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Il ricco calendario di eventi del 2019, nel 170° della Repubblica Romana, è solo un ricordo! Oggi siamo purtroppo costretti a celebrare l’anniversario della battaglia del 30 Aprile 1849 solo dalle pagine di questo sito. La pandemia da coronavirus non ci permette di incontrarci, abbracciarci e vivere la memoria di quei gloriosi giorni del nostro Risorgimento. Tutto ciò non ci impedisce, però, di dedicare il forzato arresto alla storia e alla cultura. Riproporremo, pertanto, alcuni brevi filmati della prima storica celebrazione del 30 Aprile a Porta Pertusa, del servizio di Rai3 sulla scomparsa del diario di Paolo Narducci, primo caduto della Repubblica Romana, e la premiazione al Sacrario dei caduti per Roma del concorso “Alberto Mori” 2019.

Inoltre, per approfondire più dettagliatamente  i fatti accaduti in quel 30 Aprile 1849, riportiamo il brano dello storico Francesco Domenico Guerrazzi tratto dall’Assedio di Roma, scritto nel 1864, e il documento del Fatto d’armi del 30 Aprile, uscito in data 5 maggio 1849.

https://www.youtube.com/watch?v=FfDWlA9oMUM

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http://www.garibaldini.org/2019/04/appuntamento-30-aprile-2019/

 

 

 

 

 

 

LO ASSEDIO DI ROMA Francesco Domenico GUERRAZZI LIVORNO – 1864

30 aprile 1849: la prima battaglia

I Francesi giunti al bivio della strada di Civitavecchia distante 1500 metri da Roma non si bipartirono, ma conforme loro persuade la consueta superbia tirano innanzi di conserva per la via che mena a porta Cavalleggieri. Di tratto in tratto incontravano scritto sui muri, ovvero sopra cartelli pendenti da pertiche l’articolo quinto della loro costituzione, e i Francesi leggevano e ridevano, usi a tenere le costituzioni in pregio di fazzoletti da naso, e peggio. Anco il giornale del Generale Vaillant ricorda queste iscrizioni; erano della libertà che trucidavano, ma il soldato non volle vederci altro, che sceda, e ne tolse argomento a inviperirsi, ché il disposto a male fa di ogni erba fascio per attutire il grido della coscienza. Il Masi pistoiese gentile intelletto, caro alle Muse, e sacro affatto agli studi letterari di subito diventa non pur soldato, ma capitano, intrepido quanto arguto; da ciò piglino esempio quei soldati a cui par bello ostentare barbarie quasi ornamento della milizia: il soldato italiano è bene che sappia come i supremi capitani antichi ponessero il brando a segno del volume, che leggevano meditando, anco in campo; Bruto vigilava la notte precedente alla battaglia di Filippi su i libri di Platone, e Cesare nel tumulto di Alessandria null’altro ebbe a cuore eccetto salvare i suoi commentari i quali tenne levati sopra l’acqua con la mano sinistra, mentre notava con la destra; e degli altri mi taccio. Dei moderni soldati italiani basti dirne questo, ch’essi (parlo di quelli che militarono per la repubblica e per lo impero) decorarono la Paria delle migliori versioni delle opere greche: negli zaini loro portavano pane, e libri, quello pel corpo, gli altra per l’anima.

Il Masi pertanto difendeva la porta dei Cavalleggeri, l’altra detta Angelica, e le mura del Vaticano con la seconda brigata di milizia cittadina, e col primo battaglione leggero di fanteria. Il colonnello Calandrelli mirabile a trattare artiglierie, dal fato avverso condotto a dare la opera, e la vita in lontane regioni per causa non nostra, e né manco della libertà sosteneva co’ suoi cannoni da Santa Marta il Masi. Appena l’uffiziale posto a vedetta in cima alla cupola di San Pietro accennò lo appressarsi dei Francesi i campanoni del Campidoglio e di Montecitorio chiamarono a raccolta; della qual cosa menavano i nemici inestimabile allegrezza, taluno reputando che sonassero l’Angelus, altri a gloria per riceverli in trionfo. Il Petrarca nostro lamenta che ai suoi dì con le campane si desse il segno di battaglia:

«Né senza squille si comincia assalto «Che per Dio ringraziar fur poste in alto.»

Il Petrarca se intendeva favellare di guerre fraterne, senza fallo aveva ragione, se poi di battaglie in difesa della Patria certo ebbe torto; però che la vita offerta in sacrificio della Patria minacciata dal furore straniero, sia la migliore preghiera, anco a giudicio dei sacerdoti di Cristo.

Ma il cannone del Calandrelli ecco, che arriva a levare via lo inganno delle campane; due palle una sopra l’altra aprono un pertugio sanguinoso nella colonna stipata che si avanza. Allora degli assalitori alcuni sbandaronsi pei vigneti, o ripararono dietro gli archi dell’acquedotto dell’acqua Paola, altri sparpagliaronsi su i clivi fiancheggianti la strada, affermano per comando del Generale, e sarà, ma lo sbandarsi l’ordinava il cannone del Calandrelli, non l’Oudinot. Però dietro ai muri gli assalitori presero a trarre colpi, pur troppo bene aggiustati, atteso la molta loro prestanza, e la bontà delle armi. Il sangue, che primo lavò le mura di Roma dalla secolare infamia fu versato da Paolo Narducci romano, anima grande, che memore delle glorie antiche non pianse, ma esultò vedendosi tronco il fiore della gioventù: misero chi vive troppo! Dopo lui cadde Enrico Pallini aiutante maggiore mentre confortava con le parole, più con lo esempio i soldati ad usare ferocemente le mani; altri pure, massime artiglieri, lamentammo noi morti o feriti, i nomi dei quali sommerse nelle sue acque buie l’oblio; di qui nasce, e non può fare a meno, scompiglio; il fuoco delle nostre batterie rallenta, di che approfittansi gli avversari, i quali, così ordinando il capo di squadrone di artiglieria Bourdeaux piantano su certa altura due cannoni; da questa però poco frutto cavavano, lontana dal bastione 900 e più metri; allora partonsi di galoppo con due altri pezzi di artiglieria, e non curando mitraglie, corrono gli artiglieri francesi a collocarne altri due in batteria dietro il riparo di un’arco degli acquedotti; i nostri consolata un po’ la tristezza, ripigliano il trarre; pietà ha luogo nei combattimenti più o meno secondo la indole benigna, ma in tutti prevale l’ira; tre quarti belva l’uomo fuori di battaglia, in mezzo della battaglia tutto.

I Francesi obbedendo ai comandi del Capitano senza stringere ciglio secondo ché vogliono la disciplina militare, e il proprio ardimento attraverso un turbine di ferro e di fuoco si avventano contro i bastioni: erano due reggimenti di linea, il 20, e il 33; li conduceva il generale Molliere cercando una via per penetrarci dentro; i bersaglieri francesi rincalzavano l’audace impresa con lo spesseggiare di mortalissimi tiri; per essi stramazzò spento il brigadiere Della Vedova soldato vecchio, e modesto quanto animoso; ne andarono malconci di ferite il capitano Pifferi, il tenente Belli, il cadetto Mencarino, e il maresciallo Ottaviano; insomma tanto per loro si operò, che uno dei nostri cannoni tacque per manco di artiglieri; tacque, ma per poco, chè sottentrano ai caduti il soldato De Stefanis, il caporale Ludovich, e il capitano Leduc con sorte punto migliore dei primi però che entrambi stramazzassero a piè del pezzo colpiti nel petto; Leduc nacque belga, ma dove si combatteva per la libertà quivi era la sua Patria: illustre per gesti operati contro gli Austriaci presso Este, dove li vinse prima, poi gli affamò con lo impedire che fino a loro arrivasse la vettovaglia. Riposa in pace nella terra dei nostri padri, o eroe, e come avesti per madre la Italia, ella ti onora per figlio raccomandando la tua memoria ai più tardi nepoti: altra mercede ella non può darti; nè altra ne vorresti tu generoso.

Nel cuore degl’Italiani accesi dallo amore di Patria la smania della vendetta fa come vento in fiamma; dalle mura di Roma grandina ferro, chè il celere trarre risponde al palpito concitato, nè ci resistono i Francesi i quali laceri, duramente respinti danno indietro addopandosi alle asperità del terreno, o cercando in luoghi meno esposti iparo. Ira fosse o virtù tornano ad arroventarsi i Francesi, che balzando fuori dai ripari con raddoppiato ardire piantano cannoni nel bel mezzo della strada; un’altra batteria assestano sopra la terrazza di una casa, e due volte irrompono contro le mura, e due infrangendocisi dentro si ripiegano addietro scemi di morti, e grondanti sangue. Se cerchi la causa della bestiale ostinazione la troverai agevolmente, ma agevolmente non la crederai: pure è vera, e la racconta lo stesso Giornale del Vaillant; il supremo capitano Oudinot teneva per fermo che nel luogo dove spingeva i suoi occorresse una porta, la quale immaginava potersi fracassare mercè alcuni sacchi di polvere a questo fine portati dagli assalitori: per voglia di credere quanto più giova rimase ingannato, però che mai in cotesto lato ebbero porta le mura di Roma, bensì una postierla detta Pertusa da tempi remotissimi murata, e rincalzata per di dentro di terra. Oh! se le male fatte loro i Francesi non rammendassero con la soverchianza delle armi come piangerebbero lutti patrii più lunghi e più miserabili dei nostri. Tuttavia questo errore scemerebbe la censura dell’altro errore commesso dall’Oudinot pel disegno di assalire ad un punto due luoghi tanto fra loro distanti, porta Cavalleggeri, e porta Angelica. Poichè a prova di sangue i Francesi rimasero chiariti come di là non si passava deposero il pensiero di fare cosa, che approdasse da cotesta parte.

Intanto il Garibaldi dall’alto del casino dei Quattro Venti notava l’assalto, e il respingimento dei Francesi, sicchè gli parve cotesto tempo da mostrarsi percotendo di fianco: però spinse fuori della porta San Pancrazio alcuni drappelletti alla spicciolata, affinchè cauti ed improvvisi cascassero addosso al nemico, il quale dal canto suo stando su l’avvisato accortosi della insidia spiccò senza indugio un rinforzo per sostenere i cacciatori di Vincennes commessi alla cura della difesa di quel lato, onde non venissero sopraffatti.—I nostri volevano spuntarla, i Francesi risoluti a vincere pur essi, o a morire; in loro prepotente lo studio di mantenere l’antica fama di prodi, nei nostri il furore di torsi via dalla faccia la turpe nota di codardi: si venne a battaglia manesca dove si adoperarono non pure le armi, ma i morsi; rotti gli ordini ne successe una baruffa promiscua donde uscivano aneliti, guaiti, e aria densa, e sangue. Qui tra i primi periva il capitano Montaldi.

Chi egli fosse gl’Italiani imparino dallo stesso Garibaldi, il quale favella di lui nelle sue memorie inedite in questa maniera: «chi conobbe Goffredo Mameli, e il capitano De Cristoforis avrà idea delle fattezze del Montaldi e della età sua; nella pugna feroce e pure pacato come se fra amici si trattenesse in geniali colloqui; di lettere sapeva meno dei due rammentati, ma pari a loro in costanza intrepida, ed in militare virtù. Fino dagl’inizi egli fu parte della legione italiana a Montevideo, giovanissimo si versò in innumerevoli combattimenti per terre straniere, ma quando la Patria ebbe bisogno dei suoi figli, tra i primi il Montaldi passava il mare per offrirle tutto il suo sangue. Genova può incidere con orgoglio il suo nome a canto a quello del suo poeta, e guerriero Mameli: egli esalò la sua grande anima per diciannove ferite!» Caddero pure per non rilevarsi più i tenenti Righi, e Zamboni; feriti rimasero il giovane Statella figliuolo del generale napolitano, il maggior Morrocchetti, e i tenenti Dall’oro, Tressoldi, e Rota. Di questi altro non seppi, che virtuosi furono e degni figli d’Italia; più lunga storia narrerò del Ghiglione genovese: ogni ricordo è sacro; balusante negli occhi, o come oggi si direbbe miope si cacciava imperturbato davanti a tutti, però che, egli diceva, avesse bisogno di vedere il nemico da vicino, ma ciò non gli bastava, onde sovente si recava la lente all’occhio per mirare dove avesse a trarre, poi quinci rimossala, sparava, e sparato a pena col suo occhialetto sul naso speculava se avesse imberciato giusto; mentre così si travaglia, stando con la gamba sinistra sporta innanzi, ecco una palla francese ferirlo nei glutei, e cadde; lo soccorse tosto Pietro Ripari chirurgo, uomo di cui la Italia avverebbe mestiero crescesse il seme mentre pur troppo a mano a mano se ne perde la razza. Ora egli possedeva un cavallo vecchio, e magro, tuttavia inglese schietto già appartenuto al Duca di Torlonia di cui la storia come stranissima merita essere raccontata. «Così concio il giovane Ghiglione diceva al Ripari, mi toccherà starmene a letto per mesi, però tu piglia il mio baiardo e servitene.» Con questo cavallo il Ripari andò a Palestrina, tornato a Roma lo lasciava infermo in mano al manescalco perchè lo guarisse, senonchè gitosene a Velletri una sera lo incontra alla fontana dove lo avevano condotto ad abbeverarlo; di che egli stizzito mentre cerca chi fosse colui il quale a quel modo alla spiccia tornava in uso la pristina comunione delle cose trova essere stato il Mameli; glielo lasciava il Ripari e fu sventura, perchè il Mameli incavallato sopra cotesto altissimo animale potè facilmente essere tolto di mira, e vi ebbe la ferita ond’ei miseramente perì.—

Scrivono taluni, che vi rimanesse ferito anco Ugo Bassi, ma non è vero; cadde prigione soltanto ed ecco come: di lui diremo sparsamente più volte, intanto si sappia com’ei preso da sacro furore in guerra sembrasse una spada brandita dall’angiolo della sterminazione: in pace tanto nel suo petto soprabbondava l’amore, che non pure amava i propri simili, ma di smisurato affetto proseguiva anco le bestie; pari in questo a San Francesco, che chiamava sue sorelle le rondini, e fratello il lupo; però non è da dirsi quanto egli fosse attaccato a certa sua cavalla storna compagna inseparabile dei suoi perigli e delle sue pellegrinazioni: ora mentre montato su questo animale egli scorre lungo la fronte del nemico, tutto fiamma nel volto con forti parole soffiando nella virtù dei nostri perchè divampasse più gloriosa, ecco otto colpi di moschetto mandano sottosopra cavalcatura, e cavaliere: per fortuna tutte le palle penetrarono nel corpo alla bestia, il Bassi andò incolume, che rilevatosi indi a poco e vista morta la compagna le s’inginocchiò a lato, con molto pianto abbracciandola e baciandola; le chiuse gli occhi, le recise parte dei crini e se li ripose in petto conforme costumano gl’innamorati con le chiome dell’amata donna: i Francesi lo colsero in cotesto atto, lo pigliano, lo spogliano, e se lo cacciano innanzi percotendolo con isconce battiture, in modo pari a quello che gli Spagnuoli praticarono con Ignazio da Loiola; se non che la leggenda narra, che Ignazio rapito in estasi o non sentiva i calci, o gli aveva per grazia, mentre il povero Ugo, io metto pegno, che non ne provasse piacere.

Le storie raccontano che il Generale Garibaldi in cotesta battaglia riportasse contusioni non ferite, e male si appongono. Verso sera del 30 egli salito su di un poggiolo di pietra porgeva lodi e grazie agli studenti che in cotesta giornata combatterono come persone cui paia ventura cambiare la vita con la fama di martire per la Patria, e gli animava a perdurare nell’alto proposito, gli avrebbe avuti desiderati compagni in altre prove; intanto abbassati gli occhi e visto il suo chirurgo Ripari piegandosi verso lui gli sussurrava nell’orecchio: «venite stanotte da me, perchè sono ferito, ma nessuno lo sappia.» Difatti egli aveva riportato una ferita di palla nel fianco destro, che senza penetrare dentro gli aveva lacerato i muscoli dell’addome; pericolosa non fu mai, molesta sempre, e di guarigione difficile, sicchè non ne uscì guarito, che pochi giorni prima della caduta di Roma;—egli ne tacque sempre, ora lo dice, ed il Ripari, che tutte le sere gliela medicò conferma.—Ma questo accadde sul declinare del giorno; adesso il Garibaldi non ha tempo per pensare alle sue ferite; chiamato rinforzo e venuto da Roma condotto dal colonnello Galletti si scaglia con nuova lena contro i Francesi, i quali sopraffatti si ritirano; scopo del Garibaldi era circuire il nemico, ed assaltatolo con tutte le forze alle spalle troncargli la ritirata su Civitavecchia, e costringerlo a deporre le armi; e certo gli riusciva, se in cotesto suo moto mettendosi diritto alle batterie romane non fosse stato lacero dai fuochi di quelle, le quali traevano senza posa su la massa non distinguendo amici da nemici, ed anco se i Triumviri gli mandavano oltre i primi nuovi rinforzi; nonostante ciò il Garibaldi prosegue il corso della prospera fortuna, si lascia addietro la villa Valentini occupata da un battaglione francese, e si spinge fino alla villa Panfili, che espugna a furia di baionetta.—I Francesi da per tutto in rotta: intanto quattro compagnie dei nostri si dispongono a conquidere il battaglione della villa Valentini tutta cinta di mura; il Bixio siccome lo porta l’ardore del sangue afferra il cancello, che chiude la cinta e squassando forte e urlando da spiritato tenta schiuderlo, mentre le palle strepitano schiacciandosi contro i ferri del cancello rasente alle dita dell’audace soldato; altri non meno animosi gli si uniscono, e con forze riunite lo schiudono; nè i Francesi aspettano gli assalitori, presi dallo spavento si danno alla fuga. Aperto appena il cancello una spaventosa apparizione agghiaccia i cuori dei più feroci: un cavallo e un cavaliere tornano dal campo verso Roma, quello muove i passi a stento, l’altro vacilla a destra e a manca ciondolando il capo; aveva abbandonate le redini, che strisciavano sul terreno: le mani teneva pendenti ai lati della sella; la criniera, il collo, il petto, le gambe davanti, lo bordature del cavallo grommose di sangue; di sangue del pari rappreso il ventre e le gambe del cavaliere sordidate: il volto di lui più che cera bianco, ed inclinato sul petto: qualche palla ferendolo nella grande aorta ventrale lo aveva di certo concio a quel modo. Veruno ebbe ardimento di fermare cotesto cavallo che se gli bastò la lena sarà entrato in Roma, e lento lento tornato alla stalla consueta per morirvi a canto al suo signore già morto. Cotesto cadavere pauroso era di giovine leggiadro, e ricco a Vicenza: apparteneva alla cavalleria di Masina dove pel suo valore ottenne sollecitamente grado di ufficiale. Il Masina, che venuto a Roma per ragguagli e per ordini tornava a sprone battuto al campo incontra il morto a cavallo, e ferma in quattro, poi si mette a guardarlo con occhi sbarrati; lo riconobbe, si diede di un pugno nella fronte prorompendo in fiero sacramento, poi si slanciava a briglia abbattuta, e scomparve.—La madre del giovane dimorava lontana, e quando le annunziarono la morte del figlio le tacquero certo i particolari del caso, se ella lo avesse veduto l’avrebbe fulminata il dolore.

