delle vittime di una volgare iniziativa populista. Populisti sarebbero dunque quelli che si appellano alle procedure imposte dalla Costituzione a chi voglia cambiarla cambiarla, non quelli che la cambiano in modo truffaldino per limitare ulteriormente il ruolo di un Parlamento già tanto umiliato: tanto da non avere in questa trasformazione che un ruolo di spettatore, in pratica. Da legittimare una trasformazione della forma di governo che, se la lasciamo fare, avverrà quasi a sua insaputa. E a nostra insaputa, naturalmente.

Kant lo aveva spiegato con chiarezza. La corruzione di fatto, è tale e basta. Ma la corruzione del diritto, oppure la corruzione del linguaggio (nella menzogna quando è elevata a sistema: pensate al linguaggio dei politici italiani quasi senza eccezione), è semplicemente la fine della possibilità di distinguere la corruzione dall’onestà, o la verità dalla falsità. La corruzione dell’ideale, della norma, è infinitamente peggiore della corruzione entro la norma o sotto la norma. Per questo è così agghiacciante che un governo – e un governo che Barbara Spinelli ha definito “contro natura”, perché nato da un’infedeltà elettorale (“Il Fatto Quotidiano”, 12/09/2013) – si consideri seduto non sotto la nostra Costituzione, ma seduto sopra di essa, al punto di arrogarsi un potere costituente che non avrebbe se non entro quei limiti, quei tempi e quei modi che invece sta forzando.

Il veleno peggiore è proprio questa violenza fatta alle parole. Per cui una deroga non è una deroga, per cui si chiama illegittimità la legalità, “responsabilità” l’omertà, “democrazia” la consorteria…
Dove però il significato delle parole è rovesciato nel loro contrario, diventa impossibile ogni discussione, come ben sanno i “ministri della verità” in mondi possibili non tanto lontani dal nostro, con le loro “neolingue”, dove ‘La guerra è pace’, ‘La libertà è schiavitù’, ‘L’ignoranza è forza’. E naturalmente, l’illegalità è legge. Alla parola che esprime liberamente e con trasparenza il pensiero, nel faccia a faccia della discussione, non rimane allora più che il senso di una finzione teatrale. Anche il Parlamento è ridotto a un teatrino. Così le basi della democrazia sono veramente erose. Non ci si dovrebbe stupire se fra le rovine di una lingua, in mezzo a questa melma di parole violentate, non resti a chi chiede giustizia che l’urlo.

Che cosa abbiamo da perdere se accettiamo questa deriva? Tutto. Il terreno sotto i piedi, l’eredità di casa, il passato, la memoria. E l’aria per respirare, lo slancio per creare, il futuro, la speranza. I due valori che danno senso al nostro stare insieme, al nostro comune destino.
2.
Due valori – ovvero dell’amor di matria

Tutti lo sanno: niente ci appare più prezioso, di valore più inestimabile, di quello che rischiamo di perdere, o che abbiamo già perduto. Questa è l’esperienza che ciascuno conosce, e che oggi e qui possiamo esemplificare non solo con esempi tratti dalla sfera privata, ma anche dalla sfera pubblica. In effetti, la cognizione del dolore è la cognizione del valore. E qui ci sovviene il dolore della perdita che incombe – o che molti considerano già un lutto: quello di una perdita della patria. E se questa parola non convince, possiamo fare come i tedeschi, che meglio di noi hanno saputo far opera di catarsi di un passato tanto tragico. Facciamo pure come molti di loro, che la chiamano ormai Mutterland, e non più Vaterland. Chiamiamola pure matria.

