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PUBBLICHIAMO L’INIZIATIVA DI UN GRUPPO DI CITTADINI VOLTA AL RICONOSCIMENTO NAZIONALE DI ROMA CAPITALE

 

° Campagna dell’Agro Romano

1867 – 2019

Carlo Ademollo – Morte di Enrico Cairoli  – (Sopra) Eccidio Tavani Arquati

Villa Glori – 23 ottobre – ore 10,30

Associazione Garibaldini per l’Italia

Associazione Nazionale Garibaldina

Ist. Internaz. di Studi “Giuseppe Garibaldi”

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L’associazione Noitrek, in occasione della giornata del camminare 2019, propone in collaborazione con l’Associazione Garibaldini per l’Italia una visita guidata sui luoghi delle battaglie per la difesa della Repubblica Romana del 1849.




Domenica 13 Ottobre 2019 - ore 9,30 

App.to al Gianicolo – Monumento ad Anita Garibaldi

    

 

 

La comunicazione a mezzo stampa che un tempo doveva essere necessariamente dettagliata e precisa per descrivere avvenimenti che rappresentassero adeguatamente fatti realmente accaduti, si è oggi trasformata con “l’alta velocità” di internet e delle reti sociali connesse, in una tendenza che produce eccessi di semplificazione. Il ricorso a questa tecnica di comunicazione, invece di arricchire con nuovi contenuti una verità storica consolidata, finisce per alimentare ulteriori dubbi e incertezze in quella larga fascia di cittadini già impoveriti culturalmente.

 Mi riferisco in particolare all’articolo apparso il 16 Agosto 2019 sul sito UNSERTIROL24.COM (www.unsertirol24.com/2019/08/16/garibaldi-a-bezzecca-una-vittoria-austriaca/) a firma di Everton Altmayer, in cui il giovane docente di San Paolo del Brasile in studi del dialetto trentino, con una mossa assai temeraria, non solo mette in dubbio la vittoria conseguita da Garibaldi a Bezzecca nell’ambito della terza guerra d’indipendenza italiana, ma attribuisce (malgrado la prudente frase interrogativa e il condizionale) l’etichetta di falso storico al famoso “Obbedisco” con il quale Garibaldi fu costretto, suo malgrado, a interrompere la campagna garibaldina del Trentino. A tale proposito vedi l’approfondimento del ricercatore e collezionista Leandro Mais riportato in questo sito: http://www.garibaldini.org/2016/09/battaglia-della-bezzecca-precisazioni/

L’articolo, criticato e riportato anche sulla pagina facebook di Cultura garibaldina per l’Italia (https://www.facebook.com/garibaldinitaliani/),  esordisce con l’indicazione, da parte dell’autore, di un reperto storico esistente ancora oggi al museo dei Kaiserjgäer ad Insbruk: la “portantina” usata da Garibaldi per i suoi spostamenti, non potendo quest’ultimo cavalcare a causa di una ferita al sommo della coscia subita al Ponte del Caffaro e dell’artrosi che lo tormentava da anni. Il fatto che la carrozza si trovi oggi in un museo austriaco non dice assolutamente nulla sull’esito della battaglia di Bezzecca.

 L’articolo prosegue con l’intento di dimostrare quanto le popolazioni coinvolte nella campagna di guerra fossero ostili a Garibaldi e ai Garibaldini e a Vittorio Emanuele II. A tale scopo vengono riportati i testi di alcune canzoni popolari in dialetto trentino. Nessuno mette in dubbio che ci sia stata da parte di una consistente percentuale di popolazione una profonda ostilità verso gli “invasori” in camicia rossa, visto che la maggior parte dei giovani di quelle vallate militavano nell’esercito austriaco. Allo stesso tempo però non si può ignorare la presenza nei reggimenti garibaldini di un nutrito numero di volontari trentini, come Ergisto Bezzi, Vigilio Inama da Fondo, De Zinis da Cavareno, Canella da Riva, i fratelli conti Martini, Vigilio Covi di Trento, i fratelli Giustiniano e Carlo De Pretis da Cagnò, Giuseppe Zecchini da Molina di Ledro, Amedeo Zaniboni da Riva, Giovanni Eccheli da Brentonico, Francesco Bonetti da Primiero, Luigi Tosadori da Riva, Camillo Zancani da Egna, ecc, ecc.. (Ugo Zaniboni Ferino – Bezzecca 1866 – Trento 1987 – pag.11)

 Come dichiara Everton Altmayer, “ le battaglie furono due…. L’esercito austriaco sconfisse il nemico e Garibaldi non riuscì a conquistare il territorio invaso”. Come sappiamo, soprattutto dalle fonti militari di entrambi gli schieramenti, peraltro molto dettagliate, le sorti della campagna del Tirolo furono dapprima alterne, con la presa e la perdita di posizioni che causarono molti morti e feriti. A Bezzecca, invece, l’intervento di Garibaldi mutò una situazione che si stava facendo drammatica per le truppe italiane; ricordiamo che gli Austriaci erano dotati di armamenti di precisione, tecnicamente di gran lunga superiori a quelli Italiani. In effetti la ritirata dei Garibaldini si trasformò ben presto in una fuga fin dentro le case del villaggio di Bezzecca.

 Fin qui si spinge l’articolo del Prof. Altmayer quando dichiara:” La popolazione locale non fornì nessun aiuto ai Garibaldini, anzi, festeggiò i cacciatori imperiali e la vittoria austriaca”. Quale vittoria? Cosa accadde ancora? La sconfitta pareva irreparabile quando le sorti della battaglia cambiarono: Giuseppe Garibaldi giunse alle otto sul luogo dello scontro e diede l’ordine di fare “l’Aquila”, ovvero di impadronirsi delle alture a destra; poi ordinò al 7° Rgt e agli avanzi del 5° di attaccare di fronte, e al Maggiore Dogliotti di posizionare la sua batteria di 8 cannoni sulle alture, indirizzandoli su Bezzecca. Gli Austriaci sotto tiro furono costretti ad arrestarsi e a ripiegare ai limiti dell’abitato per difendersi. Da qui l’assalto dei reparti comandati dagli ufficiali Menotti e  Ricciotti Garibaldi, Stefano Canzio, Mosto, Rizzi e Bidischini che, dopo una lotta “corpo a corpo” costrinsero gli Austriaci a fuggire da Bezzecca e dai villaggi attigui, ritirandosi completamente fino alla valle di Concei e su per i monti. Il Generale austriaco Khun si ritirò nel Tirolo tedesco, come risulta da un dispaccio inviato a Vienna. Garibaldi occupò Campi sopra Val di Concei stringendo Riva e iniziando l’assedio del forte di Lardaro. Ma la mattina del 25 gli giunse la notizia della tregua d’armi di una settimana, prolungata poi per un’altra settimana dal 3 agosto. Infine il 9 agosto eseguì l’ordine di sgombrare il Trentino.

 La battaglia di Bezzecca fu vinta dunque da Garibaldi; ma non solo! La spedizione Medici, seguita a distanza dalla divisione Cosenz, aveva ricevuto l’ordine dal Gen. Cialdini di muovere il 19 luglio verso la Valsugana, visto che Garibaldi aveva avuto un successo in Val di Chiese. Con 10.000 uomini e una marcia di 120 Km in 5 giorni da Vigodarzere (20 luglio) a Pergine (24 luglio) , con combattimenti superati a Cismon del Grappa, Primolano, alle Tezze, a Borgo e Levico, Medici mosse all’attacco di Trento il 24 luglio, ma si fermò a pochi chilometri in attesa di rinforzi, pensando di avere di fronte un considerevole numero di Austriaci. Quei rinforzi, come abbiamo visto, non sarebbero mai arrivati. Arrivò invece alle ore 16 del 25 luglio la lettera di La Marmora, trasmessagli da Cialdini, della tregua d’armi di cui sopra.  La storia, si dice sempre, non si fa con i “se”; vista però la portata degli avvenimenti successivi e considerando la nostra non appartenenza alla categoria degli storici di professione, ci possiamo concedere il lusso di poter affermare che la conquista di Trento nel 1866 avrebbe potuto risparmiare all’umanità centinaia di migliaia di morti e feriti della prima guerra mondiale.

Paolo Macoratti

 

Informazioni tratte da:

Ugo Zaniboni Ferino – Bezzecca 1866 – Trento 1987

G. Sacerdote – La vita di Giuseppe Garibaldi – Rizzoli & C. Milano 1933

Il documentario dal titolo “Combattente per la libertà e donnaiolo”, prodotto da “pretv” e “berlin producers”, in coproduzione con “2DF”, “ORF” e “Federal Ministry Education, Science and Research”, trasmesso in lingua tedesca e inglese, ha voluto ricostruire la vita di Giuseppe Garibaldi con l’aiuto di un cospicuo impianto scenografico, di documenti cinematografici e interviste a studiosi del Risorgimento Italiano.

 Se il risultato finale dell’operazione fosse stato proporzionale alle risorse messe in campo, avremmo forse avuto di Garibaldi e della sua vita un’immagine, se pur condensata in 52 minuti di trasmissione, certamente degna della sua fama. Invece, salvando l’eccellente fotografia, abbiamo dovuto costatare la pessima scelta degli attori che avrebbero dovuto interpretare la nobile e intensa figura dell’eroe dei due mondi, oltre ad assistere all’inspiegabile costruzione di una scena in cui un Garibaldi sud-americano in tenuta semi-adamitica invita Anita a sparare con una pistola contro la croce posta sul campanile di una Chiesa! Ma ciò che colpisce di più è stata l’enorme carenza di informazioni a livello storico, incredibilmente escluse dal racconto in luogo di episodi minori (Bronte) e di una morbosa attenzione alla vita privata del Generale, già d’altronde preannunciata nel titolo del documentario. Tra le tante omissioni, clamoroso l’approfondimento sulle poche vittime garibaldine (30 circa) della battaglia di Calatafimi senza neppure citare quella di Milazzo, con i suoi centinaia di caduti garibaldini (800 tra morti e feriti).