I Francesi movono lamento di certo strattagemma adoperato dai nostri per fare di un tratto prigioni un due centosessanta Francesi: ecco come sta la faccenda. Il maggiore Picard con trecento allo incirca soldati del 20° di linea su le ore antimeridiane aveva preso certa posta in prossimità alla villa Valentini, e quivi stette fino al termine della giornata, il quale venuto, alcuni dei nostri furbescamente presero a sventolare fazzoletti bianchi mostrando volersi abboccare col Maggiore, cosa da questo più che volentieri accettata, allora gli dissero le milizie francesi entrate per accordo in Roma, andasse a vedere, lo condurrebbero eglino stessi; il Picard accettava, e raccomandato prima ai suoi che vigilassero su le armi, li seguiva. Vedovo il corpo del suo capo lo circondarono i Romani due o tre volte più numerosi, e sforzatolo a deporre le armi, lo menano prigioniero a Roma. Posto vero il fatto, paiono peggio che strani i lamenti; gli strattagemmi consueti in guerra; la morale condanna quelli, che arieggiano di tradimento, e di ferocia codarda, si accomoda agli arguti; la ragione di stato si approfitta di ambedue: i Francesi poi immaginosissimi a inventarne dei nuovi, ma della prima specie, in copia, scarsi i secondi: Affrica parli, e parlerà anco Roma. Il comandante, il quale lascia per lusinghe i suoi soldati peggio, che stolto; ed egli non unico a condurli; dopo lui rimanevano altri ufficiali quanto egli capaci, e forse più di lui; nè i nostri li colsero alla sprovvista, dacchè partendosi, egli ordinava loro stessero vigilanti: dunque non cessero per inganno bensì per forza di arme; tagliati fuori essi giudicarono ogni resistenza vana: per me credo che tale operasse il Picard per non trovarsi presente alla resa volendo piuttosto comparire gaglioffo, che poco animoso.—Però diverso raccontano taluni dei nostri l’avventura e affermano il Bixio avere messo le mani addosso al Picard tentennante ad arrendersi, il Franchi di Brescia avere fatto altrettanto col sottotenente Rennelet, ed ambedue disarmati, e bendati trassero al Generale Garibaldi il quale li mandò al Ministro Avezzana.

Poichè alla porta dei Cavalleggeri fu respinto lo assalto non potendo patire i Francesi di aversene a tornare indietro con l’onta di una sconfitta (molto più che a rimprovero o a scherno della pecoraggine loro i nostri allo strepito delle artiglierie, e delle moschetterie alternavano i suoni dell’inno nazionale di Francia, la marsigliese, capace un dì come vantava il suo autore a movere centomila uomini, ed oggi diventato tanto innocente presso cotesto popolo, che lo insegnano per sollazzo ai pappagalli.—A siffatte ruine può precipitare un popolo per manco di virtù sua, e per malignità altrui!) il capitano Fabar, quel desso, che venne già in Roma per abbindolare i Romani voltosi al Generale Oudinot così prese a favellargli: «Generale ho riconosciuto più innanzi certa stradella la quale senza pericolo di restare offesi dal fuoco dei bastioni conduce alla porta Angelica, dove accadrà il tumulto concertato per aprircela.» L’Oudinot ridotto ad appigliarsi ai rasoi, crede al parabolano, ed ordina al Generale Levaillant di mettersi dietro al capitano con la seconda brigata, e due cannoni. Questo sconsigliato caccia dentro le milizie nel sentiero che si aggira per le muraglia dei giardini del Vaticano, e di vero potè procedere nascosto fino a duegento braccia dalla porta Angelica, ma appena i nostri lo videro sboccare fuori della strada, presero a sfolgorare la testa della colonna con una grandine di palle. La brigata balenava alquanto, non retrocesse; all’opposto si attelò di faccia, e postò i due cannoni. Di qua e di là si rinfocola la battaglia, ma sopraggiungono di corsa i carabinieri romani, il Calandrelli parve in quel dì trasformarsi nel centimano Briareo con le sue artiglierie: la morte menava baldoria, che i Francesi cadevano giù come insetti strizzati dal primo freddo di novembre; i cavalli dell’artiglieria esanimi a terra, e a terra pure percosso per non rialzarsi il Fabar. Possano gli oltraggiatori della nostra Patria non provare destino migliore del suo! Anco qui laceri i Francesi ebbero a ripararsi a frotte scompaginate per gli avvallamenti del terreno, o dietro ai muri continuando il fuoco scarso e languido anco per parecchie ore; i cannoni rimasero derelitti; potevano i nostri andare a pigliarli, ma non essendo consentito l’uscire, alle due dopo la mezzanotte i Francesi vennero a tirarli di cheto a braccia; a braccia pure si portarono i feriti.—Mille e più dei nemici morti, o feriti, o prigioni resero funesto per la Francia quel giorno; noi avemmo a rimpiangere dei nostri meno di duegento fra morti e feriti; e ci contiamo anco due cittadini morti, e quattro feriti; chi fossero i morti non mi occorre scritto; i feriti due giovanotti uno di 14, e l’altro di 16 anni, Mondavi Michele Romano il primo, l’altro Paolo Stella della legione romana con tre ferite, Bernardino Proietti da Spoleto ebbe il corpo trapassato da un pezzo di mitraglia; Giuseppe Caterini da Foligno con gran voce esclamò: viva la repubblica mentre gli amputavano il braccio ferito. Se la storia registra di Giovanni delle Bande nere il quale resse la candela al chirurgo mentr’ei gli tagliava la gamba offesa ci è parso giustizia non tacere la virtuosa ferocia del cittadino romano. Respinti da per tutto, a ragione paurosi di essere circuiti ed oppressi, o fatti prigionieri i Francesi passarono la notte su le armi, e la mattina maravigliando che quanto temevano non accadeva si ritirarono a Castello di Guido. Il terrore dei Francesi non era indarno, imperciocchè i generali Garibaldi, e Galletti pestassero mani e piedi per ottenere rinforzi, e sterminare il nemico, agevole il moto dacchè dalla villa Panfili, e dagli Acquedotti dominando la via Aurelia antica con celeri passi si poteva precorrere l’Oudinot a Castel di Guido, e chiudergli la strada; i Francesi poi rifiniti da dieci ore di combattimento, senza cavalleria, che nella ritirata li proteggesse, e sgomenti come porta la indole loro quando ne hanno tocche; noi altri avevamo due reggimenti di linea di riserva, due reggimenti di dragoni a cavallo, due squadroni di carabinieri, e il battaglione dei bersaglieri lombardi condotti dal colonnello Manara: questi nella giornata del 30 stettero su le armi, e non presero parte alla battaglia, perchè traditi a Civitavecchia davano la parola in pegno di non combattere prima del 4 maggio, e tanto bastava all’Oudinot fidente di tenere Roma prima di quel giorno, conto che gli andò proprio fallito; per ultimo le forze di un popolo ardente d’ira e di pietà! Si oppose Giuseppe Mazzini, e con lui gli altri Triumviri per risparmiare alla Francia la vergogna della piena sconfitta, e per non isperdere invano il sangue dei nostri giovani soldati combattendo allo aperto con veterani spertissimi: di tale partito i più degli scrittori riprendono il Mazzini, taluni spiegano il suo concetto, ma non lo lodano: di vero se la Francia avesse voluto procedere sempre con la consueta iattanza ne aveva tocche troppe, e male per non doversi vendicare, e se all’opposto con giustizia quanto più solenne la lezione, tanto più persuasiva: e poi co’ Francesi due nespole delle buone non guastano nulla; la esperienza ammaestra che fornita una impresa con la sua ruina si procede riguardosi a incominciarne un’altra, mentre la mezza batosta porge quasi lo addentellato a ripararla: arrogi l’acquisto delle armi, e alla verosimiglianza che di tanti prigioni in mano potenti per credito, e per autorità qualcheduno si mettesse paciere di mezzo proponendo condizioni comportabili. Per me giudico, che a perseverare nella lotta più che altro animasse il rapporto dell’Oudinot al Ministro della guerra a Parigi, il quale con l’arte nella quale i Francesi non conoscono non dirò pari, ma nè anco secondi affermava a faccia tosta: «non era nostro intendimento assediare, ma riconoscere la piazza, e ciò compimmo; così che dopo le nostre grandi guerre non si conosce per le nostre armi fatto più di questo glorioso!» E da tanto ch’ei lo giudicava glorioso che per l’angoscia ne infermò, e il Rusconi visitandolo lo rinvenne pallido e scontraffatto, e male con un diluvio di parole dissimulante l’ansietà dell’animo suo. All’opposto un medico francese scriveva agli amici suoi così: «temevamo una sortita e nel cammino occupato da tutte le parti, mi perito a dire che mai sarebbe accaduto; basta, come Dio volle, il nemico si rimase dietro le mura.» E nè anco questo è vero, però che il Garibaldi il giorno dopo li seguitò con la legione italiana, e qualche squadrone di cavalleria, ma indi per ordine del Governo retrocesse a Roma. Fra le altre non so se io mi abbia a dire fisime o bugiarderie dei Francesi ci fu quella di negare i danni per essi recati ai monumenti di Roma, senza accorgersi che smaniosi della lode per le virtù che non hanno, da sè medesimi si screditano nello attribuirsela per cose che fra loro contrastano, nè possono stare insieme; ed invero come avrieno potuto battere Roma dal lato del Vaticano senza offendere il Vaticano? Il generale Torre narra che una palla cristianissima frantumò certo immane triregno di travertino simbolo del potere temporale rotto per sempre dalle potenze cattoliche quando per forza di arme dentro le carni di Roma anzi d’Italia a mò di chiodo della passione lo riconficcarono. I rapporti dell’ingegnere Grass testimoniano quante palle di cannone e quante di moschetto offendessero il palazzo, e la basilica del Vaticano: due palle bucarono l’arazzo di Raffaello rappresentante la predicazione di S. Paolo nell’Areopago e il pezzo rimase attaccato alla palla: quattro fracassarono il tetto della cappella sistina; insomma menarono strage in quel giorno, e peggio fecero poi. Enrico Cernuschi per la sua piacevolezza, e per lo indomito ardire delizia del popolo romano andava dicendo non si affliggessero per cotesti danni, perchè la Francia aveva promesso pagarli e gli avrebbe pagati, che rigida osservatrice di sue promesse era la Francia, e ne porgeva fede cotesto caso perchè avendo eglino bandito volere entrare in Roma ci erano entrati di fatto; veramente non vincitori, bensì prigionieri, ma ciò non toglieva che al compito assunto non avessero dato recapito Comecchè io abbia tolto a favellare unicamente dei fatti di arme dello Assedio di Roma, non devo tacere delle donne patrizie o no ma nobilissime tutte che si consacrarono alla cura dei feriti.—Taluna di loro poi girò nel manico, e da per sè volle guasta la sua bella fama; anco gli scrittori clericali non si rimasero da turpi contumelie, ma se questi insudiciano non però fanno macchia, ed io con dolore sì ma non senza orgoglio registro, che Cristina Trivulzio principessa venne meno a sè medesima, chi crebbe fu Giulia Modena popolesca. Quando ci fu mestieri panni pei feriti si rinvenne mezzo spedito a procurarli oltre il bisogno; si tolsero carrette, e ad esse dietro parecchi uomini dabbene aggiravansi per la città con voci pietose facendo appello alla carità dei cittadini, e dalle finestre furono viste volare giù per la strada lenzuola, e di ogni maniera biancherie. Un vecchio, si narra, si condusse per verecondia dentro l’androne di certa casa, e quivi toltasi la camicia la porse lacrimando per sollievo ai feriti; senz’altro costui avrebbe offerto il cuore, e questi casi occorrono sempre là dove il popolo commosso da passione buona si lascia in balìa del proprio affetto: più arduo sciogliere i cuori impietriti dalla ira sacerdotale, però che a loro paia essere religiosi mostrandosi crudeli; tuttavia nelle donne prevale sempre la pietà, massime se le sieno giovani; di vero la mirabile carità delle signore conviventi nella casa di Tor de’ Specchi rappresentate dalla cittadina Galeffi dette il destro al virtuoso Aurelio Saffi di volgere loro queste nobilissime parole: «a fronte del sublime compenso, che queste amorevoli cittadine aspettano in un mondo migliore dalla loro carità, la prima delle virtù cristiane, i Triumviri ardiscono appena esprimere a queste gentili anime la più sentita gratitudine in nome della Patria.»

La ferocia dei barbari quantunque addolori pure non contrista tanto come la ipocrisia dei popoli, che si vantano civili, ed è ragione, che i primi in parte scusa l’ignoranza, mentre i secondi commettono due mali, il danno, intendo dire, e la menzogna per onestarlo; e poichè i Francesi bandiscono ai quattro venti la bandiera loro sventolare sempre colà dove appaia una causa civile a difendere, appena possiamo credere con quanta sfrontatezza negassero le ingiurie, che con le palle di cannone, le bombe, e perfino co’ moschetti recassero ai monumenti romani: si leggono tuttora i rapporti degl’Ingegneri commessi a verificare i danni, ed a ripararli; il pezzo lacerato, dall’arazzo del Sanzio senz’altro testimonio saria bastato a condannare i Francesi in giudizio. Gli è tempo perso; negli amici nostri ribolle sempre il mal sangue di Brenno; forse un giorno si correggerà tutto, ma la natura dei popoli cacciata via dalla porta torna dalla finestra.—Affermarono altresì, che i feriti loro patissero truci asperità dai nostri, ed i prigioni ingiurie; coteste le sono turpitudini che non importa rilevare nè anco; chi gli abbandonava senza pur visitarli fu un Forbin de Janson oratore di Francia a Roma, i nostri non misero differenza nell’opera della carità tra Francesi, e Italiani; anzi concessero, che gli amici loro dal campo venissero a consolarli con la nota faccia, e la favella del natio paese, chè lontani della Patria ogni conterraneo ci sembra parente.—

Nè importa a noi, e sarebbe bassa voglia, chiarire le bugiarderie dei rapporti dell’Oudinot, che francese egli era, ed aveva per dirle più bisogno degli altri; piuttostochè improvvido volle passare per gaglioffo; e tale sia di lui; la superbia offesa gli diede la febbre, e il Rusconi, chè lo vide in quel torno a Castel di Guido scrisse, secondochè notai averlo trovato stravolto, angosciando in mezzo ad un vaniloquio di errori, di minaccie, e di sospetti per non dire paure; poteva acchetarsi ad essere argomento di scusa, dacchè la fortuna delle battaglie stia in mano di Dio, prescelse farsi oggetto di scherno di faccia alla Europa: e’ sono soldati.

Somma la fede nostra come somma la perfidia dei Francesi: i bersaglieri del Manara bene stettero schierati a tutela della città, ma al combattimento del 30 aprile non pigliarono parte perchè riputaronsi vincolati dalla promessa di astenersi dalla zuffa fino al giorno quarto di maggio, e fu coscienza sciupata sia perchè non essi bensì il Preside di Civitavecchia aveva fatto la promessa, nè vincolava perchè estorta a forza e iniquamente, e poi i Francesi non osservarono mai promesse, nè patti: per ultimo quel dabbene Manara che fu quanto onore visse al mondo non andò immune da accusa per parte dello impronto nemico, il quale ardì appuntarlo di essersi rimasto in ordinanza con l’arme in collo durante la giornata del 30 aprile.

La storia si fa con i documenti. Una novità per i simpatizzanti dell’epopea garibaldina e un materiale utile per i suoi detrattori. Ringraziamo Leandro Mais per questo ulteriore contributo.

DOPO NOVANTAQUATTRO ANNI SI RICOSTRUISCE IL CARTEGGIO  “LANDI – GARIBALDI”

Una fortunata circostanza ci permette di poter disporre (il caso è veramente raro) dello scritto di Michele Landi  (Bologna 1° ottobre 1861) figlio del Generale Francesco Landi, e la risposta (Caprera 1° novembre 1861) di Garibaldi.

Il carteggio si riferisce alle accuse che erano state rivolte al Generale Landi, comandante delle truppe borboniche sconfitte dai Mille di Garibaldi nella battaglia di Calatafimi, riguardanti sia l’inefficienza nel coordinamento delle sue truppe, sia  un presunto incasso di una polizza di credito che avrebbe ricevuto dal Banco di Napoli come ricompensa per aver favorito l’avanzata di Garibaldi.   

Della prima lettera sappiamo che faceva parte della collezione del grande storico Giacomo Emilio Curatulo.  Essa fu acquistata, con tutti gli altri pezzi della collezione garibaldina, dal Museo del Risorgimento di Milano. Questo documento si trova pubblicato alle pagine 210/212 del volume  “Scritti e Figure del Risorgimento Italiano”,  con documenti inediti. (Emilio Curatulo – Ed. F.lli Bocca, Torino 1926  (vedi foto 1,2,3,4,)

Nel Vol. VI dell’Epistolario di Giuseppe Garibaldi  1983, a pag. 184 n° 2207, è riportata la risposta di Garibaldi, della quale però è citata solo la pubblicazione del Campanella. Sarà gradito sapere, ai lettori, che questa lettera fa parte della mia collezione garibaldina;  il testo, vergato da Enrico Albanese e autografato dall’Eroe, è pubblicato a pag. 50 n° 10M nel libro “Giuseppe Garibaldi  in 152 lettere e documenti autografi”,  a cura di Paolo Macoratti e Leandro Mais – Ed. Garibaldini per l’Italia – Roma 2016.  Di questa lettera si riporta la trascrizione.

Leandro Mais

   

                                                                                                                                                                                                                                          

10 MAl figlio del Generale Landi – Testo scritto da Enrico Albanese e firma autografa di Garibaldi

Caprera 1° Novembre 1861

     Mio caro Landi,

ricordo di aver detto nel mio

ordine del giorno di Calatafimi – : che

non avevo veduto ancora soldati

contrari combattere con più valore;

e le perdite da noi sostenute in quel

combattimento lo provavano bene.

     Circa i quattordici mila ducati

ricevuti dal vostro bravo Genitore in

quella circostanza – potete assicurare

gl’impudenti giornalisti che ne insulta_

no la memoria, – che 50 mila lire era

il capitale che corredava la prima

spedizione in Sicilia – e che servirono

ai bisogni di quella – non a comperar

Generali. -

     Sorte dei Tiranni!.. – Il Re di

———————————————–

Napoli doveva soccombere! – Ecco il

motivo della dissoluzione del suo esercito.

