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            Una serata calma, illuminata dalla luna.

Al Sacrario dei caduti per Roma di via Garibaldi al Gianicolo, è stato ricordato ieri quel 6 luglio del 1849 in cui si spense, giovanissimo,  Goffredo Mameli, autore dei versi del nostro Inno Nazionale.  Una memoria che acquista maggior valore in quanto celebrata nel luogo stesso ove riposano i suoi resti mortali.

            Ci chiediamo spesso quanto interesse possa ancora suscitare nelle giovani (e meno giovani) generazioni la memoria di un passato così glorioso e dimenticato, come quello della Repubblica Romana del 1849, in cui operò, combatté e morì Mameli. L’interesse nasce dalla conoscenza, e se questa conoscenza di base non viene sollecitata continuamente, se i giovani non vengono coinvolti nelle scuole e nei musei, si perderà quel filo diretto con il passato che ci permette di affrontare con più consapevolezza il nostro ruolo nella storia d’Italia e d’Europa, dell’oggi e del domani.

            Non possiamo però permetterci di affidare questo compito esclusivamente alle associazioni culturali o a singoli funzionari pubblici di buona volontà, che si son fatti carico del problema per spirito di servizio. La politica deve intervenire e risolvere questo nodo cruciale: promuovere lo studio costante del nostro Risorgimento e i valori di altissimo spessore umano e spirituale in esso contenuti; degli uomini e delle donne  che hanno costruito le basi ideali della nostra esistenza. In quest’ottica è in corso la raccolta firme per inserire lo studio del Risorgimento nella Scuola Primaria https://www.change.org/p/ministro-della-pubblica-istruzione-smarrimento-identit%C3%A0-nazionale-il-risorgimento-%C3%A8-scomparso-dalla-scuola-primaria?recruiter=57872434&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=share_for_starters_page&utm_term=des-lg-google-no_msg )

            L’iniziativa di Mara Minasi, responsabile del Museo della Repubblica Romana e del Mausoleo-Ossario Gianicolense, ha confermato questa tendenza e ci ha regalato, con la passione che contraddistingue i suoi interventi, pagine indimenticabili scritte da Mazzini e Garibaldi sul giovane Goffredo. Parole che ci allontanano momentaneamente dal profondo sentimento di distacco dalle istituzioni, da una classe dirigente sorda e inattiva, attenta più ad esistere che a fare, e ci incoraggiano a continuare nel doveroso cammino di volontariato che la nostra associazione ha intrapreso da tempo.

            Un sentito ringraziamento va al duo Gabriella Antonucci e Marco Quintiliani che hanno magistralmente accompagnato, con parole e musiche risorgimentali, le acute considerazioni della relatrice sull’importanza della memoria storica della Repubblica Romana e della sua Costituzione, faro indiscusso del nostro attuale ordinamento istituzionale, ma anche un plauso alla Minasi per  l’impegno e le capacità organizzative, unite alla carica passionale che trasmette con indubbia efficacia all’ascoltatore.

p.m.

VIVA LA REPUBBLICA!

..e memoria di tutti coloro che si sono battuti per Lei, dal Risorgimento ai nostri giorni,

..e riconoscenza a tutti coloro che ancora la difendono

 

Ma il 2 giugno è anche il giorno in cui moriva un grande uomo : Giuseppe Garibaldi. Per ricordarlo, riportiamo due pensieri pervenuti in redazione da Gianni Fazzini e dal Gruppo Laico di Ricerca

 

“In questa giornata, un ricordo mesto e deferente – ma orgoglioso di Lui e della sua azione – va all’Eroe dei Due Mondi, che è sempre vivo e presente nella nostra Storia e coscienza di Patria.

Con orgoglio garibaldino 

Gianni Fazzini

 

Il 2 giugno 1882 muore nella sua casa nell’isola di Caprera (Olbia-Tempio Pausania) dopo una breve malattia GIUSEPPE GARIBALDI (74 anni) patriota Risorgimentale condottiero rivoluzionario  uomo politico e Padre della Patria. Fu Padre e difensore della Repubblica Romana del 1849.

Noto anche con l’appellativo di “Eroe dei due mondi” per le sue imprese militari compiute sia in Europa sia in America Meridionale è la figura più rilevante ( insieme a Mazzini e a Cavour) del Risorgimento e protagonista controverso dell’unificazione italiana. Lo scrittore francese Victor Hugo ( 1802- 1882) che lo conobbe scrisse di lui:

“Garibaldi cos’è Garibaldi? E’ un uomo niente altro che un uomo. Ma un uomo in tutta l’accezione sublime del termine. Uomo della libertà uomo dell’umanità. ”Vir“ direbbe il suo compatriota Virgilio.”

La popolarità di Garibaldi la sua capacità di sollevare le folle e le sue vittorie militari diedero un contributo determinante all’unificazione dello Stato italiano premiandolo con una popolarità enorme tra i contemporanei – solo a titolo di esempio si possono citare le trionfali elezioni (nel 1860 poi nel 1861 al Parlamento subalpino e poi italiano e nel 1874 eletto deputato del Regno d’Italia) e il trionfo che gli venne tributato a Londra nel 1864. Numerose furono anche le sconfitte fra le quali particolarmente brucianti furono quelle di Roma (1849) dell’Aspromonte (1862) e di Mentana (1867): queste ultime due lo opposero a una parte rilevante dell’opinione pubblica italiana che in tutti gli altri episodi della sua vita lo aveva grandemente amato.

Nonostante la sua profonda stima di Mazzini ( Garibaldi aveva iniziato la sua avventura di patriota subito dopo aver aderito alla Giovine Italia nel 1833) ebbe forti dissidi con lui circa l’atteggiamento da tenere nei confronti di Casa Savoia: infatti Garibaldi accondiscese a divenire sostenitore della monarchia sabauda ( pur essendo convinto repubblicano) finché questa dimostrasse di credere fermamente nella causa italiana e assumendo la guida dell’esercito piemontese contro l’Austria (1858-59).

Garibaldi pur ritenendo lecita l’uccisione di nemici in battaglia e traditori in tempo di guerra a partire dal 1861 si batté per l’abolizione della pena di morte proponendo varie volte una legge che la abolisse del Codice penale vigente. Un altro grande impegno di Garibaldi fu quello per la pace tra i popoli: nonostante le numerose guerre egli riteneva lecito usare la forza militare solo per liberare le nazioni e difendersi dai nemici manifestando altrimenti una forte convinzione pacifista e umanitaria.  Per questo avversò sempre con forza le mire espansionistiche coloniali che da subito animarono il giovane Regno d’Italia affermando che se l’italia avesse tolto la libertà e la sovranità ad un altro popolo egli avrebbe combattuto con lui contro gli italiani.

Garibaldi criticò le misure prese  contro il brigantaggio meridionale postunitario dal nuovo governo italiano come l’uso della legge marziale e la feroce repressione nonché la rigida estensione della leva militare obbligatoria piemontese al sud Italia che giudicava controproducente preferendo l’entusiasmo volontaristico che aveva animato i suoi eserciti. Nel 1868 scrisse all’attrice Adelaide Ristori: “Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale temendo di essere preso a sassate essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio.”

Garibaldi  fu un grande amante della natura e degli animali: questo grande amore si palesò quando nel 1871 anno nel quale Giuseppe Garibaldi su esplicito invito di una nobildonna inglese lady Anna Winter contessa di Southerland incaricò il suo medico personale di costituire una Società per la Protezione degli Animali annoverando la signora Winter e Garibaldi come soci fondatori e presidenti onorari; oggi la società è nota come Ente Nazionale Protezione Animali (ENPA). Attualmente l’ENPA è il più antico e importante ente di protezione e salvaguardia animale in Italia. In seguito a queste riflessioni e azioni animaliste Garibaldi divenne quasi vegetariano in tarda età e rinunciò alla caccia (che era stata una sua grande passione fin da giovane) in nome del rispetto della vita degli animali.

Garibaldi fu notoriamente uomo di costumi semplici e quasi vicino alla povertà non avendo mai in alcun modo approfittato in senso personale di vittorie militari e politiche e della fama straordinaria di cui godeva. Cercò di guadare qualcosa per vivere scrivendo libri e con il lavoro agricolo nella sua Caprera e usò lo stipendio di parlamentare per aiutare le famiglie dei reduci dei “Mille” che non avevano ricevuto nessun riconoscimento economico dallo Stato. E soprattutto conservò un forte tratto di umiltà e di rifiuto di apparire come “prima donna“: il 26 gennaio 1875 Garibaldi all’ età di 67 anni è a Roma per prendere possesso del suo scranno in Parlamento come deputato del Regno d’ Italia. Il giorno stesso del suo arrivo  giunge a Montecitorio accolto dai deputati della Sinistra con grandi applausi che s’ interrompono solo quando il generale pronunzia il giuramento. Poi chiamato al balcone dell’albergo in via San Nicola da Tolentino  dagli applausi scroscianti della folla e infastidito dall’eccessivo entusiasmo pronunciò la famosa frase: «Romani siate seri, seri, seri!».

Il 27 settembre 1880 Garibaldi si dimette dal Parlamento prevedendo la non attuazione dei suoi ideali politici e in segno di protesta si ritira  definitivamente a Caprera. Nella lettera di dimissioni dichiara che non intende più far parte dei «legislatori in un Paese dove la libertà è calpestata e la legge non serve nella sua applicazione che a garantire la libertà ai gesuiti e ai nemici dell’ unità d’ Italia… Tutt’altra Italia io sognavo nella mia vita non questa miserabile all’interno e umiliata all’estero ed in preda alla parte peggiore della nazione.”

Ebbe tre mogli ( tra le quali spicca la prima ANITA GARIBALDI (1821- 1849) e sette figli.

 FORZA E ONORE!

 Gruppo Laico di Ricerca.

La riforma Moratti del 28 Marzo 2003 n°53, ha stravolto i criteri di prevalenza formativa nello studio della storia! Nell’impedire ai giovanissimi cittadini della Scuola Primaria di conoscere il Risorgimento, questa legge li ha privati  della possibilità di assimilare le basi fondamentali sulle quali è nata l’unità della Patria comune. Accertato che l’applicazione di tale riforma ha avuto, sta avendo e avrà, se non si interviene  per cambiarla, effetti deleteri sulla formazione culturale e civile delle giovani generazioni e sui valori dell’identità nazionale ed europea, che dal Risorgimento, attraverso un percorso lungo e travagliato, è arrivata fino ai nostri giorni, l’Associazione culturale Garibaldini per l’Italia invita a firmare questa petizione per riattivare i programmi scolastici relativi allo studio della Storia e, in particolare, del Risorgimento, precedenti l’applicazione della citata Legge 28 Marzo 2003 n°53 (Riforma Moratti)

In base alla riforma Moratti si stabilisce che il primo ciclo d’istruzione articolato in Primaria e Secondaria di primo grado, preveda lo studio della Storia una sola volta per sei anni, dalla terza elementare alla terza media, secondo la seguente scansione: in Terza elementare si studia la preistoria, in Quarta e Quinta il mondo antico, in Prima Media il Medioevo, in Seconda dalla scoperta dell’America alla fine dell’Ottocento (sic!), in Terza il Novecento. Le motivazioni didattico-pedagogiche a sostegno della riforma sono a dir poco confuse: secondo il legislatore il cambiamento “avrebbe permesso agli insegnanti di prestare maggiore attenzione all’acquisizione delle competenze degli allievi anziché ai contenuti (ritenuti forse nozionistici?) dei programmi”. In realtà, come si possono insegnare strumenti critici – che hanno come scopo l’acquisizione delle competenze – senza aver prima analizzato l’argomento di applicazione degli stessi, ovvero i contenuti? La storia serve per conoscere il passato, comprendere il presente e intuire il futuro, e ha bisogno di essere assimilata e memorizzata lentamente, iniziando dal “gioco” in ambito prescolare (fino a 6 anni), seguendo poi nella scuola Primaria (già scuola elementare) con lo studio dei “fatti” (6 – 10 anni) e proseguendo nella Secondaria di primo grado (già scuola media) con gli “approfondimenti” (11 – 13 anni).

VI INVITIAMO A FIRMARE COLLEGANDOVI AL LINK QUI SOTTO, E DIFFONDERE SUI SOCIAL L’INIZIATIVA
GRAZIE

https://www.change.org/p/ministro-della-pubblica-istruzione-smarrimento-identit%C3%A0-nazionale-il-risorgimento-%C3%A8-scomparso-dalla-scuola-primaria?recruiter=57872434&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=share_for_starters_page&utm_term=des-lg-google-no_msg

Da “www.criticaliberale.it”

L’INFLUENZA RUSSA SULLE ELEZIONI PRESIDENZIALI FRANCESI

di Giuseppe Maggio

       Marine piaceva fuori dalla UE: piaceva a est e a ovest della UE, piaceva a un biondo Presidente americano e a un biondo (un po’ pelato) Presidente russo e non ucraino. “Peccato” che i francesi, che sono invece membri della UE, abbiano scelto un candidato che risponde maggiormente alle loro tradizioni, ai loro interessi, alla loro collocazione internazionale, alla loro opzione di lungo respiro all’interno dell’Unione europea. Una scelta, quella francese, che non risponde alle preferenze di potenti partner con orientamenti nazionalistici, protezionistici, affaristici, che avrebbero maggiori libertà e possibilità di movimento con un’Unione europea debole, divisa ed ininfluente.

Un’Europa unita, democratica, civile, modello di tutela dei diritti umani, forte della sua identità e della sua influenza economica, non risulta gradita a populisti, oligarchi, nazionalisti vari sparsi per il mondo. Chi fonda il suo potere sulla leadership personale, sulla capacità di attrarre la fiducia delle masse assecondandone le paure e promettendo facili e rapidi risultati, pur se magari limitando le libertà fondamentali e i diritti individuali, non ama le conquiste di libertà e democrazia del nostro continente. E così la nostra Europa unita deve difendersi – oltre che dagli scetticismi interni, dalle difficoltà economiche e sociali, dalle sempre presenti tentazioni nazionalistiche, dalle leadership politiche miopi e affaristiche – anche da nemici esterni, che preferiscono, possibilmente, avere a che fare con Paesi europei divisi tra loro, più controllabili ed eventualmente più accomodanti sul piano delle garanzie democratiche e dei diritti umani. Più facile trattare tra leader sovranisti, scambiarsi idee e favori, accordarsi a quattrocchi in segrete stanze, senza dovere dare troppo conto ai cittadini a causa del controllo della libera stampa e magari di una forte opposizione politica, piuttosto che avere a che fare con un’unione di Paesi democratici forti delle loro tradizioni e convinzioni liberali, solidali e democratiche.

Questa in effetti la scelta, dichiarata o sottaciuta, palese o implicita, formale o sostanziale, delle leadership dei grandi attori della politica internazionale più 15 attenti e interessati all’Europa, gli Stati Uniti da un lato, la Federazione russa dall’altro, in occasione delle recenti elezioni presidenziali francesi. Meno evidente forse l’orientamento del neoeletto Presidente americano, certo vicino nello stile e nelle idee alla candidata del Fronte nazionale Marine le Pen, ma poco intenzionato ad ingerirsi nelle elezioni francesi anche per la sua posizione formalmente neoisolazionista; più sbilanciato e probabilmente interessato alla vittoria della medesima candidata il Presidente di ben più lungo corso della Federazione russa.

Pur in mancanza di un vero e proprio “endorsement” russo a favore di Marine Le Pen, infatti, l’incontro con il Presidente Putin nel corso di una visita ufficiale in Russia poco più di un mese prima dello svolgimento del primo turno delle elezioni presidenziali francesi, aveva sancito l’ampia coincidenza di vedute, la reciproca stima e l’impegno alla collaborazione, con utili prospettive future, ad esempio relativamente al superamento delle sanzioni europee nei confronti della Russia, a causa del suo intervento militare in Crimea e nella regione ucraina del Donbass. Non risulta peraltro che la Le Pen, nel corso del suo incontro con il Presidente Putin, abbia sollevato obiezioni rispetto all’impiego delle truppe russe a sostegno della modifica dei confini orientali dell’Ucraina, o rispetto alle frequenti incarcerazioni di giornalisti ed oppositori politici russi, avendo anzi dichiarato che, in caso di sua elezione, si sarebbe impegnata per eliminare le sanzioni economiche nei confronti della Russia. Non sarebbe d’altronde stato carino fare altrimenti, considerato che importanti finanziamenti al Front National, necessari per la campagna elettorale, sono stati forniti da una banca ceca, considerata vicina agli ambienti del Cremlino.

Il sostegno alla candidata frontista si inserisce peraltro in quella che molti osservatori considerano una strategia di lunga durata e di ampio respiro del Presidente russo, nell’ambito della quale andrebbero considerati anche gli interventi favorevoli all’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, su cui sta tuttora indagando l’FBI, il cui capo è stato però bruscamente licenziato “per incapacità”. In effetti, l’opzione Trump-Le Pen appare a suo modo coerente, in un’ottica leaderistica, populista ed un po’ sbrigativa per quanto attiene ad immigrati, diritti umani e garanzie di libertà.