Mi limiterò a due dei valori che risplendono nel lutto che per loro soffriamo. Il primo è la bellezza dissipata, lo scempio che si continua a fare dei paesaggi storici italiani, con la cementificazione più sregolata (e l’attuale governo, quanto a misure in questo senso, non sembra fare eccezione). Specie lungo le coste, nelle montagne squarciate dalle grandi strutture, nelle colline dei pittori rinascimentali e dei macchiaioli sbancate dalle autostrade inutili, nelle baie ancora piene di memorie archeologiche, umiliate da porti turistici spesso addirittura criminali per l’indicibile viluppo di soldi pubblici e interessi privati che ne sono all’origine, per gli stupri paesaggistici e le bombe ambientali che spesso costituiscono, per l’irreversibile distruzione di patrimonio comune non solo italiano, ma in alcuni casi “dell’umanità”. E poi c’è il dolore per le istituzioni infangate dalla confusione di diritto e potere, di norma e forza, di legge e calcolo politico: e anche questa è cognizione del valore di ciò che perdiamo. Ecco due esempi di cognizione del valore attraverso il dolore. Cognizione del valore in senso lato estetico – bellezza , e del valore in senso lato etico – giustizia. Non bisognerebbe affatto opporle, ed è ora di smetterla di pensare che la bellezza sia un lusso. In questo caso lo è anche la giustizia, sommamente violata con la distruzione di tutto ciò che dà senso e valore alla nostra vita. E una vita costretta a contemplare ovunque solo disarmonia,
disordine e brutture, una vita in ambienti privi di senso, molto somiglia alla condizione estrema denunciata da Kant: “dove la giustizia viene meno, non ha più valore la vita degli uomini”. Non vale la pena che costa, appunto. E si può mostrarlo.

La bellezza che era il volto e la carta di presentazione di questo Paese era anche il nostro volto, era parte della nostra identità. Appartiene al fondamento direi esistenziale e spirituale della nostra vita. E’ nostra eredità, nostro dovuto: è come la terra che ci sostiene e ci circonda in quanto è carica di passato e di memoria, terra dei nostri padri, patria. O matria, se preferite. (Simone Weil diceva che non c’è tragedia più grande che la perdita del passato, non in quanto tale ma in quanto nutrimento dell’anima, come un campo di grano non vale per se stesso ma per le vite che nutre…) . La giustizia invece fonda l’aspetto ideale della nostra convivenza – dove per “ideale” intendo appunto non ciò che è di fatto, ma ciò che dovrebbe essere, non il costume vigente, ma la norma civile, la norma pre-politica, appunto, il fondamento di una politica che non sia priva di vincoli o di limiti.

E anche questo valore fa di un paese una patria: una patria ideale, appunto, una specie di sogno per noi – il sogno che era quello dei padri e delle madri o degli avi, alcuni dei quali morirono ragazzi con questo sogno in cuore.  E così abbiamo anche, en passant, definito due sensi di questa cosa di valore, cosa da amare e cosa vicina ad essere perduta, che chiamiamo nostra. Patria o matria, è indifferente. Da un lato il patrimonio comune, il passato e il terreno sotto i piedi, l’ambiente di senso (o di nonsenso) che ci circonda. Dall’altro la casa e la cosa ideale di tutti, la Res Pubblica appunto, il patto che la regge, il sistema di limiti, equilibri e pesi in cui consiste il buon ordinamento, cioè la giustizia, che non a caso ha la bilancia come immagine. Patria sognata è una società giusta, o più giusta di questa. E questa non è una società giusta per molti aspetti, ma ce ne sono oggi di talmente plateali da togliere il respiro. Non è questa o quella particolare ingiustizia che è oggi sotto i nostri occhi semichiusi, è la possibile distruzione delle condizioni stesse di un ordine e di una giustizia, di una civitas. Ecco la ragione profonda e i valori traditi che mi spingono a sostenere con tutte le mie forze l’appello a un movimento per La via maestra, la via per noi ma soprattutto per i nostri figli.

(19 settembre 2013)

 

Navigando su internet ci siamo imbattuti in questo interessante articolo che affronta un argomento che ci sta particolarmente a cuore: l’Educazione Civica. Il sito di riferimento è www.gliscomunicati.it  e l’autrice si chiama Emilia Urso Anfuso.

