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Nella ricorrenza del 173° anniversario della Proclamazione della Repubblica Romana, riportiamo l’incipit dell’articolo apparso su avantionline.it, a firma del socio Prof. Carlo Felici.

 

E’ la storia di una gestazione e di un parto doloroso, durata giusto circa nove mesi, dal novembre del 1848 al luglio del 1849. Si pensava allora che, dopo la sconfitta e la morte di chi l’aveva partorita, fosse purtroppo nata una creatura morta, invece essa seppe “risorgere” circa cento anni dopo, per rinascere concretamente, vivere e renderci liberi oggi, anche se tuttora forse immeritatamente, pensando sia ai sacrifici di ormai più di 170 anni fa e a quelli di quasi 80 anni fa, nel primo e nel secondo Risorgimento. Nacque così nostra Costituzione, promulgata nel 1948, che ebbe proprio come antenata diretta quella della Repubblica Romana del 1849, entrata in vigore solo per un disperato, fulgido e glorioso giorno di vita.

Perché tornare a quegli eventi, che ci appaiono ormai remoti e che solo recentemente sono stati riportati alla memoria da numerose pubblicazioni? Non certo per competere con le varie interpretazioni storiografiche, giacché il taglio di queste storie a puntate resta sempre divulgativo, anche se in maniera tale da smentire troppe facili acquisizioni correnti, troppe vulgate di comodo e politicamente fin troppo corrette.

La storia della Repubblica Romana fu a lungo politicamente scorrettissima, inizialmente perché metteva in discussione il valore di una monarchia che si era imposta con guerre di conquista e con occupazioni tese allo sfruttamento, specialmente delle zone e dei popoli meridionali del nostro Paese, e in seguito perché tali valori erano diversi sia rispetto a quelli della tradizione cattolica che a quella comunista. Quello che si affermò infatti nella Costituzione della Repubblica Romana del 1849, anche se i suoi protagonisti, come Manara non erano tutti repubblicani ma monarchici, fu un sostanziale liberal-socialismo, una democrazia repubblicana socialmente molto avanzata per allora e, sotto certi aspetti, anche per oggi, perché fondamentalmente basata sull’amore di una Patria Indipendente, ma non sovranista, cioè non tale da volersi affermare solo con una autonomia monetaria, con la xenofobia o con l’isolamento rispetto ad altre nazioni ed altri popoli europei. Era allora, piuttosto, una Giovane Italia che voleva essere ed esistere in una Giovane Europa, quella che Mazzini volle fosse esaltata, fino all’estremo sacrificio, con l’esempio della Repubblica Romana. Per costruirla arrivarono patrioti da tutta Italia e persino da varie parti d’Europa e del mondo.

 

Per leggere l’intero articolo:

http://www.avantionline.it/i-bastioni-della-patria-la-repubblica-romana-e-noi/

Articolo di Leandro Mais

  Quest’anno ricorre il 155° anniversario delle due battaglie di Monterotondo e Mentana.

    E’ noto a tutti che nella memorialistica garibaldina (sia quella coeva, sia degli scrittori moderni) le operazioni che portarono alla disfatta di Mentana sono tutte praticamente abbastanza concordanti. Una cosa invece che non fu mai scritta, perché ordinata verbalmente da Garibaldi, fu quella di cancellare dalla memoria storica dei fatti (quasi una damnatio memoriae) l’operato, in quella Campagna, del Ten. Coll. Natale Paggi (uno dei Legionari dell’Uruguay  e quindi uno dei fedelissimi venuti dall’America).

   Da quanto sopra detto si può capire perché solo dopo ben 43 anni  (1910)  appaiono le memorie del garibaldino Alfonso Mandelli di Cremona che all’epoca dei fatti aveva 17 anni. Queste memorie ci descrivono che la Colonna garibaldina comandata dal Ten. Col. Natale Paggi si trovava la notte del 2 novembre 1867 sulle alture del Monte Porcio e Monte Lupari,  dominanti buona parte della via Nomentana. Mentre i garibaldini erano fermi al coperto di una boscaglia poterono vedere  l’arrivo di un forte Corpo di Zuavi nella sottostante valle, marciante verso Mentana. Il Mandelli afferma che il Comandante Paggi, anziché comandare un attacco di sorpresa sui pontifici, ordinò di non intervenire. Non c’è bisogno di essere grandi strateghi dell’arte militare per capire che in quel momento, anche se in numero inferiore, i garibaldini avessero dalla loro parte l’effetto sorpresa.

   Nelle ultime ricerche sulla vita del Paggi nel libro di Angelo Daneri di Lavagna “Natale Paggi – Il garibaldino ritrovato” – 2009 -  veniamo a sapere che il Paggi emigrò in Argentina, dove morì.

    Ciò premesso riporto lo scritto delle memorie del Mondelli che riguardano l’episodio (pag. 70/75)

 

   

    

Oggi, miei cari lettori, propongo non il solito articolo commemorativo garibaldino, ma un fatto che dopo ben 137 anni non solo è rimasto irrisolto ma è passato completamente nell’oblio; ed è per questo motivo che spero, nel ricordarvelo oggi, possa destare oltre che meraviglia una buona dose di indignazione.

Subito dopo la morte dell’Eroe sorsero, in Italia ed all’estero, i primi monumenti per ricordarlo. In Italia i più grandi artisti parteciparono ai vari concorsi per monumenti in suo ricordo con studi che sono delle vere opere d’arte.

Nel 1884, solo due anni dalla morte di Garibaldi, a Loreto si inaugurò in piazza Garibaldi il bellissimo busto di marmo, opera dello scultore romano Ettore Ferrari (1845- 1929 – Foto 1) .

   

(Collezione Leandro Mais)

Per questa bellissima opera , il noto garibaldino Felice Cavallotti (Milano 1842 – Roma 1898 – Foto 2) ideò l’epigrafe da porsi sul basamento del monumento suddetto. Eccone il testo:

LORETO

NOTA AI DUE MONDI

PER I MIRACOLI DELLA SUPERSTIZIONE

QUI CON AFFETTO

CON ORGOGLIO ITALIANO

SCRIVE IL TUO NOME

O GARIBALDI

O LIBERATORE

CHE TERRIBILE E BUONO

AI DUE MONDI PORTAVI

I MIRACOLI

DELL’AMORE ARMATO

APRILE MDCCCLXXXIV

Per quanto riguarda la figura del garibaldino Felice Cavallotti (fu detto “il bardo” della democrazia) accenno solo che oltre ad essere stato un patriota eccezionale (Campagne 1860 – 1866 – 1870/71) fu un noto scrittore, giornalista, poeta, grande oratore (è suo il discorso a Caprera per il secondo pellegrinaggio 1892), deputato del partito Radicale e irriducibile avversario del “trasformista” Francesco Crispi. Fu instancabile propugnatore della democrazia pura e, in difesa di questa, sostenne numerosi duelli, nell’ultimo dei quali, col giornalista Macola, trovò la morte.

Nell’VIII volume “Opere” di Felice Cavallotti – Discorsi scelti ed ordinati da Carlo Romussi – Ed, Alibrandi Milano s.d. è riportato a pag. 306, durante la XV legislatura del 21 giugno 1884, presente Cavallotti, l’atto della Camera sul divieto dell’epigrafe dettata dal Cavallotti per il monumento a Garibaldi in Loreto.

Questa documentazione ufficiale ci conferma che il Governo italiano confermò il divieto all’applicazione dell’0epigrafe suddetta. Ciò premesso consideriamo che a quell’epoca il Governo del Regno d’Italia non poteva (o non voleva) entrare in ulteriore contrasto con il Governo papale, con il quale i rapporti erano già molto aspri e difficili. Successivamente , ovvero dopo il concordato del 1929, questo fatto non fu rimesso in discussione e cadde nel dimenticatoio.

Arriviamo quindi al cambiamento istituzionale dalla monarchia alla repubblica ma anche questa volta nessuno pensò a dare definitiva sistemazione a questa bella epigrafe.

Devo però far presente (la notizia si può leggere su internet) che nel 2015 il Dott. Sergio Beccacece si è rivolto al Comune di Loreto per dare definitiva sistemazione al monumento di Garibaldi con l’apposizione della bella epigrafe. Nonostante questo nuovo appello nulla ancora è stato risolto.

E’ bene ricordare che le autorità ecclesiastiche, in merito al famoso “trasporto” della santa Casa della Madonna, hanno riconosciuto che lo stesso fu eseguito si da “Angeli” ma non quelli con le ali, bensì da un normale fervente cattolico di cui questo era il cognome.

Il riesame della proposta del 2015, dopo sei anni senza alcun risultato, ci fa rimanere molto sconcertati. Ciò premesso, chiedo ai mie cari lettori (e a tutti i loro amici) un gesto semplice di adesione affinchè si possa finalmente applicare la bella epigrafe del Cavallotti che, oltre tutto, è da considerasi un “pezzo” di eccellente letteratura. Questa vostra adesione va inviata direttamente al Presidente dell’associazione “Garibaldini per l’Italia” di Roma (info@garibaldini.org)

Leandro Mais

Con questa intervista datata ottobre-dicembre 1991, Leandro Mais, socio onorario della “Garibaldini per l’Italia”, ci consegna questo piccolo ma significativo documento sulla nascita della sua collezione e sulla figura di Giuseppe Garibaldi, che avevamo già avuto modo di conoscere attraverso la pubblicazione delle lettere autografe dell’Eroe e gli articoli pubblicati in questo sito a partire dall’11 febbraio 2015. Il fallito progetto di donazione dell’intera collezione Mais al Comune di Roma, denominato “Museo Garibaldi”, il cui materiale avrebbe dovuto essere collocato all’interno di Villa Pamphili, nell’edificio “Arco dei quattro venti”, prevedeva una prima sala del percorso museale dedicata proprio alla nascita della collezione Mais. Motivazioni e concetti che ritroviamo qui, espressi in forma di intervista.