 Non conosciamo quale sia stato lo scopo di questa operazione, ma restiamo perplessi di fronte a una tecnica di rappresentazione che ha “utilizzato strumentalmente” i brevissimi interventi degli studiosi del Risorgimento (ivi compreso il pronipote dell’eroe) per screditare un grande e glorioso personaggio della storia italiana e mondiale. Con Garibaldi si sono oltraggiati quanti, a rischio della propria vita, lo avevano seguito nelle varie campagne per l’indipendenza italiana. Si può avere un facile riscontro di questa strumentalizzazione valutando lo spazio vocale riservato al “commentatore fuori campo”: decisamente prevalente rispetto a quello degli intervistati, come risulta dalla trascrizione di Monica Simmons, qui sotto riportata, e dal link del filmato nella versione in inglese.

 Paolo Macoratti

 

FILMATO AUSTRIACO (Versione inglese) – https://vimeo.com/327569974/f28415acca

COMBATTENTE PER LA LIBERTA’ E DONNAIOLO

Giuseppe Garibaldi, un eroe di guerra per la libertà dell’Italia.

 

FULVIO CONTI (storico)

Garibaldi è l’uomo che ci ha unito. Garibaldi per decine di anni ha combattuto per unificare l’Italia. E in Italia è riverito come se fosse un santo. Occorre distinguere quanto è riuscito a realizzare e quanto di tutto questo è mito.

 

LORENZO DEL BOCA (pubblicista)

Garibaldi ha  una parte bella e una parte oscura. Era un rivoluzionario che manipolava i media.

 

SILVIA CAVICCHIOLI (storica)

In quel tempo la gente era affascinata da Garibaldi.

 

COMMENTATORE

Era un maschio che era tutto per le donne.

 

LUCY RIALL (storica)

Ha avuto tante storie d’amore che rasentavano il patologico per il numero di donne che ha avuto.

 

COMMENTATORE

Era un campione, nel suo tempo, che anticipava i diritti politici della donna. Un uomo di tante contraddizioni.

 

COMMENTATORE

Montevideo 26 marzo 1842

Anita e Giuseppe Garibaldi, il giorno dopo la loro prima notte di matrimonio.

Era stato condannato a morte in Italia come rivoluzionario e aveva fatto la stessa cosa in sud America. Anita era nata in Brasile e aveva appoggiato la rivoluzione contro la dinastia imperiale. Dopo tre anni vissuti nel peccato si erano sposati. Anita era l’amore della sua vita. Anita aveva seguito il marito in battaglia contro l’oppressione da parte dei sistemi politici dell’aristocrazia e contro la Chiesa. Torniamo in Italia. Chi era veramente Giuseppe Garibaldi? Garibaldi, figlio di un semplice pescatore, era vissuto vicino al porto. Da giovane amava l’avventura, il mare e viaggiare, cose che sarebbero state importanti per tutta la sua vita. Disegnava persino un’onda sotto la sua firma. In Genova durante i suoi anni giovanili aveva partecipato a dei moti rivoluzionari per la costituzione di una repubblica italiana indipendente e per questo era stato condannato a morte in contumacia. Garibaldi scappò da Nizza (1835) per l’America giungendo a Rio de Janeiro dove formò una Legione Italiana e iniziò una nuova battaglia combattendo come corsaro per la repubblica del Rio Grande do Sul (1837). Ci fu una battaglia a Rio della Plata. Garibaldi aveva guadagnato la reputazione di un intrepido combattente nei fiumi, nelle paludi e nelle foreste, reputazione che si era diffusa in tutta l’Europa.

 

GIUSEPPE GARIBALDI (pronipote)

La battaglia più importante fu quella di San Antonio del Salto. Una piccola forza di circa 190 uomini sono riusciti a sconfiggere qualche migliaio di soldati nemici

COMMENTATORE

Questo eroe sembrava capace di compiere miracoli e qui cominciano ad emergere le prime contraddizioni della sua biografia. Una di queste riguarda la storia dell’orecchio.

 

LORENZO DEL BOCA (pubblicista)

In sud America una delle punizioni per chi rubava i cavalli era quella di tagliare l’orecchio. Garibaldi aveva rubato cavalli perciò perse un orecchio; in conseguenza di ciò si fece crescere i capelli per coprire l’orecchio.

 

COMMENTATORE

Garibaldi: un ladro di cavalli! Però c’è una versione più eroica

 

GIUSEPPE GARIBALDI (pronipote)

Garibaldi non perse nessun orecchio: era una voce che girava. Durante una battaglia in sud America fu ferito nel collo un po’ sotto l’orecchio, passando sotto la gola; soffrì moltissimo, ma non perse mai un orecchio.

 

COMMENTATORE

Qual’é la versione giusta, visto che le sue orecchie erano sempre coperte?

Ci sono molte leggende e contraddizioni nella biografia di Garibaldi: si narra che avesse partecipato a 67 battaglie e più di duecento duelli. La sola sua presenza poteva influenzare i suoi nemici ad arrendersi. Sorprendentemente questo incredibile uomo era alto solo 1 metro e sessantatre centimetri

 

COMMENTATORE

Dopo tredici anni d’esilio Garibaldi ritornò in Patria nel 1848. In quell’epoca Nizza apparteneva al Regno Sabaudo del Piemonte; quest’ultimo divenne poi l’Italia moderna. La violenza delle rivoluzioni del quarantotto aveva infiammato l’Europa. L’Italia era frazionata nel territorio: il Re di Savoia regnava su Piemonte e Sardegna; il Papa regnava e controllava gli stati papali e altri territori erano dominati da potenze straniere: l’Austria dominava il lombardo-veneto e qualche altro ducato; i Borboni spagnoli governavano la Sicilia, il sud e Parma. Nel nord ci furono rivolte contro gli Asburgo che chiedevano l’annessione di questi territori al Piemonte. I Rivoluzionari ebbero il loro primo successo a Milano e l’esercito austriaco fu costretto a lasciare la città. A torino il Re Carlo Alberto dichiarò guerra all’Austria e prese il comando del movimento di unificazione. La sua intenzione era quella di rendere l’Italia uno Stato indipendente sotto l’egida del Piemonte. Garibaldi chiese udienza al Re e gli offrì i suoi servigi. Tredici anni prima quello stesso Re lo aveva condannato a morte; ora lo aveva perdonato.

 

GIUSEPPE GARIBALDI (pronipote)

Garibaldi avrebbe fatto sicuramente un patto col diavolo pur di raggiungere il suo scopo, condiviso con molti Italiani che lo avevano seguito.

 

COMMENTATORE

Lo scopo di Garibaldi era quello di unire Roma capitale all’Italia ma il suo approccio fu insolente :”Mi permetta di offrire i miei servigi da Generale”. Voleva essere nominato Generale ma Carlo Alberto non prese la briga di rispondergli e lo inviò in un fronte secondario, perché si aspettava da lui che formasse volontari a Bergamo. Si aspettava che il rivoluzionario professionista americano si facesse valere nella sua Patria. Garibaldi lo fece al Lago Maggiore: con un’azione temeraria catturò due piroscafi usati per fare la spola dalla riva della Svizzera neutrale a quella italiana ed ebbe alcuni scontri con la guarnigione austriaca. La città di Luino è dove Garibaldi affrontò il test. Lui e i suoi uomini si scontrarono con gli Austriaci. Lì si svolse una battaglia e il racconto degli eventi che seguirono è contrastante

 

CHRISTIAN ORTNER (storico militare)

La battaglia ebbe successi da ambedue le parti. Alla fine gli Austriaci considerarono la situazione giunta a un punto morto. Certamente la situazione era ben diversa alla luce del mito di Garibaldi. Nella testa di Garibaldi questo piccolo scontro fu considerato una grande vittoria.

 

COMMENTATORE

E questa vittoria è la prima battaglia vinta sul territorio italiano; ma politicamente non ha avuto nessun effetto.

Carlo Alberto perse la battaglia contro gli Austriaci: a Custoza i suoi soldati furono duramente sconfitti. Gli Austriaci ripresero Milano e lo Stato Sabaudo capitolò. Un po’ più tardi il Re Carlo Alberto abdicò e fu rimpiazzato da suo figlio Vittorio Emanuele II. Il passaggio di V.E. al trono e gli sforzi di Garibaldi sono strettamente correlati. La rivoluzione del ’48 esplose a Roma; Garibaldi vide il suo sogno avvicinarsi per la capitale di un’Italia libera. Pio Nono scappò dagli Stati papali e gli venne dato asilo nel Regno delle due Sicilie. Il 9 febbraio del 1849 Giuseppe Mazzini proclamò la Repubblica Romana in Campidoglio. Mazzini aveva due scopi: unificare l’Italia e abolire la monarchia. Le idee repubblicane di Mazzini coincidevano con quelle di Garibaldi; i due uomini avevano bisogno l’uno dell’altro benché fossero lontani dall’essere amici.

 

SILVIA CAVICCHIOLI (storica)

La distanza tra i due si vede nel loro approccio nel modo di operare. Garibaldi nel 1849 pensava che l’unica maniera per raggiungere l’unità e la liberazione dell’Italia dovesse realizzarsi con le armi.

 

COMMENTATORE

Mazzini pensava che la soluzione dovesse raggiungersi pacificamente attraverso una Costituzione repubblicana basata sulla libertà di stampa e della Chiesa.

 

MARA MINASI (storica)

Fu una Costituzione esemplare di un altissimo profilo giuridico. Si riconosceva da tutte le parti essere una effettiva, moderna e progredita costituzione per il diciannovesimo secolo in Europa.

 

COMMENTATORE

Più tardi, un secolo dopo, le norme basilari della Costituzione di Mazzini furono incluse nella legge italiana ancora vigente. Ma la Repubblica Romana fu una costruzione fragile perché mancava un solido apparato difensivo dell’esercito . Si aspettava da Garibaldi che ne costituisse uno.