- Ma vostro padre a Calatafimi e nel-

la sua ritirata su Palermo, fece il

suo dovere da soldato! -

     Dolente in quanto avete perduto,

vogliate presentarmi alla vostra fami_

glia come un amico e credermi con

affetto. V.ro             

                                                     G. Garibaldi

 

 

         Una mente razionale, abituata a considerare reale solo ciò che viene percepito dai cinque sensi, avrebbe classificato la storia che ha portato al ritrovamento dello Scudo di Garibaldi  come “un raro colpo di fortuna”.  Ma la successione degli avvenimenti e la dinamica temporale degli stessi, quasi fossero propedeutici alla costruzione del risultato finale, distraggono la mente  dal razionale per portarla inevitabilmente verso il mondo ancora misterioso delle coincidenze.

          Qualche anno fa, durante uno dei frequenti incontri avuti con Leandro Mais, membro Onorario della nostra associazione e appassionato collezionista di una importante raccolta su Garibaldi e sui garibaldini, venivo a conoscenza di un fatto singolare accaduto nel 2002, in occasione della pubblicazione, in una rivista di Palermo specializzata in fotografia, di un articolo firmato da uno specialista, amico dello stesso Mais, sul fotografo palermitano dell’800 Giuseppe Incorpora. Poiché l’Incorpora era stato il primo, nel 1878, a fotografare lo Scudo di Garibaldi (All. 1), lo specialista aveva deciso di recarsi al Museo del Risorgimento di Roma, ove era conservata l’opera, per scattare una foto direttamente all’originale, e poi pubblicarla. Al suo ritorno dal Museo, l’amico aveva riferito al Mais che lo Scudo non era più in mostra in quanto alcuni ignoti ne avevano asportato l’altorilievo centrale raffigurante la testa di Garibaldi! Pertanto, nell’articolo, era stata riprodotta  la vecchia foto eseguita dall’Incorpora, proveniente comunque dalla collezione Mais. Questa era la sola versione esistente del fatto, visto che la stampa non aveva riportato alcuna notizia dell’eventuale denuncia di furto presentata dal Museo del Risorgimento alle forze dell’ordine.

L’opera d’arte era stata donata dal Popolo Siciliano a Garibaldi l’11 maggio 1878 e, da quest’ultimo,  ceduto al Comune di Roma nel 1879.  L’11 giugno 1882, in occasione delle onoranze che il Comune aveva reso all’Eroe, lo Scudo era stato posto su di un carro celebrativo, accanto a varie corone di fiori (All. 2).  In seguito, se ne era potuta ammirare la bellezza all’ Esposizione Italiana di Torino del 1884, sezione industriale e artistica (All. 3) e, sempre a Roma, in quella Garibaldina del 1932, nel cinquantenario della morte del grande condottiero (All. 4).  

Il prezioso oggetto si ripresenta  sulla scena, in una forma del tutto inconsueta,  sul finire del mese di ottobre del 2019, quando decido di attraversare la città per andare a tagliarmi i capelli a casa di un barbiere ultraottantenne, del quale sono stato cliente fedele per decine di anni, e dal quale continuo a recarmi saltuariamente, per amicizia,  anche dopo il suo abbandono della professione. Dopo le rituali operazioni di taglio, l’amico, conoscendo la mia appartenenza a una Associazione Garibaldina, mi segnala che un negoziante di antiquariato da cui si reca ogni tanto per l’acquisto di piccoli oggetti d’epoca, ha sottoposto alla sua attenzione un pezzo di rara bellezza, propostogli, a sua volta, da un privato che ne è in possesso e che vuole vendere: uno scudo metallico, variamente decorato, con al suo centro una piccola scultura raffigurante la testa di Garibaldi. E aggiunge, inoltre, di non essere interessato all’eventuale acquisto, sia per l’alto costo (ottomila euro), sia perché il tema dell’opera potrebbe essere apprezzato solo da un estimatore del periodo risorgimentale. Mentre ringrazio per il pensiero, immagino come possa essere questo oggetto, senza preoccuparmi di collegarlo alla storia descritta precedentemente. Il primo dubbio, però, mi assale quando il barbiere, approfondendo la descrizione trasmessagli dall’antiquario, ne mette in evidenza il diametro, mimandolo con l’apertura delle braccia e asserendo che l’oggetto può essere spostato solo con la forza di due persone. Quest’ultimo particolare suscita in me la curiosità di vederlo, almeno in foto. Fingendomi interessato all’acquisto, chiedo all’amico di farmi inviare dall’antiquario, sul mio telefono cellulare, l’immagine dello Scudo.

Dopo qualche giorno senza comunicazioni né immagini, ripongo nel cassetto della dimenticanza oggetto, offerta e curiosità, fino al momento in cui, invitato a casa dei coniugi Mais, colgo l’opportunità per raccontar loro brevemente il fatto. Questi ultimi, certi che non si tratti del famoso Scudo, di cui conoscono la storia, compresa quella della “decapitazione”, condividono la mia curiosità, momentaneamente accantonata. Passano pochi minuti.  Mentre siamo intenti a parlare d’altro,  arriva inaspettata  sul mio cellulare l’immagine che avevo precedente richiesto, inviatami, anche se con ritardo, dall’antiquario. A questo punto è facile immaginare sorpresa, stupore e incredulità nel riconoscere in quell’oggetto proprio lo Scudo di Garibaldi: integro, bellissimo e soprattutto identificabile in base all’immagine d’epoca del famoso fotografo siciliano Incorpora, posseduta dal Mais, e attraverso la descrizione tratta dall’articolo di un giornale d’epoca. Scudo integro, dunque, e non “decapitato”! Il fatto meritava un serio approfondimento (All. 5).

Decido dunque di contattare nei giorni seguenti l’antiquario per prendere un appuntamento e recarmi con lui a casa del privato, e vedere finalmente l’oggetto. Deciso il tutto, ci rechiamo nel giorno  e nell’ora prefissata da un anziano ingegnere (poi risultato architetto) il quale, senza indugio, ci porta nella sua cantina e da qui estrae, aiutato dall’antiquario medesimo, uno scudo metallico circolare, policromo, molto pesante. A questo punto ogni dubbio svanisce: mi avvicino all’oggetto con trepidazione, e accarezzo la testa dorata dell’Eroe pensando che sicuramente anche Lui lo avesse fatto, in segno di ammirazione per la perfezione e bellezza dell’opera scultorea. Avevo portato con me la descrizione minuziosa dei simboli e delle incisioni praticate sullo Scudo e la loro collocazione nella ripartizione dei vari settori (All. 6); le ritrovo tutte, quelle incisioni, dai nomi dei Mille a quello di Anita, da Rosolino Pilo a Vittorio Emanuele II, emozionandomi insieme all’antiquario che inizia per la prima volta a comprendere l’unicità e l’importanza dell’oggetto che gli era stato proposto per una mediazione di vendita.

Chiedo all’ingegnere delucidazioni circa la provenienza dell’opera d’arte;  lui mi risponde di aver lavorato per molti anni al Museo del Risorgimento di Roma come responsabile degli allestimenti delle mostre, e di aver ricevuto lo Scudo dall’allora Presidente dell’Istituto del Risorgimento, nel frattempo deceduto, in cambio di lavori eseguiti e mai liquidati! Chiedo allora, anche se non dovrei farlo, vista l’assurdità della sua risposta, se ci sia un documento che possa in qualche modo attestare questa dichiarazione. Naturalmente no! A questo punto chiedo all’ingegnere se il Direttore del Museo (lo stesso dirigente che aveva raccontato all’amico di Mais la storia del furto), sia a conoscenza di quanto asserito, ma ho da lui  ancora una risposta negativa.  Vedo se si riesce a uscire da questa situazione imbarazzante: propongo allora all’ingegnere, che accetta, di telefonare il giorno successivo al Direttore del Museo per informarlo della sua volontà di far rientrare lo scudo al Museo. Da parte mia avrei verificato, tramite l’antiquario, se l’operazione fosse stata puntualmente eseguita. Dopo una settimana, non ricevendo notizie, chiamo l’antiquario che mi informa dell’avvenuta telefonata tra l’ingegnere e il Direttore del Museo: costui gli avrebbe intimato di riportare subito lo Scudo nella sua antica sede storica. Trascorsa ancora una settimana senza notizie, temendo a questo punto che alle parole non fossero seguiti i fatti, e che lo Scudo potesse volar via, persino all’estero, decido di confidare il tutto al Comandante della Stazione dei Carabinieri di Roma – Gianicolense, che conosco da una ventina d’anni. Il Comandante comprende subito l’importanza del caso e nel giro di 48 ore, prima convoca me alla Stazione dei CC per ascoltare, alla presenza di alcuni funzionari del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, da lui stesso convocati, la storia dello Scudo di Garibaldi e del suo “miracoloso” ritrovamento; successivamente si reca con gli stessi funzionari a casa di Leandro Mais che confermerà, non solo l’importanza documentata dello scudo, ma anche la storia dell’ormai famosa “decapitazione”.

Il resto è cronaca che si può ritrovare nel Comunicato Stampa dei Carabinieri apparso sulle principali testate giornalistiche italiane. Attualmente lo Scudo è in custodia del sopracitato Nucleo T.P.C. dei Carabinieri.

Con rispetto assoluto delle indagini in corso, che si spera possano far luce completa sulle responsabilità degli attori di questa storia e di quelli ancora sconosciuti, deputati al controllo del materiale custodito nei depositi dei Musei e non esposti, mi auguro che lo Scudo di Garibaldi, che l’Eroe aveva donato generosamente alla città di Roma, possa essere collocato nella sala più visitata dal pubblico del complesso dei Musei Capitolini, con una targa che ne illustri la vicenda storica, artistica e umana, e una riga finale dedicata alla sua scomparsa dal Museo Nazionale del Risorgimento di Roma e del suo funambolico ritrovamento avvenuto nel 2019.  

Paolo Macoratti (Presidente Ass. Garibaldini per l’Italia) 

         

                  Carissimi amici, mi permetto di far seguire  a quanto illustrato dall’amico Presidente qualche notizia su questo “ritrovamento”, per la parte relativa alla mia collaborazione. Il sottoscritto ha semplicemente resi noti tutti i dati riguardanti la documentazione storica della preziosa opera di Antonio Ximenes.  La medesima è stata consegnata ai Carabinieri del Reparto Tutela Patrimonio Culturale durante la visita al mio domicilio. Ciò premesso, mi resta solo da sottolineare negativamente quanto segue: Il comunicato stampa cui ha fatto seguito la pubblicazione in varie testate di giornali (con molti errori) del ritrovamento dello Scudo da parte del suddetto Reparto T.P.C.  non ha fatto alcun cenno alla fattiva collaborazione dei due cittadini. Questa precisazione  valga solamente, da parte mia, come realtà dei fatti; per il resto sono contento di aver operato negli interessi della collettività.  

Leandro Mais

(le immagini 1-3-4-6 provengono dalla Collezione Mais)

 

     1    2    3    4    5    6

 

 

 

 

 

 

 

PUBBLICHIAMO L’INIZIATIVA DI UN GRUPPO DI CITTADINI VOLTA AL RICONOSCIMENTO NAZIONALE DI ROMA CAPITALE

 

La comunicazione a mezzo stampa che un tempo doveva essere necessariamente dettagliata e precisa per descrivere avvenimenti che rappresentassero adeguatamente fatti realmente accaduti, si è oggi trasformata con “l’alta velocità” di internet e delle reti sociali connesse, in una tendenza che produce eccessi di semplificazione. Il ricorso a questa tecnica di comunicazione, invece di arricchire con nuovi contenuti una verità storica consolidata, finisce per alimentare ulteriori dubbi e incertezze in quella larga fascia di cittadini già impoveriti culturalmente.

 Mi riferisco in particolare all’articolo apparso il 16 Agosto 2019 sul sito UNSERTIROL24.COM (www.unsertirol24.com/2019/08/16/garibaldi-a-bezzecca-una-vittoria-austriaca/) a firma di Everton Altmayer, in cui il giovane docente di San Paolo del Brasile in studi del dialetto trentino, con una mossa assai temeraria, non solo mette in dubbio la vittoria conseguita da Garibaldi a Bezzecca nell’ambito della terza guerra d’indipendenza italiana, ma attribuisce (malgrado la prudente frase interrogativa e il condizionale) l’etichetta di falso storico al famoso “Obbedisco” con il quale Garibaldi fu costretto, suo malgrado, a interrompere la campagna garibaldina del Trentino. A tale proposito vedi l’approfondimento del ricercatore e collezionista Leandro Mais riportato in questo sito: http://www.garibaldini.org/2016/09/battaglia-della-bezzecca-precisazioni/

L’articolo, criticato e riportato anche sulla pagina facebook di Cultura garibaldina per l’Italia (https://www.facebook.com/garibaldinitaliani/),  esordisce con l’indicazione, da parte dell’autore, di un reperto storico esistente ancora oggi al museo dei Kaiserjgäer ad Insbruk: la “portantina” usata da Garibaldi per i suoi spostamenti, non potendo quest’ultimo cavalcare a causa di una ferita al sommo della coscia subita al Ponte del Caffaro e dell’artrosi che lo tormentava da anni. Il fatto che la carrozza si trovi oggi in un museo austriaco non dice assolutamente nulla sull’esito della battaglia di Bezzecca.

 L’articolo prosegue con l’intento di dimostrare quanto le popolazioni coinvolte nella campagna di guerra fossero ostili a Garibaldi e ai Garibaldini e a Vittorio Emanuele II. A tale scopo vengono riportati i testi di alcune canzoni popolari in dialetto trentino. Nessuno mette in dubbio che ci sia stata da parte di una consistente percentuale di popolazione una profonda ostilità verso gli “invasori” in camicia rossa, visto che la maggior parte dei giovani di quelle vallate militavano nell’esercito austriaco. Allo stesso tempo però non si può ignorare la presenza nei reggimenti garibaldini di un nutrito numero di volontari trentini, come Ergisto Bezzi, Vigilio Inama da Fondo, De Zinis da Cavareno, Canella da Riva, i fratelli conti Martini, Vigilio Covi di Trento, i fratelli Giustiniano e Carlo De Pretis da Cagnò, Giuseppe Zecchini da Molina di Ledro, Amedeo Zaniboni da Riva, Giovanni Eccheli da Brentonico, Francesco Bonetti da Primiero, Luigi Tosadori da Riva, Camillo Zancani da Egna, ecc, ecc.. (Ugo Zaniboni Ferino – Bezzecca 1866 – Trento 1987 – pag.11)

 Come dichiara Everton Altmayer, “ le battaglie furono due…. L’esercito austriaco sconfisse il nemico e Garibaldi non riuscì a conquistare il territorio invaso”. Come sappiamo, soprattutto dalle fonti militari di entrambi gli schieramenti, peraltro molto dettagliate, le sorti della campagna del Tirolo furono dapprima alterne, con la presa e la perdita di posizioni che causarono molti morti e feriti. A Bezzecca, invece, l’intervento di Garibaldi mutò una situazione che si stava facendo drammatica per le truppe italiane; ricordiamo che gli Austriaci erano dotati di armamenti di precisione, tecnicamente di gran lunga superiori a quelli Italiani. In effetti la ritirata dei Garibaldini si trasformò ben presto in una fuga fin dentro le case del villaggio di Bezzecca.

 Fin qui si spinge l’articolo del Prof. Altmayer quando dichiara:” La popolazione locale non fornì nessun aiuto ai Garibaldini, anzi, festeggiò i cacciatori imperiali e la vittoria austriaca”. Quale vittoria? Cosa accadde ancora? La sconfitta pareva irreparabile quando le sorti della battaglia cambiarono: Giuseppe Garibaldi giunse alle otto sul luogo dello scontro e diede l’ordine di fare “l’Aquila”, ovvero di impadronirsi delle alture a destra; poi ordinò al 7° Rgt e agli avanzi del 5° di attaccare di fronte, e al Maggiore Dogliotti di posizionare la sua batteria di 8 cannoni sulle alture, indirizzandoli su Bezzecca. Gli Austriaci sotto tiro furono costretti ad arrestarsi e a ripiegare ai limiti dell’abitato per difendersi. Da qui l’assalto dei reparti comandati dagli ufficiali Menotti e  Ricciotti Garibaldi, Stefano Canzio, Mosto, Rizzi e Bidischini che, dopo una lotta “corpo a corpo” costrinsero gli Austriaci a fuggire da Bezzecca e dai villaggi attigui, ritirandosi completamente fino alla valle di Concei e su per i monti. Il Generale austriaco Khun si ritirò nel Tirolo tedesco, come risulta da un dispaccio inviato a Vienna. Garibaldi occupò Campi sopra Val di Concei stringendo Riva e iniziando l’assedio del forte di Lardaro. Ma la mattina del 25 gli giunse la notizia della tregua d’armi di una settimana, prolungata poi per un’altra settimana dal 3 agosto. Infine il 9 agosto eseguì l’ordine di sgombrare il Trentino.

 La battaglia di Bezzecca fu vinta dunque da Garibaldi; ma non solo! La spedizione Medici, seguita a distanza dalla divisione Cosenz, aveva ricevuto l’ordine dal Gen. Cialdini di muovere il 19 luglio verso la Valsugana, visto che Garibaldi aveva avuto un successo in Val di Chiese. Con 10.000 uomini e una marcia di 120 Km in 5 giorni da Vigodarzere (20 luglio) a Pergine (24 luglio) , con combattimenti superati a Cismon del Grappa, Primolano, alle Tezze, a Borgo e Levico, Medici mosse all’attacco di Trento il 24 luglio, ma si fermò a pochi chilometri in attesa di rinforzi, pensando di avere di fronte un considerevole numero di Austriaci. Quei rinforzi, come abbiamo visto, non sarebbero mai arrivati. Arrivò invece alle ore 16 del 25 luglio la lettera di La Marmora, trasmessagli da Cialdini, della tregua d’armi di cui sopra.  La storia, si dice sempre, non si fa con i “se”; vista però la portata degli avvenimenti successivi e considerando la nostra non appartenenza alla categoria degli storici di professione, ci possiamo concedere il lusso di poter affermare che la conquista di Trento nel 1866 avrebbe potuto risparmiare all’umanità centinaia di migliaia di morti e feriti della prima guerra mondiale.

Paolo Macoratti

 

Informazioni tratte da:

Ugo Zaniboni Ferino – Bezzecca 1866 – Trento 1987

G. Sacerdote – La vita di Giuseppe Garibaldi – Rizzoli & C. Milano 1933

Il documentario dal titolo “Combattente per la libertà e donnaiolo”, prodotto da “pretv” e “berlin producers”, in coproduzione con “2DF”, “ORF” e “Federal Ministry Education, Science and Research”, trasmesso in lingua tedesca e inglese, ha voluto ricostruire la vita di Giuseppe Garibaldi con l’aiuto di un cospicuo impianto scenografico, di documenti cinematografici e interviste a studiosi del Risorgimento Italiano.