Per l’Europa, si ha l’impressione che possa perdurare l’obiettivo russo di indebolire gli ostacoli (e tra questi, l’Unione europea) ai propri obiettivi di centralità e protagonismo sulla scena internazionale, avendo il più possibile le mani libere nella propria tradizionale sfera di influenza est-europea e centroasiatica, con una specifica attenzione certamente allo sviluppo della propria industria e dei commerci (rispetto ai quali non sono gradite sanzioni economiche 16 di importanti mercati) e senza subire le noiose reprimende delle istituzioni occidentali riguardo al rispetto dei diritti delle minoranze. Ormai lontano il cosiddetto “spirito di Pratica di mare”, che tante soddisfazioni aveva dato nel 2002 all’allora Presidente del Consiglio Berlusconi a seguito dell’istituzione del consiglio Russia-Nato, che sembrava prefigurare la possibilità di una forte collaborazione internazionale dell’asse Russia-Usa-UE, poi gravemente compromessa dai conflitti in Georgia ed in Ucraina, si assiste oggi ad un nuovo protagonismo russo sulla scena internazionale, nel cui ambito sembra rientrare un’azione diretta ad indebolire l’Unione europea in quanto tale. Costanti infatti appaiono le scelte di campo (in genere non esplicite ma sostanziali) del Cremlino a favore delle forze politiche euroscettiche, in occasione delle recenti consultazioni elettorali nei Paesi della UE, a partire dal referendum sulla Brexit, per passare alle elezioni In Austria, Olanda e Francia.

Forti rimangono i dubbi, ad esempio, sulla provenienza di misteriosi attacchi cibernetici subiti dai computer, oltre che del partito democratico americano, anche dello staff elettorale di Emmanuel Macron alla vigilia delle elezioni: attacchi cibernetici dietro cui vi sarebbero hacker manovrati dalla Russia, secondo quanto dichiarato, fra gli altri, dai responsabili dei servizi americani. Un intervento, quello operato attraverso le reti informatiche, obiettivamente preoccupante per ogni cittadino che ami le proprie libertà e voglia giustamente difenderle, a partire dalla privacy. La possibilità che operatori cibernetici entrino nei computer dei privati, delle organizzazioni democratiche, delle istituzioni, per carpire e modificare dati, è attualmente una delle forme più gravi di interferenza sulla stessa sovranità degli Stati, per cui l’impegno alla difesa da questo tipo di minacce dovrebbe essere uno degli obiettivi prioritari delle società democratiche.

Analogamente, lo strumento dell’informazione, e del suo utilizzo al fine di influenzare l’opinione pubblica, è ormai considerato di importanza fondamentale dalle diplomazie, al punto che l’Alto rappresentante per la politica estera, Federica Mogherini, su richiesta dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione europea, ha deciso di costituire un “East StratCom Team” per favorire una migliore comunicazione, in particolare rivolta ai Paesi interessati alle politiche di vicinato dell’Unione europea (Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Georgia, Moldova e Ucraina) ed affrontare l’esigenza di contrastare le campagne di disinformazione provenienti da fonti russe, in particolare attraverso i cosiddetti social media.

Grandi manovre dunque attorno all’espressione del voto del popolo francese, con un tema di rilevanza esiziale per il futuro della Francia e dell’Europa: la scelta a favore o contro lo sviluppo del processo di integrazione europea in un 17 momento fortemente critico, segnato, oltre che dal voto inglese sulla Brexit, dalla preoccupante ascesa delle forze populiste in molti Paesi europei. I risultati delle urne francesi, premiando il candidato che aveva posto l’Europa al centro della sua campagna elettorale, segnano una decisa fermata d’arresto rispetto alle manovre, esplicite o sotterranee, volte ad indebolire l’Unione europea. I festeggiamenti per la vittoria di Macron, iniziati con le note dell’Inno alla gioia e proseguiti con quelle della Marsigliese, segnano, insieme ad un incoraggiante rilancio dell’integrazione, anche una riaffermazione di sovranità per i popoli europei.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    La saggezza popolare ci ricorda, con il famoso detto “da cosa nasce cosa”, che la nostra vita è in continuo divenire: movimento legato alle nostre azioni, negative o positive che siano, e alle conseguenze che esse determinano. Ogni gesto, ogni iniziativa che parte dalla nostra volontà è dunque importante per modificare, e qualche volta trasformare, la realtà che ci circonda. Se ciò non avviene, tutto rimane immobile, e il tempo erode velocemente le cose visibili e invisibili  che la storia ci ha consegnato.

Il 7 agosto 2012 (http://www.garibaldini.org/2012/08/fratello-tra-i-fratelli/), grazie all’iniziativa di Cinzia Dal Maso e della discendente di Paolo Narducci, Mirna Verger, sostenuta dal marito Carlo De Angelis, è iniziato  un percorso di memoria che si è concluso il 6 maggio 2017 al Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina di Porta San Pancrazio in Roma. Percorso di memoria che l’Associazione Garibaldini per l’Italia ha voluto sostenere e portare a compimento attraverso la donazione al suddetto Museo, ricevuta a sua volta dagli eredi del primo caduto della Repubblica Romana, della Corona mortuaria e dei quadri raffiguranti  Paolo Narducci e la madre Teresa Maciucchi.

Da cosa nasce cosa, dicevamo, e così è stato, malgrado la scomparsa del nostro indimenticabile Vice-Presidente Alberto Mori – presente nel 2012 alla tumulazione presso il Sacrario dei caduti per Roma dell’urna contenente i resti del Narducci – che ci ha spinto ad istituire in sua memoria un concorso dedicato alle scuole primarie, proprio in ricordo di quel 30 maggio 1849 in cui cadde il giovanissimo Tenente di artiglieria. Iniziativa che la Dott.ssa Mara Minasi, responsabile del Museo della Repubblica Romana , ha accolto con entusiasmo, guidando gli studenti nel percorso museale degli ultimi quattro anni.

E per iniziativa della stessa Mara  Minasi, lo scorso 6 maggio 2017, in una cerimonia semplice ma intensa in cui erano presenti gli attori di questo percorso di memoria storica,  le musiche risorgimentali ben eseguite dal duo Gabriella Antonucci – Marco Quintiliani e l’ode a Paolo Narducci declamata con energia dal Bersagliere Arnaldo Marini, i quadri e la corona di Paolo Narducci, egregiamente restaurati dalla Sovrintendenza Capitolina, sono stati finalmente esposti  alla cittadinanza. Così, le vicende di quegli anni rivoluzionari che furono il 1848-49 si arricchiscono di un’ulteriore esempio di virtù patriottica, altrimenti sconosciuta ai più, su cui le giovani e giovanissime generazioni potranno contare per arricchire la loro formazione.

Paolo Macoratti

Qui sotto il link dell’articolo di Maria Rosaria Spadaccino sull’edizione romana del Corriere della Sera

http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/17_maggio_07/repubblica-romana-primo-cadutoera-ragazzo-neppure-vent-anni-1f28b004-3293-11e7-bf87-d76175960c8d.shtml

 

 

      Con questo articolo, corredato da interessanti illustrazioni, scritto dal collezionista e ricercatore storico Leandro Mais, intendiamo mettere in evidenza alcuni documenti che furono determinanti nel processo di unificazione italiana: i Buoni patriottici.  Senza una costante proposta per la raccolta di fondi, e dunque senza una corale partecipazione dei sottoscrittori, non si sarebbero potute finanziare le campagne dei volontari; volontari che necessitavano di tutto, dal vestiario alla  logistica, dal cibo agli armamenti. Ringraziamo Leandro Mais per averci dato l’opportunità di pubblicare in esclusiva questo prezioso materiale.

QUANDO, COME E PERCHE’ NACQUERO I BUONI PATRIOTTICI GARIBALDINI OVVERO “SOTTOSCRIZIONE PER IL MILIONE DI FUCILI”

Di questi buoni patriottici, molto stranamente, se ne è parlato pochissimo da parte degli storici, mentre qualche notizia si è saputa solo da parte di poche persone,  perché attratte dall’intereresse  collezionistico. Ciò è veramente incomprensibile in quanto il loro valore è primariamente quello storico e poi quello commerciale. Infatti se si escludono le notizie che riguardano i due centri “di soccorso a Garibaldi” del 1860, ovvero quello di Bertani a Genova e l’altro di Finzi e Besana a Milano, di tutte le altre Campagne garibaldine (Aspromonte e Mentana) non ne è stata data quasi nessuna notizia. Se poi consideriamo l’assoluta mancanza del motivo della loro realizzazione e scopo, allora ci rendiamo conto che questi storici documenti appartengono veramente ad una storia dimenticata.

Lo scopo per cui furono progettati era quello di raccogliere una somma tale da poter acquistare il necessario per l’attuazione di una Campagna militare (vestiario, armi, cibarie ecc.). Ciò che è meno noto (per quanto riguarda i soli buoni patriottici garibaldini, ovvero sottoscrizione per un milione di fucili, i soli che qui vengono trattati) è la loro iniziale apparizione.

Nella pubblicazione “Pavia e la spedizione dei Mille” – Comune di Pavia – 1960 a cura di Mino Milani, si precisa che la prima sottoscrizione di un milione di fucili, iniziata da Garibaldi con 5 mila franchi a Cremona, è stata versata dal Sig. G.B. Maggi di Pavia il 6 ottobre 1859, per lire italiane  2.46. La denominazione di questi buoni – Sottoscrizione Nazionale per l’acquisto di un milione di fucili –  fu per la prima volta così ideata dallo stesso Garibaldi il 15 settembre 1859 a Bologna (come si legge in “Giuseppe Garibaldi in Romagna” di Marcello e Walter Berti – luglio 1982 pag. 155). Un documento ove già sono citati questi buoni di sottoscrizione patriottica, è la lettera che Garibaldi scrive al patriota Malenchini di Livorno da Fino Mornasco il 27 gennaio 1860 e che viene qui riprodotta nella foto n° 1.

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Prima di trattare la descrizione dei buoni garibaldini vorrei chiarire che le date della loro emissione avvennero negli anni precedenti le Campagne del 1860, 1862, 1867, mentre la realizzazione grafica veniva eseguita in  località diverse, in quanto costituita da differenti illustrazioni. Da tener presente che per notevoli importi la sottoscrizione veniva documentata attraverso una ricevuta che il collettore rilasciava al donatore, regolarmente datata e firmata per l’importo totale.

Un documento di questo genere, che riveste un’importanza storica per il nome del sottoscrittore, è quello datato 25 ottobre 1859, nel quale si attesta il versamento di £ 300 da parte del maestro Giuseppe Verdi (Museo Casa-Verdi Busseto). Alla stessa data il Maestro Verdi anticipò la somma di £ 3.500 per “l’acquisto di cento fucili di fabbricazione inglese” (come riportato a pag. 337/338 del libro “Giuseppe Verdi – un mondo da scoprire”, di Antonino Colli – Tip. Lalitotipo s.r.l. – Settimo Milanese – 1998 – Banca Popolare Milano).

 Per quanto riguarda i sopracitati centri di aiuto a Garibaldi, ovvero il fondo per il “milione di fucili” gestito dai Sigg. Finzi e Besana con sede in Milano (sotto l’influenza monarchico-liberale) e di quello”Soccorso a Garibaldi” (di derivazione mazziniana-garibaldina) diretto in Genova dal Dr. Agostino Bertani, dirò solamente che al primo appartiene un buono da “abusive italiane £ 1″ di colore azzurrino con bollo nero tondo con al centro lo scudo coronato sabaudo (mm 100xH mm 45 – foto n°2); mentre al secondo appartiene un buono costituito da un piccolo cartoncino coll’effige di Garibaldi in camicia rossa nella parte superiore, ed in basso un tricolore con la scritta nella parte centrale bianca: “Soccorso a Garibaldi”, senza riferimento dell’importo; nel retro:”Soccorsi per la Sicilia”, ed a mano il numero e la serie (mm. 24 x H mm. 45 – Foto n°3). 

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Da tener presente che questi buoni, anche se non hanno la dicitura “un milione di fucili” devono considerarsi tali in quanto il denaro raccolto fu inviato a Garibaldi in Sicilia nel 1860. Di questi due importanti centri di sottoscrizione patriottica esiste, di notevole importanza storica, il resoconto della gestione di cassa. Altra emissione sempre a favore del “milione di fucili” è quella emessa dal Centro Romano negli Stati Pontifici (e quindi emessi alla macchia). La serie è di tre importi di Baiocchi 20, 30 e 50, carta bianca – uguale formato – recano tutti due bolli neri: uno ovale piccolo: “C R” (Comitato Romano) più un bollo ovale grande con la figura della lupa allattante i gemelli (mm. 133 x H mm. 130 – foto n°4).

In data 26 gennaio 1860 vengono emessi due valori da:” 1 oncia d’oro”, “1/4 di pezzo forte” stampati in Montevideo con le sottoscrizioni degli Italiani dell’Uruguay. Questi due buoni sono di uguale formato e di uguale disegno (mm.210 x H mm. 160 . foto n° 5); in alto al centro busto di Garibaldi in divisa di Generale sardo-piemontese con i nomi delle vittorie garibaldine:” Roma – Luino – Varese – Como”. Nel retro lunga scritta sui motivi dell’emissione dei suddetti buoni. Questi sono di rarità eccezionale (Vedi articolo su Gazzettino Numismatico – luglio/agosto 1972 – Antonietta Bistoni. “Carta moneta patriottica” – pag. 24/26).

I buoni di sottoscrizione per la Campagna mirante al riscatto di Roma e Venezia, che doveva terminare nello scontro fratricida di Aspromonte del 29 Agosto 1862, furono preparati l’anno prima e se ne conoscono tre tipi differenti. Il primo è il più comune dei tre e ha un valore di cent. 25, stampato in carta bianca con una bella immagine simbolica che raffigura Garibaldi in piedi incoronato dall’Italia, e in basso ai due lati i simboli di Roma e Venezia (la Lupa e il Leone). In alto la scritta  in tre righe: “Italia una e Vittorio Emanuele / Associazione dei Comitati di Provvedimento / Preside Garibaldi” e una stella raggiante. In basso: ” Fondo sacro al riscatto di Roma e Venezia”. Questo artistico disegno è stampato in litografia dalla Ditta Armanino di Genova (mm. 156 x mm 215 – foto n° 6). Il secondo buono, realizzato su cartoncino bianco, molto più raro del precedente, ha il valore di 1 franco. Vi è riprodotto in nero una immagine geografica dell’Italia nella quale spiccano, completamente in nero, il Lazio e  il Veneto. In alto la scritta: “Stella di Garibaldi”; sotto: “Unità – Libertà (mm. 90 H mm. 129 – foto n° 7)

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Il terzo buono si può considerare fino ad oggi sconosciuto poiché ne sono stati rinvenuti solamente 5 esemplari nell’archivio del Dott. Enrico Albanese di Palermo (il garibaldino che per primo soccorse Garibaldi dopo la ferita d’Aspromonte e che fu anche uno dei collettori delle sottoscrizioni a favore di Garibaldi). La particolarità di questi buoni è la realizzazione eseguita a mezzo fotografico che permetteva una più rapida stampa ed anche più economica. Trattasi di foto formato ‘carte de visite’ che riproduce la litografia di Garibaldi e Mazzini entro corona di alloro e quercia, recante in basso due braccia incrociate: una con una penna e l’altra con la spada (simboleggianti il Pensiero e l’Azione). Nel retro a mezzo di tampone con inchiostro nero la scritta in quattro righe: “Soccorso / per / Roma e Venezia / F. 1″ (= franchi 1). Nel retro, in alcuni esemplari, è visibile il marchio di Alessandro Duroni di Milano, oppure Giulio Rossi – Milano ed altri anonimi (mm. 60 x H mm. 100 – foto n° 8).

Se la rarità dei Buoni descritti in precedenza è notevole, quella di cui accennerò ora si può considerare della massima rarità, in quanto unico fino ad oggi. Questo buono è stato realizzato molto semplicemente con caratteri a stampa nera senza alcun motivo ornamentale, e riporta la semplice richiesta di un altro “Milione di fucili” da parte di Garibaldi agli Italiani, nella forma di lettera aperta; la data è: “Caprera 6 Agosto 1863″. Il suddetto buono, proveniente dall’archivio del Dr. Enrico Albanese, reca nella parte inferiore il nome del sottoscrittore, della quota (£1) e della data di sottoscrizione (6 novembre 1864 – mm150 x H mm. 70 – foto n° 9). A proposito di questo buono, è interessante la lettera di Garibaldi al Dr Albanese datata “Caprera 3 Novembre 1863″, con la quale il Generale lo informa di “aver chiesto agli Italiani un altro milione di fucili…” (foto n° 10).