 

MARA MINASI (storica)

Garibaldi aveva con sé 400 uomini ma molti altri lo raggiunsero attratti dal suo carisma. Le descrizioni dei suoi contemporanei lo raffigurano con una criniera come quella di un leone e gli occhi chiari che mandano scintille.

 

COMMENTATORE

Come leader di questo esercito rivoluzionario si insediò nel suo quartiere generale sul Gianicolo, una collina sopra la città, da dove guiderà la sua prima battaglia contro la Chiesa cattolica.

Dal suo esilio il Papa voleva restaurare il suo Regno. Gli Austriaci venivano dal nord, i Borboni dal Sud, gli Spagnoli dall’Ovest. I Francesi avevano portato con loro un’artiglieria molto avanzata. Dopo l’arrivo dei Francesi Garibaldi si rese conto che per tenere Roma si doveva confrontare con una forza superiore e sarebbe stato impossibile. Comunque nella pineta del Gianicolo condusse  una battaglia senza speranza; 800 dei suoi uomini morirono. Negli ultimi giorni di Giugno del 1849 Garibaldi combatté con disperazione resistendo a Villa Spada, suo ultimo quartier generale. In quel momento critico arrivò Anita da Nizza.

 

SILVIA CAVICCHIOLI (storica)

Alessandro Dumas nella biografia di Garibaldi descrive il drammatico arrivo di Anita. Garibaldi rimase alquanto sorpreso; l’abbracciò e poi disse ai suoi: “Vi presento mia moglie; abbiamo un altro combattente tra noi”. Ma in realtà niente di tutto questo è vero perché Anita non era in condizione di partecipare alla battaglia; in quel momento era incinta e soffriva di una grave forma di malaria.

 

COMMENTATORE

Dopo due mesi di dure battaglie i Francesi riuscirono a prendere Roma in favore di Pio IX. La repubblica di Mazzini collassò. Garibaldi lasciò Roma in fretta affrontando un viaggio tortuoso verso l’Adriatico, a causa delle condizioni della moglie. Nell’autobiografia, Garibaldi ha glorificato le circostanze della sua fuga con una splendida descrizione di sua moglie. Anita indossava la camicia della Legione, pantaloni da uomo e stivaloni di un cuoio scintillante. Le chiese di tagliare i capelli per sembrare un uomo.

 

SILVIA CAVICCHIOLI (storica)

Ancora una volta è stato enfatizzato l’aspetto virile di Garibaldi per sottolineare le sue virtù morali e il coraggio indomito.

 

COMMENTATORE

Ma la fatica era troppo grande per lei; infatti l’8 agosto 1849 morì vicino a Ravenna.

 

LUCY RIALL (storica)

Per spiegare questo, è importante sapere che in Italia l’idea di un martire era incredibilmente importante nelle rivoluzioni. Questo permetteva ai rivoluzionari italiani di fare appello ai cattolici; e questo era il linguaggio che i cattolici capivano.

 

SILVIA CAVICCHIOLI (storica)

L’idea era quella di spiegare che il sacrificio e il martirio di Anita lo fosse anche di Garibaldi. In qualche modo la morte di Anita è stata interpretata come il sacrificio di Garibaldi.

 

COMMENTATORE

I Fascisti italiani si sono riappropriati di questo mito; Benito Mussolini ha fatto erigere una statua di Anita a Roma dedicata a una donna che ha sacrificato la sua vita e del suo bambino per la Patria di suo marito.

 

LUCY RIALL (storica)

Quando Anita muore io credo che Garibaldi fosse sinceramente distrutto. Se si leggono le sue lettere e quello che ha fatto in seguito si capisce che Garibaldi soffriva realmente.

 

COMMENTATORE

Garibaldi per cinque anni abbandonò l’Italia e viaggiò negli oceani del mondo, godendosi la sua indipendenza. Nel 1855 ritornò in Italia e grazie ad una eredità comprò metà dell’isola di Caprera. Lì Garibaldi costruì una villa bianca in stile sud americano. Niente era cambiato nella scena politica italiana. Mentre i preti condannavano i rivoluzionari senza Dio, molte donne andavano a Caprera per venerare questo carismatico ribelle. Una di queste era Esperance Von Swartz

 

SILVIA CAVICCHIOLI (Storica)

Esperance aveva alle spalle due matrimoni, un figlio, ed era ricca. Colta e raffinata, scrittrice e giornalista, parlava molte lingue. Era quindi inevitabile che queste due personalità si incrociassero.

 

COMMENTATORE

Esperance supportò Garibaldi anche economicamente. In cambio le fu concesso di scrivere, prima di Dumas, una biografia di Garibaldi. Garibaldi chiese varie volte la mano di Esperance -” Sono già stata sposata due volte e non sono fatta per il matrimonio”- ma lo rifiutò sempre. Garibaldi aveva difficoltà ad essere rifiutato e così trovò consolazione altrove. Nove mesi più tardi, la sua cameriera Battistina Ravello diede alla luce una bambina; comunque Garibaldi non era presente alla nascita.

Ancora una volta esplosero combattimenti nel nord Italia. Nel 1859 Garibaldi sconfisse gli Austriaci nel Ferrarese. Fu un anno turbolento per lui.

 

LORENZO DEL BOCA (pubblicista)

Si può dire che la sua vita privata, senza dare un giudizio troppo severo, sia stata caotica. Nell’estate del ’59 si era follemente innamorato di una giovane donna, Giuseppina Raimondi, ma allo stesso tempo chiese la mano di altre due donne alle quali dichiarò il suo amore, mentre continuava il suo rapporto con la Esperance: una tedesca, una sua amica, e la contessa italiana Maria Della Torre.  C’erano donne da tutte le parti e dichiarava amore a tutte.

 

COMMENTATORE

In ultimo la diciottenne Giuseppena Raimondi figlia di un nobile che possedeva grande quantità di terreni, cedeva agli sforzi romantici di Garibaldi e accettava di sposarlo. Mentre il prete celebrava la cerimonia, uno degli Ufficiali di Garibaldi  tentò, in fretta e furia, di comunicargli un messaggio importante; ce l’avrebbe fatta a consegnarlo? Troppo tardi! Garibaldi rimproverò l’uomo per la maniera impropria di interrompere la cerimonia ma seppe qualcosa che avrebbe dovuto sapere prima della cerimonia: Giuseppina Raimondi era incinta. Il padre del bambino era uno dei suoi ufficiali. Benché Garibaldi fosse diventato padre di un bambino illegittimo, aveva alte aspettative sulla moralità delle donne. Anni dopo lui scrisse:” Io pensavo di aver sposato una donna nobile invece era una puttana”. Per 20 anni provò invano ad annullare il matrimonio

A questo punto iniziò la fase decisiva dell’unificazione italiana: la Lombardia venne  annessa al Piemonte con l’appoggio della Francia e il Veneto rimaneva sotto l’Austria. Per il suo aiuto erano stati donati alla Francia Nizza e Savoia. Camillo Benso conte di Cavour, Primo ministro del Piemonte e della Sardegna, cedette la casa natale di Garibaldi e per questo divenne suo acerrimo nemico.

Poco dopo, nei primi giorni di maggio del 1860, Garibaldi preparò una spedizione per la Sicilia che si può considerare storica, con una forza di oltre mille uomini per insorgere contro i Borboni Spagnoli. L’intento di Garibaldi era quello di appoggiare gli insorti con lo scopo di realizzare l’unità d’Italia iniziando dal profondo sud. Garibaldi con la sua spedizione di volontari approdò a Marsala. Questo leggendario esercito in inferiorità numerica si confrontò con un esercito di 20.000 soldati. Garibaldi aveva bisogno di un miracolo, oppure l’aiuto di potenze straniere.

LORENZO DEL BOCA (pubblicista)

L’’esercito britannico svolse un ruolo importante per questi mille volontari: aiuto economico e protezione. Due piroscafi aspettarono di sbarcare mille volontari garibaldini; due navi da guerra inglesi gli permisero di entrare nel porto, proteggendoli in questa maniera dagli attacchi della Marina Borbonica.

 

FULVIO CONTI (storico)

L’esercito britannico aveva l’interesse strategico di creare un Regno italiano e considerava i Borboni Spagnoli nemici. Garibaldi godette di un importante aiuto britannico.

 

COMMENTATORE

Gli Inglesi controllavano il commercio dei vini di Marsala e non erano affatto contenti che i Borboni applicassero alti dazi. Ma gli Inglesi sapevano che un altro prodotto siciliano era più prezioso del vino: lo zolfo. L’isola soddisfaceva  l’80% della richiesta globale di zolfo. In quel tempo, lo zolfo, insieme a sale e carbone erano i componenti essenziali per la produzione di polvere da sparo.

 

LORENZO DEL BOCA (pubblicista)

L’importanza della solfatara di allora era paragonabile a una miniera di uranio di oggi: tutte le importanti industrie belliche lo usano.

 

COMMENTATORE

Dopo l’arrivo di Garibaldi sulla costa occidentale, le sue truppe avanzarono verso Palermo. Molti volontari dei vari villaggi incontrati sulla loro strada lo raggiunsero. In particolare squadre di “Picciotti”, ragazzi che oggi sono considerati mafiosi di bassa lega. A Salemi, più o meno sulla loro strada, Garibaldi si auto-dichiarò Dittatore dell’isola. Comunque, come rivoluzionario, aveva rigettato sempre qualsiasi titolo di autorità.

 

GIUSEPPE GARIBALDI (pronipote)

Malgrado Garibaldi fosse socialista, era repubblicano, un po’ monarchico, un po’ fascista, perché si era auto dichiarato  dittatore delle due Sicilie.