 Se il risultato finale dell’operazione fosse stato proporzionale alle risorse messe in campo, avremmo forse avuto di Garibaldi e della sua vita un’immagine, se pur condensata in 52 minuti di trasmissione, certamente degna della sua fama. Invece, salvando l’eccellente fotografia, abbiamo dovuto costatare la pessima scelta degli attori che avrebbero dovuto interpretare la nobile e intensa figura dell’eroe dei due mondi, oltre ad assistere all’inspiegabile costruzione di una scena in cui un Garibaldi sud-americano in tenuta semi-adamitica invita Anita a sparare con una pistola contro la croce posta sul campanile di una Chiesa! Ma ciò che colpisce di più è stata l’enorme carenza di informazioni a livello storico, incredibilmente escluse dal racconto in luogo di episodi minori (Bronte) e di una morbosa attenzione alla vita privata del Generale, già d’altronde preannunciata nel titolo del documentario. Tra le tante omissioni, clamoroso l’approfondimento sulle poche vittime garibaldine (30 circa) della battaglia di Calatafimi senza neppure citare quella di Milazzo, con i suoi centinaia di caduti garibaldini (800 tra morti e feriti).

 Non conosciamo quale sia stato lo scopo di questa operazione, ma restiamo perplessi di fronte a una tecnica di rappresentazione che ha “utilizzato strumentalmente” i brevissimi interventi degli studiosi del Risorgimento (ivi compreso il pronipote dell’eroe) per screditare un grande e glorioso personaggio della storia italiana e mondiale. Con Garibaldi si sono oltraggiati quanti, a rischio della propria vita, lo avevano seguito nelle varie campagne per l’indipendenza italiana. Si può avere un facile riscontro di questa strumentalizzazione valutando lo spazio vocale riservato al “commentatore fuori campo”: decisamente prevalente rispetto a quello degli intervistati, come risulta dalla trascrizione di Monica Simmons, qui sotto riportata, e dal link del filmato nella versione in inglese.

 Paolo Macoratti

 

FILMATO AUSTRIACO (Versione inglese) – https://vimeo.com/327569974/f28415acca

COMBATTENTE PER LA LIBERTA’ E DONNAIOLO

Giuseppe Garibaldi, un eroe di guerra per la libertà dell’Italia.

 

FULVIO CONTI (storico)

Garibaldi è l’uomo che ci ha unito. Garibaldi per decine di anni ha combattuto per unificare l’Italia. E in Italia è riverito come se fosse un santo. Occorre distinguere quanto è riuscito a realizzare e quanto di tutto questo è mito.

 

LORENZO DEL BOCA (pubblicista)

Garibaldi ha  una parte bella e una parte oscura. Era un rivoluzionario che manipolava i media.

 

SILVIA CAVICCHIOLI (storica)

In quel tempo la gente era affascinata da Garibaldi.

 

COMMENTATORE

Era un maschio che era tutto per le donne.

 

LUCY RIALL (storica)

Ha avuto tante storie d’amore che rasentavano il patologico per il numero di donne che ha avuto.

 

COMMENTATORE

Era un campione, nel suo tempo, che anticipava i diritti politici della donna. Un uomo di tante contraddizioni.

 

COMMENTATORE

Montevideo 26 marzo 1842

Anita e Giuseppe Garibaldi, il giorno dopo la loro prima notte di matrimonio.

Era stato condannato a morte in Italia come rivoluzionario e aveva fatto la stessa cosa in sud America. Anita era nata in Brasile e aveva appoggiato la rivoluzione contro la dinastia imperiale. Dopo tre anni vissuti nel peccato si erano sposati. Anita era l’amore della sua vita. Anita aveva seguito il marito in battaglia contro l’oppressione da parte dei sistemi politici dell’aristocrazia e contro la Chiesa. Torniamo in Italia. Chi era veramente Giuseppe Garibaldi? Garibaldi, figlio di un semplice pescatore, era vissuto vicino al porto. Da giovane amava l’avventura, il mare e viaggiare, cose che sarebbero state importanti per tutta la sua vita. Disegnava persino un’onda sotto la sua firma. In Genova durante i suoi anni giovanili aveva partecipato a dei moti rivoluzionari per la costituzione di una repubblica italiana indipendente e per questo era stato condannato a morte in contumacia. Garibaldi scappò da Nizza (1835) per l’America giungendo a Rio de Janeiro dove formò una Legione Italiana e iniziò una nuova battaglia combattendo come corsaro per la repubblica del Rio Grande do Sul (1837). Ci fu una battaglia a Rio della Plata. Garibaldi aveva guadagnato la reputazione di un intrepido combattente nei fiumi, nelle paludi e nelle foreste, reputazione che si era diffusa in tutta l’Europa.

 

GIUSEPPE GARIBALDI (pronipote)

La battaglia più importante fu quella di San Antonio del Salto. Una piccola forza di circa 190 uomini sono riusciti a sconfiggere qualche migliaio di soldati nemici

COMMENTATORE

Questo eroe sembrava capace di compiere miracoli e qui cominciano ad emergere le prime contraddizioni della sua biografia. Una di queste riguarda la storia dell’orecchio.

 

LORENZO DEL BOCA (pubblicista)

In sud America una delle punizioni per chi rubava i cavalli era quella di tagliare l’orecchio. Garibaldi aveva rubato cavalli perciò perse un orecchio; in conseguenza di ciò si fece crescere i capelli per coprire l’orecchio.

 

COMMENTATORE

Garibaldi: un ladro di cavalli! Però c’è una versione più eroica

 

GIUSEPPE GARIBALDI (pronipote)

Garibaldi non perse nessun orecchio: era una voce che girava. Durante una battaglia in sud America fu ferito nel collo un po’ sotto l’orecchio, passando sotto la gola; soffrì moltissimo, ma non perse mai un orecchio.

 

COMMENTATORE

Qual’é la versione giusta, visto che le sue orecchie erano sempre coperte?

Ci sono molte leggende e contraddizioni nella biografia di Garibaldi: si narra che avesse partecipato a 67 battaglie e più di duecento duelli. La sola sua presenza poteva influenzare i suoi nemici ad arrendersi. Sorprendentemente questo incredibile uomo era alto solo 1 metro e sessantatre centimetri

 

COMMENTATORE

Dopo tredici anni d’esilio Garibaldi ritornò in Patria nel 1848. In quell’epoca Nizza apparteneva al Regno Sabaudo del Piemonte; quest’ultimo divenne poi l’Italia moderna. La violenza delle rivoluzioni del quarantotto aveva infiammato l’Europa. L’Italia era frazionata nel territorio: il Re di Savoia regnava su Piemonte e Sardegna; il Papa regnava e controllava gli stati papali e altri territori erano dominati da potenze straniere: l’Austria dominava il lombardo-veneto e qualche altro ducato; i Borboni spagnoli governavano la Sicilia, il sud e Parma. Nel nord ci furono rivolte contro gli Asburgo che chiedevano l’annessione di questi territori al Piemonte. I Rivoluzionari ebbero il loro primo successo a Milano e l’esercito austriaco fu costretto a lasciare la città. A torino il Re Carlo Alberto dichiarò guerra all’Austria e prese il comando del movimento di unificazione. La sua intenzione era quella di rendere l’Italia uno Stato indipendente sotto l’egida del Piemonte. Garibaldi chiese udienza al Re e gli offrì i suoi servigi. Tredici anni prima quello stesso Re lo aveva condannato a morte; ora lo aveva perdonato.

 

GIUSEPPE GARIBALDI (pronipote)

Garibaldi avrebbe fatto sicuramente un patto col diavolo pur di raggiungere il suo scopo, condiviso con molti Italiani che lo avevano seguito.

 

COMMENTATORE

Lo scopo di Garibaldi era quello di unire Roma capitale all’Italia ma il suo approccio fu insolente :”Mi permetta di offrire i miei servigi da Generale”. Voleva essere nominato Generale ma Carlo Alberto non prese la briga di rispondergli e lo inviò in un fronte secondario, perché si aspettava da lui che formasse volontari a Bergamo. Si aspettava che il rivoluzionario professionista americano si facesse valere nella sua Patria. Garibaldi lo fece al Lago Maggiore: con un’azione temeraria catturò due piroscafi usati per fare la spola dalla riva della Svizzera neutrale a quella italiana ed ebbe alcuni scontri con la guarnigione austriaca. La città di Luino è dove Garibaldi affrontò il test. Lui e i suoi uomini si scontrarono con gli Austriaci. Lì si svolse una battaglia e il racconto degli eventi che seguirono è contrastante

 

CHRISTIAN ORTNER (storico militare)

La battaglia ebbe successi da ambedue le parti. Alla fine gli Austriaci considerarono la situazione giunta a un punto morto. Certamente la situazione era ben diversa alla luce del mito di Garibaldi. Nella testa di Garibaldi questo piccolo scontro fu considerato una grande vittoria.

 

COMMENTATORE

E questa vittoria è la prima battaglia vinta sul territorio italiano; ma politicamente non ha avuto nessun effetto.

Carlo Alberto perse la battaglia contro gli Austriaci: a Custoza i suoi soldati furono duramente sconfitti. Gli Austriaci ripresero Milano e lo Stato Sabaudo capitolò. Un po’ più tardi il Re Carlo Alberto abdicò e fu rimpiazzato da suo figlio Vittorio Emanuele II. Il passaggio di V.E. al trono e gli sforzi di Garibaldi sono strettamente correlati. La rivoluzione del ’48 esplose a Roma; Garibaldi vide il suo sogno avvicinarsi per la capitale di un’Italia libera. Pio Nono scappò dagli Stati papali e gli venne dato asilo nel Regno delle due Sicilie. Il 9 febbraio del 1849 Giuseppe Mazzini proclamò la Repubblica Romana in Campidoglio. Mazzini aveva due scopi: unificare l’Italia e abolire la monarchia. Le idee repubblicane di Mazzini coincidevano con quelle di Garibaldi; i due uomini avevano bisogno l’uno dell’altro benché fossero lontani dall’essere amici.

 

SILVIA CAVICCHIOLI (storica)

La distanza tra i due si vede nel loro approccio nel modo di operare. Garibaldi nel 1849 pensava che l’unica maniera per raggiungere l’unità e la liberazione dell’Italia dovesse realizzarsi con le armi.

 

COMMENTATORE

Mazzini pensava che la soluzione dovesse raggiungersi pacificamente attraverso una Costituzione repubblicana basata sulla libertà di stampa e della Chiesa.

 

MARA MINASI (storica)

Fu una Costituzione esemplare di un altissimo profilo giuridico. Si riconosceva da tutte le parti essere una effettiva, moderna e progredita costituzione per il diciannovesimo secolo in Europa.

 

COMMENTATORE

Più tardi, un secolo dopo, le norme basilari della Costituzione di Mazzini furono incluse nella legge italiana ancora vigente. Ma la Repubblica Romana fu una costruzione fragile perché mancava un solido apparato difensivo dell’esercito . Si aspettava da Garibaldi che ne costituisse uno.

 

MARA MINASI (storica)

Garibaldi aveva con sé 400 uomini ma molti altri lo raggiunsero attratti dal suo carisma. Le descrizioni dei suoi contemporanei lo raffigurano con una criniera come quella di un leone e gli occhi chiari che mandano scintille.

 

COMMENTATORE

Come leader di questo esercito rivoluzionario si insediò nel suo quartiere generale sul Gianicolo, una collina sopra la città, da dove guiderà la sua prima battaglia contro la Chiesa cattolica.

Dal suo esilio il Papa voleva restaurare il suo Regno. Gli Austriaci venivano dal nord, i Borboni dal Sud, gli Spagnoli dall’Ovest. I Francesi avevano portato con loro un’artiglieria molto avanzata. Dopo l’arrivo dei Francesi Garibaldi si rese conto che per tenere Roma si doveva confrontare con una forza superiore e sarebbe stato impossibile. Comunque nella pineta del Gianicolo condusse  una battaglia senza speranza; 800 dei suoi uomini morirono. Negli ultimi giorni di Giugno del 1849 Garibaldi combatté con disperazione resistendo a Villa Spada, suo ultimo quartier generale. In quel momento critico arrivò Anita da Nizza.

 

SILVIA CAVICCHIOLI (storica)

Alessandro Dumas nella biografia di Garibaldi descrive il drammatico arrivo di Anita. Garibaldi rimase alquanto sorpreso; l’abbracciò e poi disse ai suoi: “Vi presento mia moglie; abbiamo un altro combattente tra noi”. Ma in realtà niente di tutto questo è vero perché Anita non era in condizione di partecipare alla battaglia; in quel momento era incinta e soffriva di una grave forma di malaria.

 

COMMENTATORE

Dopo due mesi di dure battaglie i Francesi riuscirono a prendere Roma in favore di Pio IX. La repubblica di Mazzini collassò. Garibaldi lasciò Roma in fretta affrontando un viaggio tortuoso verso l’Adriatico, a causa delle condizioni della moglie. Nell’autobiografia, Garibaldi ha glorificato le circostanze della sua fuga con una splendida descrizione di sua moglie. Anita indossava la camicia della Legione, pantaloni da uomo e stivaloni di un cuoio scintillante. Le chiese di tagliare i capelli per sembrare un uomo.

 

SILVIA CAVICCHIOLI (storica)

Ancora una volta è stato enfatizzato l’aspetto virile di Garibaldi per sottolineare le sue virtù morali e il coraggio indomito.

 

COMMENTATORE

Ma la fatica era troppo grande per lei; infatti l’8 agosto 1849 morì vicino a Ravenna.

 

LUCY RIALL (storica)

Per spiegare questo, è importante sapere che in Italia l’idea di un martire era incredibilmente importante nelle rivoluzioni. Questo permetteva ai rivoluzionari italiani di fare appello ai cattolici; e questo era il linguaggio che i cattolici capivano.

 

SILVIA CAVICCHIOLI (storica)

L’idea era quella di spiegare che il sacrificio e il martirio di Anita lo fosse anche di Garibaldi. In qualche modo la morte di Anita è stata interpretata come il sacrificio di Garibaldi.

 

COMMENTATORE

I Fascisti italiani si sono riappropriati di questo mito; Benito Mussolini ha fatto erigere una statua di Anita a Roma dedicata a una donna che ha sacrificato la sua vita e del suo bambino per la Patria di suo marito.

 

LUCY RIALL (storica)

Quando Anita muore io credo che Garibaldi fosse sinceramente distrutto. Se si leggono le sue lettere e quello che ha fatto in seguito si capisce che Garibaldi soffriva realmente.

 

COMMENTATORE

Garibaldi per cinque anni abbandonò l’Italia e viaggiò negli oceani del mondo, godendosi la sua indipendenza. Nel 1855 ritornò in Italia e grazie ad una eredità comprò metà dell’isola di Caprera. Lì Garibaldi costruì una villa bianca in stile sud americano. Niente era cambiato nella scena politica italiana. Mentre i preti condannavano i rivoluzionari senza Dio, molte donne andavano a Caprera per venerare questo carismatico ribelle. Una di queste era Esperance Von Swartz

 

SILVIA CAVICCHIOLI (Storica)

Esperance aveva alle spalle due matrimoni, un figlio, ed era ricca. Colta e raffinata, scrittrice e giornalista, parlava molte lingue. Era quindi inevitabile che queste due personalità si incrociassero.

 

COMMENTATORE

Esperance supportò Garibaldi anche economicamente. In cambio le fu concesso di scrivere, prima di Dumas, una biografia di Garibaldi. Garibaldi chiese varie volte la mano di Esperance -” Sono già stata sposata due volte e non sono fatta per il matrimonio”- ma lo rifiutò sempre. Garibaldi aveva difficoltà ad essere rifiutato e così trovò consolazione altrove. Nove mesi più tardi, la sua cameriera Battistina Ravello diede alla luce una bambina; comunque Garibaldi non era presente alla nascita.

Ancora una volta esplosero combattimenti nel nord Italia. Nel 1859 Garibaldi sconfisse gli Austriaci nel Ferrarese. Fu un anno turbolento per lui.

 

LORENZO DEL BOCA (pubblicista)

Si può dire che la sua vita privata, senza dare un giudizio troppo severo, sia stata caotica. Nell’estate del ’59 si era follemente innamorato di una giovane donna, Giuseppina Raimondi, ma allo stesso tempo chiese la mano di altre due donne alle quali dichiarò il suo amore, mentre continuava il suo rapporto con la Esperance: una tedesca, una sua amica, e la contessa italiana Maria Della Torre.  C’erano donne da tutte le parti e dichiarava amore a tutte.

 

COMMENTATORE

In ultimo la diciottenne Giuseppena Raimondi figlia di un nobile che possedeva grande quantità di terreni, cedeva agli sforzi romantici di Garibaldi e accettava di sposarlo. Mentre il prete celebrava la cerimonia, uno degli Ufficiali di Garibaldi  tentò, in fretta e furia, di comunicargli un messaggio importante; ce l’avrebbe fatta a consegnarlo? Troppo tardi! Garibaldi rimproverò l’uomo per la maniera impropria di interrompere la cerimonia ma seppe qualcosa che avrebbe dovuto sapere prima della cerimonia: Giuseppina Raimondi era incinta. Il padre del bambino era uno dei suoi ufficiali. Benché Garibaldi fosse diventato padre di un bambino illegittimo, aveva alte aspettative sulla moralità delle donne. Anni dopo lui scrisse:” Io pensavo di aver sposato una donna nobile invece era una puttana”. Per 20 anni provò invano ad annullare il matrimonio

A questo punto iniziò la fase decisiva dell’unificazione italiana: la Lombardia venne  annessa al Piemonte con l’appoggio della Francia e il Veneto rimaneva sotto l’Austria. Per il suo aiuto erano stati donati alla Francia Nizza e Savoia. Camillo Benso conte di Cavour, Primo ministro del Piemonte e della Sardegna, cedette la casa natale di Garibaldi e per questo divenne suo acerrimo nemico.

Poco dopo, nei primi giorni di maggio del 1860, Garibaldi preparò una spedizione per la Sicilia che si può considerare storica, con una forza di oltre mille uomini per insorgere contro i Borboni Spagnoli. L’intento di Garibaldi era quello di appoggiare gli insorti con lo scopo di realizzare l’unità d’Italia iniziando dal profondo sud. Garibaldi con la sua spedizione di volontari approdò a Marsala. Questo leggendario esercito in inferiorità numerica si confrontò con un esercito di 20.000 soldati. Garibaldi aveva bisogno di un miracolo, oppure l’aiuto di potenze straniere.

LORENZO DEL BOCA (pubblicista)

L’’esercito britannico svolse un ruolo importante per questi mille volontari: aiuto economico e protezione. Due piroscafi aspettarono di sbarcare mille volontari garibaldini; due navi da guerra inglesi gli permisero di entrare nel porto, proteggendoli in questa maniera dagli attacchi della Marina Borbonica.

 

FULVIO CONTI (storico)

L’esercito britannico aveva l’interesse strategico di creare un Regno italiano e considerava i Borboni Spagnoli nemici. Garibaldi godette di un importante aiuto britannico.

 

COMMENTATORE

Gli Inglesi controllavano il commercio dei vini di Marsala e non erano affatto contenti che i Borboni applicassero alti dazi. Ma gli Inglesi sapevano che un altro prodotto siciliano era più prezioso del vino: lo zolfo. L’isola soddisfaceva  l’80% della richiesta globale di zolfo. In quel tempo, lo zolfo, insieme a sale e carbone erano i componenti essenziali per la produzione di polvere da sparo.