P.M.

Intervista della Presidente del Centro letterario “Luigi Capuana” a Leandro Mais, studioso e collezionista di materiale garibaldino.

Domanda: “Come e quando iniziò in Lei la passione per Garibaldi?”

 Sono grato innanzitutto alla Prof. Ada Capuana, Presidente del Centro letterario “Luigi Capuana”, per avermi dato l’opportunità di poter narrare ai lettori di “A-Z” l’origine di questa mia passione per il grande Eroe. Premetto che ho sempre coltivato, fin da ragazzo, almeno tre interessi: I francobolli, l’arte, la storia. Passate le prime esperienze dilettantistiche della prima adolescenza, verso i 16 anni iniziai, con metodo e costanza, la ricerca per la raccolta di collezioni tematiche sull’arte. Ciò mi portò ad unire in una, due passioni, e tanto mi ci dedicai che acquisii in questo campo una buona specializzazione. Partecipai quindi a diverse mostre e fui invitato a scrivere (su riviste filateliche specializzate) vari articoli tratti da queste tematiche artistiche (vere e proprie monografie filateliche sui Musei e sugli artisti). Per i “non addetti ai lavori” vorrei chiarire che la ricerca su ogni francobollo a soggetto artistico richiede il reperimento di svariati dati: autore, titolo dell’opera, anno d’esecuzione, materiale d’esecuzione, dimensioni, museo dove è conservato e per le opere più note anche una piccola cronistoria. Questa “scheda artistica” viene completata con il relativo numero di catalogo filatelico, attraverso il quale il collezionista può richiedere il francobollo stesso.

Tredici anni fa mi balenò quest’idea improvvisa: realizzare (sempre con i francobolli) una tematica storica sulla vita di Garibaldi. Forse per un altro filatelico la cosa si sarebbe risolta senza ulteriori…”complicazioni”, ma così non fu per il sottoscritto: non solo queste perdurano tutt’ora, ma si sono allargate a…macchia d’olio. Evidentemente avevo “smosso”, incoscientemente, qualcosa che “covava” (e chissà da quando!) dentro il mio animo. Proprio così perché già nell’iniziare quel lavoro di ricerca, ovvero di “schedatura”, non mi accontentavo delle notizie dell’enciclopedia ma cominciai a comprare libri, riviste, giornali e tante altre cose. Poi, per controllare l’esattezza di alcune notizie, iniziai la ricerca delle “fonti” nelle Biblioteche Storiche e nei Musei del Risorgimento. Cominciai così a conoscere diverse persone “qualificate” nel ramo storico-garibaldino ed anche molti appassionati collezionisti, che mi dischiusero nuovi orizzonti sulla conoscenza di questa grande personalità umana, oltre che eroica (purtroppo sconosciuta dai più forse a causa del “mito” con cui fu avvolto, ancora Lui vivente). Non solo però andava crescendo la tematica “VITA DI GARIBALDI” ma a seguito degli acquisti continui del “materiale di ricerca” si era formata una vera e propria Collezione Garibaldina.

Oggi, a distanza di 13 anni (ma molti amici si meravigliano e dicono che sono veramente pochi, in confronto alla “quantità” e “qualità” del materiale raccolto) questa Collezione Garibaldina comprende i seguenti rami: Libri (numeri unici, cataloghi di mostre, riviste, giornali, ecc..); Litografie e Fotografie d’epoca, Autografi, Medaglie (Medaglioni, Distintivi, ecc), Cartoline, Manifesti, Fotografie di monumenti e lapidi, Busti di materiale diverso, Soldatini (piombo, carta, ecc.), Oggettistica varia e curiosità. Mia moglie dice, con un certo orgoglio spiritoso, che vive non in una casa…ma in un Museo!

Domanda: “Perché e cosa lo ha appassionato dunque, della figura dell’Eroe?”

 Seguitando la ricerca di notizie (e di materiale) su questa mitica personalità, si andava delineando sempre più in me la conoscenza del vero, reale Garibaldi: l’uomo Garibaldi. Ecco, la “passione” per Garibaldi nacque in me scoprendo l’uomo-Garibaldi, e che più che una passione è stata una semplice … “attrazione”, maturata lentamente nel tempo e sbocciata casualmente 13 anni fa, sotto forma di quella collezione tematica (Ancora una volta oggi dico: grazie francobolli!). Ciò premesso, posso affermare che il mio “carattere” è stato “attratto” da una personalità simile, ma naturalmente più potente: Giuseppe Garibaldi.

Domanda: “Quali sarebbero le “doti” dell’uomo-Garibaldi che lo hanno “attratto” perché sente più vicine alle sue?”

 Molti penseranno al fluido irresistibile dell’”Eroe invincibile” o del “Gran Fascinatore” di uomini e soprattutto di tante donne o del “carismatico Duce dei Mille” che ancora una volta ha colpito il cuore di un suo ingenuo ammiratore del XX secolo. No, queste sono per me le caratteristiche (o doti) più appariscenti della Sua natura, ovvero della Sua personalità; quelle cioé che hanno creato, prima il Suo “mito” (attraverso le poesie, gli scritti, le pitture, le sculture), poi il Suo “crepuscolo”, ovvero la conoscenza dell’uomo-Garibaldi, la negazione cioè della Sua “vera natura”, perché di Lui oggi, sembra impossibile a crederlo, tutto è menzogna in quanto tutto è distorto e dunque falsato. Secondo me, quindi, le “grandi doti” dell’uomo-Garibaldi che mi hanno particolarmente “attratto”, sono: la giustizia e la libertà combattute in favore di tutti gli uomini del mondo fino al sacrificio personale; l’onestà e l’umiltà anch’esse innalzate religiosamente a voto civile che fanno di Lui la reincarnazione di un altro grande uomo: Francesco d’Assisi.

Domanda: “Di queste belle virtù dell’Eroe, cosa rimane negli uomini di oggi?”

 Penso e con tristezza affermo che negli uomini di oggi, del Suo messaggio civile (e patriottico) che veniva definito “la mistica garibaldina”, non è rimasto più nulla. Vorrei ricordare ancora una volta che Garibaldi fu uomo di grandi ma difficili ideali: la libertà, la democrazia, l’onestà e l’umiltà. Odiò tutto ciò che opprime e limita: la tirannia, la menzogna, il potere e la ricchezza. Ecco perché ripulse tutti I partiti, che limitano le idee degli uomini dividendoli in contrasti ideologici; ma ciò spiega pure perché tutti i partiti si sono – dopo la Sua morte – riconosciuti in Lui, contendendoselo (e ciò tutti sanno che dura fino ai nostri giorni). Qualcuno poi afferma fortemente – ma solo con le labbra – di essere un Suo seguace (oltre che ammiratore), cercando di far combaciare certe rassomiglianze di fatti o di parole. Ma questo è un “gioco” antico per attrarre le “masse”, che si ripete in continuazione – cambiando “colore”- dopo la morte del Grande. Tutti abbiamo a mente (perché é storia che abbiamo vissuto, noi oltre il mezzo secolo) quante volte l’Eroe è stato innalzato ad ideale di ideologie politiche. L’adamantina purezza dei Suoi ideali e delle Sue doti sono serviti a molti per trincerarsi dietro questo scudo invincibile e meraviglioso, illudendosi di sfruttarlo come un talismano personale! Di tutti costoro (in un modo o in altro) siamo stati testimoni della loro fine…ingloriosa: solo Lui, l’uomo-Garibaldi con I Suoi grandi ideali rimane nella sua immacolata purezza, incontaminato esempio a tutta l’Umanità onesta! Sarà dunque perché il sottoscritto, fin da ragazzo, ha sempre “navigato contro corrente” lottando onestamente e aspramente contro le seduzioni facili ma effimere della vita, che l’Eroe, anzi l’uomo-Garibaldi gli si é “rivelato” ad un tratto “attraendolo”, come Colui che da tempo cercava…

Oggi, attraverso I tanti “rami” del mio piccolo museo garibaldino, posso sinceramente affermare ai lettori e agli amici tutti, che non solo soddisfo un piacere culturale-collezionistico come molti, ma soprattutto sto ancora imparando con gioia quanto era e quanto ancora è grande l’uomo-Garibaldi.

 Ottobre-Dicembre 1991

Leandro Mais


di Leandro Mais

Questa storica ricorrenza mi permette di annotare qualcosa di inedito che riguarda questa eroica donna.

Nell’archivio storico del medico garibaldino Enrico Albanese è presente una fotografia (foto 1 D e 2 R: mm 110 x H mm 160) del fotografo Giuseppe Incorpora di Palermo che ritrae le sembianze di Anita con due variazioni rispetto al famoso ritratto dal vero del 1845, eseguito a Montevideo dal pittore genovese Gaetano Gallino – 1804/1884 ( foto 3 – Milano Museo del Risorgimento). Questa foto dell’Incorpora è chiaramente una variante del famoso ritratto, volutamente ideata per realizzare una immagine differente dal dipinto originale, attraverso due semplici modifiche: 1) il viso è volto a destra anziché a sinistra; 2) il busto è coperto da un poncho a righe artisticamente panneggiato, in luogo del semplice abito del dipinto stesso.

Per quanto riguarda il ricordo dell’eroica Anita, la sua immagine (ovvero quella del dipinto del Gallino) era stata riprodotta nel 1932 (50° della morte di Garibaldi) nel valore da £ 2 + 0,50 di posta aerea (foto 4), che qui illustro attraverso un documento postale viaggiato dell’epoca. Questo documento è una cartolina raccomandata spedita dall’interno della Mostra garibaldina di Roma e con destinazione San Mateo – California – USA: l’annullo (28.6.1932) è quello speciale della “Mostra Cimeli Garibaldini Roma” la cartolina è affrancata, oltre che con un valore più alto della Posta Ordinaria, con l’intera serie di 5 valori della posta aerea commemorativa garibaldina, di cui il ritratto di Anita è il penultimo.