 

COMMENTATORE

Un po’ più tardi le sue truppe si radunarono su una collina vicino a Calatafimi dove si scontrarono con un esercito due volte superiore per numero. Pare che qui Garibaldi abbia con emozione dichiarato il grido di battaglia “Qui si fa l’Italia o si muore!”. Ci si aspettava che le future generazioni di studenti avessero imparato a valutare questa battaglia. Il film “Viva l’Italia” ha raccontato la saga dell’eroe. I Borboni tenevano la cima della collina. La situazione era disperata per Garibaldi. Malgrado ciò le camice rosse attaccarono e furono immediatamente respinte. E poi la sorte cambiò. Con un coraggio inimitabile i Garibaldini iniziarono una controffensiva costringendo i Borboni a ritirarsi. E’ verità o finzione? Un monumento molto dimenticato commemora questa simbolica battaglia. Andare a vederlo è molto istruttivo. Per cinquant’anni Gerolamo Amato ha custodito questo memoriale; lui stesso fornisce un’introduzione in questo luogo sacro della storia della fondazione d’Italia. Questa lapide è dedicata agli uomini caduti; qualcosa salta fuori subito: mentre varie migliaia hanno partecipato a questa battaglia, pochi sono morti qua.

 

LORENZO DEL BOCA (pubblicista)

I morti in battaglia furono 12 però il conto visivo era di 30 e non necessariamente avevano partecipato attivamente alla battaglia stessa. Per esempio, uno morì di tetano dopo essere stato ferito, perché un suo compagno, per fermare il sangue, lo aveva tamponato con una moneta. Un altro fu ferito nella parte inferiore del braccio e il chirurgo l’aveva cucito in modo provvisorio; mentre con passione suonava la fisarmonica per celebrare la battaglia, i punti si sono aperti e lui è morto dissanguato. Questo uomo è contato come caduto a Calatafimi benché fosse morto due giorni dopo, e così altri 18 in circostanze simili.

 

COMMENTATORE

Il guardiano Girolamo racconta la storia in modo diverso rispetto ai testi scolastici e al film:

“C’erano 6.000 Borboni e circa 3.000 garibaldini. Si suppone che ci fossero state frodi e corruzione. Un anello d’oro fu offerto al Generale dei Borboni Landi dicendogli che valeva  14.000 ducati. Landi lo prese e diede ordine ai suoi di ritirarsi. Questo gesto fece vincere la battaglia a Garibaldi. Ma al generale Landi la cosa non gli andò bene. L’anello valeva solo 14 ducati. Quando Landi andò in banca per prendere i soldi, ebbe un infarto, morì di dolore”.

Girano delle storie su Garibaldi, che usasse sistematicamente la corruzione. Un suo scrigno conteneva alcune donazioni di Massoni Inglesi e Nord Americani. Gruppi di donne inglesi avevano raccolto fondi per il loro eroe e allestito dei banchi di vendita. Ci sono prove che quei fondi siano stati raccolti per finanziare la spedizione dei Mille senza sapere poi per cosa siano stati usati. Si suppone che le ricevute siano state inviate dalla Sicilia a Torino ma questa nave affondò vicino Capri e nemmeno piccoli pezzi del relitto furono trovati. Questo ha dato adito a speculazioni fino ad oggi e cioè che una esplosione intenzionale abbia distrutto la nave con tutti i suoi documenti.

Tra i seguaci di Garibaldi c’erano giornalisti e corrispondenti di guerra che lo veneravano. Una di questi giornalisti era l’inglese Jessie White Mario, membro di una famiglia facoltosa, che raccontava storie di guerra e affari sociali. Come infermiera aveva accompagnato Garibaldi in quattro campagne

 

LUCY RIALL (storica)

Durante le sue battaglie Garibaldi dedicava sovente spazio di tempo per lavorare con i giornalisti per cui, piuttosto che lasciarli mentre saliva la penisola, lasciava indietro metà del suo esercito.

 

COMMENTATORE

I corrispondenti di guerra si occupavano di una grande quantità di servizi d’intelligence; un corrispondente ungherese  diede a Garibaldi informazioni strategiche decisive circa le posizioni dell’esercito dei Borboni vicino a Palermo

 

LUCY RIALL (storica)

Garibaldi era particolarmente abile a trovare la posa per i fotografi e ad essere fotografato, così da permettere una larga diffusione della sua immagine.

 

COMMENTATORE

Grazie ai giornalisti, al suo team di pubbliche relazioni al servizio d’intelligence, Garibaldi riuscì a bypassare l’esercito borbonico e guadagnare le colline a sud di Palermo senza opposizione. Palermo era davanti a Lui. Nella città di Palermo, ad oggi, il nome di Garibaldi occupa un posto speciale.

Il mimo Coticchio con il suo spettacolo di burattinaio anima la figura di Garibaldi. In uno di questi spettacoli teatrali, una scena ben conosciuta è quella nella quale la notte prima dell’attacco Garibaldi con il suo generale Bixio guardando dall’alto la città di Palermo, dice:” Bixio, o a Palermo o all’inferno”. Per Garibaldi Palermo non fu un inferno.  Le sue truppe marciarono verso il Ponte dell’Ammiraglio; velocemente riuscirono ad occupare tutti i posti strategici della città. Si suppone che le camice rosse di Garibaldi siano passati per questa strada (inquadratura di una strada)

 

UNA PALERMITANA

Garibaldi è venuto da qui ma solo con il permesso della mafia.

 

COMMENTATORE

Garibaldi stabilì il suo quartier generale al Palazzo Pretorio. Da quel balcone giurò che avrebbe resistito. Per tre giorni si scatenò l’inferno a Palermo; i soldati Borbonici rimasero intrappolati nelle strade strette e nelle piazze. La gente aspettava questa rivoluzione e urlava :”I topi, i topi”. E riferendosi ai Borboni che scappavano, urlavano :”Catturate questi topi con i gatti”. Dopo di che i Borboni si ritirarono verso la fortezza del Castello a Mare, e da lì bombardarono la città.

Nella distante  Napoli il Re Francesco II e sua moglie bavarese continuavano a considerarsi i governatori della città. Il bombardamento causò seicento morti; i pionieri della fotografia di guerra hanno fotografato questa distruzione. In ultima analisi i Borboni non riuscirono a riconquistare la città. Qualche giorno dopo il mondo apprese con stupore le notizie sui giornali e Ferdinando Lanza chiese a Garibaldi una tregua; gli Inglesi erano felici di essere utili e a tale scopo misero a disposizione le loro navi ancorate a Palermo per firmare la capitolazione. Le truppe di Garibaldi lasciarono l’isola senza lottare.

 

LORENZO DEL BOCA (pubblicista)

Solo la corruzione può giustificare che i Garibaldini abbiano lasciato l’isola senza combattere e che i governanti siciliani per risolvere i loro problemi abbiano sposato la causa della rivoluzione. Questa è l’unica spiegazione per capire come questo Regno sia stato distrutto in un tempo relativamente breve. Come poteva essere conquistato senza una battaglia?

 

COMMENTATORE

Garibaldi divenne così in una notte la massima autorità regale in Sicilia. Questo aumentato potere ha causato uno degli episodi più oscuri della sua biografia. In cambio per aver preso parte alla lotta contro i Borboni promise  riforme agrarie ai contadini e i contadini senza terre lo presero in parola. Dopo la partenza dei Borboni, i contadini deposero le armi e occuparono vasti possedimenti terrieri. All’est del monte Etna ci furono dei sanguinosi scontri nella città di Bronte. Delle bande armate incitarono alla violenza; ne seguì una vera caccia all’uomo. I proprietari terrieri e i loro notabili, conniventi con la mafia, furono gettati in strada; i contadini superarono il limite. Nel nome di Garibaldi 15 uomini furono assassinati. Un buon numero di queste vittime era innocente. A quel tempo un enorme  possedimento apparteneva ad una donna inglese; la nipote dell’Ammiraglio Nelson gestiva una enorme possedimento intorno alla città. Il suo notaio Ignazio Canata fu portato in istrada, castrato e grigliato vivo su due aste di ferro.

Garibaldi, quando apprese la notizia di questa atrocità, divenne furioso. L’ambasciatore inglese John Goodwin lo informò che queste enormi brutalità erano state consumate sul territorio inglese ed esigé una risposta. All’improvviso il rivoluzionario sociale si trovò in una situazione molto imbarazzante. Da quale parte doveva stare? O dai proprietari terrieri o da quelli senza terreni? Infine ordinò a Bixio di sedare la rivolta dei contadini. Il generale di Garibaldi prese delle misure drastiche in favore dei proprietari terrieri. Bixio diede ordine di allineare 5 di questi sospettati rivoltosi contro il muro della chiesa di Bronte. Ancora una volta pagarono un innocente disabile mentale e un notaio. Nella Regione dove erano avvenuti questi fatti, 37 di quei ribelli furono poi condannati all’ergastolo. Dopo di che la pace fu ristabilita.

Garibaldi dovette continuare la sua campagna senza l’aiuto dei contadini e con 3500 soldati sbarcò in Calabria. Marciò attraverso Reggio Calabria, Cosenza, Salerno e infine giunse a Napoli.

Francesco II e la moglie bavarese avevano capito che il loro tempo stava terminando e il 5 settembre scapparono. Due giorni dopo Garibaldi entrò a Napoli.

Il vittorioso Garibaldi mostrò la sua gratitudine per i fondi ricevuti dagli Inglesi dando istruzioni per la costruzione di una chiesa anglicana. Francesco, che era leale al Papa, aveva sempre rifiutato di attuare questo progetto. Garibaldi stava diventando sempre più spericolato man mano che il suo potere aumentava. In una lettera aperta al Re aveva chiesto le dimissioni di Cavour da ministro del Piemonte e organizzò un plebiscito per l’annessione dell’Italia del sud al Piemonte. Però il Re Vittorio Emanuele II arrivò prima in quanto pensò che Garibaldi avesse ecceduto nell’esercizio della sua autorità. Vittorio Emanuele e il suo esercito cominciò a marciare verso Napoli. A Teano avvenne l’incontro tra i due che fu descritto come un’azione di commando, ma che non fu altro che la richiesta a Garibaldi di ritirarsi dalla sua azione.