 

LORENZO DEL BOCA (pubblicista)

L’importanza della solfatara di allora era paragonabile a una miniera di uranio di oggi: tutte le importanti industrie belliche lo usano.

 

COMMENTATORE

Dopo l’arrivo di Garibaldi sulla costa occidentale, le sue truppe avanzarono verso Palermo. Molti volontari dei vari villaggi incontrati sulla loro strada lo raggiunsero. In particolare squadre di “Picciotti”, ragazzi che oggi sono considerati mafiosi di bassa lega. A Salemi, più o meno sulla loro strada, Garibaldi si auto-dichiarò Dittatore dell’isola. Comunque, come rivoluzionario, aveva rigettato sempre qualsiasi titolo di autorità.

 

GIUSEPPE GARIBALDI (pronipote)

Malgrado Garibaldi fosse socialista, era repubblicano, un po’ monarchico, un po’ fascista, perché si era auto dichiarato  dittatore delle due Sicilie.

 

COMMENTATORE

Un po’ più tardi le sue truppe si radunarono su una collina vicino a Calatafimi dove si scontrarono con un esercito due volte superiore per numero. Pare che qui Garibaldi abbia con emozione dichiarato il grido di battaglia “Qui si fa l’Italia o si muore!”. Ci si aspettava che le future generazioni di studenti avessero imparato a valutare questa battaglia. Il film “Viva l’Italia” ha raccontato la saga dell’eroe. I Borboni tenevano la cima della collina. La situazione era disperata per Garibaldi. Malgrado ciò le camice rosse attaccarono e furono immediatamente respinte. E poi la sorte cambiò. Con un coraggio inimitabile i Garibaldini iniziarono una controffensiva costringendo i Borboni a ritirarsi. E’ verità o finzione? Un monumento molto dimenticato commemora questa simbolica battaglia. Andare a vederlo è molto istruttivo. Per cinquant’anni Gerolamo Amato ha custodito questo memoriale; lui stesso fornisce un’introduzione in questo luogo sacro della storia della fondazione d’Italia. Questa lapide è dedicata agli uomini caduti; qualcosa salta fuori subito: mentre varie migliaia hanno partecipato a questa battaglia, pochi sono morti qua.

 

LORENZO DEL BOCA (pubblicista)

I morti in battaglia furono 12 però il conto visivo era di 30 e non necessariamente avevano partecipato attivamente alla battaglia stessa. Per esempio, uno morì di tetano dopo essere stato ferito, perché un suo compagno, per fermare il sangue, lo aveva tamponato con una moneta. Un altro fu ferito nella parte inferiore del braccio e il chirurgo l’aveva cucito in modo provvisorio; mentre con passione suonava la fisarmonica per celebrare la battaglia, i punti si sono aperti e lui è morto dissanguato. Questo uomo è contato come caduto a Calatafimi benché fosse morto due giorni dopo, e così altri 18 in circostanze simili.

 

COMMENTATORE

Il guardiano Girolamo racconta la storia in modo diverso rispetto ai testi scolastici e al film:

“C’erano 6.000 Borboni e circa 3.000 garibaldini. Si suppone che ci fossero state frodi e corruzione. Un anello d’oro fu offerto al Generale dei Borboni Landi dicendogli che valeva  14.000 ducati. Landi lo prese e diede ordine ai suoi di ritirarsi. Questo gesto fece vincere la battaglia a Garibaldi. Ma al generale Landi la cosa non gli andò bene. L’anello valeva solo 14 ducati. Quando Landi andò in banca per prendere i soldi, ebbe un infarto, morì di dolore”.

Girano delle storie su Garibaldi, che usasse sistematicamente la corruzione. Un suo scrigno conteneva alcune donazioni di Massoni Inglesi e Nord Americani. Gruppi di donne inglesi avevano raccolto fondi per il loro eroe e allestito dei banchi di vendita. Ci sono prove che quei fondi siano stati raccolti per finanziare la spedizione dei Mille senza sapere poi per cosa siano stati usati. Si suppone che le ricevute siano state inviate dalla Sicilia a Torino ma questa nave affondò vicino Capri e nemmeno piccoli pezzi del relitto furono trovati. Questo ha dato adito a speculazioni fino ad oggi e cioè che una esplosione intenzionale abbia distrutto la nave con tutti i suoi documenti.

Tra i seguaci di Garibaldi c’erano giornalisti e corrispondenti di guerra che lo veneravano. Una di questi giornalisti era l’inglese Jessie White Mario, membro di una famiglia facoltosa, che raccontava storie di guerra e affari sociali. Come infermiera aveva accompagnato Garibaldi in quattro campagne

 

LUCY RIALL (storica)

Durante le sue battaglie Garibaldi dedicava sovente spazio di tempo per lavorare con i giornalisti per cui, piuttosto che lasciarli mentre saliva la penisola, lasciava indietro metà del suo esercito.

 

COMMENTATORE

I corrispondenti di guerra si occupavano di una grande quantità di servizi d’intelligence; un corrispondente ungherese  diede a Garibaldi informazioni strategiche decisive circa le posizioni dell’esercito dei Borboni vicino a Palermo

 

LUCY RIALL (storica)

Garibaldi era particolarmente abile a trovare la posa per i fotografi e ad essere fotografato, così da permettere una larga diffusione della sua immagine.

 

COMMENTATORE

Grazie ai giornalisti, al suo team di pubbliche relazioni al servizio d’intelligence, Garibaldi riuscì a bypassare l’esercito borbonico e guadagnare le colline a sud di Palermo senza opposizione. Palermo era davanti a Lui. Nella città di Palermo, ad oggi, il nome di Garibaldi occupa un posto speciale.

Il mimo Coticchio con il suo spettacolo di burattinaio anima la figura di Garibaldi. In uno di questi spettacoli teatrali, una scena ben conosciuta è quella nella quale la notte prima dell’attacco Garibaldi con il suo generale Bixio guardando dall’alto la città di Palermo, dice:” Bixio, o a Palermo o all’inferno”. Per Garibaldi Palermo non fu un inferno.  Le sue truppe marciarono verso il Ponte dell’Ammiraglio; velocemente riuscirono ad occupare tutti i posti strategici della città. Si suppone che le camice rosse di Garibaldi siano passati per questa strada (inquadratura di una strada)

 

UNA PALERMITANA

Garibaldi è venuto da qui ma solo con il permesso della mafia.

 

COMMENTATORE

Garibaldi stabilì il suo quartier generale al Palazzo Pretorio. Da quel balcone giurò che avrebbe resistito. Per tre giorni si scatenò l’inferno a Palermo; i soldati Borbonici rimasero intrappolati nelle strade strette e nelle piazze. La gente aspettava questa rivoluzione e urlava :”I topi, i topi”. E riferendosi ai Borboni che scappavano, urlavano :”Catturate questi topi con i gatti”. Dopo di che i Borboni si ritirarono verso la fortezza del Castello a Mare, e da lì bombardarono la città.

Nella distante  Napoli il Re Francesco II e sua moglie bavarese continuavano a considerarsi i governatori della città. Il bombardamento causò seicento morti; i pionieri della fotografia di guerra hanno fotografato questa distruzione. In ultima analisi i Borboni non riuscirono a riconquistare la città. Qualche giorno dopo il mondo apprese con stupore le notizie sui giornali e Ferdinando Lanza chiese a Garibaldi una tregua; gli Inglesi erano felici di essere utili e a tale scopo misero a disposizione le loro navi ancorate a Palermo per firmare la capitolazione. Le truppe di Garibaldi lasciarono l’isola senza lottare.

 

LORENZO DEL BOCA (pubblicista)

Solo la corruzione può giustificare che i Garibaldini abbiano lasciato l’isola senza combattere e che i governanti siciliani per risolvere i loro problemi abbiano sposato la causa della rivoluzione. Questa è l’unica spiegazione per capire come questo Regno sia stato distrutto in un tempo relativamente breve. Come poteva essere conquistato senza una battaglia?

 

COMMENTATORE

Garibaldi divenne così in una notte la massima autorità regale in Sicilia. Questo aumentato potere ha causato uno degli episodi più oscuri della sua biografia. In cambio per aver preso parte alla lotta contro i Borboni promise  riforme agrarie ai contadini e i contadini senza terre lo presero in parola. Dopo la partenza dei Borboni, i contadini deposero le armi e occuparono vasti possedimenti terrieri. All’est del monte Etna ci furono dei sanguinosi scontri nella città di Bronte. Delle bande armate incitarono alla violenza; ne seguì una vera caccia all’uomo. I proprietari terrieri e i loro notabili, conniventi con la mafia, furono gettati in strada; i contadini superarono il limite. Nel nome di Garibaldi 15 uomini furono assassinati. Un buon numero di queste vittime era innocente. A quel tempo un enorme  possedimento apparteneva ad una donna inglese; la nipote dell’Ammiraglio Nelson gestiva una enorme possedimento intorno alla città. Il suo notaio Ignazio Canata fu portato in istrada, castrato e grigliato vivo su due aste di ferro.

Garibaldi, quando apprese la notizia di questa atrocità, divenne furioso. L’ambasciatore inglese John Goodwin lo informò che queste enormi brutalità erano state consumate sul territorio inglese ed esigé una risposta. All’improvviso il rivoluzionario sociale si trovò in una situazione molto imbarazzante. Da quale parte doveva stare? O dai proprietari terrieri o da quelli senza terreni? Infine ordinò a Bixio di sedare la rivolta dei contadini. Il generale di Garibaldi prese delle misure drastiche in favore dei proprietari terrieri. Bixio diede ordine di allineare 5 di questi sospettati rivoltosi contro il muro della chiesa di Bronte. Ancora una volta pagarono un innocente disabile mentale e un notaio. Nella Regione dove erano avvenuti questi fatti, 37 di quei ribelli furono poi condannati all’ergastolo. Dopo di che la pace fu ristabilita.

Garibaldi dovette continuare la sua campagna senza l’aiuto dei contadini e con 3500 soldati sbarcò in Calabria. Marciò attraverso Reggio Calabria, Cosenza, Salerno e infine giunse a Napoli.

Francesco II e la moglie bavarese avevano capito che il loro tempo stava terminando e il 5 settembre scapparono. Due giorni dopo Garibaldi entrò a Napoli.

Il vittorioso Garibaldi mostrò la sua gratitudine per i fondi ricevuti dagli Inglesi dando istruzioni per la costruzione di una chiesa anglicana. Francesco, che era leale al Papa, aveva sempre rifiutato di attuare questo progetto. Garibaldi stava diventando sempre più spericolato man mano che il suo potere aumentava. In una lettera aperta al Re aveva chiesto le dimissioni di Cavour da ministro del Piemonte e organizzò un plebiscito per l’annessione dell’Italia del sud al Piemonte. Però il Re Vittorio Emanuele II arrivò prima in quanto pensò che Garibaldi avesse ecceduto nell’esercizio della sua autorità. Vittorio Emanuele e il suo esercito cominciò a marciare verso Napoli. A Teano avvenne l’incontro tra i due che fu descritto come un’azione di commando, ma che non fu altro che la richiesta a Garibaldi di ritirarsi dalla sua azione.

 

SILVIA CAVICCHIOLI (storica)

Questa rappresentazione ci mostra il Garibaldi obbediente, ma la storia è cosa ben diversa. A Teano Garibaldi realizza che la sua campagna è arrivata al termine e quindi ritorna a Caprera molto deluso.

 

COMMENTATORE

Il combattente per la libertà ritornò con malumore nella sua isola e dal quel momento diventerà un esiliato politico. Mentre cercava di coltivare nel terreno roccioso di Caprera, l’Italia si era unificata senza il suo contributo. Nel 1861 si proclamò il Regno d’Italia e nacque uno Stato. Nonostante ciò, ancora due macchie: il Papa controllava Roma e gli Stati della Chiesa e gli Austriaci il Veneto. In quel periodo con il successo della spedizione dei Mille e dell’eroismo di Garibaldi si produssero soldi. L’album dei Mille, con i ritratti dei partecipanti, simile agli album attuali dei collezionisti,  vennero venduti per commemorare degli eventi sportivi. Roma non era ancora capitale d’Italia; Vittorio Emanuele cercava di negoziare una soluzione con l’aiuto della Francia. Ma Garibaldi aveva altri piani. Lui ignorava il clima politico e voleva prendere Roma da solo. Nel 1862 in Calabria raccolse un piccolo esercito mal armato pensando che potesse far miracoli. Il Re Vittorio Emanuele fu costretto a inviare truppe governative per fermare Garibaldi.

 

FULVIO CONTI (storico)

E’ mia opinione che questo fu un serio sviluppo nella storia d’Italia che merita un appellativo: guerra civile. Ad Aspromonte le truppe rege misero in un angolo Garibaldi e i suoi uomini. Lui fu colpito ad una caviglia e fatto prigioniero.

 

GIUSEPPE GARIBALDI (pronipote)

Non avrebbe mai potuto immaginare che un connazionale avrebbe potuto sparargli.

 

COMMENTATORE

Lo stivale col buco è considerato uno dei cimeli più importanti di Garibaldi

Cinque anni più tardi, nel 1867, Garibaldi raccolse una nuova forza di 12.000 uomini per una marcia su Roma. Ma come nel 1848  il papa chiamò in soccorso truppe straniere.

 

FULVIO CONTI (storico)

Garibaldi cercò ancora una volta di arrivare al fatto compiuto, avendogli consentito il Governo libertà di azione. Nel frattempo fra la Francia e l’Italia fu raggiunto un accordo, ma la valutazione di Garibaldi risultò ancora una volta errata.

COMMENTATORE

Roma o Morte era il suo motto proclamato; in quel momento Garibaldi aveva 60 anni. Comunque i suoi uomini non ce la fecero; il Comandante aveva messo in conto la morte. Garibaldi perse la sua reputazione come guerriero invincibile una volta per tutte a Mentana, alle porte di Roma.

 

CHRISTIAN ORTNER (storico militare)

Garibaldi fu circondato e quando un esercito rivoluzionario è assediato, l’aspetto tragico è che una parte di questo perde lo spirito patriottico. Garibaldi ebbe grossi problemi a tenere i suoi sodati in linea ordinata dietro di lui. I Francesi erano armati con i fucili Chassepot, le più moderne armi da fuoco in quel tempo in Europa. Gli Chassepot potevano sparare da 6 a 8 colpi al minuto, mentre solo due o tre colpi potevano essere sparati dai caricatori dei fucili garibaldini. Garibaldi doveva guidare i suoi, armati di fucili antiquati, mentre venivano decimati. Finalmente nel 1870 le truppe francesi si ritirarono da Roma, in quanto erano richieste per la guerra contro la Prussia. Lo scopo di fare di Roma la capitale d’Italia era raggiungibile. Mentre il Concilio Vaticano primo era in corso, Vittorio Emanuele fece entrare le sue truppe a Roma, che divenne Capitale d’Italia.

Garibaldi aveva realizzato a distanza il suo sogno. Si era totalmente ritirato a Caprera. Dopo che la sua governante Battistina era tornata a Nizza, Garibaldi sposò la sostituta Francesca Armosino

 

GIUSEPPE GARIBALDI (pronipote)

Francesca Armosino è considerata una donna brutta ma è quello che lui voleva perché si occupasse dei figli di Anita, Comunque Francesca partorì altri tre figli.

 

SILVIA CAVICCHIOLI (Storica)

In generale il ruolo delle donne in Europa era completamente subordinato agli uomini e il loro ruolo principale era quello di gestire la casa, fare figli e farli crescere.

 

COMMENTATORE

Garibaldi condusse una vita bucolica a Caprera; chiamò due dei suoi 4 asini come i suoi peggiori nemici: Pio IX e Napoleone III. Lui visse sull’isola secondo il suo ideale per l’Italia: un miscuglio di semplicità rurale e una società senza classi e libertà sessuale, però solo per gli uomini. Sua moglie si sforzò molto di mantenere il mito dell’uomo che si era fatto da solo. Questo costituì anche un affare. Vendeva infatti delle ciocche di capelli del suo eroe e le unghie dei piedi e delle mani. Sebbene alla fine della sua vita avesse svolto il ruolo di patriarca, le sue opinioni politiche circa le donne erano lontane da essere conservatrici.

 

SILVIA CAVICCHIOLI (Storica)

Garibaldi nel suo famoso discorso d’introduzione sulle sofferenze delle donne, diede questa spiegazione: “non può esistere né modernità né progresso quando metà dell’umanità è tenuta schiava dall’altra metà”.  Quelle furono parole molto forti. La sua denuncia della sofferenza delle donne fu formulata nel 1869, e solo 77 anni dopo divenne una legge italiana.

 

COMMENTATORE

Alla fine della sua vita Garibaldi non sentì il bisogno di lasciare una eredità spirituale; il suo desiderio era di essere cremato e le sue ceneri disperse in mare. Garibaldi morì il 2 giugno 1882 all’età di 75 anni. Il suo ultimo desiderio non fu rispettato. Il suo corpo fu imbalsamato e sepolto a Caprera. Così gli fu impedito di decidere sia in vita che in morte.

Era un avventuriero che voleva realizzare le sue idee politiche. Un uomo che ha combattuto più di ogni altro per l’unità d’Italia.

 

Riceviamo dal nostro Socio Onorario Leandro Mais una proposta che interessa il ricordo storico del 170° anniversario della caduta della Repubblica Romana, culminata con l’uscita da Roma il 2 luglio 1849, da Porta San Giovanni, di Garibaldi e dei Garibaldini.

Questa epigrafe, che riproduciamo in fondo all’articolo, su disegno dello stesso Mais, è in effetti opera ideata, mai eseguita dal Comune, del famoso scrittore romanista Gigi Huetter che la pose come iscrizione nella sua opera monumentale dedicata alla ricerca e trascrizione di tutti i testi delle lapidi di Roma.

Saremmo ben lieti se in questa ricorrenza del fatto storico suddetto si potesse ottenere dal Comune di Roma il permesso di poter mettere questo ricordo nella parte esterna della Porta S. Giovanni che guarda la via Appia.

 

GARIBALDI E LA FORTUNA MILIONARIA D’UN UMILE FRANCOBOLLO

di Leandro Mais

     Uno degli ultimi decreti dittatoriali di Garibaldi a Napoli riguarda la diminuzione del prezzo della spedizione dei giornali. Con questo provvedimento l’Eroe stabiliva che l’unico mezzo di informazione popolare  – ovvero il giornale – avesse un costo molto più basso. Il costo per la spedizione di un giornale, al tempo dei Borboni, era di ½ Grana; con questo provvedimento fu portato a ½ Tornese (il valore di 1 Tornese corrispondeva ad ¼ di Grana, per cui ½ Tornese valeva 1/8 di Grana).