Molte sarebbero le riproduzioni di Anita in altri francobolli del Brasile e della Repubblica di S. Marino, nonché in annulli postali, però penso che sia più interessante ricordare il francobollo e il relativo timbro speciale che la sua città natale, Laguna, emise in occasione del 150° anniversario della nascita: 30 agosto 1971 (foto 5).

A tutt’oggi devo constatare che il Brasile e l’Italia non hanno ancora dato notizie di emissione per l’occasione. Devo invece annunciare l’emissione di un francobollo con annullo speciale (foto 6) da parte della Repubblica di S. Marino, in data 1 giugno 2021, del valore di Euro 3,50.

Nel campo della medaglistica mi limito a ricordare che la ANRVG ha coniato una medaglia ricordo (in due dimensioni coniate dalla ditta Picchiani & Barlacchi Firenze) riproducente, nel Dritto, il ritratto del dipinto del Gallino (foto 7).

 

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      La difficoltà di discernere il vero dal falso è oggi estremamente potenziata a causa dell’immensa quantità di informazioni che circolano su internet e sui canali televisivi tradizionali. Questa responsabilità è stata affidata al singolo cittadino che si vede costretto al controllo o ad informarsi persino su dati ufficiali al fine di accertarne la veridicità, l’eventuale strumentale manipolazione o, caso limite, l’incosciente sbadataggine. Leandro Mais, nel ruolo di instancabile ricercatore, ci gratifica oggi, in questo breve articolo, con una singolare e quanto mai comica fake news che ha avuto il privilegio di intercettare su internet, casualmente.

p.m.

       Questo nuovo “Incontro di Teano” è veramente inedito: ed è molto di più per la sua parte comica che non di quella storica; ma veniamo ai fatti. Stavo cercando di trovare su internet la targa in bronzo argentato facente parte della mia collezione, di cui alle foto 1 e 2 (quella in argento per il momento è irreperibile), quando mi sono imbattuto in un sito di una ditta numismatica che cosi la descrive:

    Foto 1 dritto: descrizione della scena rappresentata: Incontro di Teano con Garibaldi e Vittorio Emanuele II a cavallo. Sotto “TEANO 26 OTTOBRE 1860” . In basso a sinistra. Monogramma “ADC – S. JOHNSON”

   Foto 2 Rovescio: descrizione aquila ad ali spiegate sul bersaglio. Sotto “TIRO A SEGNO NAZIONALE / RICORDO DELLA V° GARA GENERALE / GIUGNO MCMVII / COMMEMORANDOSI IN ROMA IL 1° CENTENARIO / DI / GIUSEPPE GARIBALDI”.

     Questa prima parte di descrizione del dritto e del rovescio di questa targa è, nel suo insieme di dati, corretta. Quanto invece è riportato nella descrizione sottostante, la possiamo considerare una insuperabile battuta di spirito che meriterebbe un premio. Ho creduto opportuno farne avvertiti i miei cari lettori perché godano anche loro di questa eccezionale “fake-news”. Ed ecco quanto riportato successivamente: “PLACCHETTA RETTANGOLARE CONIATA, REALIZZATA NEL 1907 PER RICORDARE LA QUINTA GARA DI TIRO A SEGNO NAZIONALE A ROMA E LO STORICO INCONTRO DI TEANO TRA VITTORIO EMANUELE III E RE VITTORIO EMANUELE II”.

     Ogni parola di commento rimane superflua: l’unico che veramente ne resta particolarmente turbato e inorridito è Garibaldi, che si vede scambiato per Vittorio Emanuele III!

Leandro Mais

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      Durante l’osservazione quotidiana delle notizie e degli avvenimenti del presente e del passato dovremmo sempre esercitare, nei confronti della comunità cui apparteniamo, un dovere fondamentale: la ricerca della verità. Questo principio, utile e valido per gli avvenimenti del presente (anche se più complicato per la difficoltà di saper interpretare la contemporaneità), lo è soprattutto per quelli del passato, quando i “ricercatori” appartengono a quella categoria di umanità che ha aderito idealmente ai valori risorgimentali, e garibaldini in particolare.

Di questo “dovere fondamentale” si è fatto carico Leandro Mais che, attraverso la stesura del seguente breve articolo, intende riaffermare con decisione particolari della verità storica legata alla figura di Anita Garibaldi, in occasione del bicentenario della sua nascita (1821-2021), contrastando così false notizie e immagini, troppo facilmente abilitate a navigare su internet, grande calderone di “verità” e di “menzogne”.

P.M.

    Purtroppo nelle ricorrenze commemorative di tutti i grandi personaggi storici assistiamo ad una notevole produzione di biografie di questi, alcune delle quali veramente inesatte (e ancor più gravi, a volte, se in malafede). Considerando la ricorrenza bicentenaria della nascita dell’eroina Anita Garibaldi dobbiamo constatare, anche per Lei, molte inesattezze e falsità.

      Questa mia ricerca si concentra sull’apparizione di una fotografia (che risulterà anche ritoccata) che raffigura un’alta e snella figura femminile, in camicia rossa, pantaloni, gambe incrociate, giacca con medaglia sul bavero sinistro. Al centro della foto è stata stampata la scritta “Anita” (Foto 1). Questa foto appare per la prima volta sulla rivista “Focus – Storia” n. 12 – febbraio-marzo 2007, articolo pag. 58, “l’Infedele” di Paola Grimaldi. Lo stesso articolo con la stessa fotografia è nuovamente pubblicato (a firma sempre della Grimaldi) sulla stessa rivista in data “autunno 2013”.

       Nel 2009 viene edito da Polistampa il volume “Garibaldi innamorato – La figura dell’eroe e del garibaldinismo in toscana” di A. Frontoni e C. Pasquinelli. Il volume raccoglie gli atti del convegno a Piombino del 2007. Nella copertina di questo libro è riprodotta la stessa foto sopra descritta, (Foto 2) nella quale però si vede, dietro la figura, un mobile ove lei si appoggia e, a sinistra, un cappello (da questa foto si capisce che la prima è stata ritoccata).

     Altro esemplare di questa foto (completa di mobile e cappello) viene riportata su internet (2 marzo 2017 – italcard.canalblog.com.archives “Ritratto di Anita”. A destra della foto si legge:”Nel 1848 Anita, con Teresita e Ricciotti, s’imbarca per Genova per spostarsi a Nizza a casa della madre di Garibaldi ma muore il 4 agosto 1849 a Genova di febbre tifoide. Non aveva ancora 28 anni. Le sue spoglie furono trasportate da Genova a Roma il 2 giugno 1932 …….”(Foto 3)

     Credo che bastino soltanto queste notizie, completamente di pura fantasia, per evidenziare le “fake news” di questo articolo e naturalmente della falsa identificazione della foto (questo vale anche per le altre riproduzioni sopra citate).

Un’ltra foto (Foto n. 4) risulta più completa delle precedenti in quanto riporta, in basso a destra e sotto lo stemma coronato dei Savoia, il bollo incompleto (manca la città) del “Museo del Risorgimento”; Il sito ove appare (www.getty.images.it/detail/fotografie) ha in vendita riproduzioni. Anche questa foto, come le altre, viene citata come “Foto di Anita Garibaldi”. Ad escludere questa attribuzione valgono questi elementi: 

  • A – La statura e il particolare abbigliamento maschile, nonché la medaglia.

  • B – Anita Garibaldi nel 1849, a Roma, era all’ottavo mese di gravidanza (gravidanza che determinò la sua morte a Ravenna il 4 agosto 1849 – località Mandriole) ma il suo stato fisico non appare minimamente nella foto.

  • C – La foto in esame non era ancora stata inventata, perché nel 1849 erano realizzati solo i “dagherrotipi” e le “carte salate”.

     Per dare una identità a questa immagine possiamo ipotizzare, fra i vari indizi, che il personaggio in esame potesse essere “Tonina Marinelli” detta “la garibaldina” (il suo vero nome era “Antonia Masanello in Marinelli”). La sua biografia è descritta nell’opera di Emilio Giacomo Curatulo in “Garibaldi e le donne” (ed. Polyglotta 1913 pag, 68) che ne dà una riproduzione in litografia a colori. In effetti questa giovane donna prese parte nel 1860, insieme al marito, alla Campagna dei Mille da Milazzo al Volturno, meritandosi la decorazione sul campo.

     Per ultimo, a ricordare le vere sembianze di Anita Garibaldi è il ritratto dipinto “dal vero” a Montevideo nel1845 dal pittore Gaetano Gallino; immagine che a tutt’oggi si conserva nel Museo del Risorgimento di Milano (foto 5)

P. S.

Un’ultima notizia mi informa che anche un Comitato di onoranze brasiliano in onore di Anita ha rivendicato il ritrovamento di questa falsa identificazione .

Leandro Mais

    

di Leandro Mais

Questo mistero, ancora oggi irrisolto, riguarda la medaglia (in oro, argento e bronzo) coniata dal Comune di Roma per Garibaldi, a ricordare il suo impegno per la realizzazione del complesso progetto di sistemazione del Tevere, peraltro mai eseguito (gli attuali muraglioni sono del progetto dell’ing. Canevari).