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  Dobbiamo invece arrivare agli ultimi mesi del 1866 per avere notizie della organizzazione dei “Comitati di Provvedimento per la liberazione di Roma” dal dominio papale con sede nella nuova capitale di Firenze. Per questo scopo fu approntata una serie di tre valori: £ 5,25 e £ 100. Quest’ultimo buono fu autografato di mano del Generale dato il notevole importo a garanzia della restituzione stessa della somma. Potrà essere utile ricordare, come notizia storica, che il disegno di questi buoni si deve al pittore garibaldino Eugenio Agneni (combattente nel 1849 – 59 – 66 – 67), che fu anche il collettore, come risulta dal suo autografo apposto in diversi esemplari. Nel retro vi è una lunga scritta riguardante la motivazione di questa emissione (mm. 175 x H mm. 100 – foto n° 11)

A titolo di pura cronaca ricordo agli appassionati che gli esemplari di cui alle foto n° 5 – 8 – 9 sono stati esposti (considerati pezzi unici) insieme ad altri buoni patriottici vari alla mostra di Vicenza il 17/19 Ottobre 2003, e, successivamente, dal 22 Ottobre al 3 Dicembre nel museo del Risorgimento della stessa città. In questa particolare e interessantissima mostra, oltre al materiale di vari collezionisti privati, erano presenti rarissimi esemplari provenienti dalla collezione della Banca d’Italia.

di Anna Maria Isastia (da www.eurit.it)

Giuseppe Garibaldi fu un uomo d’armi, ma anche un uomo di pace. Nella sua vita la pace e la guerra non erano alternative, ma al contrario, si intersecavano continuamente.  Rimase sempre fedele agli ideali cosmopoliti ed umanitari che indirizzarono tutta la sua vita e la sua attività.

Il suo internazionalismo si inserisce in un percorso coerente che ha le sue radici nel pensiero rivoluzionario europeo dell’età della restaurazione, in particolare nel sansimonismo. È sansimoniano anche l’impegno morale di mettersi a servizio del prossimo oppresso. Come dice lo storico Danilo Veneruso in un saggio del 1982: “Garibaldi nasce internazionalista e muore internazionalista passando per l’intero ciclo del principio nazionale”. Di pace e di federalismo in Europa si parla già negli anni quaranta dell’Ottocento e noi sappiamo che Garibaldi è al corrente dei dibattiti politici e culturali della sua epoca.  Dal 1859 al 1881 il sogno di una Europa confederata domina incontrastato nel pensiero di Garibaldi che diede a vari stati: Gran Bretagna, Francia, Svizzera, ma anche Italia, Belgio , Spagna il compito di porsi alla testa di un simile grandioso disegno

Il suo primo intervento a favore di una nuova organizzazione europea è del 1859. Siamo nel mezzo della seconda guerra d’indipendenza. Il regno di Sardegna insieme all’alleato francese ha sconfitto l’imperatore austriaco, tutta l’Italia è in fermento. Garibaldi dopo aver combattuto con i Cacciatori delle Alpi era stato messo a capo delle formazioni volontarie italiane in Romagna. In questo contesto, 30 agosto 1859, aveva scritto ad un amico inglese prospettandogli la sua idea di una confederazione tra Inghilterra Francia Italia Grecia Spagna Portogallo.   Mentre combatteva una guerra nazionale, Garibaldi superava l’ottica solo nazionale per guardare lontano ad un futuro auspicato. L’Italia ha un posto particolare nel suo cuore, ma lo spettacolo di inglesi, francesi, ungheresi che combattono e simpatizzano per il suo impegno a favore dell’indipendenza e dell’unificazione italiana è una realtà che lo colpisce profondamente. Nel 1860, nel pieno della Spedizione dei Mille per la liberazione della Sicilia e del meridione d’Italia dalla dinastia borbonica, Garibaldi si impegna ad interessare i capi di stato europei a mettere fine alle guerre per dedicarsi al benessere dei sudditi. Nel Memorandum alle potenze d’Europa di ottobre 1860 ( scritto nel Palazzo reale di Caserta subito dopo la battaglia sul fiume Volturno) egli chiede che i governi si facciano paladini dell’unificazione politica del continente che deve diventare un unico grande stato federale .   E’ il progetto di una Unione europea capace di riordinare dalle fondamenta i rapporti tra i popoli nel rispetto dei diritti di ognuno.

Memorandum: E’ alla portata di tutte le intelligenze, che l’Europa è ben lungi di trovarsi in uno stato normale e convenevole alle sue popolazioni. La Francia, che occupa senza contrasto il primo posto fra le potenze Europee, mantiene sotto le armi seicentomila soldati, una delle prime flotte del mondo, ed una quantità immensa d’impiegati per la sua sicurezza interna. L’Inghilterra non ha il medesimo numero di soldati ma una flotta superiore e forse un numero maggiore d’impiegati per la sicurezza dei suoi possedimenti lontani.  La Russia e la Prussia, per mantenersi in equilibrio, hanno bisogno pure di assoldare eserciti immensi.  Gli Stati secondari, non foss’altro che per ispirito d’imitazione e per far atto di presenza, sono obbligati di tenersi proporzionalmente sullo stesso piede.  Non parlerò dell’Austria e dell’Impero Ottomano dannati, per il bene degli sventurati popoli che opprimono, a crollare.  Uno può alfine chiedersi: perché questo stato agitato e violento dell’Europa? Tutti parlano di civiltà e di progresso….A me sembra invece che, eccettuandone il lusso, noi non differiamo molto dai tempi primitivi, quando gli uomini si sbranavano fra loro per strapparsi una preda. Noi passiamo la nostra vita a minacciarci continuamente e reciprocamente, mentre che in Europa la grande maggioranza, non solo delle intelligenze, ma degli uomini di buon senso, comprende perfettamente che potremmo pur passare la povera nostra vita senza questo perpetuo stato di minaccia e di ostilità degli uni contro gli altri, e senza questa necessità, che sembra fatalmente imposta ai popoli da qualche nemico segreto ed invisibile dell’umanità, di ucciderci con tanta scienza e raffinatezza.  Per esempio, supponiamo una cosa: Supponiamo che l’Europa formasse un solo Stato. Chi mai penserebbe a disturbarlo in casa sua? Chi mai si avviserebbe, io ve lo domando, turbare il riposo di questa sovrana del mondo? (…) La base di una Confederazione Europea è naturalmente tracciata dalla Francia e dall’Inghilterra. Che la Francia e l’Inghilterra si stendano francamente, lealmente la mano, e l’Italia, la Spagna, il Portogallo, l’Ungheria, il Belgio, la Svizzera, la Grecia, la Romelia verranno esse pure, e per così dire istintivamente ad aggrapparsi intorno a loro.  Insomma tutte le nazionalità divise ed oppresse; le razze slave, celtiche, germaniche, scandinave, la gigantesca Russia compresa, non vorranno restare fuori di questa rigenerazione politica alla quale le chiama il genio del secolo.

Dagli avvenimenti militari del 1859 e 1860 Garibaldi trae le premesse della possibilità per l’Europa di un avvenire di libertà e fratellanza da cui bisogna escludere i simboli della conservazione (Papato, Austria, Turchia) Abbattuti questi emblemi, l’Europa poteva strutturarsi dall’Atlantico agli Urali in una confederazione dove l’arbitrato internazionale avrebbe appianato tutte le controversie. Per Garibaldi dunque il passaggio dalla nazione all’Europa non è che la naturale conseguenza delle conquiste della rivoluzione, la forma più moderna della fedeltà alla causa di emancipazione collettiva e individuale che egli ha sempre servito.  Anche in questo caso troviamo una non piccola differenza tra il generale nizzardo e Giuseppe Mazzini. Mazzini è convinto della necessità di liberare prima tutte le nazionalità oppresse per ottenere poi la pace come naturale conseguenza della situazione di fraternità tra stati retti a repubblica. Garibaldi, più concreto e pragmatico, lavora contemporaneamente in tutte le direzioni, forse maggiormente consapevole dei tempi lunghi necessari al raggiungimento di certi obiettivi.

Nel 1862 Garibaldi organizza una nuova spedizione che partendo dal sud della penisola, dovrebbe raggiungere il Lazio per liberare Roma. La spedizione si concluse sulle montagne dell’Aspromonte in Calabria, ma a noi interessa il fatto che il 31 luglio 1862  il proclama di Garibaldi che tenta la liberazione di Roma inizia nel nome dell’Europa.  Ferito e fatto prigioniero, il 28 settembre 1862, dalla fortezza del Varignano, Garibaldi si rivolge alla “libera e generosa Inghilterra perché spinga Francia, Svizzera, Belgio e America a marciare sulla via umanitaria proponendo alla nazione Inglese la convocazione di un congresso mondiale che evitando le guerre possa giudicare dei contrasti insorti tra i vari paesi“. Un anno dopo, a settembre 1863, Garibaldi accetta la nomina a presidente di una Association pour la création de congrès démocratique che ha vita breve.  Nel luglio 1864, tornato dall’entusiasmante viaggio in Inghilterra che testimoniò al mondo intero la popolarità incredibile di cui godeva, Garibaldi ribadì il suo legame con gli ideali pacifisti scrivendo a Edmond Potonié fondatore della Ligue universelle du bien public:  “Votre entreprise est sainte. Les difficultés qui l’entourent augmentent le devoir de tous les amis de la fraternité des peuples de l’encourager de leur parole et de l’aider de tous leurs efforts. Si mon nom peut vous etre utile, il est à vous et à la cause à laquelle nous nous sommes consacrés“.

Nella primavera del 1867 il suo nome si mescolò a quello di tanti altri personaggi che si mobilitarono contro il pericolo di una guerra europea. La stampa dell’epoca diede risalto ai suoi inviti ad imitare gli operai di Parigi e di Berlino che avevano votato mozioni contro la guerra: ”Sappiano una volta i popoli: che volendo concordi, essi possono rovesciare nella polvere per sempre il sacerdozio dell’ignoranza, ed il dispotismo che impedirono sin ora alle razze umane di affratellarsi“. Il 24 maggio aggiunse: “E’ tempo che le Nazioni si intendano senza bisogno di sterminarsi. E’ tempo che il ferro adoperato per terribili apparecchi di distruzione lo sia d’ora innanzi per macchine ed utensili giovevoli al popolo che manca di pane. E’ tempo infine che le classi laboriose e sofferenti di tutti i paesi, per mezzo di un concordato universale, eretto in Costituente, annunzino all’oligarchia disordinata, tumultuosa e battagliera che il tempo è finito!….. Compiamo ciò che essi non hanno giammai voluto: la fratellanza delle nazioni. E che il primo articolo del nostro patto sia: La guerra è impossibile tra fratelli”.

A giugno aderì al congresso di Ginevra, insieme ad altri democratici italiani come Giuseppe Dolfi, Giuseppe Mazzoni e Mauro Macchi. Interessante ricordare che tutti e quattro erano anche massoni. Il Comité central del 1867 volle dargli la presidenza onoraria del congresso. La sua popolarità, le sue dichiarazioni in favore della pace, i suoi stretti legami con tutto l’associazionismo democratico e massonico europeo ne facevano il candidato ideale.  Il comitato organizzatore scrisse: ”Ce nom est à lui seul le plus net des programmes. Il veut dire héroisme et humanité, patriotisme, fraternité des peuples, paix et liberté”. Garibaldi nella primavera estate del 1867 stava preparando la spedizione nell’Agro Romano, con la speranza di poter spazzare via anche l’ultimo residuo di territorio pontificio. Si voleva liberare Roma per farne la capitale d’Italia e concludere il processo di unificazione nazionale, riprendendo il progetto fallito nel 1862.  Ad agosto decise comunque di recarsi a Ginevra, spinto da quanti temevano le conseguenze del suo ultimo progetto militare, ma soprattutto attirato dall’enorme clamore che circondava ormai il programma di questo incontro, anche per la sua presenza. In altre parole, la notizia che Garibaldi avrebbe partecipato al congresso della pace aveva reso estremamente popolare tra i democratici l’iniziativa degli organizzatori.  Garibaldi ritenne anche che dal palcoscenico di Ginevra avrebbe potuto attaccare il papato, fare appello all’appoggio delle coscienze liberali europee nella lotta che egli stava per iniziare contro quella istituzione che egli considerava “nemica di tutti i popoli, causa prima di tutte le guerre, il più potente alleato di tutti i dispotismi“.  Può sembrare un controsenso presiedere un congresso di pace per parlare di guerra, ma lo stretto collegamento con la democrazia portava ad approdi differenti. Come scrisse il democratico Giuseppe Ceneri si trattava di condannare le cause che impediscono il raggiungimento della pace. Non era la pace dell’asservimento ad un potere dispotico quella che reclamavano i democratici europei, ma una pace duratura basata sulla libertà e sulla giustizia.

Garibaldi era sicuro di ottenere il massimo delle adesioni alla sua guerra contro il papa Pio IX che nel 1864 aveva emanato il Sillabo, un documento che in ottanta proposizioni condannava senza appello tutte le conquiste della rivoluzione francese e dell’Ottocento liberale. Il papa aveva detto di no alla libertà di stampa, di riunione e di associazione, al sistema rappresentativo e alla libertà delle coscienze. Bisognava abbattere il potere teocratico del papa, una “institution pestilentielle” per il generale nizzardo.  Agli inizi di settembre Garibaldi lascia Firenze seguito dall’interesse di tutta la stampa europea che si interroga sui motivi di questo viaggio non preannunciato. L’8 settembre arriva a Ginevra accolto in trionfo.  Il 9 settembre nella seduta di apertura dei lavori Garibaldi sottopose al giudizio del congresso una serie di proposizioni, in parte politiche e in parte religiose. Alcune entusiasmarono la platea, mentre altre sollevarono malumori e proteste.

1 – Tutte le nazioni sono sorelle
2 – La guerra fra loro è impossibile
3 – Le eventuali controversie saranno giudicate dal congresso
4 – I membri del congresso saranno nominati dalle società democratiche di ciascun popolo
5 – Ogni nazione avrà il diritto di voto al congresso, quale che sia il numero dei suoi membri
6 – Il papato, come la più perniciosa delle sette, è dichiarato decaduto
7 – La religione di Dio è adottata dal congresso e ciascuno dei suoi membri si impegna di propagarla in tutto il mondo

Era un po’ la sintesi del congresso, ma con un inserto religioso che sconcertò non poco i congressisti. Mentre infatti fu accolta da una vera ovazione la frase “la papauté, comme la plus nuisible des sectes, est déclarée déchue d’entre les institutions humaines”, fu invece poco apprezzata la proposta di Garibaldi di sostituire la religione delle rivelazioni con la religione della verità, della ragione e della scienza. Le proposte fatte da Garibaldi nel 1867 mostravano la maturazione del suo pensiero rispetto a quanto proposto nel 1860 e anticipavano i progetti di organizzazioni internazionali del Novecento.  Tutti i relatori intervenuti al congresso resero omaggio all’eroe e all’uomo. Garibaldi fu presente soltanto alle due prime sessioni di lavoro, ma si assentò proprio nel momento in cui cattolici e bonapartisti cercarono di affondare il congresso e la stampa locale diventava critica. La sua partenza, a congresso ancora aperto, diede motivo ad inquietudini e accuse di fuga. In realtà Garibaldi aveva fretta di tornare a Firenze per completare i preparativi per la spedizione armata nel Lazio.

A Jules Barni lasciò la seguente lettera: Mio caro Barni,  La Confederazione di tutte le libere democrazie che avete proclamato ieri procederà lentamente, ma procederà.  L’organizzazione di un’associazione universale e durevole degli amici della libertà, stabilita in permanenza a Ginevra, sarà un bel risultato per il congresso internazionale della pace.  Terminiamo la nostra missione democratica mondiale proclamando: la Religione universale di Dio, che ai preti Arbués e Torquemada sostituisce il sacerdozio dei Leibniz, dei Galilei, dei Keplero, degli Arago, dei Newton, dei Quinet, dei Rousseau ecc.  Avremo così imboccato il sentiero che ci deve condurre alla fratellanza dei popoli e cementare in modo durevole il patto della pace universale.  G. Garibaldi

Può sembrare singolare il fatto che Garibaldi celebri la pace e provochi la guerra a distanza di pochi giorni, eppure la Spedizione dell’Agro Romano dell’ottobre 1867 si pone ai suoi occhi come la naturale conseguenza della prima. Mentana dunque non si spiega senza Ginevra ed è lo stesso Garibaldi a scriverlo nelle sue <Memorie>. Il generale era andato a Ginevra per ottenere consensi e spiegare la sua guerra all’opinione pubblica democratica. Gli schiavi non avevano il diritto di muovere guerra ai tiranni? Ebbene gli schiavi erano i romani, i tiranni erano il papa e Napoleone III ed era giusto muovere loro guerra in nome della libertà.  Nell’autunno del 1867, durante la spedizione di Garibaldi, l’ormai anziano Carlo Cattaneo parlerà di Stati Uniti d’Europa facendo riferimento agli studenti francesi, tedeschi e spagnoli che si erano uniti alla spedizione.  Nei successivi congressi della Lega, Garibaldi continuò ad esercitare una notevole influenza anche se non partecipò più fisicamente ai lavori, insistendo perché si giungesse alla formulazione degli Stati Uniti d’Europa e all’arbitrato internazionale.  La caduta del Secondo Impero e la fine del potere temporale sembrarono il segno di un destino inarrestabile: sembrava che ci si stesse avvicinando all’Europa dei popoli.  La presenza di Garibaldi in Francia nel 1870-71 a difesa della fragile repubblica in guerra con la Germania apparve il coronamento di una vita spesa ad inseguire il concretizzarsi dei suoi ideali, ma la politica di potenza della Germania e la reazione conservatrice in Francia dimostrarono quanto fosse lontana la possibilità di una Europa unita.  Ma Garibaldi non sembra rinunciare ai suoi ideali. Nel 1872 scrive all’imperatore Guglielmo I invitandolo a non abusare della vittoria e ad organizzare un Congresso internazionale (una sorta di Onu).  In quello stesso 1872 scrive anche a Bismarck suggerendogli l’iniziativa di un Arbitrato mondiale che renda impossibili le guerre tra le Nazioni.
Gli ultimi anni Garibaldi li passa a Caprera affidando alla pagina scritta i suoi pensieri.  Nel suo ultimo romanzo il “Manlio” che descrive una lotta tra il bene e il male troviamo ancora una esaltazione dell’arbitrato internazionale, della fine delle guerre, dell’unione dei popoli visti come tappe sicure del progresso umano. I rapporti di Garibaldi con i responsabili della Ligue International de la paix et de la liberté rimasero ottimi. Nel 1877 il presidente Charles Lemonnier scriveva a Garibaldi per tenerlo informato della attività svolta e dei programmi per il futuro. “Prepariamo per il prossimo anno una grande Assemblea della pace e della libertà che dovrà tenersi a Parigi durante l’Esposizione universale. Speriamo che voi verrete a prendere il posto che vi è dovuto”.