     Il tempo della Dittatura garibaldina era alla fine e il lavoro che occorreva per modificare il vecchio francobollo borbonico  era notevole: non solo si doveva cambiare il valore ma anche eliminare lo stemma borbonico che figurava nel centro dei 100 valori della tavola da ½ Grana. Pertanto si decise soltanto di cambiare il colore in bleu-savoia (tutti i francobolli del Regno Napoletano erano di color rosa polvere),  togliendo soltanto la G di grana e sostituendola con una T di tornese. Naturalmente l’operazione, seppure semplificata, richiese un notevole tempo per cui il nuovo francobollo per giornali vide la luce soltanto il 6 novembre 1860 (prima data conosciuta,  ovvero tre giorni prima della partenza di Garibaldi per la sua Caprera).

     Con la nomina di Farini alla Luogotenenza delle Terre del Sud si procedette immediatamente alla definitiva trasformazione del francobollo, sostituendo lo Stemma Borbonico con la Croce Sabauda. Per tale operazione furono scalpellati quindi uno per uno i 100 Stemmi Borbonici rimasti nella tavola (precedentemente trasformata  nel solo valore e colore), sostituendoli con la Croce Savoia (il colore era sempre bleu come il precedente). Questo nuovo francobollo fu emesso il 6 dicembre, un mese dopo il precedente.

     A questi brevi cenni storici aggiungo qualche notizia di carattere filatelico. Tutti i vecchi collezionisti  sanno che il primo francobollo è conosciuto col nome di “1/2 Tornese Trinacria  o “della Dittatura”, mentre il secondo “1/2 Tornese Crocetta” o della “Luogotenenza”. Il brevissimo tempo in cui fu usato il primo (1/2 T Trinacria ) ha fatto si che questo francobollo, dal costo bassissimo, divenisse subito uno dei pezzi più rari della filatelia mondiale. Un altro fattore che contribuì alla sua rarità fu quello del suo uso, ovvero dall’essere applicato metà sul giornale e l’altra metà sulla fascetta, per cui, nel liberare il giornale dalla fascetta, si provocava la rottura del francobollo.

     Per meglio illustrare quanto detto  chiudo queste brevi note con le foto di questi due rari esemplari  (ambedue allo stato di usati) ricercatissimi.  

 

LA FORTUNA ARTISTICA DI UNA BELLA FOTOGRAFIA DI GARIBALDI

   

di Leandro Mais

Questa volta per i miei amici garibaldini ho scelto una mia ricerca che, partendo da una bella fotografia di Garibaldi, mi ha portato a scoprire la riproduzione in 9 differenti oggetti. Che Garibaldi sia stato una figura molto fotogenica, ne siamo tutti convinti e ne erano convinti tutti i fotografi dell’epoca, ma dobbiamo in questo caso ammettere che la bella riuscita artistica di questa foto, sia anche merito dell’autore : il pittore  Gustave Le Gray (n. Villiers-le-Bel 30.8.1820  m. Cairo 30 luglio 1882).Questa bellissima foto di Garibaldi (ovale cm 26 x 19,8  -  Foto 1) è conservata a Parigi - Biblioteca Nazionale, Gabinetto delle Stampe - e risulta firmata in basso a destra dall’artista. Il Le Gray si trovava sulla goletta del famoso scrittore Alessandro Dumas padre che si recava a Palermo per consegnare a Garibaldi alcune armi. Con l’occasione l’artista fotografo immortalò in una serie di foto le varie rovine di palazzi e chiese di Palermo, ancora fumanti dopo il feroce bombardamento dal mare delle navi Borboniche. Naturalmente il Dumas fece ritrarre dal suo amico fotografo questa immagine-ricordo del grande Eroe. Questo ritratto fotografico di Garibaldi ebbe immediatamente un successo tale che lo troviamo riprodotto su diversi oggetti artistici di cui ne do qui di seguito la descrizione:

2 – Questo primo oggetto chiaramente derivato dalla foto è una piccola stampa colorata (mm 40 x H mm 52 – camicia rossa – pantaloni azzurri  -  fondo avana) e in basso reca la firma autografa dell’Eroe. A cosa poteva servire questa piccola riproduzione della foto? E perché Garibaldi l’aveva autografata?  La risposta mi fu chiara quando, tempo dopo, acquistai il buono di “Soccorso a Garibaldi” della direzione del fondo con a capo il Dott. Agostino Bertani in Genova (2bis mm 25 x H mm45). Infatti confrontando le due immagini (anche se nel Buono è coperta dalla scritta la parte inferiore) si può confermare  che tutta la parte superiore è uguale alla stampa, quindi la firma autografa fu messa dall’Eroe per confermare il soggetto scelto per l’immagine da rappresentare per questi Buoni patriottici

3 – Spartito musicale “Garibaldi” riproduzione litografica della foto del Le Gray “Sinfonia  sopra l’inno dei Cacciatori delle Alpi dedicata all’Italia, composta da S. Mercadante  - Milano – Ricordi – Timbro a secco “T R 62/3” s,d, (ma 1860) pag, 41

4 – Medaglia 1860 /Sarti 25) metallo bianco diametro  mm 51 opus Caciada. Nel D. la figura di Garibaldi ripresa dalla foto sopra descritta. La medaglia è stata coniata alla fine della vittoriosa impresa di Garibaldi del 1860 di cui sono riportate le varie tappe vittoriose da Marsala a Napoli.

5 – Litografia a colori tratta dalla foto di Le Gray incisa dal Rossetti e colorata da Bignoli. Sotto timbro a secco “Luigi Ronchi” editore  - Milano  (carta avana chiara mm. 325 x H mm 472. Al centro ovale verticale (mm 132 x H mm 195)

6 – Quadro in legno con riproduzione intarsiata (marrone ed avana) con l’immagine di Garibaldi tratta dalla foto suddetta (mm 220 x mm 270)

7 – Fibia in metallo dorato per cinta con figura di Garibaldi (dalla foto suddetta) in rilievo mm 95   X H mm 65

8 – Bastone con manico in avorio con al figura di Garibaldi (mm 145) ripreso dalla foto di Le Gray ma con l’aggiunta di un grande fazzoletto sulle spalle.  La parte centrale del bastone è di legno pregiato ( mm 660 ), sia nella parte inferiore delle gambe che nel retro,  ed è terminante con un puntale in avorio (mm 110)

9 – Statuetta in schiuma su base tonda riproducente il Garibaldi del Le Gray  con l’aggiunta non solo della parte inferiore delle gambe ma anche di un cappello con nappina, ma mancante della catena con l’orologio (mm 110 x H mm 290)

10 – Questo bel ritratto di Garibaldi riappare dopo ben 72 anni  nell’ultimo valore (£5 + £1 colore rosso-bruno – 6 aprile 1932)  della serie ordinaria di francobolli commemorativi  del cinquantenario della morte di Garibaldi. Dato che in quel tempo l’Italia governava anche un certo numero di colonie africane  questa bella serie con colori cambiati  fu messa in circolazione (1 luglio 1932) con la scritta “Poste Coloniali Italiane” anziché “Poste Italiane”. Questo valore (sempre £5 + £1) fu stampato in azzurro.

Non mi resta ora che augurare ai miei cari lettori di scoprire qualche altro oggetto per poter dimostrare  (se ce ne fosse bisogno) che il soggetto era bello e fotogenico ma il fotografo era veramente ………… un arstista.

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STORIA E RICERCA DI UNA CURIOSITA’ RISORGIMENTALE

di Landro Mais     

Fra i tanti oggetti inerenti l’iconografia garibaldina (pitture, litografie, bronzetti ecc. ) molti anni fa ho avuto la fortuna di trovare un “pezzo” non solo curioso ma soprattutto misterioso.   

Si tratta di un bel ritratto a colori di Garibaldi in divisa da Generale piemontese del 1859 (Cacciatori delle Alpi). Il fatto “misterioso” ne è la dimensione: un piccolo tondo di appena 6 mm. La seconda cosa “curiosa” è data dalla riproduzione speculare, nel retro, dello stesso piccolo ritratto.

Ad un primo esame pensai subito si trattasse di una miniatura, ma il fatto che il ritratto risultasse anche nel rovescio  mi fece desistere da questa idea.  Rigirando sul palmo della mano questo piccolo oggetto  andavo poi cercando  di capire a cosa servisse: per una spilla? Per un anello? Per una catenina? Ma rimaneva sempre “misteriosa” la riproduzione nelle due parti; e poi si trattava veramente di una miniatura?  Nel guardare con più attenzione  il bordo del piccolo tondo  scoprii un fatto nuovo e curioso: l’ultimo bottone a destra in basso era situato esattamente nel bordo ed era costituito da un segmento che attraversava tutto lo spessore andando a costituire il bottone nel retro stesso. Questa prima scoperta  mi spinse a ricercare nello spessore le altri parti ove avveniva il cambiamento di colore. Da quel momento capii che non si trattava di una miniatura, ma di altro.   

A fare luce completa su questo oggetto misterioso fu un mio caro amico di Milano che sfogliando un catalogo di una mostra che si faceva a Venezia ne trovò la storia .  Si trattava di uno dei 4 tipi di ritratti di Garibaldi eseguiti in Venezia dalla fabbrica Franchini nel 1863 attraverso una nuova invenzione di lavorazione del vetro detta “Murrina”. Questa è costituita da un piccolo cilindro del diametro di mm 6 e della lunghezza di circa mm 50, costituito dall’ assemblaggio a caldo di filamenti in vetro colorato secondo un modello preparato precedentemente. Una volta raffreddato, il piccolo cilindro veniva tagliato in tanti piccoli dischetti, per cui il ritratto risultava speculare sui due lati.  

Se il mistero di questa nuova invenzione  (1863) era stato trovato rimaneva il mistero sempre più fitto del suo utilizzo. Che cosa era? E a che cosa serviva un doppio ritratto così piccolo dell’Eroe e per giunta in divisa sardo-piemontese del 1859, considerando che Venezia sarebbe diventata italiana dopo la guerra del 1866, e cioè 3 anni dopo?  A questo punto sono ricorso ai dati storici e al noto sistema usato dai patrioti quando si dovevano recare in un luogo ancora soggetto alla dominazione nemica. Fra i tanti espedienti inventati per essere riconosciuti senza bisogno di lettere credenziali, vi era quella di piccoli oggetti che attestassero il riconoscimento del patriota (l’oggetto era tanto piccolo che anche in caso di qualunque pericolo poteva essere ingoiato). A questo punto posso ancora una volta essere contento di aver svelato a tutti gli amici curiosi delle cose storiche del nostro Risorgimento un particolare fino ad oggi sconosciuto.

NOTA  Una serie completa di tutti i 4 tipi di questa rarissima murrina si trova esposta a Londra nel famoso British Museum   

 

 

   Riceviamo dal nostro Socio onorario Leandro Mais la notizia del ritrovamento di una medaglia d’argento che la città di Mantova dedicò nel 1910 (ovvero dopo 50 anni) ai superstiti dei Mille ancora viventi della città e provincia.

   E’ abbastanza nota a tutti la storia che riguarda l’assegnazione nel 1860 della famosa medaglia che Palermo volle donare a tutti i Mille (1089), mentre invece è meno nota la medaglia d’argento che sempre nel 1860 il piccolo comune di Iseo (e provincia) donò ai soli 16 garibaldini dei Mille; quest’ultima, naturalmente in proporzione, è molto più rara di quella di Palermo.

   Per quanto riguarda invece questa di Mantova  (e provincia) il  Sig. Mais ci conferma che consultando l’elenco dei Mille  della zona di Mantova (naturalmente viventi al 1910) il numero dei garibaldini dei Mille che la ebbero dovrebbe essere solamente di sei.

   Altra notizia che confermerebbe l’estrema rarità di questa medaglia si può dedurre da queste ulteriori notizie:

1°   la suddetta non risulta pubblicata in nessun catalogo delle medaglie di Garibaldi (come nel “Sarti” del 1933 ecc,)

2°  nel lungo periodo di oltre 50 anni il Mais stesso dichiara di non averne mai avuta notizia, né nella stampa specializzata, né nei moltissimi convegni numismatici da lui frequentati.

   Il nostro amico sarebbe particolarmente grato a tutti coloro che potessero fornirgli qualche notizia in merito

Medaglia AG 1910 opus Donzelli diametro mm 30

              Dopo anni di incontri, trattative, progetti per la creazione a Roma di un Museo dedicato a Giuseppe Garibaldi, comprendente la storia e la rappresentazione popolare e mitica del grande condottiero italiano,  che la nostra Associazione ha tentato di portare a compimento, mediando  tra il desiderio del collezionista e ricercatore storico Leandro Mais di donare al Comune  l’intero materiale in suo possesso - raccolto in 50 anni di acquisizioni e ricerche –  e l’Amministrazione Capitolina (Assessorato alla Crescita Culturale e  Sovrintendenza ai Beni Culturali), dobbiamo purtroppo constatare il fallimento dell’ “ardita” operazione.

             Come accennato nella lettera inviata ai Dirigenti dei citati organi amministrativi di Roma Capitale, che qui riportiamo integralmente,  ci impegneremo ancora nella ricerca di possibili soluzioni con Istituzioni pubbliche od Enti privati interessati ad accogliere, con sufficiente elasticità, le garanzie richieste dal donatore per la conservazione nel tempo dell’intera collezione.

IL TESTO DELLA LETTERA INVIATA IN DATA 02/05/2018

                   All’Assessore alla crescita culturale di Roma Capitale

               Dott. Luca Bergamo

               Piazza Campitelli, 7 – Roma

 

                Al Sovraintendente ai Beni Culturali di Roma Capitale

                Dott. Claudio Parisi Presicce

                Piazza Lovatelli, 35 – Roma

            Egregio Dott. Bergamo, apprendiamo con grande dispiacere la notizia del mancato accordo tra il Comune di Roma – da Lei rappresentato in qualità di Assessore alla Crescita culturale e Vicesindaco, sottoscritto dal Sovrintendente alla Cultura Dott. Claudio Parisi Presicce (lettera del 13 Dicembre 2017, prot. 46315) – e il Signor Leandro Mais, in merito alla donazione dell’intera collezione garibaldina che quest’ultimo aveva proposto all’Amministrazione Capitolina per nostro tramite.

             Dopo aver atteso per quasi tre anni (la prima proposta è del 30 marzo 2015) l’esito di un possibile accordo tra le parti, rinviato prima a causa della caduta della Giunta Marino, poi per il commissariamento del Comune di Roma, vediamo ora svanire il progetto per la realizzazione nella Capitale d’Italia di un “Museo Garibaldi” posto all’interno dell’edificio denominato “Arco dei Quattro Venti” (Villa Pamphili), storicamente legato alla figura dell’Eroe che qui ha combattuto alla testa dei suoi Legionari durante l’assedio di Roma del 1849. Museo unico nel suo genere, che avrebbe completato e arricchito la memoria storica dell’intero periodo risorgimentale (oggi  rappresentato solo per gli anni 1848-’49 all’interno del Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina), e trasmesso alle giovani generazioni un segnale di ripresa culturale, in opposizione al costante declino di valori legati alla nascita della Patria comune, reso ancor più evidente a partire dal 2008 dall’esclusione dello studio del Risorgimento dalla Scuola Primaria.

             A nulla sono valsi i nostri sforzi per facilitare il compito dell’Amministrazione Capitolina attraverso una proposta progettuale che includesse anche la ricerca di sponsor per la ristrutturazione dell’edificio, attualmente fatiscente e pericolante. La decisione, di cui lamentiamo l’assenza di uno spazio di trattativa, seppur minimo, per un possibile compromesso tra le posizioni indicate dal donatore Sig. Leandro Mais e l’Amministrazione da Lei rappresentata, priva il Patrimonio Capitolino, la cittadinanza romana e nazionale di un bene di primaria importanza.

             Consapevoli del valore culturale della raccolta, sia sotto il profilo storico che popolare, ci impegneremo ancora nella ricerca di possibili soluzioni con Istituzioni pubbliche od Enti privati interessati ad accogliere, con sufficiente elasticità, le garanzie richieste dal donatore per la conservazione nel tempo dell’intera collezione.

  A nome e per conto dell’Associazione Garibaldini per l’Italia La saluto cordialmente

Arch. Paolo Macoratti

Presidente

Cari amici, con questo  link  vogliamo ringraziare la nostra socia Annalisa Venditti per aver dato voce, attraverso la trasmissione di Raitre “Chi l’ha visto”, alla notizia del vandalico gesto avvenuto a Roma, all’interno del parco del Gianicolo, che ha danneggiato due busti dei Patrioti della Repubblica Romana del 1849: Melchiorre Cartoni ed Enrico Guastalla .

Ci uniamo all’appello lanciato da Carla Cartoni, pronipote di Melchiorre, per acquisire informazioni a riguardo.

https://www.facebook.com/chilhavisto/videos/10155978426973001/

UN DOCUMENTO ORIGINALE DELLA NOSTRA STORIA AFFIDATO AI FAMOSI CERAMISTI DI GIEN

Collezione Leando Mais – Roma

Riprese fotografiche P.M.

 

L’enorme successo dell’impresa dei Mille ebbe anche un’ampia risonanza nella fantasia popolare. Oltre alle varie opere pittoriche dei vari episodi dell’impresa garibaldina nonché le più svariate riproduzioni dei fatti bellici nei libri d’epoca, si ebbe anche una particolare esecuzione degli stessi episodi in oggetti d’arte popolare  quali: Bicchieri, brocche, bottiglie, piatti ecc.

Un bell’esempio di quest’arte popolare è la serie di 12 piatti eseguiti dalla fabbrica “G G E C” della cittadina francese sulla Loira: GIEN – nota ancora oggi per la produzione di ceramiche artistiche.

Questa serie di 12 pezzi è molto difficile trovarla completa dato che la sua produzione è coeva ai fatti dell’impresa garibaldina. Ogni piatto (Ø mm 200) ha le seguenti caratteristiche: ceramica bianca con disegni ed ornamenti in blu intenso, bordo ricamato (mm 40) con vari soggetti guerreschi, quali: cannoni, spade, pistole, tamburi, trombe ecc. Al centro una scena dell’impresa (Ø mm 120) con la scritta, nella parte superiore,”GARIBALDI” e, in basso,  il titolo della scena  in lingua francese; sotto questo il numero del piatto da 1 a 12. Nel retro è inciso nella ceramica la sigla “B 6” mentre nel tondo, in stampa di colore blu, il marchio della fabbrica:”MEDAILLE  A L’EXPOSITION UNIVERSELLE DE 1855”. Al centro in due righe:”GIEN / GGEC”.

PIATTO n. 1  “DEBARQUEMENT DE GARIBALDI A MARSALA 11 MAGGIO 1860” – Questa scena dello sbarco a Marsala, seppur riprodotto in maniera molto elementare (da notare la mancanza dei due vapori “Piemonte e Lombardo”, raffigura l’episodio della prima tappa dell’eroica spedizione garibaldina

PIATTO n. 2  “COMBAT DE CALATAFIMI” – La scena della battaglia vittoriosa per le armi garibaldine  (15 maggio 1860) è descritta in maniera assai povera in quanto è completamente mancante la presenza dell’esercito napoletano e dei suoi cannoni.