Questa bellissima medaglia fu realizzata dal bravissimo artista Antonio Stirletti (Roma 1822-1904): nel dritto, al centro, c’è la testa “nuda” di Garibaldi  volta a destra; in cerchio, la scritta:”ROMA A GARIBALDI – MDCCCLXXXI”; sotto il taglio del collo: “A. STIRLETTI” (foto 1). Nel rovescio è rappresentata, in forme mitologiche, l’allegoria del Dio Tevere. In cerchio la scritta: “TIRANNO NELLA SCHIAVITU’ LA LIBERTA’ M’INCATENA” (foto 2).

Da quanto risulta nella scritta del dritto questa medaglia è datata “1881”. E’ appunto da questa data che nasce il mistero.

Agli amici lettori ed a tutti i collezionisti di medaglie garibaldine faccio presente che le notizie su questa medaglia sono a tutt’oggi inedite.

La mia ricerca comincia con il fortunato ritrovamento di un documento sconosciuto fino ad oggi: si tratta del testo della delibera con la quale il Consiglio Comunale di Roma decretava il 19 maggio 1882 la coniazione di una medaglia d’oro al Generale Garibaldi per il suo appassionato impegno per i lavori del Tevere. Come tutti sanno l’Eroe viene a mancare il 2 giugno dello stesso anno.

Quindi questo documento (foto 3) riporta in maniera chiara che la medaglia fu consegnata il 20 settembre dello stesso anno alla famiglia dell’Eroe.

Questi dati (come si può vedere dalla foto 3) risultano, come ho detto sopra, dal decreto del Comune di Roma del 2 ottobre 1882.

Tutto il testo del decreto suddetto si trova in Campidoglio, inciso su di una lastr

La foto è dell’archivio del Comune di Roma e mi fu gentilmente donata, su mia richiesta, nel 1982 dal Capo del cerimoniale del Comune. Ciò premesso resta ancora oggi inspiegabile la data coniata sulla medaglia: “1881”. Forse il Comune di Roma, nel retrodatare di un anno il ricordo aureo, pensava di dimostrare che il dono fosse stato fatto all’Eroe ancora in vita ?!a di marmo murata nella parte destra di uno stretto corridoio, cui si accede attraverso una piccola porta della parete destra della grande sala di Giulio Cesare ( o delle bandiere).

Naturalmente anche l’unico catalogo esistente sulle medaglie garibaldine (Sarti 1933) mette questa bellissima e rarissima medaglia all’anno “1881”. In questo catalogo, al n. 116, apprendiamo una interessantissima notizia: ”Di questa medaglia sono rari i pezzi coniati causa la rottura del conio avvenuta dopo la battitura di pochi esemplari, ve ne sono di fusi molto più comuni”.

Questo è quanto ho potuto ricostruire su questo esemplare e sulla vera storia della sua coniazione e donazione, il cui mistero ancora oggi permane.

     
     

Ci siamo sempre!

In “vigile attesa”.. di tempi migliori, il nostro pensiero è oggi rivolto ai martiri italiani della Repubblica Romana del 1849, degnamente rappresentati dal suo primo caduto: Tenente Paolo Narducci.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

http://www.garibaldini.org/2020/04/30-aprile-1849-2020/

Questa pubblicazione a firma di Leandro Mais (apparsa su “Almanacco Maddalenino-Ed. Paolo Sorba-Numero unico-Bicentenario garibaldino 1807-2007″), in cui è riportata una lettera scritta dal Medico e Garibaldino Enrico Albanese e facente parte della collezione dello stesso Mais, costituisce per tutti gli estimatori del Risorgimento e dell’epopea garibaldina una preziosa, duplice testimonianza: da un lato il forte legame che univa Garibaldi ai Garibaldini, come appartenenti a  un’unica, grande famiglia; dall’altro, la grandezza dell’uomo che seppe rifiutare onori e ricchezze dopo aver compiuto imprese straordinarie e che, depredato dei suoi beni materiali, seppe vivere comunque con umiltà e dignità nella sua Caprera. Ringraziamo Leandro Mais per averci dato la possibilità di conoscere questa bella pagina di storia e di umanità.

p.m.

 

Gli storici dell’epopea garibaldina e risorgimentale non hanno dato risalto dovuto alla figura di Enrico Albanese che viene ricordato, in particolare, per essere stato uno dei medici di Garibaldi. E’ opportuno dare  un breve cenno  dei più salienti episodi della vita di questa bella figura di patriota e del come e del perché si legò per la vita all’eroe, con un sentimento di ammirazione infinita che il duce dei Mille ricambiò fino alla morte.

Enrico Albanese nacque a Palermo il 12 marzo 1834 e da giovane medico partecipò, salvandosi fortunosamente, agli sfortunati moti  della Gancia (aprile 1860). Purtroppo non riuscì a partire con i Mille da Quarto ma li raggiunse nella sua Palermo, ormai libera. Come medico e come soldato fu lodato dallo stesso Garibaldi per il suo eroico comportamento a Milazzo, per cui ottenne una medaglia d’argento. Ma l’episodio che legherà il Generale al medico-soldato fu quello infausto e sfortunato, ma glorioso, di Aspromonte. Quando il 29 agosto Garibaldi cadde ferito, tra i primi a soccorrerlo  furono Enrico Cairoli, Francesco Nullo e proprio Enrico Albanese. Quest’ultimo, su  ordine dello stesso Garibaldi, iniziò l’operazione per estrarre il proiettile. Purtroppo l’intervento del vecchio dottore Ripari (Capo dell’ambulanza garibaldina) bloccò il giusto e tempestivo intervento  del giovane chirurgo, condannando l’Eroe a quasi tre mesi di dolori col rischio dell’amputazione del piede destro.

Durante la prigionia di Garibaldi al Varignano (La Spezia), l’Albanese fu scelto, oltre che come medico curante dell’eroe (insieme al Ripari e al Basile), anche come segretario. Dal Varignano, interessantissime  sono  le lettere scritte alla futura moglie Emilia Ginami e quella alle figlie del Duca Della Verdura (sindaco di Palermo), con la minuziosa  descrizione della stanza e degli arredi dove giaceva Garibaldi ferito. Dopo l’estrazione della “regia palla” eseguita a Pisa dal professor  Zannetti, Garibaldi tornò a Caprera accompagnato dall’Albanese e dal Basile. 

Enrico Albanese non lascerà Caprera – nonostante i suoi impegni professionali in Palermo – se non quando il “suo Generale” tornerà a reggersi  in piedi, seppure sulle stampelle  (agosto 1863). L’Eroe, commosso dalle amorevoli cure dell’amico medico gli donò, al momento del saluto, la Camicia Rossa1 che egli indossava quel tragico 29 agosto. Solo allora l’Albanese poté chiudere il Diario della ferita di Garibaldi ad Aspromonte, che aveva tenuto giornalmente dalla data del ferimento2. Seguirono le altre Campagne garibaldine:Tirolo (1866) Mentana (1867) che videro sempre la presenza dell’ottimo volontario e dell’infaticabile medico. Ormai il rapporto di amicizia con Garibaldi era divenuto talmente forte che si poteva paragonare all’affetto di un  figlio verso il padre. Naturalmente, quando gli impegni della professione glielo consentivano, l’Albanese si presentava a Caprera dal “suo Generale” e trascorreva bellissimi periodi insieme ai fidi compagni d’armi che costituivano la gioiosa compagnia del “Solitario di Caprera”. Un fatto, poco noto, è l’amore per la natura che l’Albanese condivideva con Garibaldi. Fra le tante testimonianze bellissime dell’archivio Albanese (lettere, foto, manifesti, documenti ecc.) vi è, infatti, un quaderno rilegato con la scritta in oro sulla copertina: CAPRERA3. In ogni  pagina, l’Albanese ha posto una varietà di fiori e di piante, segnandovi  il relativo nome. Cosa commovente, se si pensa che egli non era botanico, ma medico chirurgo! Quel quaderno costituiva per lui un tenero ricordo della bellezza di quest’isola ormai divenuta famosa.

La serena e idilliaca visione di Caprera sfumò il 27 luglio 1874 quando Albanese, chiamato urgentemente dal Generale, ritornò nell’isola dalla quale mancava da sette anni. Lo spettacolo che gli si presentò era talmente tragico da lasciarlo fortemente colpito. Egli trasmise  questo turbamento, con parole emozionate fino al pianto, in una lettera inviata all’amata moglie Emilia (in essa, tra l’altro mise, in piego di carta velina, una ciocca di capelli con la scritta “capelli e barba del Generale, tagliati il 27 luglio 1874”. Anche questo cimelio è giunto intatto insieme alla lettera).