 

SILVIA CAVICCHIOLI (storica)

Questa rappresentazione ci mostra il Garibaldi obbediente, ma la storia è cosa ben diversa. A Teano Garibaldi realizza che la sua campagna è arrivata al termine e quindi ritorna a Caprera molto deluso.

 

COMMENTATORE

Il combattente per la libertà ritornò con malumore nella sua isola e dal quel momento diventerà un esiliato politico. Mentre cercava di coltivare nel terreno roccioso di Caprera, l’Italia si era unificata senza il suo contributo. Nel 1861 si proclamò il Regno d’Italia e nacque uno Stato. Nonostante ciò, ancora due macchie: il Papa controllava Roma e gli Stati della Chiesa e gli Austriaci il Veneto. In quel periodo con il successo della spedizione dei Mille e dell’eroismo di Garibaldi si produssero soldi. L’album dei Mille, con i ritratti dei partecipanti, simile agli album attuali dei collezionisti,  vennero venduti per commemorare degli eventi sportivi. Roma non era ancora capitale d’Italia; Vittorio Emanuele cercava di negoziare una soluzione con l’aiuto della Francia. Ma Garibaldi aveva altri piani. Lui ignorava il clima politico e voleva prendere Roma da solo. Nel 1862 in Calabria raccolse un piccolo esercito mal armato pensando che potesse far miracoli. Il Re Vittorio Emanuele fu costretto a inviare truppe governative per fermare Garibaldi.

 

FULVIO CONTI (storico)

E’ mia opinione che questo fu un serio sviluppo nella storia d’Italia che merita un appellativo: guerra civile. Ad Aspromonte le truppe rege misero in un angolo Garibaldi e i suoi uomini. Lui fu colpito ad una caviglia e fatto prigioniero.

 

GIUSEPPE GARIBALDI (pronipote)

Non avrebbe mai potuto immaginare che un connazionale avrebbe potuto sparargli.

 

COMMENTATORE

Lo stivale col buco è considerato uno dei cimeli più importanti di Garibaldi

Cinque anni più tardi, nel 1867, Garibaldi raccolse una nuova forza di 12.000 uomini per una marcia su Roma. Ma come nel 1848  il papa chiamò in soccorso truppe straniere.

 

FULVIO CONTI (storico)

Garibaldi cercò ancora una volta di arrivare al fatto compiuto, avendogli consentito il Governo libertà di azione. Nel frattempo fra la Francia e l’Italia fu raggiunto un accordo, ma la valutazione di Garibaldi risultò ancora una volta errata.

COMMENTATORE

Roma o Morte era il suo motto proclamato; in quel momento Garibaldi aveva 60 anni. Comunque i suoi uomini non ce la fecero; il Comandante aveva messo in conto la morte. Garibaldi perse la sua reputazione come guerriero invincibile una volta per tutte a Mentana, alle porte di Roma.

 

CHRISTIAN ORTNER (storico militare)

Garibaldi fu circondato e quando un esercito rivoluzionario è assediato, l’aspetto tragico è che una parte di questo perde lo spirito patriottico. Garibaldi ebbe grossi problemi a tenere i suoi sodati in linea ordinata dietro di lui. I Francesi erano armati con i fucili Chassepot, le più moderne armi da fuoco in quel tempo in Europa. Gli Chassepot potevano sparare da 6 a 8 colpi al minuto, mentre solo due o tre colpi potevano essere sparati dai caricatori dei fucili garibaldini. Garibaldi doveva guidare i suoi, armati di fucili antiquati, mentre venivano decimati. Finalmente nel 1870 le truppe francesi si ritirarono da Roma, in quanto erano richieste per la guerra contro la Prussia. Lo scopo di fare di Roma la capitale d’Italia era raggiungibile. Mentre il Concilio Vaticano primo era in corso, Vittorio Emanuele fece entrare le sue truppe a Roma, che divenne Capitale d’Italia.

Garibaldi aveva realizzato a distanza il suo sogno. Si era totalmente ritirato a Caprera. Dopo che la sua governante Battistina era tornata a Nizza, Garibaldi sposò la sostituta Francesca Armosino

 

GIUSEPPE GARIBALDI (pronipote)

Francesca Armosino è considerata una donna brutta ma è quello che lui voleva perché si occupasse dei figli di Anita, Comunque Francesca partorì altri tre figli.

 

SILVIA CAVICCHIOLI (Storica)

In generale il ruolo delle donne in Europa era completamente subordinato agli uomini e il loro ruolo principale era quello di gestire la casa, fare figli e farli crescere.

 

COMMENTATORE

Garibaldi condusse una vita bucolica a Caprera; chiamò due dei suoi 4 asini come i suoi peggiori nemici: Pio IX e Napoleone III. Lui visse sull’isola secondo il suo ideale per l’Italia: un miscuglio di semplicità rurale e una società senza classi e libertà sessuale, però solo per gli uomini. Sua moglie si sforzò molto di mantenere il mito dell’uomo che si era fatto da solo. Questo costituì anche un affare. Vendeva infatti delle ciocche di capelli del suo eroe e le unghie dei piedi e delle mani. Sebbene alla fine della sua vita avesse svolto il ruolo di patriarca, le sue opinioni politiche circa le donne erano lontane da essere conservatrici.

 

SILVIA CAVICCHIOLI (Storica)

Garibaldi nel suo famoso discorso d’introduzione sulle sofferenze delle donne, diede questa spiegazione: “non può esistere né modernità né progresso quando metà dell’umanità è tenuta schiava dall’altra metà”.  Quelle furono parole molto forti. La sua denuncia della sofferenza delle donne fu formulata nel 1869, e solo 77 anni dopo divenne una legge italiana.

 

COMMENTATORE

Alla fine della sua vita Garibaldi non sentì il bisogno di lasciare una eredità spirituale; il suo desiderio era di essere cremato e le sue ceneri disperse in mare. Garibaldi morì il 2 giugno 1882 all’età di 75 anni. Il suo ultimo desiderio non fu rispettato. Il suo corpo fu imbalsamato e sepolto a Caprera. Così gli fu impedito di decidere sia in vita che in morte.

Era un avventuriero che voleva realizzare le sue idee politiche. Un uomo che ha combattuto più di ogni altro per l’unità d’Italia.

RICORDO DI UN GRANDE PATRIOTA ROMANO – ANGELO BRUNETTI DETTO “CICERUACCHIO”

DEPORREMO UN MAZZO DI FIORI AI PIEDI DELLA STATUA DELLO SCULTORE ETTORE XIMENES CHE LO RITRAE INSIEME A SUO FIGLIO –

SABATO 10 AGOSTO 2019ORE 11.00 – PASSEGGIATA del GIANICOLO nei pressi di Porta San Pancrazio

Oggi 10 Agosto 2019, nel 170° della Repubblica Romana, abbiamo portato un mazzo di fiori a Ciceruacchio e ai suoi figli, martiri romani del nostro Risorgimento. Erano presenti per l’Ass. Garibaldini per l’Italia: il Presidente Paolo Macoratti, la Segretaria Monica Simmons, la socia Onoraria Cinzia Dal Maso e il socio Marcello Pellegrini. Per il Comitato di Quartiere Monteverde Quattro venti il Presidente Maurizio Marrale. Per la casa Editrice “Le Frecce”, Cristiano e joannes

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Dovere della memoria.

 Nel 170° anniversario della Repubblica Romana del 1849 siamo tornati al Gianicolo per ricordare, grazie a Cinzia Dal Maso e Annalisa Venditti, la vita e le circostanze della morte di Colomba Antonietti, giovanissima caduta di una giovanissima Repubblica democratica. (La vita in breve nel depliant  di Specchioromano , qui allegato, di Cinzia Dal Maso)

 

 

 

 

 

Inserita nella IX edizione del festival di Cerealia, festival ispirato ai riti della Vestali e ai ludi di Cerere ed esteso a tutti i paesi del bacino del Mediterraneo,  la breve cerimonia è stata introdotta da Cinzia Dal Maso che ha parlato del ritrovamento, nel 1939, dei resti di Colomba nella cripta della chiesa di San Carlo ai Catinari e di alcuni piccoli oggetti lasciati sul suo corpo, per una successiva e inequivocabile identificazione. Annalisa Venditti ha letto successivamente un brano di un articolo di Ceccarius del 1939 dal titolo “Le spoglie gloriose di Colomba Antonietti”. Successivamente sono stati consegnati i premi “Colomba Antonietti 2019″ a Elisabetta Guarini (ritirato da Maria Grima Serra) e Silvia Mori, socia quest’ultima della nostra Associazione e figlia del compianto Alberto Mori, cofondatore e vice-presidente della “Garibaldini per l’Italia”. Infine è stato deposto dal Presidente Paolo Macoratti, su invito di Cinzia Dal Maso, un mazzo di rose alla base dell’Erma marmorea di Colomba Porzi Antonietti.

    

   Il 30 Aprile 2019 l’Associazione Garibaldini per l’Italia ha deposto, per la prima volta in 170 anni di storia, una corona d’Alloro sul muro di Porta Pertusa, sommità delle mura Leonine che delimitano il territorio della Repubblica Italiana dallo Stato-Città del Vaticano (http://www.garibaldini.org/2019/04/appuntamento-30-aprile-2019/). Una cerimonia semplice ma significativa per onorare la memoria dei caduti della Repubblica Romana in quel giorno memorabile che sancì l’inaspettata sconfitta delle truppe Francesi assedianti ad opera delle forze repubblicane che difendevano la recente conquista delle più elementari libertà. E proprio a Porta Pertusa cadde il diciannovenne Tenente Paolo Narducci, prima giovanissima vittima di quella stagione eroica.

    Quella corona, così pregna di valori umani e morali e di un gesto che annulla lo spazio temporale che ci separa dal passato, è stata portata via da sconosciuti nella notte tra il primo e il due maggio! Non è facile abituarsi a questa decadenza, al continuo degrado delle più elementari forme di rispetto per il prossimo, per la comunità, per la memoria! Persino l’erma del Gianicolo dedicata a Paolo Narducci ha subito la stupidità di chi ne ha voluto oltraggiare l’immagine tingendo con vernice rossa le sue labbra.