Nel 1881, un anno prima della morte, in una lettera ad un deputato francese suo amico torna a ripetere:  ecco lo scopo che dobbiamo raggiungere; non più barriere, non più frontiere”.
Garibaldi dunque, pur avendo combattuto tutta la vita per il trionfo delle libere nazionalità, è anche un convinto assertore dell’unione dei popoli europei.  Per lui il passaggio dalla nazione all’Europa non è che l’ultimo e necessario atto delle conquiste della rivoluzione, la forma più moderna di fedeltà alla causa di emancipazione collettiva e individuale che egli ha sempre servito

da “Micromega del 25 – 11 – 2016″

Intervento di Roberto Scarpinato

Il mio dissenso nei confronti della riforma costituzionale è dovuto a vari motivi che, per ragioni di tempo, potrò esplicare solo in piccola parte.
In primo luogo perché questa riforma non è affatto una revisione della Costituzione vigente, cioè un aggiustamento di alcuni meccanismi della macchina statale per renderla più funzionale, ma con i suoi 47 articoli su 139 introduce una diversa Costituzione, alternativa e antagonista nel suo disegno globale a quella vigente, mutando in profondità l’organizzazione dello Stato, i rapporti tra i poteri ed il rapporto tra il potere ed i cittadini.

Una diversa Costituzione che modificando il modo in cui il potere è organizzato, ha inevitabili e rilevanti ricadute sui diritti politici e sociali dei cittadini, garantiti nella prima parte della Costituzione.
Basti considerare che, ad esempio, la riforma abroga l’articolo 58 della Costituzione vigente che sancisce il diritto dei cittadini di eleggere i senatori, e con ciò stesso svuota di contenuto l’art. 1 della Costituzione, norma cardine del sistema democratico che stabilisce che la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Nella diversa organizzazione del potere prevista dalla riforma, questo potere sovrano fondamentale per la vita democratica, viene tolto ai cittadini e attributo alle oligarchie di partito che controllano i consigli regionali.
Poiché, come diceva Hegel, il demonio si cela nel dettaglio, questo dettaglio – se così vogliamo impropriamente definirlo – racchiude in se e disvela l’animus oligarchico e antipopolare che – a mio parere – attraversa sottotraccia tutta la riforma costituzionale, celandosi nei meandri di articoli la cui comprensione sfugge al cittadino medio, cioè a dire alla generalità dei cittadini che il 4 dicembre saranno chiamati a votare.

I fautori della riforma focalizzano l’attenzione e il dibattito pubblico sulla necessità di ridimensionare i poteri del Senato eliminando il bicameralismo paritario, questione sulla quale si può concordare in linea di principio, ma glissano su un punto essenziale: Perché pur riformando il Senato avete ritenuto indispensabile espropriare i cittadini del diritto – potere di eleggere i senatori?

Il bicameralismo così come lo volete riformare non poteva funzionare altrettanto bene lasciando intatto il diritto costituzionale dei cittadini di eleggere i senatori?
Perché questo specifico punto della riforma è stato ritenuto tanto essenziale da determinare addirittura l’epurazione dalla Commissione affari costituzionali dei senatori del Pd – Corradino Mineo e Vannino Chiti – che si battevano per mantenere in vita il diritto dei cittadini di eleggere i senatori?

Forse uno degli obiettivi che si volevano perseguire, ma che non possono essere esplicitati alla pubblica opinione, era proprio quello di restringere gli spazi di partecipazione democratica e di estromettere il popolo dalla macchina dello Stato?
Dunque secondo voi la ricetta migliore per curare la crisi della democrazia e della rappresentanza, è quella di restringere ancor di più gli spazi di democrazia e di rappresentanza?

Questo travaso di potere dai cittadini alle oligarchie di partito non riguarda solo il Senato, ma anche la Camera dei Deputati e viene realizzato mediante sofisticati meccanismi che sfuggono alla comprensione del cittadino medio.
La nuova legge elettorale nota come l’Italicum, che costituisce una delle chiavi di volta della riforma, attribuisce infatti ai capi partito e ai loro entourage il potere di nominare ben cento deputati della Camera, imponendoli dall’alto senza il voto popolare.

Questo risultato viene conseguito mediante il sistema dei capilista bloccati inseriti di autorità nelle liste elettorali presentate nei 100 collegi nei quali cui si suddivide il paese, e che vengono eletti automaticamente con i voti riportati dalla lista, senza che nessun elettore li abbia indicati.
Gli elettori potranno esprimere un voto di preferenza per un altro candidato oltre il capo lista, ma i voti di preferenza così espressi saranno presi in considerazione solo se la lista da loro votata avrà ottenuto più di cento deputati in campo nazionale, perché i primi cento posti sono bloccati per le persone “nominate” dai gruppi dirigenti del partito in base a particolari vincoli di fedeltà.

Così, per formulare un esempio, se una lista ottiene un totale nazionale di voti pari a 100 deputati, nessuno dei candidati scelti dagli elettori dal 101 in poi con il voto di preferenza potrà essere eletto alla Camera, perché tutti i posti disponibili sono stati esauriti.
Ora poiché il premio di maggioranza previsto dall’Italicum attribuisce al partito vincitore delle elezioni 340 deputati su 630, tutti i partiti della minoranza potranno portare alla Camera nel loro insieme complessivamente 290 deputati, e, quindi, ciascuno solo una quota di deputati intorno a 100 o ad un sottomultiplo di cento.
Il che significa che entreranno alla Camera per le minoranze solo i capilista bloccati, nominati dai capi partiti. Nessuno o quasi dei candidati scelti dagli elettori oltre i cento con i voti di preferenza, farà ingresso in Parlamento.
Ne consegue che ben due terzi dei cittadini italiani votanti, tanti quanti sono rappresentati dalla somma dei partiti della minoranza nell’attuale panorama tripolare nazionale, saranno di fatto privati del diritto di scegliere i propri rappresentanti alla Camera.

Se questa è la sorte riservata ai cittadini elettori delle minoranze, è interessante notare come il congegno dei cento capilista bloccati, unito ad altri, consegua poi l’ulteriore risultato antidemocratico di determinare una distorsione della rappresentanza parlamentare anche nel partito di maggioranza, e di realizzare una sostanziale abolizione della separazione dei poteri tra legislativo ed esecutivo.

Per spiegare come ciò si verifichi, occorre comprendere come opera il combinato disposto della riforma e dell’Italicum.
L’articolo 2 comma 8 dell’Italicum stabilisce: “I partiti o i gruppi politici organizzati che si candidano a governare depositano il programma elettorale nel quale dichiarano il nome e il cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica”. In questo modo il voto per la forza politica “che si candida a governare” è anche il voto per il “capo della forza politica” che si candida a divenire il capo del governo, in contrasto con l’art. 92 della Costituzione, rimasto inalterato, che ne affida la nomina al Presidente della Repubblica sulla base delle indicazioni dei gruppi parlamentari. Come è stato osservato, sarà ben difficile non solo la nomina di una persona diversa, ma perfino la sfiducia, destinata inevitabilmente a provocare lo scioglimento della Camera.

Ciò posto, tenuto conto che, come accennato, l’Italicum attribuisce alla medesima oligarchia di partito che esprime il leader della forza politica candidato a capo del governo, la possibilità di nominare cento deputati della Camera, è evidente che tale gruppo oligarchico nominerà capilista, e quindi deputati ipso facto, tutti i componenti del gruppo ed i fedelissimi del leader.
Si tratta di un numero di deputati che già di per se attribuisce al futuro capo del governo la Golden share per il controllo della maggioranza alla Camera dei deputati, perché equivale a circa un terzo dei deputati eleggibili dal partito.

Qualunque studioso di diritto societario sa bene che l’amministratore delegato di una azienda che detiene un terzo della quota azionaria, è in grado di controllare l’intera azienda. Ma non finisce qui. Il leader futuro capo del governo ed il suo entourage dopo avere nominato 100 deputati, tanti quanti sono i collegi elettorali del paese, sono gli stessi che formano la lista degli altri candidati non bloccati, per i quali gli elettori hanno la possibilità di esprimere una preferenza o due a condizione che si votino candidati di sesso diverso.

La riforma costituzionale non prevede alcuna norma che imponga (così come, ad esempio, l’art. 21 della Costituzione tedesca) che l’ordinamento interno dei partiti debba essere conforme ai princìpi fondamentali della democrazia e che garantisca, di conseguenza, una selezione democratica dei candidati da inserire nelle liste elettorali. Dunque la stessa oligarchia partitica che elegge se stessa con il sistema dei 100 capilista bloccati, ha la possibilità di cooptare, inserendoli nella lista dei candidati votabili, solo personaggi ritenuti affidabili e obbedienti, escludendo dalla lista gli indipendenti e gli esponenti delle opposizioni interne, oppure relegandoli in posizioni marginali.

Ma non finisce qui. L’Italicum ha in serbo un altro congegno a disposizione delle oligarchie di partito per selezionare persone da cooptare nella maggioranza parlamentare del futuro capo del governo. Si tratta della possibilità di candidare la stessa persona in ben dieci diversi collegi contemporaneamente. Il candidato eletto in più collegi deve scegliere il collegio che preferisce. In quello in cui rinuncia, al suo posto viene eletto il candidato che ha ottenuto più voti di preferenza dopo di lui. Il gruppo oligarchico che esprime il leader futuro capo del governo ha in questo modo la possibilità di neutralizzare eventuali candidati espressi dai territori e ritenuti non affidabili, stabilendo che il candidato eletto in più circoscrizioni e fedele alla leadership, scelga la circoscrizione nella quale altrimenti al suo posto verrebbe eletto il candidato non gradito, che viene così escluso dalla Camera.

Grazie a questi congegni elettorali, lo stesso gruppo oligarchico che designa come capo del Governo il capo della partito di maggioranza, acquisisce la possibilità di controllare contemporaneamente sia il Governo che la Camera dei deputati.
Si realizza così un continuum tra Camera dei deputati e Governo espressione entrambi dello stesso gruppo oligarchico che abolisce di fatto la separazione dei poteri tra legislativo ed esecutivo, e la Camera si trasforma da organo espressione della sovranità popolare che controlla il governo dando e revocando la fiducia, in Camera di ratifica delle iniziative legislative promosse dal Capo del Governo, il quale è allo stesso tempo capo del partito di maggioranza.

Il capo del Governo/capopartito oltre ad avere una supremazia di fatto sulla Camera nei modi accennati, ha anche una supremazia istituzionale in quanto la riforma gli attribuisce il potere di dettare l’agenda dei lavori parlamentari con il meccanismo delle leggi dichiarate dal Governo di urgenza che devono essere approvate entro 70 giorni.
Interessante notare che la stessa corsia preferenziale non è prevista per le leggi di iniziativa parlamentare, così che il governo è in grado di colonizzare ancor di più l’attività legislativa del parlamento.

Alla sostanziale desovranizzazione del popolo, alla disattivazione della separazione tra potere esecutivo e potere legislativo e, quindi, del ruolo di controllo di quest’ultimo sul primo, si somma poi la disattivazione del ruolo delle minoranze che, sempre grazie all’Italicum, sono condannate per tutta la legislatura alla più totale impotenza, avendo a disposizione in totale solo 290 deputati rispetto ai 340 della maggioranza governativa.

E ciò nonostante che nell’attuale panorama politico multipolare, le minoranze siano in realtà la maggioranza reale nel paese, assommando i voti di due terzi dei votanti a fronte del residuo terzo circa, ottenuto dal partito del capo del governo.
Grazie alla lampada di Aladino del combinato disposto della riforma costituzionale e dell’Italicum, un ristretto gruppo oligarchico autoreferenziale in grado di auto cooptarsi prescindendo in buona misura nei modi accennati dai voti di preferenza espressi da una minoranza del paese, pari a circa un terzo dei votanti, che lo porta al potere, è in grado di divenire il gestore oligopolistico delle leve strategiche dello stato, cioè della Camera e del Governo.

Azionando sinergicamente tali leve, il gruppo nell’assenza di ogni valido contro bilanciamento è in grado di esercitare un potere politico-istituzionale di supremazia sugli apparati istituzionali nei quali si articola lo stato: dalla Rai, alle Partecipate pubbliche, agli enti pubblici economici, alle varie Authority, ai vertici delle Forze di Polizia, dei Servizi segreti, e via elencando. Si pongono così le premesse per realizzare uno spoil system generalizzato, finalizzato a garantire l’autoriproduzione del gruppo oligarchico mediante la nomina ai vertici degli apparati che contano solo persone di provata consonanza politica e fedeltà.

Tramite questi e molti altri sofisticati meccanismi che per ragioni di tempo non posso spiegare, si pongono così a mio parere le premesse per una transizione occulta da un repubblica parlamentare imperniata sulla sovranità popolare, sulla centralità del Parlamento e sulla separazione dei poteri, ad un regime oligarchico nel quale il potere reale si concentra nelle mani di una oligarchia che occupa il cuore nevralgico dello stato.

Per giustificare la sostituzione della Costituzione vigente con una nuova Costituzione, i promotori della riforma si sono appellati ad argomenti che si rivelano non ancorati alla realtà e che, proprio per questo motivo, suscitano, a mio parere, serie perplessità, giacché se le ragioni della riforma dichiarate non sono radicate nella realtà, se ne deve dedurre che vi sono altre ragioni che non si ritiene politicamente pagante esplicitare.

Si sostiene infatti che questa riforma sarebbe finalizzata a tagliare i costi della politica e sarebbe necessaria ed urgente per risolvere i problemi del paese. Quanto all’inconsistenza del primo argomento – cioè lo scopo di tagliare i costi della politica – non ritengo di dovermi soffermare. La Ragioneria dello Stato in una relazione trasmessa al Ministro per le riforme in data 28 ottobre 2014 ha stimato il risparmio di spesa conseguente alla riforma del Senato pari a 57,7 milioni di euro, una cifra ridicola rispetto al bilancio statale, e che potrebbe essere risparmiata in mille altri modi con leggi ordinarie senza alcuna necessità di stravolgere la Costituzione. Per esempio tagliando i costi della corruzione, i costi della evasione fiscale, invece di tagliare la democrazia.

Il secondo argomento dei sostenitori del Si è – come accennavo – che la riforma è necessaria ed urgente per risolvere i problemi del paese, in quanto il bicameralismo paritario determina una patologico rallentamento del processo legislativo, ed in quanto l’attuale assetto costituzionale impedisce una governabilità del paese agile, flessibile, necessaria per reggere le sfide della globalizzazione.

Se questo è lo scopo dichiarato, non risulta che siano stati indicati dai fautori del Si i problemi del paese che sarebbero stati causati in passato dalla farraginosità dei meccanismi istituzionali previsti dalla Costituzione vigente e che, invece, troverebbero immediata soluzione con la riforma della Costituzione.

Forse la completa assenza di una politica industriale che perdura da oltre un quarto di secolo e a causa della quale dal 2008 ad oggi sono passati al capitale straniero più di 500 marchi storici di tutti i settori strategici dell’industria nazionale?
Dall’elettronica, alle automobili, alle comunicazioni, agli elettrodomestici, alle ferrovie, all’aerospaziale, all’agroalimentare, alla moda, l’elenco dei marchi passati al capitale straniero da la sensazione di una silenziosa Caporetto nazionale: Pirelli, Pininfarina, Indesit, Ansaldo Breda, Italcementi, Edison, Buitoni, Parmalat, Fendi, Bulgari, Gucci, Valentino, etc 

Forse la disoccupazione giovanile che raggiunge livelli record in ambito europeo e l’emigrazione all’estero di centinaia di migliaia di giovani laureati che nel nostro paese non hanno alcun futuro?
Forse la gigantesca evasione fiscale (la terza del mondo dopo Messico e Turchia) con un mancato introito per le casse dello stato che mette in ginocchio l’erogazione dei servizi sociali?