  Caprera, 27 luglio ’74 – sera

   Mia cara Milia,

  L’uomo propone e Dio dispone : ecco l’adagio che mi viene sulle labbra guardando la luna e il mare quieto e tranquillo. Ti avea promesso di accompagnarti  ai bagni la prima sera di luna piena ed invece sono qui in Caprera, chi di noi due poteva pensarlo allora? Sono le 8 ½  – ognuno si è ritirato nella propria stanza, ed io qui solo pria di cercare riposo sento il bisogno di restare con te un poco: è quattro giorni che sono via di Palermo e nella corsa diabolica  accompagnata dalla bufera non ebbi un momento di tempo  per restare con te a far quattro chiacchiere. Il giorno  di venerdì fino a sera il tempo fu buono, la notte si fece cattivo e ci accompagnò così fino a Civitavecchia dove arrivammo  alle ore 2 p. m. del sabato per ripartire subito alle 4. – All’uscire di Civitavecchia i cavalloni venivano su orribilissimi, ed in breve fummo presi da una vera bufera, grandine, lampi, pioggia, vento che parea il finimondo. E questo tempo durò fino a Livorno dove arrivammo con gran ritardo, sicchè ebbi appena il tempo di trasbordare a bordo la “Lombardia” che era pronto a partire per Maddalena. Anche il viaggio per la Maddalena fu infelice, ma sotto la Corsica al riparo dai venti, il mare era più calmo e potei restare per qualche ora sulla coperta. Al mal di mare questa volta si unì pure un fiero ed ostinato dolore di ventre che mi fece scalare la pancia di 4 dita. Alle ore 5 a. m. del 27 siamo alla Maddalena. Un barcaiolo ignoto dalla barba nera si presenta a me, e si mette ai miei ordini, comandato come era dal Generale. Scendo nella sua piccola barchetta e gli chiedo ancora del Generale. Mi risponde secco – Ha la moglie ammalata. Il vento non era finito si fece vela – ed in meno di mezz’ora siamo alla puntarella dove discendo. Sono in Caprera dopo 7 anni di assenza – Tutto è silenzio. Il sole mette fuori il naso dal Teggiolone, mentre io metto il piede nell’isola abbandonata e deserta. Oh! Come tutto è mutato; quei piccoli campi preparati con tanti stenti e con tanto amore dieci anni addietro, ora sono nuovamente pieni di erbe selvatiche, più si va avanti  e più la campagna è deserta. Incontro una vecchia cavalla magra – è la Marsala poi due, tre, quattro, otto vacche magrissime – finalmente son presso alla casa le finestre  son tutte chiuse a vederla sembra un a tomba, faccio ancora pochi passi ed un uomo della mia statura con un bizzarro cappello in testa, con certi baffetti neri mezzi unti, con lo sguardo incerto come quello di un ebreo mi viene incontro e mi da il ben arrivato. Chi è quest’uomo – sembra un contadino  ma si dà l’aria del Maitre d’Hotel , gli rispondo con un buon giorno, e mi conduce in fino nella stanza del Generale che è ancora in letto. Il Generale ha bella  cera, esso non è più invecchiato, la barba è ancora mezzo rossiccia e i capelli sono bigi come al ’66. La fisionomia  vispa, nutrita è ancora bella, sembra quasi più giovane; mi abbraccia e mi bacia con effusione dicendomi:: “avete fatto da vero amico e non potea dubitare di voi. Vi ho fatto chiamare per la Signora”. La Signora? La Signora è Francesca la balia di Canzio. Essa è li coricata – a lato del Generale, e con essa nel letto vi è un altro bambino a 2 anni circa certo Manlio – è febbricitante da 5 giorni con sintomi un po’ gravi di bronchite – è molto magrito ma ha l’aria tanto buona, e tanto dolce che mi ispira della simpatia. Dopo un  momento entra nella stanza un’altra bambina di 7 anni, forte, robusta, con occhi castani vivacissimi mezzo nuda; è la più grande e la chiamano Clelia.

Sto un momento in stanza un po’ confuso della confusione di tutti, faccio le mie prescrizioni e vengo fuori sul piazzale; vedo Basso – Basso è diventato vecchio, ha tutta la barba bianca, mi viene incontro e ci scambiamo un forte abbraccio, come da vecchi amici. “Ebbene”, mi dice, sei qui. Hai veduto? Era per lei! Il dispaccio l’ho fatto io, ma è stato il Generale che vi ha aggiunto  la parola subito. Ora sei qui, hai veduto l’isola. Tutto abbandonato, è una fortuna se ci trovi vivi. Siamo tornati agli antichi tempi. Si vive di caccia – io ammazzo una capra selvatica per settimana e questo è il nostro pasto. Non ci sono più soldi, siamo senza provviste, nessuno ci manda più nulla – Menotti, Ricciotti e Canzio hanno tutto consumato, anco l’onore di questo povero vecchio. Ricciotti ha debiti per un milione, Menotti ha cambiali per 400 mila franchi e Canzio che aveva in deposito 160 mila lire che erano la sola ricchezza  del Generale, ce le ha mangiate. Ora il Generale scrive, riscrive e guadagna qualche cosa tanto da comprare il pane. Siamo qui, l’isola non si coltiva più – e Fontanaccia stessa è abbandonata, giacchè Lui ha le mani storte e veramente il Generale ha le mani storte dai dolori artritici , e non può lavorarvi, e perché non abbiamo come pagare un uomo per la coltura. Siamo qui soli. Caprera è ipotecata ad un inglese per 300 mila lire per coprire certi debiti di Menotti; domani possono venire a cacciarci via! Questo discorso di Basso mi agghiaccia l’animo. Povero Generale ora sì che sei veramente povero. C’erano i tuoi figli che ti hanno immiserito! Più tardi il Generale mi invita a bere il caffè con lui, e passiamo tutti nella saletta da pranzo. “Si beve il caffè d’orzo, caro Albanese, non so se vi piacerà, ma non abbiamo più caffè  neri qui a Caprera. Siamo poveri e vi adatterete a noi, non è vero?” mi dice il Generale, io ho bevuto una tazza enorme di caffè d’orzo, che mi pareva una porcheria, e che pure dissi che era buona eccellente! Finiamo di prendere questo caffè, ed andiamo in Fontanaccia. Il Generale cammina colle stampelle e l’accompagnano i due bambini, quell’uomo che venne ad incontrarmi, che seppi poi essere un vero cognato chiamarsi Antonio, ed un’altra ragazza bellina, che bada ai bambini e che è sorella della Signora. Per la strada nella discesa dell’uliveto, a sinistra, vi è una tomba di marmo bianco, piena di fiori – sulla tomba  vi è scritto Rosa Garibaldi nata nel 1859 morta nel gennaio 1871. Fontanaccia è un deserto: le viti non sono zappate, gli alberi vi sono ben cresciuti. “Riposiamo qui  all’ombre” mi dice il Generale, “non andiamo più avanti, vi è l’aranceto, non ho core di andare più in là. L’aranceto se lo vedeste, è un cimitero! E veramente tutto fontanaccia sembra un cimitero Cespugli per tutto, alberi sfrondati, viti per terra  quasi perdute.” Più tardi si va a pranzo. E’ tutta la capra che fa la festa: capra in umido con cipolla, capra stufata, capra arrosto. Io mangio con fame tutto quanto mi danno, e mi par tutto squisito; vi bevo sopra per buona fortuna un bicchiere di marsala, di quella marsala che io avevo   portato con me, ciò che non toglie per altro una pura indigestione e i dolori che son tornati più gagliardi di prima. Dopo pranzo, vaccino il bambino; poi si fa la siesta quindi vado a prendere un bagno e ricomincio sulla spiaggia a cogliere conchiglie e coralli per Manfredo. 

La sera si cena: un grosso pollo fa gli onori di casa, mal cotto del quale io non vo mangiare. Di poi  nella saletta di pranzo è un gran baccano. La Clelia va a suonare uno stonatissimo organetto, il Generale contento ne scorge nello stonamento  che il pezzo è famoso. “Lo sentite?” mi dice, “E’ il barbiere di Siviglia!” A me parea  un charivari ma finisce il pezzo  rivedo la Signora che ha la febbre molto meno, e ritorno solo nella mia stanza. La mia stanza è a primo piano sulla terrazza, quella stessa che abitammo otto anni addietro – il letto è buono e la biancheria è pulita: Meno male. Solo qui ho pianto, non credeva a tanta miseria. E penso che Caprera ai nostri tempi era ricco terreno, e questo povero uomo era allora un Re! Cara addio. E’ tardi e sono stanco orribilmente. Domani all’alba riparte il corriere  e non ho tempo di vedere ciò che ho scritto  – addio. Salutami tutti. Le sig.E  Nunan di cui specialmente le ragazze, Giannesina, la mamma grande a te a Corrado a Manfredo tanti baci, a te una stretta di core dal tuo sempre

Enrico

Il Generale ti saluta caramente.

   Albanese morì improvvisamente mentre si trovava a Napoli per un congresso medico il 5 maggio 1889. Volle, come ultimo desiderio, essere sepolto entro un’urna di granito di Caprera, proprio  come il suo Generale. Questo fatto è emblematico della “comunione d’affetti” che legò in un unico sentimento d’amore altissimo il trinomio Caprera, Garibaldi ed Enrico Albanese.

Leandro Mais

1 Oggi questo importante cimelio è conservato, insieme al altri pezzi dell’archivio Albanese, nella collezione dello scrivente

2 Anche questo   autografo   è conservato nella collezione Mais

3 Quaderno che contiene i fiori recisi raccolti dal Dottor Albanese, nel 1863, prima di lasciare Caprera

di Leandro Mais         

    A ricordare questa data storica, che segna la prima formazione di quasi tutte le sue parti finalmente unite in un unico regno (alla totale Unità mancava ancora il Veneto e il Lazio) ho pensato di illustrare questo avvenimento   con quattro oggetti della mia collezione: due del 1911   e due del 2011.

    Il primo oggetto è un bellissimo orologio da panciotto (con catena e moschettone della nota fabbrica svizzera “Roskopf”) appositamente realizzato per il primo 50° del Regno d’Italia e donato ai Deputati del Regno. Nel quadrante  anteriore (Foto 1/A diametro mm. 53), al centro in alto, è raffigurata l’aquila sabauda con lo scudo Savoia nel petto; sotto, la data “1861-1911” e, in cerchio, “Ricordo patriottico”. Nel bordo di metallo, in cerchio ed a rilievo, “Cinquantesimo anniversario del Risorgimento – 1861 = scudo Savoia = 1911”. Nel retro (Foto 1/B), sulla calotta metallica e in cerchio: “Ai fondatori  dell’Unità Italiana”. Al centro, una grande stella a cinque punte, in ognuna delle quali il busto dei quattro fattori dell’Unità: Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Cavour, Mazzini, più quello di Enrico Cialdini. Al centro della stella la scritta in tre righe: “L’Italia / farà / da se” (frase detta dal Re Carlo Alberto nel 1848). Sotto, un’aquila con lo scudo Savoia nel petto.