    Fortunatamente, all’ignoranza culturale che progredisce con il passare del tempo, si contrappone ancora la vitalità di pochi resistenti che colgono l’occasione per manifestare la loro solidarietà con la forza della cultura e dell’ironia:

    Agli amici dell’Associazione “Garibaldini per l’Italia”-  Ho appreso dal Presidente Arch. Paolo Macoratti che il giorno 3 maggio u. s. la corona posta dalla Vostra Associazione il giorno 30 aprile per ricordare l’eroico romano Paolo Narducci ( 1° caduto a Porta Pertusa in quel giorno di 170 anni fa) non era più presente.

    La notizia di quanto sopra riportato mi ha lasciato interdetto e quasi incredulo. E’ mai possibile un atto del genere oggi, e cioè che dopo 170 anni esista ancora il bruciante rancore della disfatta dell’ esercito “imperiale” francese mandato da Napoleone III per rimettere sul trono il fuggiasco Papa Pio IX ? Mi domando poi se l’anonimo sacrilego autore dell’atto vandalico suddetto sapesse che quella corona (dato che nel nastro  era riportato solo il nome dall’Associazione  e non del commemorato) fosse stata posta a ricordo dell’eroico artigliere romano e degli altri caduti, proprio nel giorno della vittoria garibaldina!

    Carissimi amici, vi confesso che il pensiero di questa ignobile azione mi ha fatto venire alla mente una sinistra figura di un uomo vestito completamente di nero che si avanza silenziosamente intabarrato in un grande mantello e col viso che guarda sospettoso all’intorno. La memoria mi aveva mandato automaticamente il messaggio di un ricordo iconografico noto anche a  molti di voi: la figura è quella rappresentata nella testata del giornale romano del 1849 “Il Don Pirlone” dove è appunto raffigurata questa sinistra figura.

Un caro saluto      

Leandro Mais.

 

Riceviamo dal nostro Socio Onorario Leandro Mais una proposta che interessa il ricordo storico del 170° anniversario della caduta della Repubblica Romana, culminata con l’uscita da Roma il 2 luglio 1849, da Porta San Giovanni, di Garibaldi e dei Garibaldini.

Questa epigrafe, che riproduciamo in fondo all’articolo, su disegno dello stesso Mais, è in effetti opera ideata, mai eseguita dal Comune, del famoso scrittore romanista Gigi Huetter che la pone come iscrizione nella sua opera monumentale dedicata alla ricerca e trascrizione di tutti i testi delle lapidi di Roma.

Saremmo ben lieti se in questa ricorrenza del fatto storico suddetto si potesse ottenere da Comune di Roma il permesso di poter mettere questo ricordo nella parte esterna della Porta S. Giovanni che guarda la via Appia.

 

l’Associazione Garibaldini per l’Italia, nel 170° della Repubblica Romana del 1849, ha onorato quello straordinario periodo storico, reso fertile dal sacrificio di tante giovani vite e dall’impegno dei più grandi personaggi del Risorgimento Italiano.

               MARTEDÌ 30 APRILE 2019 ORE 8,45              

            Porta Pertusa – Giardini pubblici - Con il Patrocinio del Municipio XIII di Roma Capitale     

 Per la prima volta in 170 anni abbiamo ricordato i caduti della battaglia del 30 Aprile 1849 anche a Porta Pertusa (sommità delle Mura Vaticane) ove fu ferito mortalmente il Ten. Paolo Narducci,  Primo caduto della neonata Repubblica. In presenza della Presidente del Municipio XIII, Giuseppina Castagnetta, della Fanfara dell’Arma dei Carabinieri diretta dal M.M. Fabio Tassinari, del Presidente della G.p.I.  Paolo Macoratti, della giornalista Cinzia Dal Maso, è stata deposta una corona d’alloro sul muro dell’antica porta. Erano presenti i Soci della “Garibaldini per l’Italia” Arturo De Marzi (Vice Pres.), Monica Simmons (Segretaria), Maurizio Santilli, Antonio Iadevaia, Matteo Manenti, Annalisa Venditti, Enrica Quaranta, Marcello Pellegrini, Stefano Dini, Gianni Blumthaler e altri convenuti. Il 7 Agosto 2012 abbiamo “scortato” i resti di questo ragazzo ventenne all’interno del Mausoleo-Ossario Gianicolense di Via Garibadi per la tumulazione, su invito dei discendenti e della giornalista Cinzia Dal Maso. Il 25 settembre 2013 i ritratti di Paolo Narducci e della madre Teresa Maciucchi, oltre alla corona mortuaria del giovane ufficiale, sono stati donati dalla nostra Associazione al Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina.

  

1849 – Combattimento a Via Aurelia – Calendario del 1916  (Collezione Leandro Mais – Roma)

 

                                 

 

 

MARTEDÌ 30 APRILE 2019 ORE 10,30             

Mausoleo-Ossario Garibaldino – Via Garibaldi 29/e Con il Patrocinio del  Municipio Roma I Centro

 Dopo la memoria di Porta Pertusa siamo stati presenti alla celebrazione di tutti i caduti della Repubblica Romana al Mausoleo-Ossario Gianicolense, insieme all’Associazione Nazionale Garibaldina, all’Istituto di Studi Internazionali Giuseppe Garibaldi e alla Società di Mutuo Soccorso Giuseppe Garibaldi. Al termine della cerimonia abbiamo premiato i migliori componimenti degli alunni delle due classi dell’Istituto G.G. Belli che hanno partecipato alla sesta edizione del Concorso “Alberto Mori”. Ha condotto la Cerimonia la Dott.ssa Enrica Quaranta

GIURIA presieduta dalla Prof. Silvia Mori e formata dai componenti della Commissione, Prof. Orietta Citoni, Segretaria Monica Simmons, Presidente Arch. Paolo Macoratti

Abbiamo letto con piacere le lettere dei giovani studenti dell’Istituto G.G.Belli, i quali si sono calati in un epoca estranea alle loro esperienze, utilizzando un mezzo di comunicazione, la scrittura manuale, a loro pressoché sconosciuto. Siamo lieti di vedere come, stimolati adeguatamente, i giovani possano ancora sorprenderci.

         Al di là dell’importanza dell’evento storico in se, come il passaggio dalla Monarchia assoluta alla Repubblica Democratica, e alla resistenza contro l’intervento francese che hanno caratterizzato la maggior parte dei componimenti, abbiamo rilevato nei ragazzi l’intenzione di immedesimarsi nei personaggi del popolo, ora modesto anche nel modo di esprimersi, ora colto, ma orientata in ogni caso al raggiungimento di quegli ideali universali di pace, giustizia e di amore per i quali è giusto combattere.

         Ringraziamo pertanto tutti gli studenti e gli insegnanti Carlo Felici e Paola Moresco che hanno aderito al progetto della nostra associazione.

 

BRANI DEI VINCITORI 6^ EDIZIONE PREMIO ALBERTO MORI

 

ISTITUTO G.G. BELLI – CLASSE III F

  3° classificato – Caterina Canepuccia ” Quel che sembrava impossibile ipotizzare fino a qualche giorno fa, si è verificato davanti i miei occhi. Qui ora vige la democrazia! E lo Stato Romano si è dato il nome di Repubblica Romana. Ma il Popolo è in festa e dimentica i pericoli che incombono. Il destino non è ancora deciso e occorre rimanere vigili e prudenti…”

2° classificato – Simone Pasqua ” Per concludere vorrei condividere con te solo un’ultima delle mie riflessioni: la Francia, il paese in cui sei nata e in cui vivi, è una Repubblica basata sulla libertà, la fratellanza e l’uguaglianza; mi domando, quindi, per quale motivo stia cercando di impedire la formazione di una Repubblica Romana, minacciandone la capitale e impedendone la formazione. Non capisco, ma nonostante le mie incomprensioni desidero combattere anche per questo motivo: sogno la lealtà”

  1° classificato – Simona Maria Casile E’ stato proprio questo spirito a non farci arrendere. In fondo guardate cosa abbiamo fatto: è nata una repubblica che nessuno si sarebbe mai immaginato ed è durata pure per ben cinque mesi. E’ vissuta, anche se agli occhi altrui solo per poco, esclusivamente grazie al nostro grandissimo spirito di sacrificio. Non scorderò mai quei corpi che giacevano per terra come dei massi, senza più respiro o parola, ma che sembravano conservare dentro di sé il desiderio sempre vivo di voler gridare al mondo:” anche noi vogliamo la nostra Patria!”……….Adesso, madre, ditemi: chiedevamo troppo? Avere dei diritti è qualcosa fuori dal naturale? Come ci è concesso di respirare, dormire o mangiare, abbiamo il diritto di votare chi ci governa, di essere liberi di professare la fede in cui crediamo, di essere tutti uguali e di non essere messi a morte per nessun motivo, perché la vita non appartiene che a noi. Chiedevamo troppo?”

Gli altri 2 selezionati sono: Aurora Naccari e Giulio Cesaretti Salvi

 

ISTITUTO G.G. BELLI – CLASSE III C

 

3° classificato – Gabriele Paolocci “La città è bellissima e ci sono tanti ragazzi che come me si sono trasferiti per un’ideale di uguaglianza, di fratellanza e di un luogo dove il potere sia nelle mani del Popolo….Oggi ci hanno comunicato una grande notizia, il nostro triunvirato (composto da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini) ha cominciato a scrivere un libro, credo si chiami la Costituzione; è un libro molto grande dove sono racchiusi tutti i nostri ideali…”

2° classificato – Federico Giovanola “Qui a Roma c’è una grande confusione; ogni giorno vedo persone con fucili in mano che sparano e combattono contro il nemico: si, hai ben capito, stiamo combattendo per difendere i nostri ideali, come dice mio padre. Tutti, uomini e donne, combattono e anche noi ragazzi aiutiamo facendo lavori anche molto rischiosi. Tutti i romani e anche i turisti o stranieri combattono contro il nostro nemico: il Papa aiutato dai Francesi..”