PIATTO n. 3  “L’HEROINE DE CATANE” – Questo episodio di eroismo femminile (Giuseppina Bolognara di Barcellona Pozzo di Gotto, detta Peppa ‘a cannunera’) è in effetti un episodio  di sollevazione popolare contro i napoletani avvenuto a Catania il 31 maggio 1860 e quindi non attinente all’impresa dei Mille.

PIATTO n. 4  “BOMBARDEMENT DE PALERME PAR LA FLOTTE NAPOLITAINE” – Questo episodio, avvenuto a fine maggio 1860, è realizzato in maniera approssimativa ovvero da un’unica nave borbonica che bombarda la città (in effetti era tutta la flotta napoletana che faceva fuoco). Nello sfondo della scena è rappresentato il Monte Pellegrino. La città è stata presa d’assalto dai garibaldini di sorpresa il 27 maggio 1860.

PIATTO n. 5  “ENTREE DU GENERAL GARIBALDI A PALERMO” – La scena riprodotta (Garibaldi a cavallo con bandiera, acclamato dal popolo festante) non corrisponde al titolo ovvero “Entrata di Garibaldi a Palermo, poiché questa ebbe luogo il 27 maggio  con la sorpresa di Ponte dell’Ammiraglio seguita dai furiosi combattimenti entro la città fino alla resa borbonica avvenuta il 6 giugno. Per cui questo episodio dovrebbe essere inserito prima del precedente.

PIATTO n. 6  “COMBAT DE MILAZZO LE VAPEUR TUKERI FAIT FEU SUR LA CAVALERIE NAPOLITAINE” – Questo episodio illustrato in  maniera  non proprio esatta in quanto. La corvetta “Tukeri” (ovvero la ex borbonica “Veloce”) fece fuoco dal mare su Milazzo non  sulla cavalleria napoletana ma sul Forte di Milazzo dove era arroccata la truppa napoletana: La battaglia di Milazzo avvenne nei giorni 20 -21 luglio 1860. Sarebbe stato molto più noto se fosse stato riprodotto l’episodio del 21 luglio che vide l’Eroe  appiedato difendersi a sciabolate contro un nutrito gruppo di cavalleria  napoletana dal quale poté salvarsi per il tempestivo intervento di Missori e Statella.  

PIATTO n. 7  “ENTREVUE DU GENERAL GARIBALDI ET DU GLE NAPOLITAIN LAETIZIA” –  Anche quest’episodio avvenuto il 30 maggio fa parte dei fatti preliminari alla resa e conseguente partenza delle truppe borboniche da Palermo (quindi dopo il piatto 4) . Dopo i cruenti scontri nelle vie di Palermo le truppe borboniche furono  costrette a ritirarsi e l’unica rabbiosa reazione fu quella di bombardare dal mare la città. Ma anche questo inumano espediente si rese inutile; e il Comando nemico, nonostante la superiorità  delle forze disponibili,  decise di venire  a patti col “filibustiere” Garibaldi. Quest’incontro  (che nel piatto è illustrato sulla riva del porto di Palermo) ebbe successivamente  il definitivo accordo delle parti sulla nave Ammiraglia inglese “Hannibal” il cui comandante Mundy si prestò quale neutrale arbitro delle parti. 

PIATTO n. 8  “PRISE DE REGGIO EN CALABRE” – In questa scena è riprodotto lo sbarco via mare di Garibaldi e delle sue truppe a Reggio Calabria, la cui battaglia avvenne il 31 agosto 1860. Fu uno scontro sanguinoso a cui prese parte anche il popolo calabrese. Durante la lotta rimase ferito anche il gen. Nino Bixio

PIATTO n. 9  “ENTREE DU GENERAL GARIBALDI A NAPLES LE 7 7BRE 1860” – La scena di questo piatto  riproduce l’ingresso di Garibaldi a Napoli in carrozza scoperta con accanto il Col. Cosenz e di fronte a lui Fra Pantaleo. Per esattezza  erano presenti anche Nullo e Bertani. Come illustrato nel piatto Garibaldi entrò in Napoli precedendo da solo le sue truppe, acclamato festosamente dal popolo napoletano.

PIATTO n. 10 “COMBAT SUR LES BORDS DU VOLTURNE” –  Questa del Volturno è l’ultima e più aspra battaglia vittoriosa delle armi garibaldine: 1 – 2 ottobre 1860. Questa battaglia, per la sua complessa e difficile posizione ed estensione, fu uno dei capolavori di strategia militare del Gen. Garibaldi e dei suoi eroici volontari. Naturalmente la realizzazione dell’ episodio in questo piatto ci da semplicemente la veduta in primo piano di alcuni garibaldini al fuoco; davanti a loro scorre il fiume Volturno.

PIATTO n. 11 “VICTOR EMMANUEL AU COMBAT D’ISERNIA” –  Questo episodio dedicato al “combattimento d’Isernia” con la presenza del Re Vittorio Emanuele II alla testa dell’esercito piemontese è errato. Infatti la battaglia per La presa di Isernia da parte dell’esercito piemontese  avvenne il 20 ottobre 1860, mentre l’ingresso  di Sua Maestà nella città conquistata avvenne il 22 ottobre 1860. Essendo quest’episodio inerente l’esercito regio, non farebbe parte della tematica  di questa serie di piatti dedicata a Garibaldi.

PIATTO n. 12 “ENTHOUSIASME DES NAPOLITANES A LA VUE DE VICTOR EMMANUEL “Quest’ultimo piatto della serie “Garibaldi” riporta l’episodio dell’ingresso di Vittorio Emanuele II a Napoli (7 novembre 1860) in forma errata. Tutti sanno che il Re entrò in Napoli in carrozza, accompagnato dal Gen. Garibaldi. E’ molto curiosa questa illustrazione del Re piemontese sul cavallo  bianco.

Aggiungo una considerazione in nota critica alla scelta degli episodi riguardanti questa artistica produzione. Considerando la popolarità della celebre Campagna garibaldina del ’60 è da notare la mancanza di famosi episodi. Cito per esempio l’assenza della partenza da Quarto. Nel piatto n. 5, come su detto, sarebbe stato più idoneo illustrare l’ingresso in Palermo sul Ponte dell’Ammiraglio. Del piatto n. 6 ho già accennato alla scena molto più nota che avvenne a Milazzo. Dal piatto n. 7 (incontro di Garibaldi col Gen. Letizia) si arriva direttamente all’episodio della presa di Reggio Calabria  (piatto  n. 8); qui  notiamo almeno la mancanza dell’episodio del passaggio dello stretto o l’arrivo a Melito di Porto Salvo dei due vapori “Washington e Torino”. L’illustrazione del piatto n. 10 poteva raffigurare uno dei più noti episodi della battaglia del Volturno: scontro ai Ponti della Valle. Per quanto riguarda l’illustrazione del piatto n. 11 questo doveva non essere presente ma al suo posto penso che sarebbe stato più giusto mettere il famoso “Incontro di Teano – 26 ottobre 1860”. E’ da tenere presente che questi “errori storici” sono dovuti alla realizzazione dei piatti in tempi quasi coevi all’avvenimento stesso, per cui ne apprezziamo la storicità per il fatto che siano stati realizzati in contemporanea.

Leandro Mais

Ringraziamo il collezionista e ricercatore Leandro Mais per averci dato la possibilità di pubblicare alcune preziose immagini disegnate dal vero degli ultimi combattimenti tra i difensori della Repubblica Romana e l’esercito francese,  prima dell’ ingresso di quest’ultimo nella città eterna..

 

ROMA 3 LUGLIO 1849: ENTRANO I GALLI BOMBARDATORI

          Mentre ancora fumano le rovine delle ville gianicolensi e delle mura Aureliane, dove si è consumata l’ultima sanguinosa pugna fra i difensori Repubblicani di Roma e l’esercito imperiale di Napoleone “il piccolo”, e i cadaveri degli eroici caduti ancora giacciono insepolti, nella via del Corso, al n° 142, il signor Pietro D’Atri (negoziante di stampe di vedute di Roma e dintorni) ha preparato un Album ricordo da vendere ai nuovi padroni vincitori. Con idea molto intelligente e furba ma altamente spregiudicata il signor Pietro prepara (proprio nell’ultimo giorno dell’assedio) per i nuovi vincitori un ricordo dell’assedio costituito da 7 acqueforti inserite alle ultime pagine dell’album suddetto nel cui frontespizio è scritto: “NUOVA RACCOLTA /  DELLE PRINCIPALI VEDUTE /  DI ROMA ANTICA E MODERNA / CON  LE RUINE DELLA GUERRA / DISEGNATE DAL VERO L’ANNO 1849” Roma presso Pietro D’Atri – via del Corso N° 142 (foto 1)

Le sette incisioni dell’assedio misurano mm 160 x H mm 130. Tutte hanno in alto la dicitura in francese: “ROME”, mentre in basso vi è il titolo, il nome dello stampatore  e l’indirizzo sempre in francese (tradotti in italiano). In sequenza:

Foto 2 – Rovine della Porta S. Pancrazio e l’entrata delle truppe francesi a Roma il 1° luglio 1849 (n.b. la data esatta dell’ingresso  dei francese è il 3 luglio)

Foto 3 –  Villa Spada presa dai francesi il 30 giugno 1849  – Disegnata lo stesso giorno sulla linea del combattimento

Foto 4  – Le rovine di S. Pietro in Montorio il 29 giugno 1849 – disegnata dal vero

Foto 5  – Presa della batteria sulla difesa delle mura Aureliane il 30 giugno 1849

Foto 6 –  La difesa di Roma il giorno 3 giugno 1849 a Porta S. Pancrazio – disegnata lo stesso giorno sulla linea del combattimento

Foto 7 –  Presa dell’ultima breccia da parte dei francesi il 29 giugno 1849

Foto 8 –  Decimo assalto dato da parte dei francesi  alla città di Roma durante la notte dal 29 al 30 giugno 1849

   Le sette interessanti incisioni sono state sempre trovate nel mercato antiquario come tavole sciolte , mentre invece si trovano inserite alle ultime pagine di un Album di 51  vedute di Roma e dintorni, come posso affermare essendo venuto in possesso di un esemplare di detto Album proveniente dal mercato antiquario londinese    

                                                                                                   Leandro Mais

 

 

 

 

Giuseppe Garibaldi in 152 lettere e documenti autografi

a cura di Paolo Macoratti e Leandro Mais, prefazione di Mara Minasi; Roma, Garibaldini per l’Italia edizioni, 2016, pp. 312, in 8°, € 25,00.


Il volume, più che un semplice epistolario, è il frutto di una vita di studioso e collezionista di Leandro Mais, unito alla passione di Paolo Macoratti, architetto di professione, impegnato nella divulgazione del mito di Garibaldi come presidente dell’associazione “Garibaldini per l’Italia”.

La raccolta presentata proviene dai due fondi di proprietà di Mais: uno costituito dai pezzi entrati in possesso dello studioso in decenni di ricerca, ed indicato nel testo con la lettera “M”, l’altro è rappresentato dall’archivio Albanese, segnalato con la lettera “A”, recentemente acquistato dallo stesso Mais.

Il volume si apre con due brevi presentazioni dei curatori e una prefazione di Mara Minasi, funzionario direttivo della Soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali, seguiti da una breve biografia del medico amico di Garibaldi, Enrico Albanese, e da una sintetica cronologia della vita dell’eroe.

Di particolare interesse è l’impianto dell’opera nel quale la documentazione, costituita fondamentalmente da lettere di Garibaldi ad Albanese e ad altri corrispondenti, è presentata in trascrizione ma affiancata dalle immagini degli originali, permettendo così un contatto diretto con i documenti. I curatori hanno anche precisato quando si trattava di autografi, di singola firma autografa, ed anche della mano di Giovanni Battista Basso, compagno d’armi, amico e segretario del generale.

Il lavoro è presentato in ordine cronologico: la prima lettera è dell’11 novembre 1846, da Montevideo, l’ultima del 20 maggio 1882, a pochi giorni dalla morte. Va detto che la seconda missiva è già del 2 luglio 1855 (da Nizza ad Antonio Origoni) e la terza, da Bologna, è del 29 settembre 1859, alla quale segue un proclama del 22 ottobre; la documentazione prosegue con 5 pezzi del 1860, uno del 1861, 7 del 1862, 15 del 1863, 13 del 1864, 12 del 1865 (di cui due lettere indicate con lo stesso numero “53 A” in quanto nella seconda Garibaldi chiede ad Albanese di bruciare la prima, indirizzata al Re), 13 del 1866, 13 del 1867, 6 del 1868, 8 del 1869, 7 del 1870, 6 del 1871, 2 del 1872, 2 del 1873, 14 del 1874, 12 del 1875, 4 del 1876, 2 del 1877, 3 del 1878, uno del 1879 e uno del 1882, a cui si aggiungono due documenti senza data. Di questi 47 provengono dal fondo Mais e 106 dall’archivio Albanese, incluse le 2 lettere segnalate con un unico numero.

Il volume, oltre alla riproduzione fotografica di tutte le lettere pubblicate, contiene anche un interessante apparato di immagini che presenta personaggi e vicende dell’epopea garibaldina.

L’opera, nel suo insieme, rappresenta un importante contributo alla vita e all’epistolario di Giuseppe Garibaldi, anche per la presenza di molti inediti.

La parte più interessante è sicuramente quella riguardante la corrispondenza con Enrico Albanese, che Garibaldi considerava: “Amico mio di cuore ed intemerato compagno, nella buona e nella cattiva fortuna” (Caprera, 28 dicembre 1868, p. 204). Le lettere mettono bene in evidenza il rapporto affettivo e confidenziale tra i due. Albanese fu un punto di riferimento per i tanti problemi di salute del generale, ma anche l’amico fidato al quale confidare i propri turbamenti, anche politici, al quale rivolgersi per disbrigare diversi affari e per raccomandare reduci ed altri amici. Albanese si occupò anche di far giungere a Caprera, specie in momenti di ristrettezza della famiglia Garibaldi, rifornimenti alimentari, bestiame e oggetti vari; nel 1874 si occupò anche dell’edizione delle Memorie.

Non mancano poi spunti interessanti in molte altre lettere; lo stesso Mais sottolinea, insieme ad altre, quella inviata da Bologna ai siciliani, il 29 settembre 1859, autografa, nella quale già immagina quanto avverrà l’anno seguente: “Dunque la redenzione della Sicilia è la nostra, e noi pugneremo per essa, collo stesso ardore con cui pugnammo su’ campi Lombardi!” (p. 30). Possiamo citare anche quella del 16 febbraio 1863, da Caprera, a Hermann Joseph, presidente del collegio municipale di Lipsia, nella quale ringrazia “della simpatia de’ Germani per la causa dell’Italia e della libertà nell’Italia”. (p. 78), e sottolinea l’importanza della comunione tra i popoli. Per il loro contenuto possiamo anche segnalare, tra le altre, la lettera da Caprera, maggio 1863, alla democrazia spagnola, (p. 86); il proclama ai greci, da Caprera, del 28 ottobre 1866, autografo (p. 166); la nota al comandante Bourras, per l’attacco a Digione, da Barbirey, del 24 novembre 1870, autografa (p. 224). L’elenco potrebbe continuare ma, come scrive Mais a conclusione della sua presentazione: “Lascio al lettore il piacere di scoprire personalmente in tutte le altre lettere quanto di curioso, di particolare offra ognuna di esse” (p. 11).

Romano Ugolini

                                                                                                            

  

      Il 13 giugno 2017 è stata ricordata a Roma, di fronte l’erma di Colomba Antonietti, la storia e la drammatica fine della giovane patriota italiana. Di questa celebrazione si son fatte carico non certo le Istituzioni, latitanti su vari fronti, tra cui, più consistente e colpevole, quello della storia, ma due donne romane, Cinzia Dal Maso e Annalisa Venditti, madre e figlia, promotrici da qualche anno di un percorso culturale di alto valore simbolico (vedi 2016 : http://www.garibaldini.org/?s=colomba+antonietti&search=).

Con la passione e l’amore per tutto ciò che può risvegliare in noi sentimenti sopiti di un passato denso di altissimi valori umani e civili, Cinzia e Annalisa ci hanno riportato indietro di 168 anni, trasmettendo ancora una volta alle nostre coscienze che le  energie materiali e spirituali debbono necessariamente convergere verso ciò che di meglio è stato seminato fino ad oggi, e che ancora ha bisogno di essere valorizzato, per fortificarci e difenderci dagli attacchi di una falsa modernità, che vuole ridurci, come diceva Mazzini, a “macchine calcolatrici”.

Dobbiamo dunque essere grati a Cinzia Dal Maso e Annalisa Venditti e verso  chi, oggi, persegue questo obiettivo con gratuità, senza onori e senza gloria, ma con lo spirito del servizio e del dovere. Grati anche per aver inserito nel programma la voce di uno dei tanti – oggi sconosciuti - personaggi del nostro Risorgimento, Candido Augusto Vecchi, che fu testimone oculare della morte della giovane Colomba; il brano, tratto da La Italia-Storia di due anni 1848 – 1849” è stato letto da Paola Sarcina, direttore artistico del festival internazionale Cerealia. Chi era Candido Augusto Vecchi? Non certo un personaggio di secondo piano: iscritto alla Giovine Italia, conobbe Mazzini a Parigi; partecipò alla Prima Guerra d’Indipendenza e fu eletto deputato alla Costituente Italiana della Repubblica Romana del 1849; fu aiutante di campo di Garibaldi nell’Impresa dei Mille (1860) a Milazzo e al Volturno. Nel 1866 fu promosso Colonnello. Fu deputato del Regno d’Italia dal 1861 al 1865 e ospite di Garibaldi a Caprera negli ultimi anni della sua vita. 

Come lo scorso anno, la rivista telematica di cultura “Specchioromano.it” ha conferito il Premio Colomba Antonietti  a due donne che si siano distinte per il loro impegno  nella diffusione della storia e degli ideali risorgimentali. In questa edizione la targhe sono state consegnate a Mara Minasi, responsabile del Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina di Roma Capitale e del Mausoleo Ossario Gianicolense, e di Maria Antonietta Grima Serra, Presidente dell’Associazione Nazionale Garibaldina. E’ stato inoltre donato alle premiate, come simbolo della femminilità combattente di Colomba Antonietti, un foulard disegnato dalla stilista romana Vanessa Foglia, ideatrice del marchio Abitart, da anni impegnata nel sociale e nella valorizzazione culturale.

La donazione ai presenti del “Pane di Colomba” – realizzato per Cerealia dal panificio Panella, e la deposizione di un mazzo di fiori accompagnata dal “silenzio”, suonato da un bersagliere dell’Esercito Italiano, ha concluso questa breve ma sempre intensa memoria cui hanno partecipato alcuni membri della nostra Associazione.