    Il secondo oggetto, di natura popolare, è una scatola (Foto 2) in metallo (mm. 280 x H mm. 167 spessore mm. 105) per cioccolatini artisticamente decorata e a colori, con i ritratti di Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi e Mazzini. Al centro due tondi con, a sinistra, lo stemma della città di Torino e a destra quello di Roma. Sopra questi due stemmi un nastro tricolore con la scritta in due righe ”Cioccolato” / “Risorgimento”. Sul lato della scatola è presente la scritta “Società /  anonima italiana cioccolato ed affini / Torino”. Le illustrazioni che decorano questo oggetto lo fanno (quasi certamente) datare al 1911 ovvero al primo 50° del Regno d’Italia.   

     Prima di descrivere gli altri due oggetti del 2011, 150° del Regno, è necessario un chiarimento. Se la data del 1911 è quella del primo 50° del Regno d’Italia, quella del 1961 dovrebbe essere, di conseguenza, quella del primo centenario sempre del Regno d’Italia e non come è stata    ufficialmente dichiarata dell’”Unità d’Italia”. Di conseguenza nel 2011 si è celebrato il 150° della “così detta” Unità d’Italia, e quest’anno, 2021, ne ricorrerebbe il 160°.

    Ciò premesso vengo a descrivere gli altri due oggetti del 2011: il primo oggetto è una scatola di biscotti (Foto 3) della ditta Lazzaroni di Lainate (Mi) (metallo mm. 283 x mm. 182 x H mm. 60) a ricordo del 150° dell’Unità d’Italia. Questa data (come abbiamo suddetto di fantasia) segue ad altro errore nella scelta della illustrazione stampata che riproduce l’ingresso di Garibaldi a Napoli il 3 settembre 1860 e non 1861, come scritto a destra dell’illustrazione.

    Il secondo oggetto è un ricordo per il 50° delle prime Fiat 500 (1961-2011 Foto 4/A) Entro scatola di cartone a tre lati ed il quarto trasparente (cm. 14 x cm. 9 x H cm. 10). Al centro un modellino metallico di una “Fiat 500” di color rosso (cm. 6,5 cm. 2,6 x H cm. 3) alla cui destra è presente una riproduzione metallica  a colori di Garibaldi (cm. 2 x H cm. 4), tratta dal quadro di Gerolamo Induno  (Foto 4/B). In questa riproduzione nella parte superiore è stata stampata la scritta in quattro righe: “Qui si fa l’Italia o si muore – 150° anniversario Unità d’Italia 1861-2011. Sul fianco destro della scatola (Foto 4/C): “Giuseppe Garibaldi – Lo sbarco delle Mille 500 rosse – a Marsala 11 maggio 1860 – 150° anniversario Unità d’Italia 1861-2011”.

   Credo che questo oggetto sia quello che contenga il numero più alto di errori, di cui qui appresso elenco:

(Foto 4/A) La Fiat è nata nel 1961 e quindi anche se per un anno non coincide con tutto ciò che riguarda lo sbarco  di Garibaldi a Marsala (1860)

(Foto 4/B) La frase “Qui si fa l’Italia o si muore” fu detta da Garibaldi durante la battaglia di Calatafimi  del 15 maggio 1860; quindi anche questa seconda frase non ha alcun riferimento al 1961

La frase “150° anniversario Unità d’Italia / 1861-2011“ ancora una volta ripete l’errore di UNITA’ D’ITALIA  e non REGNO D’ITALIA

(Foto 4/B) “Giuseppe Garibaldi” Il nome dell’Eroe alla fine di questo scritto risulta come se fosse l’autore di tutto ciò che è scritto sopra, mentre andava posto sotto la prima frase.

(Foto 4/C) Per quanto riguarda la scritta sul lato destro della scatola, gli errori in essa contenuti sono stati già esaurientemente illustrati.

                                          

 

 

 

 

1A                                                         1B                                               2

 

3                                                      4A                                                 4B

4C

 

 

         In un momento così difficile per il nostro paese, per il lavoro, per la credibilità delle istituzioni, per il timore di ammalarsi e venire coinvolti  nel girone dantesco della Sanità pubblica, umiliata per aver subito negli anni scorsi pesanti tagli economici che l’hanno costretta a disorganizzare capillarmente le sue strutture, il nostro pensiero non può non essere rivolto, per pochi minuti, alla data del 9 febbraio 1849.

         Quando l’uomo del XXI secolo scruta il passato ed entra nella storia degli avvenimenti che hanno costruito il suo presente, dovrebbe essere in grado di selezionare i fatti storici in funzione della scelta di una discriminante fondamentale: il progresso dell’umanità. La Repubblica Romana del 1849, per quanto di brevissima durata, risponde in pieno a tale principio.

         Dopo 172 anni di storia italiana, europea e mondiale, possiamo riscontrare con ragionevole certezza che i principi enunciati in quel fatidico giorno di febbraio, comprese le successive azioni di governo, costituiscono ancora un miraggio per una buona fetta di umanità, come i diritti umani calpestati da varie dittature militari o pseudo democratiche e la pena di morte, ancora vigente persino in gran parte degli stati uniti d’America.

         Oggi facciamo molta fatica a riconoscerci nello spirito di quel profondo rinnovamento della coscienza, di quel progresso che, partendo dagli ideali repubblicani di libertà eguaglianza e giustizia si sarebbe concretizzato in leggi e decreti attuativi destinati all’innalzamento della dignità di ogni cittadino. Una fatica, la nostra, dovuta al logoramento della volontà di migliorare e migliorarsi, attratti come siamo, costantemente, dall’egoismo e da un materialismo che respinge ogni idealità.

         Nell’impossibilità momentanea di riunirci, tutti, per celebrare insieme la memoria della Repubblica Romana del 1849, vogliamo comunque ricordare, a testimonianza di quanto già espresso, e con spirito di devozione verso coloro che si sacrificarono per difenderla, l’elenco di alcuni atti legislativi emanati nel febbraio-aprile 1849:

  • I beni ecclesiastici diventano proprietà della Repubblica Romana
  • Libertà di culto per tutte le confessioni religiose
  • Abolizione della censura, della pena di morte, del Tribunale del S.Uffizio
  • Istituzione del matrimonio civile
  • Abolizione della tassa sul macinato e del monopolio del sale
  • Abrogazione dell’esclusione delle femmine e dei loro discendenti nei procedimenti di successione
  • Carattere pubblico dell’Università e dell’istruzione, creazione del Ministero della Istruzione Pubblica
  • Riforma Agraria (Aprile) 

Paolo Macoratti – Presidente Ass.ne Garibaldini per l’Italia

Il nostro omaggio al Sacrario dei caduti per Roma di via Garibaldi  (Paolo Macoratti, Giovanni Blumthaler, Maurizio Santilli, Stefano Dini)

   

 

     Studiando il Risorgimento e in particolare l’epopea garibaldina, siamo sempre più consapevoli che il vero e autentico impulso finalizzato alla realizzazione dell’unità d’Italia sia da ricercare nel sacrificio offerto dal volontarismo popolare – guidato da quell’uomo straordinario che fu Giuseppe Garibaldi – per realizzare l’ideale di unificazione della Patria comune. La storia ci insegna, dunque, che dal sacrificio può nascere un bene superiore.

     I secoli XIX e XXI ci appaiono come periodi storici apparentemente molto lontani, soprattutto per l’accelerato sviluppo tecnologico di questo iniziale terzo millennio che ha generato l’ascesa incontrollata e generalizzata di un capillare e globale materialismo. La velocità del cambiamento ha determinato, come sappiamo, una non pari evoluzione dell’umanità in senso etico; squilibrio che ha provocato e sta provocando disastri ambientali e biologici di portata epocale.  

    Malgrado ciò, e proprio in questo momento pandemico così difficile, ci è offerta la possibilità di cambiare; cambiare stile di vita nella direzione di un vero progresso, non più fondato sullo sviluppo incondizionato e sullo sfruttamento incontrollato di risorse ormai in fase di esaurimento, ma orientato al rispetto degli equilibri naturali che stiamo da tempo sovvertendo. Perché da questa situazione nasca un bene superiore dovremmo dunque sacrificarci, in modo serio e consapevole, rinunciando, questa volta, a privazioni assai minori.

p.m.

L’analisi accurata dei manufatti di un determinato momento storico, siano essi artistici o meno, porta inevitabilmente a ritrovare, nelle loro rappresentazioni, notizie che possono essere aderenti alla realtà documentale o completamente fantasiose. E’ un metodo di analisi utile per conoscere la storia; metodo che Leandro Mais continua a praticare con grande passione.

IL GENERALE GARIBALDI ..VISTO DAI “CUGINI” FRANCESI

di Leandro Mais

La mia collezione garibaldina si è arricchita pochi giorni fa di un particolare pezzo, ovvero di un bronzo rappresentante una statuetta di Garibaldi in divisa da Generale del 1859 (H mm 340). L’opera poggia sopra un alto basamento (H mm 150) che reca nei quattro lati due scene con figure  e due avvenimenti con relativa data (mm.  93 x H mm. 68). Data la particolare realizzazione della scultura (che svilupperò qui appresso) chiedo questa volta ai miei cari lettori  se mi possono essere di aiuto nel chiarire certi particolari che anche a me restano poco decifrabili.

Per quanto riguarda  la figura del Generale (foto 1) reputo che sia eseguita in maniera abbastanza artistica ma non posso non segnalare il particolare – veramente di fantasia dell’autore – delle ben quattro medaglie applicate sulla destra della giacca. Ho sottolineato ciò perché, come tutti sanno, l’Eroe non portò mai nessuna decorazione, neppure quella che gli fu data in oro per la Campagna del 1859. Come curiosità ricordo che né in Italia, né all’estero, esiste un monumento di Garibaldi  con questa divisa.