1° classificato – Lodovica Salvini “Caro amico, con questa mia sono qui a dirti che finalmente Roma ha un suo governo, il Papa è fuggito a Gaeta dai suoi amici Borboni e Firenze già da un mese è governata dai democratici Guerrazzi e Montanelli; finalmente comincio a sperare che con oggi abbiamo fatto un altro importante passo avanti per unire in un solo stato la nostra bella penisola; un sogno che si sta tramutando in realtà. Finalmente abbiamo un governo del popolo, un governo rappresentato da tre patrioti convinti denocratici, Armellini, Mazzini e Saffi, e sembra che addirittura stia raggiungendo Roma Garibaldi, lo ricordi, il nostro grande condottiero..”

Gli altri 3 selezionati sono: Adriano Jannuzzi, Azzurra Barassi, Lorenzo Vitale

                                                                                             

 

 

8 MARZO 2019 - ORE 11,00

 Roma, Gianicolo – Monumento ad Anita Garibaldi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gianni Riefolo

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 1932 l’Italia fascista commemorò con una lunga serie di eventi il cinquantenario della morte di Giuseppe Garibaldi. Al Palazzo delle Esposizioni fu allestita una prestigiosa mostra garibaldina, mentre furono pubblicati gli scritti dell’Eroe dei Due Mondi.

Le manifestazioni più importanti si svolsero però a giugno. Il primo del mese ci fu il trasferimento a Roma dei resti di Ana Maria De Jesus Ribeiro, meglio conosciuta come Anita, inseparabile compagna di Garibaldi. Il giorno seguente i resti furono tumulati in un loculo ai piedi del monumento eretto in sua memoria sul Gianicolo. Il 4 giugno, alla presenza di un foltissimo pubblico, delle autorità, di Vittorio Emanuele III, della regina Elena in veste di madrina e di Benito Mussolini, il monumento fu inaugurato, come testimonia un filmato dell’Istituto Luce.

Anita era nata in Brasile, nei pressi di Laguna, Stato di Santa Caterina. Non se ne conosce la data di nascita precisa, anche se la sua città le ha attribuito quella del 30 agosto 1821. Era già sposata con Manuel Duarte de Aguiar (pescatore) quando incontrò Giuseppe Garibaldi nell’agosto del 1839 a Laguna. Lui se ne innamorò perdutamente e fu ben presto ricambiato: già nell’ottobre Anita era imbarcata su una nave con l’eroe e da allora per dieci anni condivise l’inquieta e pericolosa vita di Garibaldi.

“Non meno fervida di me – la descriveva l’eroe – per la sacrosanta causa dei popoli e per una vita avventurosa”.

 

Articolo del Prof.  Carlo Felici tratto da “Avanti on Line”

Viviamo in tempi di sovranità sempre più limitata, perché l’orizzonte globale in cui si estende la ferrea ideologia del “capitalismus sive natura”, con cui si pretende di far credere che non esista altra verità oltre quella del contingente, non rende possibile altra libertà che non consista nel sentirsi pienamente organici ad un imperativo categoricamente vincolato alla necessità di adeguare il volere al dovere essere merce per fini di profitto. Anche la nostra bella Repubblica nasce già con questo imprimatur, in un’epoca in cui fu già molto importante essere riusciti ad redigere una Costituzione tra le più avanzate al mondo, e, potremmo dire senza tema di smentita, anche troppo “avanzata” per un popolo poco educato e ancor più scarsamente abituato alla consuetudine dei diritti e dei doveri necessari ed indissolubili in un autentico tessuto democratico.

La nostra Repubblica è così nata con un abito meraviglioso che però ha per molto tempo nascosto vergogne alquanto luride e meschine: servilismo, corruttele, clientelismo, ruberie, immoralità largamente diffuse nella gestione del potere e dell’amministrazione pubblica, collusioni con mafie di ogni tipo e permanenti tendenze municipaliste e centripete, sempre in agguato, per minare il senso di appartenenza ad una comunità e ad uno Stato che, se il fascismo aveva idolatrato, la repubblica dei boiardi ha continuato, nei fatti, spesso a bestemmiare senza ritegno. Tutto questo, mentre gli equilibri geostrategici non ci hanno mai consentito di esercitare una sovranità vera, tale cioè non da alimentare prosopopee imperialistiche, ma almeno per decidere del nostro destino, oppure per sapere bene come e perché sono accadute le stragi più efferate nel nostro territorio: da Portella della Ginestra, a Bologna, a Ustica e via dicendo, enumerarle tutte per l’ennesima volta sarebbe alquanto deprimente, ma tant’è, sono lì, nella nostra storia, ancora senza veri colpevoli, senza mandanti..basta la cattura di un latitante ex terrorista per cancellare tutto questo? C’è mai stato un momento in cui gli italiani sono stati liberi e sovrani nella loro millenaria storia di servi di re, imperatori, papi, feudatari, dittatori e plenipotenziari? No, forse perché gli italiani hanno sempre trovato più comodo associare la libertà alla furberia di fare i loro comodi, addossando la responsabilità dei loro errori al loro “sovrano” di turno, e ovviamente cercando di fregarlo alla prima occasione buona, e infine impiccandolo magari per i calzoni o buttandolo in un luogo remoto del mare nostrum, appena non avesse più fatto comodo a tutti.

Qui la libertà è sempre stata solo un sogno di pochi eletti o di pochi mesi. Troppo nevralgico infatti è sempre stato un paese ficcato e proteso al centro di un mare che ha visto scontrarsi ed incontrarsi civiltà di ogni genere e sorta, perché qualcuno non volesse farne il suo trampolino personale adatto a tuffarsi nelle onde della sua ambizione individuale, e tutto questo fino ad oggi, quando però rischia di tuffarsi in un mare di monnezza o di rifiuti tossici. E allora, tanto per tornare ad uno di quei sogni in cui forse è bello risvegliarsi solo nella luce di una eterna ed eroica beatitudine che ha però come viatico solo la morte, ci piace pensare all’unico sprazzo di libertà e di sovranità popolare e nazionale, di repubblica autenticamente democratica, concessa agli italiani nell’epoca moderna: la Repubblica Romana del 1849 Quella, è bene ricordarlo, non fu tanto una rivoluzione o una insurrezione, perché i romani allora, e con essi alcuni credevano che potessero averlo anche gli italiani, un governo sovrano lo avevano già, ed era quello del papa: Pio IX, che tante belle quanto vane speranze aveva suscitato, assecondando il progetto giobertiano di un paese libero sì, ma solo dallo straniero, per il resto però, continuamente assoggettato ai sovrani locali, tutti devoti e riconoscenti verso un unico sovrano nazionale e “federale”: il papa. I romani protestarono sì, contro il papa, quando un suo ministro e fiduciario venne ucciso, perché sostanzialmente incapace di salvare gli equilibri politici, quando questi divennero fragilissimi per la stessa incapacità del papa di mettersi a capo di una vera guerra di liberazione, seguendo magari l’esempio di alcuni suoi illustri predecessori come Alessandro III, ma soprattutto perché il popolo, una volta assaggiata la libertà, ci aveva preso gusto.

Così, dopo quella uccisione, lo stesso popolo romano, non si fece vergogna di andare a “stanare” lo stesso pontefice al Quirinale, per esigere maggiori diritti, e quando le guardie svizzere lo presero a fucilate, insorse finalmente, ma senza per altro prendere a cannonate la dimora del Papa come se fosse la Bastiglia. Anzi, chi lo conduceva si parò, per impedirlo, persino davanti ai cannoni spianati, tanto rispetto si aveva..persino delle architetture. Questo però non impedì a qualche monsignore come Palma, di impugnare la pistola e di dare una lezione ai facinorosi, magari di nascosto, da dietro una persiana, finendo però, a sua volta impallinato inesorabilmente. Il papa così si spaventò e scappò a Gaeta, una fortezza considerata, fino all’arrivo dei piemontesi che la spianarono a cannonate anche a costo di fare una strage, inespugnabile. E da lì non si trattenne più dal gridare “Al lupo repubblicano! Al lupo repubblicano!” a tutta Europa, finché non fu sicuro di smuovere ben quattro eserciti contro quella scalcagnata ed irreverentissima repubblica, che però, in fondo, si limitò solo a riempire un vuoto, a colmare un horror vacui, e che pur lo fece con grandissima civiltà, memore delle migliori esperienze illuministe, democtatiche e anche socialiste dell’epoca.

Scrisse allora il suo ministro degli esteri, Rusconi: “La Repubblica Romana, derisa da alcuni, destata da altri, mal giudicata da tutti, vuol essere apprezzata sotto tre differenti aspetti: il governo, l’assemblea, il popolo. Un paese è disorganizzato quando i poteri che lo reggono sono in lotta tra di loro o non sono l’espressione vera dei sentimenti delle moltitudini… Ora questa armonia, questa concordanza si videro appunto nella barbara repubblica di Roma; governo, assemblea e popolo furono all’unisono nei sentimenti, nei desideri, nelle opere; ed è un fatto che poche volte si riscontra; se l’ordine, il benessere e la pace non sono quindi segno di barbarie, e l’anarchia, il terrore e la miseria non lo sono di civiltà, può infierirsi che Roma repubblica non fu così selvaggia quanto disse la reazione.” Per parlare adeguatamente della Repubblica Romana, sarebbe necessaria una enciclopedia, o almeno un volume di vasto respiro (che non escludo che scriveremo un giorno), anche perché per troppo tempo su questa esperienza cruciale della nostra storia è calato il silenzio: dalla seconda guerra mondiale al dopoguerra, in cui per altro uscirono alcuni studi importanti come quelli di Demarco, Bonomi o Rodelli, fino alle soglie del nuovo millennio, quando finalmente l’amore per questa storia un po’ dimenticata è risorto con una serie di nuovi studi, sia a cura degli storici di professione sia ad opera di alcuni bravi giornalisti: basti ricordare tra i vari: Severini, Monsagrati, Tomassini e Fracassi, per circa 40 anni però se ne è parlato pochissimo. I libri più importanti su questo periodo restano comunque quelli editi subito dopo tale esperienza e consegnati alla storia: Rusconi, Vecchi, Del Vecchio, Farini, Torre, e poco più in là, Beghelli, Leti, scrissero le pagine più affascinanti di questa vicenda, alcuni persino in presa diretta, sotto forma di diario epistolare, come Paladini e Lazzarini. Il bello è che, nonostante la perdurante smemoratezza degli italiani o la permanente disattitudine alla lettura, i testi di questi autori sono ormai, essendo dopo tanto tempo privi di diritti d’autore, patrimonio storico di tutti e messi on line dalle più importanti università americane, oppure da loro stesse ristampati in fotocopia. Si vede che negli USA alla tradizione storica repubblicana e risorgimentale tengono più di noi. E’ quindi poco opportuno in questa sede ripercorrerne dettagliatamente o anche solo sinteticamente le tappe fondamentali, dalla sua fondazione alla sua sconfitta, dovuta al perdurante assedio e bombardamento non solo delle mura, ma anche di case, ospedali, chiese e monumenti, ad opera del più potente esercito di quell’epoca: quello francese, ci interessa invece maggiormente comprenderne la sua validità politica e sociale e soprattutto capire quale monito essa eserciti ancora verso le nostre coscienze.