 

La riforma Moratti del 28 Marzo 2003 n°53, ha stravolto i criteri di prevalenza formativa nello studio della storia! Nell’impedire ai giovanissimi cittadini della Scuola Primaria di conoscere il Risorgimento, questa legge li ha privati  della possibilità di assimilare le basi fondamentali sulle quali è nata l’unità della Patria comune. Accertato che l’applicazione di tale riforma ha avuto, sta avendo e avrà, se non si interviene  per cambiarla, effetti deleteri sulla formazione culturale e civile delle giovani generazioni e sui valori dell’identità nazionale ed europea, che dal Risorgimento, attraverso un percorso lungo e travagliato, è arrivata fino ai nostri giorni, l’Associazione culturale Garibaldini per l’Italia invita a firmare questa petizione per riattivare i programmi scolastici relativi allo studio della Storia e, in particolare, del Risorgimento, precedenti l’applicazione della citata Legge 28 Marzo 2003 n°53 (Riforma Moratti)

In base alla riforma Moratti si stabilisce che il primo ciclo d’istruzione articolato in Primaria e Secondaria di primo grado, preveda lo studio della Storia una sola volta per sei anni, dalla terza elementare alla terza media, secondo la seguente scansione: in Terza elementare si studia la preistoria, in Quarta e Quinta il mondo antico, in Prima Media il Medioevo, in Seconda dalla scoperta dell’America alla fine dell’Ottocento (sic!), in Terza il Novecento. Le motivazioni didattico-pedagogiche a sostegno della riforma sono a dir poco confuse: secondo il legislatore il cambiamento “avrebbe permesso agli insegnanti di prestare maggiore attenzione all’acquisizione delle competenze degli allievi anziché ai contenuti (ritenuti forse nozionistici?) dei programmi”. In realtà, come si possono insegnare strumenti critici – che hanno come scopo l’acquisizione delle competenze – senza aver prima analizzato l’argomento di applicazione degli stessi, ovvero i contenuti? La storia serve per conoscere il passato, comprendere il presente e intuire il futuro, e ha bisogno di essere assimilata e memorizzata lentamente, iniziando dal “gioco” in ambito prescolare (fino a 6 anni), seguendo poi nella scuola Primaria (già scuola elementare) con lo studio dei “fatti” (6 – 10 anni) e proseguendo nella Secondaria di primo grado (già scuola media) con gli “approfondimenti” (11 – 13 anni).

VI INVITIAMO A FIRMARE COLLEGANDOVI AL LINK QUI SOTTO, E DIFFONDERE SUI SOCIAL L’INIZIATIVA
GRAZIE

https://www.change.org/p/ministro-della-pubblica-istruzione-smarrimento-identit%C3%A0-nazionale-il-risorgimento-%C3%A8-scomparso-dalla-scuola-primaria?recruiter=57872434&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=share_for_starters_page&utm_term=des-lg-google-no_msg

 

I TRADIMENTI STORICI DEL PASSATO RITORNANO FUNESTI NEL DESTINO DELLO STATO PONTIFICIO E DEL SUO CAPO NELLE PREVISIONI DEL FUTURO DEL 1867

 di Leandro Mais

Colgo l’occasione della ricorrenza del 150RIO della Campagna dell’Agro Romano del 1867, per sconfessare quanto apparso nell’articolo su internet per conto di una non meglio identificata società (Forum termometro politico – 3 novembre 2014) che ha festeggiato già da tre anni (!) la vittoria degli zuavi pontifici a Mentana.

Quella Campagna, iniziata con la vittoria sui papalini a Monterotondo il 25 ottobre di quell’anno, doveva concludersi con la sanguinosa sconfitta dei garibaldini nella tragica giornata del 3 novembre successivo, per l’intervento inatteso dell’esercito regolare francese quando ormai il corpo degli zuavi pontifici era stato quasi battuto.

Eppure quell’anno 1867 era iniziato con grandi speranze da parte dei volontari garibaldini, mentre si addensavano previsioni di avvenimenti catastrofici sopra lo Stato Pontificio e il suo capo assoluto: il Papa Re  Pio IX. Queste ultime previsioni negative avevano turbato grandemente Pio IX , poché era venuta a mancare (da parte dell’Imperatore  Napoleone III) la presenza del contingente dell’esercito francese garantita dalla Convenzione del 15 settembre 1864.

A tal proposito mi sembra interessante far conoscere ai lettori questa curiosa e rara medaglia di quell’anno. Si tratta di una piccola medaglia ovale con appiccagnolo, nel cui dritto è raffigurato il busto , di profilo a sinistra,  del Papa Pio IX benedicente , con paramenti papali e triregno, e in basso la scritta :”Roma”. Nel rovescio è rappresentata una scena con molte figure: in alto due uomini che armati di coltello si avventano su una figura caduta in ginocchio che dà loro le spalle. Alla scena assistono, a sinistra, due santi in piedi e, davanti, due sante in ginocchio; sulla destra appare una figura  con lungo mantello, e alla sua sinistra una scure. Il fatto curioso è che le sembianze del volto di questo personaggio sono quelle di …. Garibaldi ! In basso la data :”1867”.

Si può ipotizzare che la scena descritta nel rovescio di questa medaglia voglia riproporre simbolicamente il fatto storico dell’uccisione a tradimento di Giulio Cesare, ovvero il tradimento subito da Papa Pio IX da parte di Napoleone  III (nel ritiro delle truppe) e del Re Vittorio Emanuele II (che aveva garantito i patti della Convenzione) in quell’anno. Naturalmente nella scena è inserita la figura di Garibaldi come  presunto esecutore materiale della fine del Potere Temporale.

  

 

 

 

 

 

 

 

STATO PONTIFICIO PIO IX 1867

D. In cerchio :”PIUS IX -  PONTIFEX  MAXIMUS”. In basso :”ROMA”

R. In cerchio SAINTS ET SAINTES – PRIEZ POUR L’EGLISE” In basso “1867”

Medaglia ovale 1867 opus n. i. mm30 x mm 35 con appiccagnolo

Con l’occasione vorrei ricordare la rara medaglia satirica coniata l’anno dopo la battaglia di Mentana (1868) dai liberali francesi: in essa è raffigurata l’immagine di Napoleone “il piccolo” (come lo definiva Victor Hugo) con un gran cappello napoleonico ed ampi stivali, seduto su una piramide di teschi.

 

 

 

 

 

 

MEDAGLIA SATIRICA ANTINAPOLEONICA PER MENTANA

D. In cerchio :”NOS FUSILS CHASSEPOT ONT FAIT MERVEILLE ° FETICHE HIDEUX, FLEAU DES PEUPLES °”

R. In alto in cerchio :”LIBERTE’ EGALITE’ FRATERNITE’ “ In cerchio in basso :” CHAUVINISME FETICISME CESARISME” Nel campo scritta in cinque righe :”O FRANCE QUI ENFANTAS / JADIS LA LIBERTE’, TU / L’IMMOLES LACHEMENT / AUJORD’ HUI SUR L’AUTEL / DU DESPOTISME” Sotto la data “1868”

Medaglia 1868 opus n. i. O mm 25 AE

BARRETTA 1867

Piccolo rettangolo in AE costituito da due rami di alloro con al centro la data “1867”

Mm 40 x H mm 9

NOTA: Dopo trent’anni (!) della presa di Roma, il R. Governo approvò ed autorizzò (R. D. 24 maggio 1900 n. 98) i volontari garibaldini che avevano partecipato alla “Campagna dell’Agro Romano” del 1867, a fregiarsi della barretta in bronzo con quella data nel nastro della medaglia d’argento delle Campagne per l’unità d’Italia.

Come per le altre Campagne per l’unità d’Italia (48 -49 -59 – 60/61 – 66 – 70) anche per questa fu riconosciuto il combattimento dei volontari italiani, sia contro le truppe dell’esercito imperiale francese che contro quello dei vari reparti mercenari papalini costituiti da svizzeri, irlandesi, belgi ecc.

 Ancora oggi invece l’ Italia non ha onorato né riconosciuto il sacrificio degli eroi di Aspromonte del 1862 solo perché i nemici erano …. I fratelli fratricidi del R. esercito italiano   

      Con questo articolo, corredato da interessanti illustrazioni, scritto dal collezionista e ricercatore storico Leandro Mais, intendiamo mettere in evidenza alcuni documenti che furono determinanti nel processo di unificazione italiana: i Buoni patriottici.  Senza una costante proposta per la raccolta di fondi, e dunque senza una corale partecipazione dei sottoscrittori, non si sarebbero potute finanziare le campagne dei volontari; volontari che necessitavano di tutto, dal vestiario alla  logistica, dal cibo agli armamenti. Ringraziamo Leandro Mais per averci dato l’opportunità di pubblicare in esclusiva questo prezioso materiale.

QUANDO, COME E PERCHE’ NACQUERO I BUONI PATRIOTTICI GARIBALDINI OVVERO “SOTTOSCRIZIONE PER IL MILIONE DI FUCILI”

Di questi buoni patriottici, molto stranamente, se ne è parlato pochissimo da parte degli storici, mentre qualche notizia si è saputa solo da parte di poche persone,  perché attratte dall’intereresse  collezionistico. Ciò è veramente incomprensibile in quanto il loro valore è primariamente quello storico e poi quello commerciale. Infatti se si escludono le notizie che riguardano i due centri “di soccorso a Garibaldi” del 1860, ovvero quello di Bertani a Genova e l’altro di Finzi e Besana a Milano, di tutte le altre Campagne garibaldine (Aspromonte e Mentana) non ne è stata data quasi nessuna notizia. Se poi consideriamo l’assoluta mancanza del motivo della loro realizzazione e scopo, allora ci rendiamo conto che questi storici documenti appartengono veramente ad una storia dimenticata.

Lo scopo per cui furono progettati era quello di raccogliere una somma tale da poter acquistare il necessario per l’attuazione di una Campagna militare (vestiario, armi, cibarie ecc.). Ciò che è meno noto (per quanto riguarda i soli buoni patriottici garibaldini, ovvero sottoscrizione per un milione di fucili, i soli che qui vengono trattati) è la loro iniziale apparizione.

Nella pubblicazione “Pavia e la spedizione dei Mille” – Comune di Pavia – 1960 a cura di Mino Milani, si precisa che la prima sottoscrizione di un milione di fucili, iniziata da Garibaldi con 5 mila franchi a Cremona, è stata versata dal Sig. G.B. Maggi di Pavia il 6 ottobre 1859, per lire italiane  2.46. La denominazione di questi buoni – Sottoscrizione Nazionale per l’acquisto di un milione di fucili –  fu per la prima volta così ideata dallo stesso Garibaldi il 15 settembre 1859 a Bologna (come si legge in “Giuseppe Garibaldi in Romagna” di Marcello e Walter Berti – luglio 1982 pag. 155). Un documento ove già sono citati questi buoni di sottoscrizione patriottica, è la lettera che Garibaldi scrive al patriota Malenchini di Livorno da Fino Mornasco il 27 gennaio 1860 e che viene qui riprodotta nella foto n° 1.

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Prima di trattare la descrizione dei buoni garibaldini vorrei chiarire che le date della loro emissione avvennero negli anni precedenti le Campagne del 1860, 1862, 1867, mentre la realizzazione grafica veniva eseguita in  località diverse, in quanto costituita da differenti illustrazioni. Da tener presente che per notevoli importi la sottoscrizione veniva documentata attraverso una ricevuta che il collettore rilasciava al donatore, regolarmente datata e firmata per l’importo totale.

Un documento di questo genere, che riveste un’importanza storica per il nome del sottoscrittore, è quello datato 25 ottobre 1859, nel quale si attesta il versamento di £ 300 da parte del maestro Giuseppe Verdi (Museo Casa-Verdi Busseto). Alla stessa data il Maestro Verdi anticipò la somma di £ 3.500 per “l’acquisto di cento fucili di fabbricazione inglese” (come riportato a pag. 337/338 del libro “Giuseppe Verdi – un mondo da scoprire”, di Antonino Colli – Tip. Lalitotipo s.r.l. – Settimo Milanese – 1998 – Banca Popolare Milano).

 Per quanto riguarda i sopracitati centri di aiuto a Garibaldi, ovvero il fondo per il “milione di fucili” gestito dai Sigg. Finzi e Besana con sede in Milano (sotto l’influenza monarchico-liberale) e di quello”Soccorso a Garibaldi” (di derivazione mazziniana-garibaldina) diretto in Genova dal Dr. Agostino Bertani, dirò solamente che al primo appartiene un buono da “abusive italiane £ 1″ di colore azzurrino con bollo nero tondo con al centro lo scudo coronato sabaudo (mm 100xH mm 45 – foto n°2); mentre al secondo appartiene un buono costituito da un piccolo cartoncino coll’effige di Garibaldi in camicia rossa nella parte superiore, ed in basso un tricolore con la scritta nella parte centrale bianca: “Soccorso a Garibaldi”, senza riferimento dell’importo; nel retro:”Soccorsi per la Sicilia”, ed a mano il numero e la serie (mm. 24 x H mm. 45 – Foto n°3). 

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Da tener presente che questi buoni, anche se non hanno la dicitura “un milione di fucili” devono considerarsi tali in quanto il denaro raccolto fu inviato a Garibaldi in Sicilia nel 1860. Di questi due importanti centri di sottoscrizione patriottica esiste, di notevole importanza storica, il resoconto della gestione di cassa. Altra emissione sempre a favore del “milione di fucili” è quella emessa dal Centro Romano negli Stati Pontifici (e quindi emessi alla macchia). La serie è di tre importi di Baiocchi 20, 30 e 50, carta bianca – uguale formato – recano tutti due bolli neri: uno ovale piccolo: “C R” (Comitato Romano) più un bollo ovale grande con la figura della lupa allattante i gemelli (mm. 133 x H mm. 130 – foto n°4).

In data 26 gennaio 1860 vengono emessi due valori da:” 1 oncia d’oro”, “1/4 di pezzo forte” stampati in Montevideo con le sottoscrizioni degli Italiani dell’Uruguay. Questi due buoni sono di uguale formato e di uguale disegno (mm.210 x H mm. 160 . foto n° 5); in alto al centro busto di Garibaldi in divisa di Generale sardo-piemontese con i nomi delle vittorie garibaldine:” Roma – Luino – Varese – Como”. Nel retro lunga scritta sui motivi dell’emissione dei suddetti buoni. Questi sono di rarità eccezionale (Vedi articolo su Gazzettino Numismatico – luglio/agosto 1972 – Antonietta Bistoni. “Carta moneta patriottica” – pag. 24/26).

I buoni di sottoscrizione per la Campagna mirante al riscatto di Roma e Venezia, che doveva terminare nello scontro fratricida di Aspromonte del 29 Agosto 1862, furono preparati l’anno prima e se ne conoscono tre tipi differenti. Il primo è il più comune dei tre e ha un valore di cent. 25, stampato in carta bianca con una bella immagine simbolica che raffigura Garibaldi in piedi incoronato dall’Italia, e in basso ai due lati i simboli di Roma e Venezia (la Lupa e il Leone). In alto la scritta  in tre righe: “Italia una e Vittorio Emanuele / Associazione dei Comitati di Provvedimento / Preside Garibaldi” e una stella raggiante. In basso: ” Fondo sacro al riscatto di Roma e Venezia”. Questo artistico disegno è stampato in litografia dalla Ditta Armanino di Genova (mm. 156 x mm 215 – foto n° 6). Il secondo buono, realizzato su cartoncino bianco, molto più raro del precedente, ha il valore di 1 franco. Vi è riprodotto in nero una immagine geografica dell’Italia nella quale spiccano, completamente in nero, il Lazio e  il Veneto. In alto la scritta: “Stella di Garibaldi”; sotto: “Unità – Libertà (mm. 90 H mm. 129 – foto n° 7)

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Il terzo buono si può considerare fino ad oggi sconosciuto poiché ne sono stati rinvenuti solamente 5 esemplari nell’archivio del Dott. Enrico Albanese di Palermo (il garibaldino che per primo soccorse Garibaldi dopo la ferita d’Aspromonte e che fu anche uno dei collettori delle sottoscrizioni a favore di Garibaldi). La particolarità di questi buoni è la realizzazione eseguita a mezzo fotografico che permetteva una più rapida stampa ed anche più economica. Trattasi di foto formato ‘carte de visite’ che riproduce la litografia di Garibaldi e Mazzini entro corona di alloro e quercia, recante in basso due braccia incrociate: una con una penna e l’altra con la spada (simboleggianti il Pensiero e l’Azione). Nel retro a mezzo di tampone con inchiostro nero la scritta in quattro righe: “Soccorso / per / Roma e Venezia / F. 1″ (= franchi 1). Nel retro, in alcuni esemplari, è visibile il marchio di Alessandro Duroni di Milano, oppure Giulio Rossi – Milano ed altri anonimi (mm. 60 x H mm. 100 – foto n° 8).

Se la rarità dei Buoni descritti in precedenza è notevole, quella di cui accennerò ora si può considerare della massima rarità, in quanto unico fino ad oggi. Questo buono è stato realizzato molto semplicemente con caratteri a stampa nera senza alcun motivo ornamentale, e riporta la semplice richiesta di un altro “Milione di fucili” da parte di Garibaldi agli Italiani, nella forma di lettera aperta; la data è: “Caprera 6 Agosto 1863″. Il suddetto buono, proveniente dall’archivio del Dr. Enrico Albanese, reca nella parte inferiore il nome del sottoscrittore, della quota (£1) e della data di sottoscrizione (6 novembre 1864 – mm150 x H mm. 70 – foto n° 9). A proposito di questo buono, è interessante la lettera di Garibaldi al Dr Albanese datata “Caprera 3 Novembre 1863″, con la quale il Generale lo informa di “aver chiesto agli Italiani un altro milione di fucili…” (foto n° 10).

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  Dobbiamo invece arrivare agli ultimi mesi del 1866 per avere notizie della organizzazione dei “Comitati di Provvedimento per la liberazione di Roma” dal dominio papale con sede nella nuova capitale di Firenze. Per questo scopo fu approntata una serie di tre valori: £ 5,25 e £ 100. Quest’ultimo buono fu autografato di mano del Generale dato il notevole importo a garanzia della restituzione stessa della somma. Potrà essere utile ricordare, come notizia storica, che il disegno di questi buoni si deve al pittore garibaldino Eugenio Agneni (combattente nel 1849 – 59 – 66 – 67), che fu anche il collettore, come risulta dal suo autografo apposto in diversi esemplari. Nel retro vi è una lunga scritta riguardante la motivazione di questa emissione (mm. 175 x H mm. 100 – foto n° 11)

A titolo di pura cronaca ricordo agli appassionati che gli esemplari di cui alle foto n° 5 – 8 – 9 sono stati esposti (considerati pezzi unici) insieme ad altri buoni patriottici vari alla mostra di Vicenza il 17/19 Ottobre 2003, e, successivamente, dal 22 Ottobre al 3 Dicembre nel museo del Risorgimento della stessa città. In questa particolare e interessantissima mostra, oltre al materiale di vari collezionisti privati, erano presenti rarissimi esemplari provenienti dalla collezione della Banca d’Italia.