L’opera risulta realizzata da un artista francese, “MACHAULT” (foto n° 2), come risulta dall’incisione nella colonnina di destra, dove l’Eroe poggia la mano sinistra su una carta geografica dell’Italia meridionale, con la scritta “CARTE / D’ ITALY” (foto n° 3).

E ora due parole sulla parte meno chiara che si nota nei quattro lati del basamento. Infatti i quattro riquadri raffigurano due scene  (senza luogo e data) e due epigrafi datate. Iniziamo con la scena posta sul davanti (foto n° 4): al centro la figura di Garibaldi (di fronte) a capo scoperto in divisa da Generale (in quanto indossa una giacca lunga e mantello); ai suoi lati due gruppi di patrioti e sullo sfondo un gruppo di palazzi. Quanto descritto non risulta ascrivibile ad alcun fatto storico.

Proseguendo a destra (foto n° 5), troviamo la scritta: “PRESA DI PALERMO / IL DI 27 MAGGIO 1860″. Continuando  nel retro (foto n° 6) vediamo questa scena: al centro un personaggio in divisa con in capo una feluca, baffi e pizzetto; alla sinistra un gruppo di Zuavi (dai caratteristici pantaloni), tra i quali uno con un foglio in mano; a destra altri Zuavi, di cui uno con fucile e l’altro con bandiera. Possiamo azzardare, dai pochi elementi caratteristici della scena, che il personaggio al centro possa essere il Re Vittorio Emanuele II, che appunto dopo la battaglia di Palestro (30-31 maggio 1859) fu nominato Caporale degli Zuavi per il suo comportamento eroico. Nell’ultimo riquadro (foto n° 7) è riportata la scritta “ANNESSIONE DELL’ITALIA /CENTRALE AL PIEMONTE / 18 E 20 MARZO 1860″.

Da quanto sopra descritto possiamo riassumere che delle due scene storiche solo una riguarda Garibaldi e che delle due scritte solo quella di Palermo riguarda l’Eroe. Quindi ringrazio anticipatamente chi troverà notizie più illuminanti.

Mi sembra interessante aggiungere alle descrizioni precedenti due opere che riguardano sempre questo tema (Garibaldi Generale). Si tratta di due litografie francesi d’epoca in cui è evidente  lo “chauvinisme” dei nostri cari “cugini” d’oltralpe. Come potete vedere il Capo delle camicie rosse è stato ritratto nella divisa da Generale anche in questi due famosi episodi del 1860: 1) “Garibaldi” -  litografia (foto n°8) (mm 455 x H mm 670) – dis. “Ferrat” scul. “E. Guvais” (Garibaldi a Calatafimi) – 2) “Victor Emmannuel et Garibaldi / devant Capoue” – Litografia (foto n° 9) (mm 455 x H mm 664) “P. Dien imp. Paris” – Editeur “Artheme  Payard” (Incontro di Teano).

Penso che questa ultima testimonianza sulla divisa del Generale nei due episodi storici del 1860 valgono a dimostrare certi preconcetti   dei nostri vicini “Galli”.   

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Il 17 marzo 2016 mettemmo in evidenza, su questo sito, la prassi consolidata del voler considerare la data del 17 marzo 1861 come rappresentativa dell’Unità d’Italia, a dispetto della sua vera identità storica legata invece alla Proclamazione del Regno d’Italia. Oggi Leandro Mais riprende questo argomento in occasione del 160° anniversario dell’incontro di Teano del 26 Ottobre 1860, corredandolo di alcuni significativi oggetti della sua collezione.

TEANO, 26 OTTOBRE 1860 – L’UNITA’ D’ITALIA E’ RIMANDATA AL 1918

di Leandro Mais

Ricorrendo quest’anno il 160° dello storico Incontro di Teano (oggi ribattezzato di Vairano) credo sia interessante riguardare gli effetti e le conseguenze storiche di questo episodio, tanto sbandierato e conclamato in passato, anzi direi ancora fino ad oggi, prescindendo da ciò che si tramanda riguardo i risultati altamente positivi che avrebbe prodotto.

L’incontro fra il Re dei Sardi-Piemontesi con il Capo dei Volontari in camicia rossa viene interpretato come la fusione di due strategie: quella ufficiale monarchica e quella dei volontari. In realtà i fatti successivi dimostreranno l’esatto contrario, e cioè la loro sostanziale divisione: la parte regia, in quanto dipendente politicamente dall’Imperatore di Francia Napoleone III, e i Volontari, liberi ed anelanti ad unire finalmente tutti gli Italiani.

Possiamo quindi affermare che quel giorno fatidico del 26 ottobre 1860, Garibaldi, che aveva nominato in anticipo il Re di Sardegna “Re d’Italia”,  vide che stava per realizzarsi il sogno di continuare l’impresa unitaria insieme all’Esercito Regio. Questo sogno s’infranse però subito: infatti Vittorio Emanuele gli ordinò con fermezza di sospendere ogni futura azione bellica dei suoi Volontari, in quanto da quel momento sarebbe passata ai suoi ordini e quindi all’esercito regio. 

Con l’occasione vorrei ricordare (perché nella storia le date devono corrispondere esattamente a un  determinato fatto) che una cosa è il ” Regno d’Italia”  e un’altra cosa è l’ “Unità d’Italia”. Questa precisazione è necessaria.

Come tutti sanno, il 1961 fu dichiarato ufficialmente “Anno del Centenario dell’Unità d’Italia”; naturalmente l’errore ritornò esattamente cinquanta anni dopo, ovvero nel 2011, dichiarato ufficialmente “Anno del Centocinquantesimo dell’Unità d’Italia”. Storicamente i fatti sono  stati interpretati (volutamente?) in  maniera errata in quanto la Storia ci riporta ufficialmente che il 17 marzo 1861 (legge n° 4761) iniziava il Regno d’Italia (non l’Unità d’Italia), il cui primo Re era Vittorio Emanuele II, già  Re di Sardegna e Piemonte, il quale volle mantenere la numerazione  di “secondo” dei Re di Savoia e non di “primo” del Regno d’Italia. Da ricordare che nel 1911 fu solennemente celebrato il 1° cinquantenario del Regno d’Italia; dopo altri cinquant’anni si arriva al 1961 che si cambia in Centenario dell’Unità d’Italia, come suddetto.

Riassumendo: l’anno 1961 è stato il centenario del  Regno d’Italia ( e non dell’Unità) e quindi  il 2011 è stato il centocinquantesimo, sempre del Regno  d’Italia!

E’ chiaro quindi che la data che si vuole attribuire all’Unità d’Italia risulta dai confini geografici della penisola italiana. Chiarito questo concetto, ci basta ricordare che nell’anno 1861  non era ancora affrancata l’italianità del Veneto (che avvenne nel 1866) nonché del Lazio e di Roma Capitale (che avvenne nel 1870). Siccome ancora mancavano i territori del Veneto e di Trento e Trieste dobbiamo affermare che solo con la presa di quest’ultimo lembo di terra irredenta si raggiunse la tanto sospirata unità, quindi dopo ben cinquantotto anni e dopo una guerra durata dal 26 maggio 1915 al 6 novembre 1918 e costata ben 650.000 caduti.

Purtroppo il centenario del 1918-2018 è passato senza che l’ufficialità ricordasse al popolo questo raggiunto 1° centenario dell’Unità d’Italia. Concludo quindi, con  amarezza e non con giubilo, questo ricordo del 160° anniversario dell’Incontro di Teano, in quanto esso segna per gli Italiani un ritardo di ben 58 anni per la sospirata ed agognata unità.

FOTO 1 (a/b) – Fiesole 17 giugno 1906 -  Inaugurazione monumento dell’Incontro di Teano – scultore Oreste Calzolari – medaglia 1906 in metallo fuso – Ø 96 mm.  NOTA: questo è il primo monumento che riproduce l’incontro di Teano; il secondo è a Teano.

FOTO 2 – 1907 – “incontro di Teano” – Roma, targa premio tiro a segno nazionale nella ricorrenza del 1° centenario della nascita di Garibaldi – mm 65 x mm 45 , in AE – incisione del Castagnè – S. Jhonson Milano.

FOTO 3 (a/b) – 1960 – medaglia commemorativa del 1° centenario dell’Incontro – coniata dal Comune di Teano – medaglia in AE argentato Ø mm. 28 – Lorioli Milano. La scena è riprodotta dal quadro del pittore Carlo Ademollo.

FOTO 4 (a/b)  Ed ecco dopo 100 anni cosa si legge nella medaglia ufficiale di Torino del 1961: Al centro le 4 teste dei fattori dell’unità d’Italia; nella scritta in cerchio si legge:”CENTENARIO DELLA PROCLAMAZIONE DELL’UNITA’ D’ITALIA  1861- 1961” Nel rovescio, a confermare viepiù l’errore del dritto, leggiamo: in alto “TORINO”al centro il Palazzo Carignano in basso in cerchio “17  marzo 1861” – medaglia in AE Ø mm. 33 Affer.

FOTO 5 (a-b-c) – 1911 – serie commemorativa di 4 monete del 1° cinquantenario del Regno d’Italia (£ 50 AU – £ 5 AG – £ 2 AE – 10 c, nel dritto con scene allegoriche) opera dello scultore D. Trentacoste, siglato nel rovescio a tutte e quattro.