Ciascuno può allungare a piacimento la lista dei gravi problemi nei quali versa il paese e che lo stanno avvitando in una spirale di declino che sembra senza fine, e stilare dal suo punto di vista una diversa gerarchia della gravità di tali problemi.
Ma pur nella diversità delle opzioni, un fatto è certo: nessuno di questi problemi è addebitabile al bicameralismo paritario e alla Costituzione del 1948. Una classe dirigente che si è rivelata inadeguata a reggere le sfide della complessità e che si è resa responsabile del declassamento economico e sociale del paese, ora tenta di scaricare le proprie responsabilità sul capro espiatorio di una Costituzione del 1948 che nulla ha da spartire con le cause della crisi economica. 

Non basta. Gli uffici studi del Parlamento hanno documentato quanto sia priva di fondamento nella realtà la narrazione dei sostenitori del Sì secondo cui il bicameralismo paritario avrebbe enormemente dilatato i tempi di approvazione delle leggi a causa della navetta tra la Camera dei Deputati ed il Senato, quando una delle due camere apporta modifiche ai progetti di legge approvati dall’altra.

In questa legislatura sono state sino ad oggi approvare 250 leggi di cui ben 200, pari all’80%, senza navetta parlamentare e solo 50 pari al 20% con rinvio di una Camera all’altra, a seguito di modifiche. I tempi medi approvazione delle leggi sono i seguenti: ogni legge ordinaria viene approvata in media fra Camera e Senato in 53 giorni; ogni decreto viene convertito in legge dalle due Camere in 46 giorni; e ogni legge finanziaria passa, con la “doppia conforme”, in 88 giorni.

Se una legge si incaglia in parlamento non è per colpa del pur discutibile bicameralismo paritario: ma dei dissensi politici dentro le coalizioni di maggioranza. È pur vero che vi sono leggi che invece sono state approvate in tempi molto lunghi. Ma se si approfondisce l’analisi si comprende bene che le ragioni di questi tempi lunghi non sono attribuibili al bicameralismo paritario, ma a ben altre ragioni di ordine politico non sempre commendevoli. La legge sulla corruzione, per esempio, ha ottenuto il via libera dal Parlamento dopo ben 1546 giorni.

Dunque ricapitolando le ragioni addotte dai sostenitori del Si per sostenere la necessità di questa riforma non trovano riscontro nella realtà.
Possiamo concludere che non è affatto vero che esiste una crisi di governabilità del paese che è una concausa importante della grave crisi economica nella quale ristagniamo?
Non possiamo affatto sostenerlo.
Anzi dobbiamo ammettere che esiste certamente una reale grave crisi di governabilità che ha causato ed aggrava la crisi.

Quel che merita riflessione, dal mio punto di vista, è che si addebita la crisi di governabilità alla Costituzione vigente e si tacciono invece alla pubblica opinione le vere cause strutturali di tale crisi di governabilità, che possono essere ignote al cittadino comune, che possono essere sconosciute ai tanti giuristi in buona fede che non conoscono quale sia il reale funzionamento della macchina del potere oggi, ma che, invece, non possono essere ignote a coloro che hanno ideato questa riforma.

Quali sono dunque le reali cause che ostacolano la governabilità nel nuovo scenario macro politico e macroeconomico venutosi a creare nella seconda repubblica per fattori nazionali e internazionali verificatisi dalla seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso?

La risposta a questa domanda presuppone che si abbia ben chiaro quali siano gli strumenti indispensabili per governare la politica economica di un paese e che sono essenzialmente tre. La potestà monetaria, cioè il potere di emettere moneta e obbligazioni di Stato. La potestà valutaria, cioè il potere di svalutare la moneta nazionale in modo da fare recuperare margini di competitività all’economia nazionale nei periodi di crisi. La potestà di bilancio, cioè il potere di finanziare il rilancio dell’economia mediante spesa pubblica in deficit, senza attenersi alla regola del pareggio tra entrate ed uscite. In assenza di questa fondamentale cassetta degli attrezzi, non è possibile governare la politica economica di un paese.

L’esempio più evidente si trae dall’esperienza degli strumenti messi in campo dall’amministrazione americana per gestire e superare la crisi sistemica verificatasi dopo l’esplosione della bolla dei mutui subprime.
L’amministrazione statunitense ha contemporaneamente azionato la leva della potestà monetaria autorizzando la Fed ad iniettare ogni mese 80 miliardi di liquidità nell’economia reale, la leva della sovranità valutaria svalutando il dollaro rispetto ad altre monete, la leva infine della potestà di bilancio, finanziando con il deficit di bilancio statale politiche di spesa per il rilancio dell’economia. Solo grazie a telai manovre, l’economia statunitense è uscita dal guado. Veniamo ora al nostro paese. Perché il governo italiano nello stesso periodo non ha azionato le stesse leve felicemente azionate dall’amministrazione statunitense? Forse perché ha commesso un errore di diagnosi? Perché ha ritenuto di dovere seguire un’altra strategia? No, semplicemente perché non ha potuto.

Non ha potuto perché le tre potestà fondamentali per gestire il governo dell’economia del sistema Italia – potestà monetaria, potestà valutaria, potestà di bilancio – non sono più azionabili dal governo italiano essendo state cedute ad organi sovranazionali: la Commissione europea e la Bce, componenti insieme al Fondo monetario internazionale della c.d. Troika, santuario del pensiero unico neoliberista.

In altri termini il governo non ha potuto azionare quelle leve per un deficit di governabilità nazionale determinato non dalla Costituzione del 1948, come sostengono i fautori del Si, ma dai trattati europei firmati dal 1992 in poi. Il deficit di governabilità così venutosi a determinare è a sua volta il frutto di un grave deficit di democrazia. Infatti le leve fondamentali per governare la politica economica nazionale, non sono state cedute al Parlamento europeo o ad altro organo espressione della sovranità popolare, ma sono state cedute agli organi prima menzionati – la Commissione europea, la Bce (e per certi versi il Fondo monetario internazionale) – privi di legittimazione e rappresentanza democratica, disconnessi dalla sovranità popolare ma fortemente connessi invece ai grandi centri del potere economico e finanziario. 

Connessione questa dimostrata in modo inequivocabile dalla biografia di tanti soggetti che in tali organi hanno rivestito e rivestono ruoli decisionali strategici e che provengono dalle strutture apicali delle più grandi banche di affari internazionali, o che a fine del loro mandato vengono assunti da tali banche e da potenti multinazionali come consulenti o top manager.
Non risponde a realtà dunque, come affermano i sostenitori del Si, che la politica ha perduto il controllo sull’economia a causa dell’ inefficienza delle procedure decisionali previste dall’attuale Costituzione che, dunque, sarebbe bene riformare votando Si al prossimo referendum del 4 dicembre.

La politica, o meglio la democrazia, ha abdicato al suo ruolo, quando ha consegnato gli strumenti della sovranità a ristrette oligarchie arroccate in centri decisionali impermeabili alla volontà popolare, ma fortemente permeabili ai diktat dei mercati, o meglio alle potenze economiche che governano i mercati.

Una esemplificazione concreta e recente dei risultati di questa abdicazione della politica al potere economico e dei modi nei quali oggi viene gestito il potere reale si ricava dall’esame della lettera strettamente riservata che in data 5 agosto 2011, il Presidente della Bce inviò al Presidente del Consiglio dei Ministri italiano, dettandogli una analitica agenda politica delle riforme che il governo ed il Parlamento italiano dovevano approvare, specificando anche i tempi e gli strumenti legislativi da adottare.

Dalla riforma della legislazione sul lavoro, alla riforma della contrattazione collettiva, alla riforma delle pensioni sino alle privatizzazioni e alla riforma della Costituzione, è una summa del pensiero e delle strategie neoliberiste.
È impressionante verificare a posteriori come quell’agenda politica sia stata puntualmente realizzata – dalla riforma Fornero sino al Jobs Act – dai tre governi che si sono susseguiti dal 2011 ad oggi, e da maggioranze parlamentari composte in larga misura da persone nominate da ristretti vertici di partito.

Quel che appare ancor più significativo è che in quella stessa lettera del 5 agosto 2011, il Presidente della Bce sollecitava anche una riforma della seconda parte della Costituzione che è stata realizzata nel 2012 nella indifferenza e nella inconsapevolezza della sua reale portata, della opinione pubblica e del mondo dei giuristi.
Mi riferisco a quell’art. 81 della Costituzione che ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio, norma di matrice culturale neoliberista.

Una norma che ha introdotto un vero e proprio cavallo di Troia all’interno della cittadella costituzionale, perché impedisce di finanziare in deficit politiche economiche espansive di tipo keinesiano per superare le fasi di crisi aumentando la spesa pubblica, ed impone quindi come unica soluzione alternativa obbligata il taglio della spesa pubblica ai servizi dello Stato sociale, determinando così l’impoverimento delle masse popolari, la riduzione della loro capacità di spesa, la caduta della domanda aggregata interna e l’avvitamento della spirale recessiva.

La vicenda in parola dimostra quanto siano infondate tutte le argomentazioni dei sostenitori del Si secondo cui la Costituzione va riformata perché quella attuale rallenta l’iter legislativo e impedisce la governabilità.
Tutte le leggi indicate dalla BCE sono state approvate in tempi rapidissimi con un doppio passaggio parlamentare. La Salva-Italia di Monti e Fornero fu approvata in appena 16 giorni.
La legge costituzionale sul pareggio di bilancio obbligatorio fu approvata addirittura in cinque mesi (con quattro votazioni Camera-Senato-Camera-Senato).

La vicenda esposta costituisce una concreta esemplificazione del reale modo di essere del potere oggi e di come oligarchie partitiche insediate al governo e in grado di controllare il parlamento, possano divenire la cinghia di trasmissione della volontà politica di centri decisionali esterni ai luoghi della rappresentanza popolare, attraverso itinerari informali che si sottraggono alla visibilità democratica.

Quella che ho appena esposto non è solo una vicenda del passato ma è una simulazione di come sarà esercitato il potere in futuro se questa riforma costituzionale dovesse essere definitivamente approvata.
Non si tratta di un processo alle intenzioni, non si tratta di dietrologia.
Nella relazione che accompagna il disegno di legge di riforma costituzionale, si legge testualmente che questa riforma risolverà tutti i problemi del paese, rimediando:

“l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea e alle relative stringenti regole di bilancio”
“le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale”

In altri termini l’abrogazione del diritto dei cittadini di eleggere i senatori e, in buona misura, i deputati, nonché il travaso di potere dal Parlamento al Governo che costituiscono il cuore e il nerbo della riforma, vengono invocati per assicurare la migliore consonanza ai diktat della Commissione europea, della Bce e alle pretese dei mercati.

In nome della esigenza di una totale subordinazione della politica all’economia. Il migliore inequivocabile riscontro che questo sia il reale obiettivo della riforma costituzionale, viene dalla sua sponsorizzazione entusiastica da parte delle più potenti banche di affari internazionali e delle altre cattedrali della finanza internazionale che in questi ultimi mesi sono scese in campo con tutta la loro forza di pressione per sostenere il fronte del si, e per intimidire gli indecisi minacciando sfracelli economici se la riforma dovesse essere bocciata dai cittadini il 4 dicembre. E mi pare meritevole di riflessione che queste finalità della riforma benché siano state dichiarate nella relazione che accompagna il disegno di legge di riforma costituzionale, non siano mai state utilizzate per sostenere le ragioni del Si nel corso di tutta questa campagna referendaria. Evidentemente i promotori politici della riforma ritengono controproducente proclamare a reti unificate che la riforma costituzionale risolverà tutti i problemi del paese, grazie al fedele esecuzione delle indicazioni provenienti dalla governance europea.

I Riformatori affermano di essere proiettati nel futuro, ma a me sembra che con questa riforma si rischi di riportare indietro l’orologio della Storia all’epoca del primo Novecento quando prima dell’ avvento della Costituzione del 1948, il potere politico era concentrato nelle mani di ristrette oligarchie, le stesse che detenevano il potere economico.
Era il tempo in cui lo Stato non godeva di alcuna considerazione perché era considerato un instrumentum regni nelle mani dei potenti e la legge, come insegnava Gaetano Salvemini, non godeva di alcun rispetto perché era percepita come la voce del padrone.

Quella triste stagione della storia è stata archiviata grazie alla Costituzione del 1948 che resta, oggi come ieri, l’ultima linea Maginot per la difesa della democrazia e dei diritti. Una Costituzione che nessuno ci ha regalato, che è costata lacrime e sangue, come ci ricorda Piero Calamandrei, uno dei padri della Costituzione del 1948, le cui parole pronunciate durante i lavori della Costituente nella seduta del 7 marzo 1947, sono da tenere bene a mente in questo delicato frangente della storia nel quale dovremo decidere sul futuro del paese, e mi sembrano le migliori per concludere il mio intervento:

“Io mi domando, onorevoli colleghi, come i nostri posteri tra cento anni giudicheranno questa nostra Assemblea costituente… credo che i nostri posteri sentiranno più di noi, tra un secolo, che da questa nostra Costituente è nata veramente una nuova storia: e si immagineranno… che in questa nostra Assemblea, mentre si discuteva della nuova Costituzione Repubblicana, seduti su questi scranni non siamo stati noi, uomini effimeri i cui i nomi saranno cancellati e dimenticati, ma sia stato tutto un popolo di morti, di quei morti, che noi conosciamo ad uno ad uno, caduti nelle nostre file, nelle prigioni e sui patiboli, sui monti e nelle pianure, nelle steppe russe e nelle sabbie africane, nei mari e nei deserti, da Matteotti a Rosselli, da Amendola a Gramsci, fino ai giovinetti partigiani [….] Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il grande lavoro che occorreva per restituire all’Italia libertà e dignità. Di questo lavoro si sono riservata la parte più dura e più difficile: quella di morire, di testimoniare con la resistenza e la morte la fede nella giustizia. A noi è rimasto un compito cento volte più agevole: quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste il loro sogno: di una società più giusta e più umana, di una solidarietà di tutti gli uomini, alleati a debellare il dolore. Assai poco, in verità, chiedono i nostri morti. Non dobbiamo tradirli”.   

* Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo. Intervento al Seminario di studi sulla Riforma della Costituzione svoltosi al Palazzo di Giustizia di Palermo il 22 novembre 2016 .

(24 novembre 2016)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Socio dal 2012 dei “Garibaldini per l’Italia”, Alcide si era presentato all’iscrizione con l’immancabile volume “Un repubblicano tra i Mille di Garibaldi”, da lui scritto in onore del garibaldino Stanislao Lamenza, di cui era discendente, e pubblicato nel 2010 dall’Editore Gangemi; libro che donava con dedica autografa a tutti coloro che fossero interessati al Risorgimento e alle imprese dei volontari guidati da Garibaldi.

             Nato a San Donato di Ninea (Cs) nel 1933, docente di materie giuridiche ed economiche, giudice onorario tributario in Roma e al tribunale dell’Aquila, Lamenza faceva parte del Collegio dei Probiviri dell’Associazione e aveva partecipato a quasi tutte le nostre iniziative, in camicia rossa e non, con lo spirito di un ventenne; lui, che aveva 83 anni e viaggiava in lungo e in largo per l’Italia: ora presente a convegni di studio, celebrazioni e concerti, ora impegnato a sciare sulle piste del trentino, o fare ricerche sulla vita del padre, ufficiale medico della Grande Guerra.

            Era un uomo forte Alcide, intelligente e colto, interessato a tutto ciò che potesse stimolare ed arricchire la sua incontenibile sete di sapere, ma anche persona gentile, rispettosa delle idee altrui e, soprattutto, generosa e disponibile a collaborare, ad aiutare chi ne avesse bisogno, con la gratuità propria della fratellanza garibaldina.

             Alcide Lamenza ci manca e ci mancherà; come ci mancano e ci mancheranno tutte quelle persone che hanno contribuito, nel tempo, ad arricchire la nostra esistenza di buoni esempi, ed aiutato a migliorare, in definitiva, la condizione umana. Ci mancherà la sua presenza e il suo sostegno alle Cerimonie in memoria della Repubblica Romana, di Villa Glori, dell’Aspromonte, di Monte Suello e di tutti i luoghi visitati e che progettavamo di visitare insieme per testimoniare la nostra riconoscenza a quei martiri che sacrificarono la vita perché noi potessimo vivere liberi in una terra libera. E libero è stato Alcide, nel pensiero e nell’azione.

 

Ciao, caro amico, un saluto fraterno da tutti noi  

Da MicroMega

di Raniero La Valle

Sulla “Repubblica” di domenica scorsa Michele Serra ha ripreso il mio intervento pubblicato su MicroMega dal titolo: “Il vero quesito: approvate il superamento della democrazia parlamentare?”. Egli si mostra d’accordo con la mia “spiegazione” secondo cui la Costituzione renziana è il punto d’arrivo di una restaurazione consistente nel trasferire la sovranità dal popolo ai mercati, concetto da lui definito “folgorante” per quanto è vero. Ma poiché ciò si sarebbe già realizzato da tempo, segnando una sconfitta della sinistra, nella quale lo stesso Serra si annovera, i trenta-quarantenni di oggi non farebbero che prenderne atto.