Diversi anni fa in Italia, nelle scuole medie e superiori, vi era l’obbligo di insegnare l’Educazione Civica. L’ora di educazione civica, fu introdotta da Aldo Moro nel 1958 e fu soppressa d’improvviso, durante l’anno scolastico 1990/91. Non fu l’effetto di una riforma della scuola statale, ma l’inizio penoso dei tagli finanziari al comparto scolastico che – fino al 1990 – poteva contare su una notevole fetta del bilancio nazionale,  pari al 10,3% del totale della spesa pubblica. Una riforma scolastica ci fu, nel 1990, ma dedicata solo alla scuola primaria. Le motivazioni addotte all’epoca a supporto dell’eliminazione dell’ora di Educazione Civica furono veramente incoerenti o comunque, prive di significato. Si disse semplicemente” che nella società ormai “evoluta” (…) l’insegnamento di ciò che è o dovrebbe essere il comportamento di ogni singolo cittadino nei confronti della nazione che abita, a cominciare dallo studio approfondito di cosa sia la nazione, le sue istituzioni e la Costituzione che ne è il libretto di istruzioni fondamentale, non fossero prioritari.

Ciò consentì di ridurre, da un lato una parte della spesa economica ma dall’altro sostenne la  riduzione del sensi civico che per ovvie ragioni di “evoluzione” avrebbe sistematicamente portato una nazione civile verso la china dell’assoluta inciviltà – che significa in questo caso, perdita di cultura fondata sui valori – col beneplacito delle istituzioni che – probabilmente – ordivano già all’epoca una sorta di programma di sovvertimento del sistema civile.

In sintesi: se la popolazione non viene istruita sul senso civico, la conseguenza diretta sarà di avere una popolazione poco civica, con un basso senso del dovere e con una scarsa conoscenza delle Istituzioni, cosa atipica alquanto in un regime Democratico, che invece dovrebbe sostenere al massimo proprio la cultura e quindi la conoscenza della Repubblica – nel nostro caso – allo scopo di creare generazioni di persone consce dei propri diritti e – di conseguenza – dei propri doveri verso il popolo e quindi, la nazione.

Oggi, molte persone che hanno a suo tempo avuto nel loro programma di studi l’ora di Educazione Civica, la ricordano come “L’ora più noiosa della settimana“. Peccato, perché probabilmente quelle persone, sono oggi i cinquantenni che sbraitano contro il “sistema” che – a loro dire – li ha penalizzati, vessati, uccisi, traditi “Forse” se durante l’ora di Educazione Civica, invece di lanciare aeroplanini di carta e palline contro i compagni del primo banco che seguivano assorti la lezione, oggi questi cittadini incazzati, oltre ad avere un livello di cultura che avrebbe consentito loro di saper scegliere negli anni le soluzioni migliori per il paese, partecipando attivamente alla vita istituzionale – proprio come veniva spiegato durante quell’ora “noiosa” – ci troveremmo tutti in una condizione diversa, semplicemente perché tutti ci sentiremmo forti delle nostre ragioni per il solo fatto che essere consapevoli di ciò che è un diritto e di come  un dovere non sia mai da evitare, sapendo che l’osservazione pedissequa del dovere ci ritorna sempre in una serie infinita di diritti.

Invece, l’ora di Educazione Civica sparì, con sommo gaudio di milioni di citrulli interessati più all’ora di ricreazione che allo studio e quindi all’alimentazione fondamentale – che non è quella a base di pizzette e bombe alla crema – della sapienza, che in Italia è divenuta fonte di scherno al solo nominarne la parola. Incredibilmente, persino all’interno della Riforma Gelmini stilata e messa in vigore fra il 2008 ed il 2009 per le scuole di primo e secondo grado, vi fu un tentativo di reintroduzione dell’ora di Educazione Civica – con altro nome però, come per adeguarsi ai tempi “civili”, materia rinominata con “Cittadinanza e Costituzione“. Nella realtà dei fatti però in qualsiasi maniera la si voglia chiamare, la reintroduzione non attecchì, proprio come l’innesto di un verde virgulto in un ramo ormai del tutto rinsecchito.