FOTO  6 (a/b).  Nel 2011  venivano coniate molte medaglie per il cento cinquantenario dell’ “unità d ‘Italia” e quindi tutte storicamente errate, mentre l’unica che risulta parzialmente esatta (Centocinquantenario  del Regno d’Italia) è quella coniata dall’U M I (Unione Monarchica Italiana) qui riprodotta. Medaglia 2011 opus Alidori Ø 60mm. AE

NOTA – Nel rovescio di quest’ultima medaglia, nella cartina d’Italia, sono evidenziati i contorni del Lazio e del territorio di Trieste, non facenti ancora parte del Regno d’Italia, ma è incredibilmente assente il territorio del Trentino: segno dei nostri tempi, caratterizzati dalla perdita costante dei neuroni legati alla storia, malgrado la buona volontà. 

1a    1b    2     3a   3b   4a   4b

5a   5b   5c   6a   6b

Basta il pensiero, trasformato in  piccolo omaggio floreale, per fare memoria di coloro che sacrificarono la vita nel nobile intento di contribuire al progresso della civiltà.

“..è la nostra vita che può dare un significato e una ragione rasserenatrice e consolante alla loro morte, e dipende da noi farli vivere o farli morire per sempre”.

 

 

di Leandro Mais  

Sono passati ben  sei anni dal mio articoletto su questa medaglia (http://www.garibaldini.org/2014/10/il-cosiddetto-re-galantuomo/ ). Sono lieto di poter dare ai miei lettori un interessante giudizio storico (in quanto coevo) che si trova nelle memorie del garibaldino Francesco Zappert.  

Questo garibaldino, oltre alla Campagna del 1860, fu presente nel tragico fatto d’Aspromonte due anni dopo. In queste memorie  dal titolo “Da Palermo ad Aspromonte” (1)  nella terza puntata è riportato il brano che riporto in originale come segue :  

“…mi si fa innanzi uno sconosciuto in vesti garibaldine, azzimato con una certa civetteria militare, con un bel cappello di paglia nuovo di trinca in testa ed una lucente sciabola al fianco. Sulla camicia rossa, allora allora vestita, gli spicca quella famosa decorazione che il Municipio di Palermo (2), nell’alta e servile sua ignoranza, distribuì ai volontari del 60. A  quelli  s’ intende cui non ripugnò riceverla e che non si sentono macchiato il petto da un segno commemorativo che altro non è che una solenne menzogna. – CASA DI SAVOIA E LIBERAZIONE DELLA SICILIA! E  codesto nonsenso doveva lasciarsi a Palermo, là dove non si vide un soldato della monarchia mentre si combattevano le giornate della libertà; nella Palermo rivoluzionaria  emancipata per forze proprie, sgombrata dai suoi tiranni da pochi eroi venuti dal continente; nella Palermo di Garibaldi, dove l’amore al grand’uomo è una religione, che non riusciranno a distruggere tutte le arti dissolventi del moderatismo. Quei consiglieri municipali devono aver piegata ben basso la schiena per far omaggio alla Casa di Savoia di una conquista cui essa non prese parte. Se decisamente volevasi accennare nel bronzo la monarchia , si doveva, se mai, incidervi: LIBERAZIONE DELLA SICILIA – DONO DI GARIBALDI ALLA CASA DI SAVOIA -…”  

Lo Zappert, da vero garibaldino che era, ci rappresenta in maniera reale quanto fu il suo disprezzo nel vedere quella medaglia (che non aveva nulla di garibaldino) e che veniva mostrata con tanta spudorata ostentazione

  NOTE

1 – Vedi “Garibaldi e garibaldini” ed. Riccardo Gagliardi –Como – 1910 – Quattro fascicoli. Le memorie dello Zappert. Si intitolano :”Da Palermo ad Aspromonte” e sono divise in quattro puntate. Il riferimento a questa medaglia è nel terzo fascicolo pag, 300/301   Per notizia vedesi pure :”Aspromonte  – Il più grande delitto della monarchia”  - Rivista Popolare n. 16 -17 pag, 90/91  

2 – Lo Zappert, non sapendolo,  cita solo il Comune di Palermo mentre queste medaglie (diametro mm 32 AG – AE), per il pochissimo tempo rimasto del 1860 (circa un mese e mezzo), furono coniate anche dalle Zecche di Torino e Milano.

di Paolo Macoratti

             E’ curioso come l’attualità di avvenimenti di cronaca, come la tragica morte dell’uomo di colore  George Floyd, avvenuta a Minneapolis, nello Stato del Minnesota (USA) il 25 maggio 2020 ad opera di alcuni poliziotti assassini, e le conseguenti proteste, violenze e nuove uccisioni, peraltro non ancora esauritesi, possa dare lo spunto a talune persone, rispettose della storia risorgimentale del nostro Paese, di intraprendere una iniziativa che porti alla pubblica attenzione il nome di un altro uomo di colore caduto a Roma il 30 Giugno 1849, nell’intento di difendere la Repubblica Romana dall’assalto dell’esercito francese: Andrés Aguyar.

             Per George Floyd, per la crudele morte subìta, resa ancor più tragica dalle immagini pubblicate sulla rete, si è scatenata l’indignazione di mezzo mondo, ma anche una serie di azioni contro monumenti e statue di uomini del passato finalizzate a mantenere alta l’attenzione dei media sull’irrisolto problema del razzismo, piaga mai sanata completamente. Uno di questi movimenti internazionali è il Black Lives Matter.

             Ed ecco qui la mossa audace e “garibaldina” di Matteo Manenti, da sempre impegnato nella difesa dei valori fondanti la nostra Costituzione repubblicana e attivo per il bene della comunità e l’assistenza ai più deboli: coinvolgere il movimento romano dei Black Lives Matter nella “costruzione” di una statua e non nel suo abbattimento! Quale migliore occasione per proporre al Comune di Roma di dedicare ad Andrés Aguyar, unico garibaldino di colore (l’altro si chiamava Costa, scomparso in Uruguay) un’”ERMA” al Gianicolo? Da qui la petizione per la raccolta firme alla Sindaca Raggi (da cliccare a fine articolo).

             Chi era dunque Andrés Aguyar? Era stato fedele compagno e devoto di Garibaldi e Anita in Montevideo, seguendoli nei loro viaggi e nelle loro battaglie, insieme alla Legione Italiana. Era tanto entusiasta degli Italiani che non volle abbandonarli alla loro partenza per l’Europa nel 1848. Racconta Giuseppe Garibaldi:” Andrés Aguyar era una di quelle paste d’uomini che natura formò per essere amati. Tranquillo, buono, freddo al pericolo, era prevenente per tutti coloro che sapevano destare la sua simpatia. Il suo colore era il puro nero ebano, senza miscuglio; colore che vale il biondo ed il bruno delle diverse razze europee. Aguyar era di forme atletiche e perfetto cavaliere (non di quei ridicoli cavalieri, di cui son sempre piene le quarte colonne dei giornali ufficiali e che non si sa per che diavolo siano stati creati cavalieri,) ma cavaliere nel vero senso della parola, cioè di coloro che, quando inforcano un cavallo, v’innamorano per la leggiadria ed il garbo con cui si lanciano e si posano in sella.  Egli era nero, ma non africano; nato nella campagna di Montevideo da genitori africani, possedeva la vetustà delle forme caratteristiche del creolo. Destinato sin dall’infanzia a domare i cavalli nella estancia del general Aguyar – di cui i parenti del nostro nero erano schiavi, poi liberati dall’avvenimento della Repubblica – ,egli aveva passato tutta l’attiva sua gioventù in quell’arduo e marziale maneggio. Domatore di cavalli, non era strano ch’egli fosse perfetto cavaliere. E chi ha percorso l’America meridionale ricorderà che gran parte dei domatori appartengono alla razza nera, certo indebitamente per tanto tempo disprezzata e manomessa”. (Brano tratto da “La vita di Giuseppe Garibaldi – Gustavo Sacerdote Milano 1933)

VIDEO  andresaguyar.mp4

PETIZIONE https://tinyurl.com/ydyrmdlv

Cari amici, buon 75° anniversario del 25 aprile!

Purtroppo, più ci si allontana da quella data di liberazione dal “virus” nazifascista e da quella splendida pagina della Resistenza, chiamata giustamente Secondo Risorgimento, più ci rendiamo conto della precarietà della memoria storica, specialmente ora che siamo in procinto di entrare in un’altra epoca; stagione che già sta causando pesantissime conseguenze in ambito sanitario, lavorativo e sociale. Prepariamoci dunque a una nuova Resistenza, cercando di affrontare con serena consapevolezza il mondo che sta cambiando e anche i nuovi fascismi che si sono affacciati, sotto le più diverse sembianze, alla ribalta di un tempo globalizzato.

Nel giorno che evoca il ritorno alla libertà e alla democrazia, sancite da una splendida Costituzione repubblicana, il nostro pensiero torna alle persone della nostra Associazione che ci hanno lasciato e che avrebbero condiviso con grande partecipazione la ricorrenza:

Alberto Mori – nato a Codogno (Lodi) – classe 1930

Alcide Lamenza – nato a San Donato di Ninea (CS) – classe 1933

De Angelis Carlo – nato a Roma – classe 1936

Gianni Riefolo – nato a Roma – classe 1942

Il più giovane di questi cari Garibaldini degli anni 2000, Gianni Riefolo, è stato un attivo sostenitore delle ricorrenze del 25 Aprile dell’ANPI e della FIAP.  Il più anziano, Alberto Mori, ci ha lasciato una testimonianza diretta della Resistenza partigiana al nazifascismo: la sorella Giuditta Mori , che fu staffetta e che subì il carcere rischiando la fucilazione. Di questa donna coraggiosa e sconosciuta vogliamo oggi fare memoria, affiancando i documenti che la riguardano all’immagine indimenticabile dei Fratelli Cervi, a quella di un gruppo di partigiani della Val di Susa e al fazzoletto-ricordo  della breve Repubblica della Val d’Ossola, donataci da Alberto.

 Paolo Macoratti