Secondo questa tesi la riforma Boschi-Renzi non farebbe che tradurre in norme questa nuova realtà, e questa sarebbe la ragione di votare “sì” a questa innocente proposta. Ne verrebbe dunque confermato che il popolo non è più sovrano, sovrani sono i mercati e la nuova Costituzione invece di permettere e promuovere la riconquista della sovranità al popolo, la consegnerebbe, irrevocabile, al Mercato. E poiché le Costituzioni sono destinate a durare, questa è la scelta che noi, sconfitti, lasceremmo a determinare la vita delle generazioni future. È molto sorprendente che questa posizione (implicita ma negata nella propaganda ufficiale) sia ora resa esplicita e formalizzata sulla pagina più autorevole della “Repubblica”. Certo, non c’è niente di disonorevole in una sconfitta politica.

Ma nel passaggio dello scettro dal popolo ai signori del Mercato non c’è solo la sconfitta della sinistra, c’è la sconfitta di tutto il costituzionalismo moderno e dello stesso Stato di diritto: il popolo sovrano è il cardine stesso della democrazia e della Costituzione. Mettere super partes la nuova realtà per cui esso è tolto dal trono, sottrarre questo mutamento alla lotta politica, accettarlo come un fatto compiuto e finale, non è solo un efficientismo da quarantenni, è una scelta. E se a farlo è la sinistra, non è solo una sconfitta, è una caduta nella “sindrome di Stoccolma”, è un suicidio, ma col giubbotto esplosivo addosso, che distrugge insieme alla sinistra la politica, la democrazia e la libertà.

25 ottobre 2016

PRESENTAZIONI

Una raccolta di lettere (50 edite, 99 inedite, 3 documenti) autografe provenienti dalla collezione Leandro Mais di Roma, corredata da 106 nomi citati, 80 note biografiche, 59 icone fotografiche, 38 illustrazioni. L’indole fiera e battagliera del patriota, capace di sovvertire il mondo e rimanere fedele ai più alti valori del progresso civile e sociale dell’umanità, in un epistolario inedito in cui emergono le grandi virtù dell’Eroe dei due mondi. Un libro utile per storici e ricercatori, ma anche per politici, insegnanti, studenti e famiglie.

Giovedì 29 settembre 2016, ore 17.00 - Roma, complesso del Vittoriano   Ingresso da via di San Pietro in carcere

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VIDEO PRESENTAZIONE

https://www.youtube.com/watch?v=4SIenmJvxbA&feature=autoshare

 

Venerdi 18 novembre 2016 - San Vito al Tagliamento (PN): ore 11.00 Auditorium Comunale e ore 18.00 Antico Teatro Sociale “G. Arrigoni”

Interventi: Dott. Antonio Di Bisceglie (Sindaco San Vito al T.) – Arch. Paolo Macoratti (Presidente Ass. “Garibaldini per l’Italia”) – Dott. Giuseppe Garibaldi (Presidente “Ist. Internaz. di Studi G. Garibaldi”) – Dott. Sclippa Pier Giorgio (Assessore Istruzione Comune San Vito al T.) – Gen. Pio Langella (Presidente Feder. sportiva”Fiamme Cremisi”)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sabato 17 Dicembre 2016, ore 16.00 – Roma : Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina

Dott. ssa Mara Minasi (Responsabile Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina) - Arch. Paolo Macoratti (Presidente Ass. “Garibaldini per l’Italia”) – Prof.ssa Anna Maria Isastia (Professore associato di Storia Contemporanea - Università “La Sapienza” – Roma)

 

 

 

 

 

 

VIDEO PRESENTAZIONE

https://www.youtube.com/watch?v=Pbyz2wqPNuM&t=276s

https://youtu.be/Pbyz2wqPNuM

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

      

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                   

 

 

 

                                                                                                                                                                                                                      

                                                                     

 

 


 

PRECISAZIONI  CIRCA IL TELEGRAMMA DELL’”OBBEDISCO

di Leandro Mais

 Su questo famoso autografo garibaldino che il giorno 9 agosto compie 150 anni, pensavo di aver chiarito ogni dubbio con l’articolo “Battaglia della Bezzecca: obbedisco! …..Ma la firma non è di Garibaldi” (15.6.2016 www. Garibaldini. Org.) – Nel sito “cultura garibaldina per l’Italia” (nella quale è possibile leggere l’articolo citato) in data 22 luglio 2016, il Sig. Antonino Zarcone dichiara “L’Ufficio storico custodisce il telegramma con cui Garibaldi conferma obbedisco. Stessa firma, Il telegramma è l’originale

  1. Che l’Ufficio Storico dell’Esercito conservi  il telegramma di ARRIVO A PADOVA con la trascrizione del testo inviato da Bezzecca  dall’anonimo telegrafista del R. Esercito era cosa già nota da tempo
  2. Stessa firma” (???)
  3. Il telegramma è l’originale” -Naturalmente si tratta dell’originale dell’ARRIVO A PADOVA
  4. Era firmato perché si compilava e si consegnava al telegrafista”  - il telegrafista di Bezzecca riceveva il testo autografo (di Garibaldi) e non lo trascriveva ma lo inviava a mezzo telegrafo (in questo caso al Comando Supremo di Padova dove l’anonimo telegrafista lo decifrava e lo trascriveva di suo pugno). Questo è il documento che tutt’ora è conservato all’Ufficio Storico dell’Esercito.

Lo stampato telegrafico sul quale Garibaldi scrisse di suo pugno il testo e la sua firma risulta già dal 1918 di proprietà del Comune di Roma. Infatti ciò si può vedere nel foglio del 9 agosto del libro-calendario giornaliero (365 fogli) stampato dall’Istituto Arti Grafiche di Bergamo, a cura dell’avvocato Tolla, a beneficio del Comitato Pro Esercito.

Successivamente questo originale  fu esposto nel 1932 alla Mostra garibaldina di Roma nel cinquantenario della morte di Garibaldi (Roma Palazzo delle Esposizioni di Via Nazionale; vedi  catalogo n° 6159) poi trasferito per volere del Capo del Governo alla sala garibaldina che precedeva quelle dedicate al ” X anniversario della Rivoluzione Fascista ” di Roma; da quest’ultima fu trasferito  all’Archivio  Centrale dello Stato di Roma  (E. U. R), ove ancora  oggi è conservato.

Inoltre nel libro “Garibaldi nel cinquantenario della sua morte” – Autori vari – Edizioni di “Camicia Rossa” – Roma 1932 X, sono raccolti diversi articoli riguardanti le gesta militari di Garibaldi. Pubblicato in occasione della Mostra Garibaldina del 50° della morte dell’Eroe, allestita nel mese di giugno in Roma nel Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale (con centinaia di cimeli) è presente l’articolo “Il genio guerriero di Garibaldi” di Francesco Saverio Grazioli (pag. 10), con la foto del telegramma dell’obbedisco (pag. 17); come si può leggere reca, sotto la didascalia, il Museo dove era conservato, ovvero il “Museo del Campidoglio – Roma”

Un altro chiarimento, sempre su questo storico telegramma, è necessario per quanto riportato dal “Secolo Trentino” del 4.8.2016 (pagina della cultura), presenti le pronipoti di Garibaldi, Anita e Costanza, testimoni della cerimonia a Bezzecca: “….L’archivio di Stato di Torino ha concesso negli scorsi giorni il via libera al prestito del telegramma originale redatto da Giuseppe Garibaldi il 10 (sic) agosto 1866 a Bezzecca….” . Da quanto già detto ed appurato possiamo affermare che quello esposto non è il telegramma originale di Garibaldi bensì il testo manoscritto dal Gen.le  La Marmora copiato dal telegramma d’arrivo a Padova  (conservato nell’Archivio Storico dell’Esercito).

E ancora, dall’articolo del Secolo Trentino: “… nobilitato dalla presenza di Elide Olmeda, pronipote del telegrafista Respicio Olmeda Bilancioni, che a Padova ricevette il telegramma con l’Obbedisco e lo consegnò al Gen.le La Marmora che poi lo diede al Re Vittorio Emanuele II …. ” Questa seconda notizia è stata completamente stravolta nella descrizione del fatto reale. Il garibaldino Respicio Olmeda Bilancioni (vedi foto 5 dell’articolo “Battaglia di Bezzecca : Obbedisco… ma la firma  non è di Garibaldi” - lapide murata sulla casa a San Giovanni di Marignano – Forlì),  il 9 agosto ( e non il 10) inviò da Bezzecca a mezzo telegrafo la risposta di Garibaldi al Comando Supremo di Padova. L’anonimo militare telegrafista lo trascrisse e, a sua volta, da questo ne fece copia il Gen.le La Marmora per portarlo al Re Vittorio Emanuele II. Questo è quello esposto a Bezzecca in questi giorni, prestato dall’Archivio Storico di Torino.

Per cui riassumendo :

1 – L’originale autografo di Garibaldi da Bezzecca è quello che si conserva presso l’Archivio Centrale di Stato di Roma

2 – Il telegramma in arrivo a Padova è quello che si conserva presso l’Archivio Storico dell’Esercito – Roma

3 – Copia autografa del Gen.le La Marmora è quello che si conserva presso l’Archivio di Stato di Torino

da Micromega online – Paolo Flores d’Arcais – 22 Giugno 2016

Parola di Renzi: “è stato un voto per il cambiamento, dunque dobbiamo accelerare con le nostre riforme”. Roba da matti! Nemmeno un dadaista in piena forma avrebbe potuto creare un “non sequitur” talmente ciclopico.
Riflettiamo appena appena (anche Renzi può arrivarci, magari con la sollecitazione di Filippo Sensi): il voto al M5S è stato effettivamente e ovviamente un voto per il cambiamento. Ma rispetto a cosa e a chi? Rispetto alla morta gora del “ventennio che non passa”, cioè l’impasto di berlusconismo a destra e inciucio a “sinistra”. Mentre le “riforme” di Renzi costituiscono esattamente l’inveramento e il compimento del progetto di regime berlusconiano, delle controriforme del pregiudicato di Arcore, in gran parte fermate per anni dalle lotte della società civile.
Jobs Act, riforma Rai, aggressione sistematica all’indipendenza della magistratura e edulcoramento di ogni legge anticorruzione a antimafia, leggi bavaglio, e infine controriforma costituzionale, sono berlusconismo puro. È il segreto di Pulcinella, lo ha ripetuto in forma schietta e comprensibile perfino a Serracchiani e Guerini una Pci>Ds>Pd inossidabile, ma alla fine disgustata e perciò lucida, Sabrina Ferilli.
Resta invece sbalorditivo che una verità così lapalissiana e confortata da ogni riscontro empirico (basta fare il confronto fra le leggi e i progetti dell’epoca di Arcore e di quella di Rignano) stenti ancora a farsi strada nelle sinapsi di noti e per definizione autorevoli commentatori, editorialisti e intellettuali della “sinistra” d’establishment. I quali continuano a propinare in articolesse e talk show labirintiche spiegazioni in contraddizione l’una con l’altra (e spesso con se stessa), quasi che decifrare l’evidenza del perché della sconfitta di Renzi sia arduo come la stele di Rosetta prima di Champollion.
Nulla di più patetico e irrealistico, perciò, degli ammonimenti che qualcuno rivolge a Renzi di cambiare atteggiamento: ricordano quelli ancor più ridicoli rivolti a Berlusconi per vent’anni di realizzare davvero una “rivoluzione liberale” (che sarebbe cosa gobettiana!) anziché far ruotare l’intera politica attorno ai propri interessi privati.
Renzi, a differenza di Berlusconi e dunque più radicatamente di Berlusconi, è berlusconiano per convinzione profonda, anzi, come abbiamo scritto prima ancora che andasse al governo, è berlusconiano e soprattutto marchionnista, crede davvero che modernità siano i manager che guadagnano mille volte il salario di un operaio, e che l’impegno per una crescente eguaglianza sia novecentesco o addirittura ottocentesco.
Per questo non c’entra nulla con la sinistra, né moderna, né futura né passata. E’ un democristiano mannaro ovviamente diventato berlusconiano, che per furbizia tattica ha trovato in un Pd in disarmo e avvitamento da inciucio (Veltroni D’Alema e Bersani sono i “produttori” di Renzi, anche se ora lo detestano) il terreno ideale per una “scalata” che nella destra di Berlusconi gli sarebbe restata preclusa.
Renzi non è affatto un rottamatore del sistema del privilegio, della Casta e delle cricche, dell’intreccio politico-affaristico con propaggini criminali che fa il bello e il cattivo tempo in Italia in modo crescente da un quarto di secolo. Ne costituisce l’apoteosi: ha rottamato cricche ormai obsolete con la sua Nuova Cricca, tutto qui.
Il referendum di ottobre sarà perciò lo scontro tra queste due Italie: l’establishment del privilegio e le lotte e le speranze dei girotondi, dell’antimafia, delle piazze contro il bavaglio, del “vaffa” di Grillo che ha saputo diventare forza politica di radicale cambiamento (con contraddizioni che non abbiamo mai nascosto e cui continueremo a non mettere la sordina, ma con una lungimiranza e lucidità nel giudicare l’intero ceto politico che avevamo sottovalutato grandemente e che a noi talvolta sono mancate).
Gli aedi del renzismo inviteranno al Sì dicendo che il No significa Berlusconi e Salvini anziché Zagrebelsky e Appendino, Raggi e Rodotà, e il meglio del costituzionalismo, e la meglio gioventù, e chi non si piega a rottamare la Costituzione nata dalla Resistenza ma vuole invece realizzarla pienamente (unica prospettiva politica davvero moderna e innovativa).
Non è così: i Salvini e Berlusconi concioneranno per il No, ma solo “pro domo”, per concorrenza con Renzi non per alternativa. E se Renzi sarà sconfitto il futuro a loro sarà precluso, checché si illudano in contrario e checché cerchino di spacciare gli opinionisti d’ordinanza. Il futuro – se a ottobre vince il No – toccherà alla forze che vogliono più giustizia e più libertà, e che oggi come oggi  hanno nel M5S il loro cruciale vettore.

 

Una donna, un sogno, una giovane vita e una storia d’amore sacrificata alla Patria.

Come ogni anno, e anche in questo 167° dalla morte avvenuta il 13 giugno 1849, due donne romane, Cinzia Dal Maso e Annalisa Venditti,  hanno riportato alla nostra memoria l’esemplare vicenda di Colomba Antonietti, giovane umbra di Foligno, sposa del conte Luigi Porzi di Imola. Un ricordo reso ancor più significativo dalla prima edizione del Premio Colomba Antonietti che la rivista telematica di cultura “Specchioromano.it” ha voluto conferire a due donne che si sono distinte nello studio e nella diffusione della storia e degli ideali risorgimentali. Il riconoscimento, consistente in una targa dedicata, è stato consegnato a Silvana Galardi, presidente della Sezione Molise dell’”Istituto Internazionale di Studi Giuseppe Garibaldi”, e a Monica Simmons, segretario dell’Associazione “Garibaldini per l’Italia”. Sono stati presenti alla cerimonia, Maura Tranquillo, Assessore alla Memoria del Comune di Foligno, il Segretario e il Direttore dell’Istituto Internazionale di Studi G. Garibaldi di Roma, il presidente e i soci, grandi e piccoli, dell’Associazione Garibaldini per l’Italia. Ringraziamo Cinzia Dal Maso e Annalisa Venditti per questa nobile iniziativa, perché è bene e giusto valorizzare il lavoro di chi, umilmente e senza clamori, opera gratuitamente per il bene della comunità dei cittadini.

p.m.

 

  Giuseppe Garibaldi in 152 lettere e documenti autografi

    a cura di Paolo Macoratti e Leandro Mais – Prefazione di Mara Minasi

 

       Una raccolta di lettere e documenti autografi provenienti dalla collezione Leandro Mais di Roma, corredata da 106 nomi citati, 80 note biografiche, 59 icone fotografiche, 38 illustrazioni. L’indole fiera e battagliera del patriota, capace di sovvertire il mondo e rimanere fedele ai più alti valori del progresso civile e sociale dell’umanità, in un epistolario inedito in cui emergono le grandi virtù dell’Eroe dei due mondi.

Un libro utile per storici e ricercatori, ma anche per politici, insegnanti, studenti e famiglie.