E’ interessante riflettere contemporaneamente su un altro punto: l’ora di religione. Che proprio durante gli anni di disfacimento culturale del senso civico italiano attraverso l’abbattimento di una cultura globale, ha trovato grande
adesione e sostegno all’interno della scuola pubblica, quasi a compimento di una trasformazione, una traduzione fra laicità dello Stato e conseguenti diritti dei cittadini laici e religiosità frammista a politica, che esige fino ad imporre la propria assoluta visione ortodossa che tutto avviluppa, a cominciare dalla libertà di pensiero.

Notevole di contro ricordare come – in special modo negli ultimi anni – la costante dei tagli finanziari alla scuola pubblica sia sempre corrisposta a generosi trasferimenti economici al comparto della scuola paritaria: nel nostro
paese quasi totalmente in mano agli istituti religiosi. Un esempio per tutti: gli 8mln di euro passati in un attimo dal comparto pubblico a quello paritario durante l’ultimo governo Berlusconi… Dissero che era per “agevolare le famiglie nella scelta – più ampia – di istituti scolastici”…

Tornando all’Educazione Civica e al processo di debellazione del senso civico in Italia: tutto ciò cui stiamo assistendo oggi, è anche frutto di questo diritto /  dovere negato agli italiani che, inconsapevoli ormai di un senso civico condiviso, non sono più in grado ormai da anni di avere netto in mente il senso del bene e del male, con la conseguenza aberrante che – la maggior parte della popolazione – non è più in grado di poter porre veti a metodi e azioni che proprio dalle istituzioni partono contro la popolazione stessa che non è stata così più in grado di essere consapevole di cosa sia concesso fare e cosa non lo sia. Rendendo possibile ogni misfatto. Chi conosce, chi ha cultura civica, sa come rispettare le regole per farle rispettare di conseguenza a proprio vantaggio. Creando così un vantaggio per tutta la comunità. E’ un anello infinito che non si spezza o meglio: non si sarebbe spezzato.

Eccoci qui invece, a patire l’assurdo. Non si comprende più chi siano i “cattivi” e chi i “buoni”. Non si capisce se è la popolazione ad aver inciuciato per anni i fattarelli propri lasciando così che le istituzioni a loro volta inciuciassero i fattarelli loro, che proprio fattarelli loro non sono, visto che gestiscono da sempre i soldi nostri…

Ecco, l’Italiano medio è così. Ha tutto a portata di mano, tutto il meglio, ma non sa mai cosa farsene. Getta alle ortiche la cultura, preferisce la “fede” calcistica a quella verso il diritto di ognuno di esistere dignitosamente, passa anni ed anni a sonnecchiare mentre tutto va in pezzi per poi – sempre – svegliarsi all’ultimo momento, accorgersi che il treno è molto lontano ormai e mettersi a bestemmiare contro un fantasma che a mio parere non ne può davvero più di essere preso a parolacce da tutti: è il fantasma del “sistema”, che serve a tutti quanti a lavarsi la coscienza dai misfatti compiuti per anni ed anni ogni giorno, contro tutto, contro se stessi. Forse, piuttosto che il reinserimento dell’ora di Educazione Civica, oggi questa nazione ha necessità urgentissima di un’altra materia: la coerenza. La parola “coerente” è riferita a persona che non contraddice né disdice ciò che ha fatto o detto. Semplicemente. Se quindi vogliamo essere coerenti con noi stessi e con la nazione in cui viviamo, dobbiamo armarci dell’unica arma possibile e legalmente utilizzabile: la cultura dell’etica civica.

Bisognerebbe insegnar tutto questo fin dall’asilo. Probabilmente, fra un paio di secoli, questo paese potrebbe davvero cambiare in meglio…

Emilia Urso Anfuso