Prezzo di copertina € 25,00 + spese di spediz. (1 copia € 3,63 – da 2 a 4 copie € 6,30)

Acquisto con  bonifico bancario riferito a: Garibaldini per l’Italia – Unicredit Roma Boccea B

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Tommaso Montanari   il manifesto 13.4.16

Il testo è tratto da “Io dico no”, edizioni GruppoAbele

Io dico No ai ladri di Sovranità

Da una forma di stato e di governo nata dall’antifascismo a una plasmata sulle richieste della finanza. Non importa se uscire dalla crisi significa uscire dalla democrazia

«La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla Costituzione». È su queste fondamenta, sulle parole del secondo comma dell’articolo 1 della Costituzione, che poggia l’edificio della giovane democrazia italiana: tanto sulle prime (i sovrani siamo noi), quanto sulle seconde (fuori delle forme e dei limiti previsti dalla Costituzione stessa non c’è sovranità popolare, ma arbitrio del più forte). Oggi un Governo non legittimato da un voto – e che gode della fiducia di un Parlamento eletto con una legge dichiarata incostituzionale – prova a cambiare, in un colpo solo, 47 articoli della Costituzione, e invoca un referendum-plebiscito su se stesso («Se perdo il referendum, lascio la politica», dichiara il Presidente del Consiglio).

Vorrei mostrare perché questo enorme furto di sovranità non sia isolato: anzi, come esso sia il drammatico culmine di un vero e proprio saccheggio di sovranità popolare che dura da anni. «Saranno semplicemente gli italiani, e nessun altro, a decidere se il nostro progetto va bene o no», ha detto Renzi nel gennaio 2016. Dietro questa cortina retorica intessuta di populismo e bonapartismo di terza mano, la realtà è assai diversa: quale sia la vera considerazione in cui il presidente del Consiglio tiene le decisioni degli italiani lo ha svelato – solo due mesi dopo – l’emendamento del Partito Democratico alla legge di iniziativa popolare sull’acqua pubblica: «Quasi cinque anni fa, nel giugno 2011, ventisei milioni di italiani votarono sì in un referendum con il quale si stabiliva che l’acqua deve essere pubblica. Oggi, ma non è la prima volta, si cerca di cancellare quel risultato importantissimo, approvando norme che sostanzialmente consegnano ai privati la gestione dei servizi idrici. Non è una questione secondaria, perché si tratta di un bene della vita, e perché viene messa in discussione la rilevanza di uno strumento essenziale per l’intervento diretto dei cittadini» (S. Rodotà).

Questo cortocircuito è straordinariamente eloquente: non solo perché strappa la maschera alla retorica del «decideranno gli italiani», ma perché indica con chiarezza chi si siede sul trono della sovranità, una volta che i cittadini ne siano stati estromessi: il Mercato, signore assoluto delle nostre viteUn mercato a cui non c’è alternativa:There Is No Alternative (TINA), secondo il celebre motto di Margaret Thatcher. Ed è proprio questo il senso profondo della “riforma” che sfascia la forma di Stato e di governo della Repubblica: mettere TINA in Costituzione, cioè costituzionalizzare la mancanza di alternativa al sistema del finanz-capitalismo. Distruggere gli strumenti con cui qualcuno, un domani, potrebbe costruirla, un’alternativa.

La genesi ultraliberista della “riforma” è apertamente dichiarata dai nuovi “padri” costituenti. La relazione introduttiva al disegno di legge costituzionale n. 813 – presentato il 10 giugno 2013 dal Governo Letta (e firmata da Enrico Letta, Gaetano Quagliarello e Dario Franceschini), e ultima tappa prima del n. 1429 del Governo Renzi – sostiene che: «Gli elementi cruciali dell’assetto istituzionale disegnato nella parte seconda della nostra Costituzione (forma di governo, sistema bicamerale) sono rimasti sostanzialmente invariati dai tempi della Costituente. È invece opinione largamente condivisa che tale impianto necessiti di essere aggiornato per dare adeguata risposta alle diversificate istanze di rappresentanza e d’innovazione derivanti dal mutato scenario politico, sociale ed economico; per affrontare su solide basi le nuove sfide della competizione globale; dunque, per dare forma, sostanza e piena attuazione agli stessi principi fondamentali contenuti nella parte prima della Carta costituzionale».

È un testo cruciale per comprendere perché si sono fatte le “riforme”. Se è mostruosa l’ipocrisia per cui tutto questo permetterebbe di attuare i principi fondamentali – sovranità popolare (art. 1), eguaglianza sostanziale e pieno sviluppo della persona umana (art. 3), tutela del paesaggio (art. 9)…! –, è almeno chiarissimamente enunciato il fine ultimo di questa macelleria costituzionale: «affrontare la competizione globale». Questa scoperta dichiarazione va intesa come atto di esplicita e pubblica sottomissione ai mercati internazionali.

In quegli stessi giorni del giugno 2013, infatti, si era diffusa nel discorso pubblico italiano l’eco diun importante documento della grande banca d’affari americana J. P. Morgan (The Euro area adjustment: about halfway there, 28 maggio 2013) in cui si sosteneva che «Le Costituzioni e i sistemi politici dei Paesi della periferia meridionale, costruiti in seguito alla caduta del fascismo, hanno caratteristiche che non appaiono funzionali a un’ulteriore integrazione della regione… All’inizio della crisi si era generalmente pensato che i problemi strutturali dei Paesi europei fossero soprattutto di natura economica. Ma, con l’evoluzione della crisi, è diventato evidente che ci sono problemi inveterati nella periferia , che dal nostro punto di vista devono cambiare, se l’Unione Europea vuole, in prospettiva, funzionare adeguatamente. Queste Costituzioni tendono a mostrare una forte influenza socialista, che riflette la forza politica che le sinistre conquistarono dopo la sconfitta del fascismo. Questi sistemi politici periferici mostrano, in genere, le seguenti caratteristiche: governi deboli; stati centrali deboli rispetto alle regioni; tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori; costruzione del consenso fondata sul clientelismo politico; e il diritto di protestare se cambiamenti sgraditi arrivano a turbare lo status quo. I punti deboli di questi sistemi sono stati rivelati dalla crisi… Ma qualcosa sta cambiando: il test chiave avverrà l’anno prossimo in Italia, dove il nuovo governo ha chiaramente l’opportunità impegnarsi in importanti riforme politiche»….

È impressionante notare come, quasi un anno dopo, quello stesso nesso venisse ammesso esplicitamente in un fondo dell’accreditatissimo quirinalista del Corriere della Sera, Marzio Breda: «Ma una cosa il Capo dello Stato non la nega, nella nota del suo ufficio stampa: quella riforma per lui è importante, anzi «improrogabile», dunque è positivo che ci si lavori subito, per mettere fine al bicameralismo paritario. L’ha detto in infinite occasioni, per dare una scossa contro «la persistente inazione del Parlamento». Spiegando che «la stabilità non è un valore se non si traduce in un’azione di governo adeguata» (ciò che in Senato con identici poteri alla Camera non consente) e associando quella riforma a quella del Titolo V della Carta e alla legge elettorale.

A questo proposito basterebbe rileggersi il rapporto stilato dalla J.P. Morgan il 28 maggio 2013, là dove indice nella «debolezza dei governi rispetto al Parlamento» e nelle «proteste contro ogni cambiamento» alcuni vizi congeniti del sistema italiano. Ecco una sfida decisiva della missione di Renzi. La velocità impressa dal premier, quindi, a Napolitano non dispiace». Riassumendo: le più alte cariche della Repubblica hanno operato perché si passasse da una forma di Stato e di governo scaturita dall’antifascismo, a una plasmata sulle richieste delle grandi banche internazionali. Non importa se uscire dalla crisi significa uscire dalla democrazia: è questa la «sfida decisiva della missione di Renzi».

E la missione appare oggi decisamente compiuta. Intervenendo sul Titolo V, la “riforma” costituzionale riporta il Paese a un nuovo centralismo, correggendo radicalmente uno dei quattro punti critici rilevati da JP Morgan («Stati centrali deboli rispetto alle regioni»). Con il combinato disposto di “riforma” costituzionale e legge elettorale si costruisce, poi, una dittatura della maggioranza parlamentare (che corrisponde magari a una minoranza dei votanti, e a una estrema minoranza degli aventi diritto al voto) che ne “risolve” un altro: quello dei «governi deboli» rispetto ai Parlamenti.

E, d’altra parte, la verticalizzazione autoritaria è un tratto “culturale” – vorrei dire antropologico – della politica berlusconiana-renziana: un modello a cui conformare financo la scuola o i musei, che cessano di essere pensati come comunità di pari e vengono affidati, rispettivamente, a presidi autocrati e direttori-manager…

È questo il paradossale cuore del progetto: costruire i presupposti costituzionali ed elettorali per cui una minoranza molto determinata possa dismettere il ruolo dello Stato in settori strategici, a scapito degli interessi di una maggioranza anestetizzata e ridotta al silenzio. Altro che rottamazione: il programma è ancora quello enunciato il 20 gennaio del 1981 da Ronald Reagan, nel discorso di insediamento del suo primo mandato alla Casa Bianca: «In this present crisis, government is not the solution to our problem; government is the problem» (uno slogan che ricompare, senza il suo imbarazzante autore, tra quelli della Leopolda 2014).

È questa la dottrina che ha distrutto, in Europa, ogni idea di giustizia sociale e solidarietà, rimpiazzandola con la «modernizzazione», che è stata la parola d’ordine dell’età di Tony Blair: un’età a cui Renzi si ispira esplicitamente e programmaticamente, e la cui «“costituzione” non scritta, ma applicata da decenni con maggior rigore di molte Costituzioni formali, volta a cancellare le conquiste che la classe lavoratrice e le classi medie avevano ottenuto nei primi trenta o quarant’anni dopo la guerra».

 

L’ITALIA CHE VOGLIAMO

        In un clima festoso di collaborazione tra Associazioni culturali e d’arma, istituzioni politiche e militari e una nutrita partecipazione della Scuola pubblica, si è svolta venerdì 29 Aprile 2016 la cerimonia (anticipata di un giorno per favorire la presenza degli studenti) del 167° anniversario della battaglia del 30 Aprile 1849, combattuta fra i difensori della neonata Repubblica Romana e le truppe Francesi, chiamate dal Papa Pio IX per soffocare nel sangue la svolta democratica e repubblicana dello Stato della Chiesa.  Una memoria storica, condotta egregiamente da Enrica Quaranta,  che tutti i presenti hanno vissuto con spirito di autentica partecipazione; segno evidente che gli Italiani, quando si stringono intorno ai comuni valori che hanno realizzato concretamente l’idea di Patria, superando le inevitabili e necessarie divisioni di parte politica, riconoscono concordemente di far parte di una grande comunità civile. Ma è bene distinguere, in questa breve riflessione, coloro che interpretano il loro operato come “servizio” alla comunità dei cittadini, sia esso svolto in ambito politico,  militare o civile, dai parassiti che sfruttano ogni occasione per alimentare interessi privati o di parte.

         La scuola, con il concorso “Alberto Mori”, è stata in effetti la vera protagonista della giornata. Dopo un breve percorso storico, svoltosi nel mese di marzo con la visita guidata al Museo della Repubblica Romana e ai luoghi delle battaglie del 1849, i ragazzi di tre scuole medie – Cervantes, G.G. Belli e Dante Alighieri, si sono cimentati, guidati dai loro professori, in un concorso che aveva per oggetto la composizione, da parte di ogni concorrente, di una lettera scritta idealmente durante i cinque mesi di vita della Repubblica Romana. La commissione, formata da Soci dei Garibaldini per l’Italia (Dott.ssa Enrica Quaranta, Prof.ssa Orietta Citoni, Prof. Alcide Lamenza, Sig.ra Monica Simmons), ha scelto le lettere più significative, la cui qualità e originalità, unite ad una notevole capacità di riflessione presente in ragazzi di un’età compresa tra i 12 e i 13 anni, ha confermato l’importanza e la qualità del lavoro svolto dai loro insegnanti.

       Dispiace constatare, per contro,  l’assenza della V classe della Scuola primaria “Gaetano Grilli” dell’Istituto Comprensivo Virgilio di Roma; assenza che, malgrado la nostra disponibilità a fornire materiale video e audio all’insegnante di classe e l’autorizzazione della Dirigente Scolastica all’uscita programmata, veniva comunicata alla nostra associazione 24 ore prima della cerimonia, con la sopravvenuta esigenza, da parte della scuola, di dar corso ad un evento alternativo dell’ultim’ora (visita ad una mostra di pittura). La Dirigente scolastica, alle nostre richieste di spiegazioni, affermava che la classe aveva già partecipato ad una uscita “garibaldina” del 17 marzo scorso, e che dunque fosse inutile una ripetizione; ignoranza della storia, delle buone maniere e del rispetto per chi opera gratuitamente per il bene dei ragazzi. Questa decisione è risultata quanto mai inopportuna, sia perché, come noto, l’insegnamento della storia del Risorgimento è assente dai programmi scolastici della scuola primaria, sia per aver privato gli allievi di un evento unico nel loro percorso formativo.

        Ringraziamo infine per la cortese disponibilità la Presidente del Municipio XII di Roma Capitale Avv. Cristina Maltese, l’Assessore alle politiche culturali e scolastiche del XII Municipio Dott.ssa Tiziana Capriotti, il consigliere del I° Municipio Figà Talamanca, la responsabile del Museo della Repubblica Romana e del Mausoleo-ossario gianicolense Dott. ssa Mara Minasi, il Picchetto armato dei Lancieri di Montebello e la Banda Musicale della Polizia di Stato. Un ringraziamento particolare alla coordinatrice del progetto per la scuola Dante Alighieri, Prof. Silvia Mori (figlia di Alberto Mori, cui è stato dedicato il premio), e ai Professori Marisa De Felice, Daniela Manna, Carlo Felici e Clara Berna.

p.m.

ELENCO DEI VINCITORI

SCUOLA MEDIA DANTE ALIGHIERI – III I

 3° CLASSIFICATO  (pari merito):      A) MATTERA GIULIA e CAMPELLO ELEONORA

                                                                B) D’AMELIO MANFREDI

A) “…nei prossimi giorni ci saranno i funerali di Righetto e di altri bambini che sono morti troppo presto, ma non sono morti per nulla: sono loro i veri eroi di questa battaglia”.

B) “..Molti dei miei compagni sono caduti sul campo combattendo valorosamente e ora mi trovo qui con un fedele compagno ferito in maniera molto più grave di me, e prego per lui che possa superare e vincere questa battaglia con la morte..”

 

2° CLASSIFICATO:                              CASELLA ALESSANDRO e GIACOMO GIANNITELLI

 “…Anche se dovessimo perdere, qualcosa rimarrà. Vedo un popolo unito difendersi da un nemico così forte. Vedo l’Italia negli occhi degli uomini che combattono accanto a me; vedo la speranza di un futuro migliore.”

 1° CLASSIFICATO -                            LAI FEDERICA  e  CATTANEO GINEVRA

 “… Anche se non verrò ricordato come Garibaldi o Mameli, mi basta morire con la certezza di averci provato……Voglio morire sul campo di battaglia, con il rumore delle pallottole, davanti ai nemici, non per essere lodato, ma per ammirare un’ultima volta la mia meravigliosa terra e per dirle: – Io ci ho provato -. La vita vale moltissimo; molti pensano che la vita si sprechi a combattere, ma non è così. Ogni uomo morto in battaglia è un eroe coraggioso che si è sacrificato per la propria Patria…

 

SCUOLA MEDIA CERVANTES

3° CLASSIFICATO:                              STEFANORI FERNANDEZ ELISABETH

 “…proprio ieri è arrivato un giovane con ferite gravissime che non aveva nessuna speranza di vita, tuttavia sono rimasta al suo fianco perché, dopo tutto questo tempo, ho capito che l’unica cosa che vogliono i feriti è di non morire soli.. e che qualcuno ascolti le loro ultime parole.”.

 2° CLASSIFICATO:                              BRUNORI MASSIMO

 “…spari, urla, cannoni, sangue, morte; non si sente altro qui, solo questo strano insieme di suoni strazianti e angoscianti; qui non si dorme nemmeno, altrimenti i Francesi ci attaccano! Sono sconvolto….. E’ strano combattere qui in un posto così bello e tranquillo come Roma, la città eterna, la capitale del mondo.”

 1° CLASSIFICATO:                              PIERGENTILI ILARIA

 “… è da tanto che non vi scrivo, ma sapete che non ho tempo sufficiente per fare quello che facevo prima della guerra, mi mancano molto le nostre passeggiate in riva al mare e sono sicura che mancano anche a voi. Purtroppo le uniche passeggiate che posso fare qui sono nei bagni di sangue, a cercare di spegnere con quei maledetti panni bagnati quelle rumorose e turbolenti palle nere che i francesi chiamano “fusibles”.

 

SCUOLA MEDIA G.G. BELLI – II M 

 3° CLASSIFICATO:                  PANDOLFI EDOARDO

 (Fratello di Paolo Narducci) “…Se il tuo petto è stato fucilato per un ideale, hai donato solo il tuo corpo, la tua carne, ma la tua anima, il tuo sentimento, quelli nessuno potrà mai rapirli, perché rimarranno sempre in me, mi infonderanno la speranza, la forza, la coscienza del giusto e dell’onesto che ha tanto infiammato i nostri cuori..”.                                  

 2° CLASSIFICATO:                  RUOCCO ELISA

 “… i primi giorni erano stati terribili, non ci riposavamo un attimo e molti uomini erano morti, ma alla fine eravamo riuscite a salvarne parecchi e alcuni sono ancora qua….. Papa Pio IX e il generale francese Nicolas Oudinot al comando dell’esercito francese continuano ad insultarci e a denigrarci insieme alle loro truppe, nonostante avessimo assistito e curato ache i militari nemici. Per fortuna ho accanto il sostegno di tante altre donne che mi aiutano ad affrontare queste avversità..”

 1° CLASSIFICATO:                  MASALA CHIARA

 (Moglie di Ciceruacchio) “…Quante volte sono stata ad ascoltarti ammirata mentre parlavi al popolo incitandolo per la libertà di Roma… Quanto sei bravo a farti comprendere anche dalla gente più semplice e misera… Non oso pensare la paura che sta vivendo Lorenzo al buio della notte lontano dalla nostra casa! Ma nonostante questi pensieri e questa paura sono orgogliosa del tuo coraggio e della tua decisione di voler seguire il nostro amato generale Garibaldi. Ah come vorrei aver potuto seguirti come ha fatto Anita col suo uomo correndo gli stessi pericoli!…”

  MEDAGLIE DI PARTECIPAZIONE AI 4 E 5 CLASSIFICATI

 SCUOLA “BELLI”:                             STARACE FABIOLA – SALERNO MICHELE

 SCUOLA CERVANTES:                    NANNI AUSIN BIANCA – MESSA UGO

 DANTE ALIGHIERI:                          OLIVIERI FRANCESCA – RICCI – ANDRENELLI – BRUN ALBERTO

 

       

Errare humanum est, perseverare autem diabolicum”, dicevano i Romani. E anche quest’anno si ripete l’insidiosa bugia che viene sistematicamente trasmessa alle giovani generazioni e a tutti coloro che, ignorando la storia, per carenza d’informazione o per comodo, continuano ad usare impropriamente la data del 17 marzo 1861 come “anniversario dell’unità d’Italia”. Come sappiamo, i nostri veri maestri del Risorgimento, Garibaldi e Mazzini, non erano presenti a quell’estensione del Regno di Sardegna chiamato Regno d’Italia. All’Italia mancavano, nel 1861, il Lazio (ad esclusione della provincia di Rieti), il Veneto, il Friuli e il Trentino. Di quale unità dunque si parla? Giuseppe Garibaldi, eletto con elezione suppletiva deputato di Napoli il 27 Marzo, era a Caprera; il 30 marzo, di fronte ai delegati di società operaie venuti a Caprera a farli onore, così parlò:” Molti degli individui che compongono il Parlamento non corrispondono degnamente all’aspettativa della Nazione… Vittorio Emanuele è bensì circondato da un’atmosfera corrotta, ma speriamo di rivederlo sulla buona via.. Egli ha fatto molto, ma purtroppo non ha fatto tutto quel bene che poteva fare; può fare di più, e lo farà, per Dio!…” (Fonte: G. Sacerdote – La vita di G. Garibaldi).

Questo Paese ha bisogno di  radici sane, e queste devono essere riconosciute dai semi buoni della storia, quelli autentici e puri. Si deve aver cura di separarli da innesti pericolosi, quando dominati dall’interesse e dalla cupidigia. Per questo occorre affrancare chi ha operato veramente per l’ unità d’Italia (Mazzini e Garibaldi) da chi se ne è servito per ingrandire una dinastia già esistente (Cavour e Vittorio Emanuele II); si eviteranno così dannose paccottiglie, utili soprattutto a rafforzare coloro che speculano sull’ignoranza del Popolo.

Questo era, ed è il nostro pensiero – Il 17 marzo 2011 lo abbiamo condensato in un volantino (che oggi riproponiamo aggiornato)  e consegnato nelle mani dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

VIVA L’ITALIA

di Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi

NOI,

RAGAZZI VOLONTARI DEL RISORGIMENTO,

CHE ABBIAMO SOGNATO UNA REPUBBLICA FONDATA SULLA LIBERTA’, SULLA GIUSTIZIA, SUL PROGRESSO, SULLA SOLIDARIETA’;

 NOI,

CHE ABBIAMO OFFERTO LE NOSTRE GIOVANI VITE PER L’ITALIA UNITA, E PER VOI, CHE OGGI GODETE IL FRUTTO DEL NOSTRO SACRIFICIO

OGGI, 17 MARZO 2016

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MANIFESTIAMO UN SENTIMENTO DI INTENSO DOLORE…

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PER UNA PATRIA E UNA DEMOCRAZIA INCOMPIUTE
 PER UNA SOCIETA’ CHE TRASCURA IL BENE COMUNE PER SETE DI POTERE E DI DENARO
 PER UN POPOLO DISEDUCATO ALLA RESPONSABILITA’, CHE IGNORA  L’OSSERVANZA DEI DOVERI E LA DIFESA DEI DIRITTI
 PER L’AGONIA DELLA SCUOLA PUBBLICA -  UNICA SPERANZA PER LE FUTURE GENERAZIONI

            Quest’anno ricorre il 170° anniversario della prima gloria garibaldina avvenuta nel piccolo villaggio di San Antonio del Salto (Uruguay). Dopo aver difeso la libertà del popolo brasiliano, Garibaldi si reca in Uruguay (1842) dove il Governo di quello Stato lo nomina Colonnello Comandante della “Legione Italiana” (si erano anche costituite altre Legioni straniere, fra cui la francese e la spagnola) che insieme alle altre dovevano aiutare l’esercito uruguayano a liberare dal blocco navale il porto di Montevideo dall’assedio posto dalle navi argentine e suoi alleati. L’esercito argentino tentò, con grande disponibilità di uomini  e di mezzi, di annientare   con un accerchiamento di  sorpresa la piccola Legione Italiana (186 uomini e 8 ufficiali) che  manovrava nella zona di San Antonio del Salto, che si trovava a poca distanza dal Fortino della cittadella del Salto, dove era rimasto il Colonnello Anzani con  l’artiglieria.

Del  cruento ed impari scontro, avvenuto l’8 febbraio 1846, preferisco riportare l’articolo completo tratto dal raro volume: “Vita di  Garibaldi” di Filandro  Colacito, un ex volontario garibaldino, dal titolo:”“ L’onore d’Italia a Montevideo”

            Dieci vascelli accerchiavano tre piccole navi. Siamo nelle acque del Panaro; i dieci sono  del feroce  dittatore Rosas di Buenos Aires, le tre della Repubblica di Montevideo. I primi sono comandati da un Ammiraglio inglese, famoso per altre vittorie, Brown; le altre sono agli ordini di Garibaldi, che le preghiere dei Montevideani han tolto al suo Collegio ed alle matematiche per salvare la vacillante libertà. Da tre dì dura il fulminante delle artiglierie, e ai nostri mancano le munizioni. “Fate a pezzi le catene delle ancore e adoperatele per mitraglia!”, tuona Garibaldi. Brown fa sospendere il fuoco. “Arrendetevi!”, grida col portavoce a Garibaldi. “Prima la morte”, risponde l’eroe. E il fuoco continua più accanito di prima; scende la notte, la terza che non si dormiva. Anche le catene furono sparate contro i nemici. Garibaldi si risovviene di quanto ha fatto alla  Laguna, e pensa si ripeterne i passi. Mette in mare l’una dopo l’altra le lance, v’imbarca i suoi uomini e le fa passare fra i bastimenti nemici. “I feriti per i primi!”, raccomanda a bassa voce. In poche ore tutti sono alla riva; egli ed Anita abbandonano ultimi la nave. Sono appena discesi nella loro lancia che uno scoppio spaventevole echeggia. Le tre navi della Repubblica di Montevideo sono una sola fiamma, ed i nemici mirano con rabbia e umiliazione sfuggirsi  di mano la preda ritenuta sicura. Sulla riva stanno i soldati argentini, e Garibaldi riunisce i suoi e colle baionette e colle tavole (di munizioni non ne aveva più) si slanciano nel folto dei nemici, li sgominano, si aprono un passo e giungono sani e salvi a Montevideo, dove vengono accolti da entusiastiche acclamazioni. “Questi soldati sono pigri”, diceva al generale dei nemici argentini. “Comandati da un leone”, rispose quello. Passano pochi giorni. La flotta di Buenos Aires stringe da vicino Montevideo. Una densa nebbia si stende sulla rada. Garibaldi prende 12 uomini risoluti, si getta con loro in uno schifo, e si reca in mezzo ai nemici per studiarne le forze: una goletta, armata di sei cannoni e di giunchi.  L’acqua poco profonda non permette alla goletta di inseguirlo, ma questa però si pone di traverso al seno per impedirne l’uscita. La notte Garibaldi dice ai suoi: “Tutti in mare e nuotate senza rumore!”. Si accostano , colla sciabola fra i denti alla nave  senza essere veduti: si arrampicano su per i fianchi  della  goletta, balzano improvvisi sulla tolda e uccidono le guardie. La ciurma  si sveglia  spaventata; Garibaldi le impone di gettar l’arme e darsi prigioniera. In pochi istanti la nave è conquistata  e tosto Garibaldi fissa la bandiera repubblicana, appunta i cannoni  agli altri vascelli nemici e li fulmina di fianco: poscia levate le ancore, conduce a Montevideo la nave con tanto ardimento conquistata. “Garibaldi è fatato!” (dicevano i popolani d’America, come più tardi quelli d’Italia). Nessuna arme può toccarlo, egli scaccia colla mano le palle, come altri fa colle mosche.

             A Montevideo v’era una legione francese che aiutava valorosamente la Repubblica. Molti dicevano: “Garibaldi è prode, ma gli altri italiani sono poltroni, e temono di scottarsi al fuoco delle battaglie. Per questo sono schiavi nella loro patria!”. L’accusa giunge all’orecchio di Garibaldi. Tosto va a bussare di casa in casa di quanti italiani v’erano in Montevideo. Ed in pochi giorni riunisce una legione ardente di cimentarsi in Battaglia. Due cose diceva ai suoi soldati:”noi dobbiamo mostrare che gli italiani  sanno battersi e che fanno volentieri sacrificio della vita per la causa della libertà”. Alla legione, forte di quasi mille uomini, diede una bandiera. Era di seta nera col Vesuvio dipinto nel mezzo, emblema dell’Italia  e delle rivoluzioni che ruggivano come lava ardente nel suo seno. Fu affidata al giovinetto Sacchi, oggi generale italiano, che in questi dì ricordò in Roma, piangendo l’antico Duce, l’insegna gloriosa. Il colonnello Anzani di Alzate era l’amministratore della legione. Con questi soldati sollevò con molte vittorie ad alto onore il nome italiano in quelle contrade e specialmente coi tre fatti di Cerro, delle Tres Crues e de la Bajada. In alcuni combattimenti alcuni negri che si dimostrarono molto valorosi s’erano affezionati a Garibaldi: uno di questi, il moro Aguyar, lo seguì anche in Italia.

            Il fatto più luminoso compiuto dagli italiani, fu quello di S. Antonio del Salto. A Garibaldi era stato dato l’incarico con 184 fanti e 20 cavalieri, di trattenere  il nemico composto di 1500 soldati, al fine di dar tempo ai Montevideani di fare una ritirata. “Siamo uno contro sette!”, grida Garibaldi ai suoi; “tanto meglio! Quanti meno siamo, tanto maggiore sarà la gloria! risparmiate la polvere sparate solo a bruciapelo!”. Vicino sorgeva una “tapera”, vale a dire una casupola fatta con quattro pali ed una stuoia: colà si aggrupparono i nostri. 300 nemici s’avanzarono a corsa: quando son vicini li accoglie una scarica di fucile e tosto un assalto alla bajonetta. La fanteria è sgominata. S’avanza la cavalleria: trova un muro di baionette. Scendono i nemici da cavallo e combattono a piedi; ma i nostri non cedono un palmo di terreno. Intorno ad essi vi  erano mucchi di morti e di feriti: servivano di trincea. Tra  una scarica e l’altra, i nostri cantano inni patriottici d’Italia. I nemici meravigliati non comprendono nulla. “Mancano le munizioni!”, grida un legionario con accento di terrore. “Ne hanno i morti!”, risponde Garibaldi. E mentre gli uni rispondono ai colpi nemici, gli altri frugano i caduti e fan raccolta di cartucce. Erano combattimenti, duelli eroici, degni d’essere cantati dall’Ariosto. Dal mezzo dì dell’8 febbraio 1846 a mezzanotte si combatté con ardore. Da una parte e dall’altra si bruciava di sete. Dei nostri, cento soli erano in piedi, anche questi quasi tutti feriti e contusi: i nemici morti e feriti erano 500. Infine stanchi, disperati, umiliati, gli argentini dovettero dichiararsi vinti e Garibaldi con tutti i suoi feriti entrava in  S. Antonio fra le acclamazioni del popolo meravigliato. Il governo  della Repubblica, all’annunzio del fatto strepitoso, promosse Garibaldi da Colonnello a Generale, gli affidò  il comando di Montevideo, decretò  che la legione italiana avrebbe avuto il posto d’onore in tutte le parate dell’esercito, e sulla bandiera fu scritto in oro: - GESTA DELL’8 FEBBRAIO 1846 DELLA LEGIONE ITALIANA AGLI ORDINI DI GARIBALDI -

            Sempre da questo libro riporto questa rarità fotografica con tre superstiti della battaglia ( foto 1). Faccio presente (perché non riportato nell’articolo suddetto) che per l’eroico comportamento della Legione Italiana e del suo Comandante, il Governo uruguayano decretò e concesse  a tutti i militi uno scudetto d’argento da portare al braccio sinistro con la scritta: “Envencibles combatieron  el 8 f.ro de 1846(foto 2) . Inoltre a tutti  i militi fu concessa anche una medaglia  in bronzo (foto 3-4) ed agli ufficiali una di uguale disegno ma in argento. Per tutti coloro che volessero approfondire notizie su questo glorioso episodio consiglio di leggere il libro di Ivan Boris: “Gli anni di Garibaldi in Sud America -  1836-1848” ( Ed. Longanesi – Milano 1970). A pagina 225 è riportata la fotografia (molto ingrandita), dello scudetto suddetto, nella cui didascalia non è citato il luogo dove è conservato. Un esemplare di questo rarissimo scudetto è stato recentemente trovato. Ne dò la riproduzione fotografica nella foto N° 5. Per gli amici filatelici riporto nella foto n° 6, la riproduzione dell’annullo figurato che l’Uruguay ha realizzato a ricordo del 150°anniversario del glorioso Fatto  d’armi.

 Leandro Mais

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     Nel presentare questo documento invitiamo il lettore a riflettere su un argomento di grande attualità: l’accoglienza dello straniero in terra italiana. L’asilo ai rifugiati e l’accoglienza agli immigrati è stato sempre un tema difficile da gestire, sia da parte delle autorità competenti, sia da parte della popolazione residente. Oggi, in Italia, al tentativo di dare una giusta soluzione al problema si contrappone l’azione di alcune forze politiche che, facendo leva sui pericoli della sicurezza personale, o su presunte privazioni dei posti di lavoro, impedisce di realizzare pienamente quell’aiuto solidale che caratterizza coloro che credono nel rispetto della dignità della persona e, più in generale, nel progresso umano.

I contenuti dell’azione garibaldina guidata dall’Eroe dei due mondi, a partire dai suoi esordi e ancor oggi presenti in una ristretta nicchia culturale, non si erano limitati esclusivamente alla realizzazione dell’unità d’Italia,  ma avevano contribuito a formare un’identità “altra” del popolo italiano, fondata su saldi principi di solidarietà sociale e umana. Ne sono testimonianza le Società di Mutuo Soccorso nate in tutto il territorio nazionale e il comportamento civile dei reduci garibaldini che ne diedero prova tornando alle loro case dopo strenue e durissime campagne di guerra. Ma ne è testimonianza diretta il – Comitato di lavoro per l’emigrazione polacca, in Palermo – di cui riportiamo testo e immagine, appartenente alla Collezione Leandro Mais di Roma. Il documento è la prima pagina di un elenco finalizzato alla raccolta fondi per sostenere gli emigrati polacchi: in alto a sinistra, primo sottoscrittore  Giuseppe Garibaldi, con un contributo mensile di Lire 5.

p.m.

COMITATO DI LAVORO PER L’EMIGRAZIONE POLACCA

IN PALERMO

IL COMITATO DI LAVORO PER L’EMIGRAZIONE POLACCA si propone di raccogliere un fondo per soccorrere mensilmente gli esuli polacchi dimoranti in Italia, non già per dar loro un soccorso infecondo e passeggero, ma nel fine di ajutarli ad imparare un’arte o un mestiere con cui possano ovunque procacciarsi una sussistenza onesta ma sicura.

Il Comitato persuaso che un popolo non deve lasciar morire di fame e di dolore i figli di un altro popolo che battono alla sua porta, è sicuro che gli Italiani risponderanno all’appello, perché non si dica che 22 milioni di popolo furono insufficienti ad ajutare meno di CENTO esuli polacchi che trascinano presentemente una vita oziosa ed infelice in terra italiana.

IL COMITATO ESECUTIVO – E. Albanese; E. Pantano; Prof. G. Monteforte; A. Salpietra; F. Valentini