La rimozione della sua storia e la sua rinascita recente, infatti, coincidono con la storia di una Repubblica la cui Costituzione, sebbene fosse figlia diretta di quella emanata per un solo giorno dalla Repubblica Romana, è rimasta in vigore in modo continuamente snaturato ed inapplicato per decenni, per essere infine “picconata” e destrutturata negli ultimi venti anni, fino a quello che rischia di configurarsi come il suo stravolgimento odierno definitivo, fino a che non ci sarà più differenza tra costituzione formale e materiale, ma ci sarà solo una costituzione “maceriale” imposta cioè sulle macerie della nostra democrazia. Tornare a ricordare la Repubblica Romana, da venti anni a questa parte, è quindi un po’ come un lacerante singulto di amarezza e nostalgia, non solo per ieri ma anche per l’oggi La Costituzione e l’opera della Repubblica Romana furono un lampo di luce nell’oscurità di un’epoca in cui prevalevano i velleitarismi e gli assolutismi, essa fu la reazione più fulgida sia al terrore giacobino sia a quello della tirannide che del giacobinismo adottò entusiastica lo stesso strumento di morte: la ghigliottina. Nel breve periodo in cui essa si affacciò alla vita, fece in tempo a lanciare un messaggio di libertà e di giustizia sociale che, eternamente, il futuro non potrà non accogliere, anche se noi, con questo nostro presente, ne siamo ancora indegni.

Lo studio sui provvedimenti sociali più significativi ed avanzati della Repubblica Romana resta quello di Demarco, nell’ultimo libro della sua trilogia sullo Stato Romano in epoca moderna fino alla Rivoluzione. Egli fa notare non solo la rilevanza e la straordinaria capacità innovativa dei provvedimenti presi, ma mette altresì in luce la fragilità di un assetto istituzionale, che, pur guardando molto avanti nel futuro, non aveva purtroppo gambe solide per raggiungerlo e purtroppo non ne trovò nemmeno in altre nazioni sorelle. Il grande paradosso di quella storia fu che finì male a causa dei francesi, ma i rivoluzionari proprio sui francesi contavano, allora, per poter conseguire il loro lieto fine; almeno su coloro che, un anno prima, in Francia e a Parigi, erano scesi nelle vie e nelle piazze erigendo barricate, e che tentarono di nuovo di insorgere il 13 giugno del 1849, con Ledru Rollin, che provò impavidamente a guidarli, ma, essendo troppo pochi, furono presi a sciabolate dai dragoni, e il loro stesso leader montagnardo fu costretto all’esilio per ben 20 anni: tutto il tempo in cui in Francia fu al potere Napoleone III. Da allora la sorte della giovane Repubblica fu davvero segnata.

Su Gabriel Laviron: artista, filologo, litografo, scrittore e antiquario francese, in ogni caso, i rivoluzionari romani poterono contare fino alla fine: si fece ammazzare dai suoi conterranei, indossando la camicia rossa garibaldina. Il grande direttore di questa sinfonia di primavera, lo sappiamo, fu Mazzini e fu proprio grazie alle sue capacità morali, e diremmo anche religiose, che questa Repubblica non degenerò né in un bagno di sangue e tanto meno in formule astratte, in sterili quanto velleitari classismi. Mazzini seppe tenere unito il popolo alle istituzioni e seppe forgiare istituzioni che fossero credibili per il popolo, in cui lo stesso popolo poteva incarnare la forza della legge da applicare. Il suo carisma si impose perché egli non fu uomo di parte ma uomo della Comunità tutta, senza indulgere in sterili quanto inutili antagonismi tra finte destre e finte sinistre, come accade fin troppo spesso miseramente sotto i nostri occhi: “Ho udito parlare intorno a me di diritta, di sinistra, di centro, denominazioni usurpate alla retorica delle vecchie raggiratrici monarchie costituzionali; denominazioni che nelle vecchie monarchie costituzionali rispondono alla divisione dei tre poteri, e tentano di rappresentarli; ma che qui sotto un Governo repubblicano, ch’è fondato sull’unità del potere, non significano cosa alcuna”. Questo affermava Mazzini il 10 Marzo 1849 alla Repubblica Romana.

Si chiesero allora, con prestiti forzosi, contributi ai più abbienti, si distribuirono case ai più poveri e terre ai nullatenenti, la Repubblica Romana fu la prima in Europa a dichiarare che la credenza era libera e che la fede religiosa non poteva essere una discriminante per l’esercizio dei diritti politici e civili, abolì la pena di morte, fece sparire il ghetto ebraico, concesse ampia autonomia ai Municipi, dai quali ampiamente provennero gli eletti della sua Assemblea Costituente, vennero spezzati i monopoli più abietti, come quello del sale e si cercò di incentivare largamente iniziative per incrementare i lavori pubblici. I malati di mente vennero trasferiti da un reclusorio malsano sulle rive del Tevere in prossimità del S. Spirito, in una villa in collina a Frascati, prima residenza estiva dei gesuiti. Soprattutto si dette il buon esempio, il nuovo esecutivo della Repubblica, infatti, considerando la crisi economia e le ristrettezze, tra i primi provvedimenti che considerò necessari, adottò quello di dimezzare lo stipendio mensile dei suoi membri da 300 a 150 scudi. E senza usarlo strumentalmente per incrementare favori popolari, dato che Saffi ne parlò solo vari mesi dopo la caduta della Repubblica. Purtroppo per un’opera così colossale mancavano le risorse soprattutto finanziarie e fiscali e lo stesso passaggio dalla moneta del papa a quella della Repubblica generò enormi problemi di cambio e di liquidità corrente che impedirono l’attuazione di molti provvedimenti e scontentarono varie categorie di cittadini. Sul piano prettamente pragmatico, quindi, forse più utile sarebbe stato un passaggio graduale, tramite un governo moderato. Ma ciò fu reso impossibile non tanto dalla presenza di Mazzini, quanto dall’ostinata volontà del papa di non voler cedere più ad alcun compromesso, persistendo nel reclamare la necessità di una reazione a tutti i costi verso ogni ostacolo che si opponesse al ritorno di un suo pieno assolutismo.

I moderati come Mamiani, inoltre, non coglievano pienamente la necessità che quella Repubblica fosse un esempio ed un embrione di una istituzione e di un governo da estendere a tutta l’Italia come invece sempre la Repubblica ambì ad essere. Un carteggio tra il rivoluzionario Mameli e il moderato Mamiani sulla possibilità o meno di estendere la cittadinanza anche a chi non fosse romano lo dimostra ampiamente. E la vittoria dei democratici come Mameli, fu anche il preludio ad una democrazia avanzata e basata sullo jus soli, sul fatto cioè che chi lavora e combatte per uno Stato in cui entra e risiede, ha pieno diritto alla sua cittadinanza, che la Repubblica si impegnava a concedere ai residenti immigrati dopo un solo anno. Tutto questo spiega l’ardore con cui, non solo i romani, ma anche tutti coloro che provenivano dall’Italia e dall’estero, combatterono e sacrificarono eroicamente le loro vite a Roma, quando il bonapartismo volle imporre il ritorno del papa re, per mire non religiose ma del tutto egemoniche, per sostituirsi cioè all’Austria nel controllo geostrategico del rinnovato stato vaticano e indirettamente così, del resto d’Italia. La Repubblica Romana emanò la sua Costituzione di un solo giorno il 3 luglio del 1849, perché l’indomani le truppe francesi, ormai padrone della città eterna, imposero la loro tutela al ritorno del papa in veste di re, tuttavia essa non firmò mai, mediante i suoi rappresentanti istituzionali, un atto di capitolazione. E quindi possiamo tuttora considerare il suo governo non soppresso ma sospeso.

Anzi, con i tempi che corrono, dobbiamo considerarlo solo sospeso, sebbene sia passato ormai più di un secolo e mezzo da allora. Perché la libertà che si basa sui diritti e sui doveri, equamente distribuiti tra i cittadini di una Repubblica democratica, non si esaurisce mai. Ed ogni qual volta che essa è minacciata, calpestata, derisa o sopraffatta, non solo con la forza delle armi, ma purtroppo ancor di più mediante l’inedia e l’inerzia dei cittadini che inconsapevolmente, affidandosi ad oligarchi e plutocrati ridiventano sudditi, essa può e deve risorgere, proprio alimentandosi dalle sue sorgenti più pure e trasparenti. Teniamolo a mente oggi, in un momento in cui la sovranità popolare è anche stata seriamente minacciata in Italia dal varo di leggi elettorali liberticide e dal tentativo di rendere ineleggibili direttamente organi istituzionali fondamentali per lo Stato come il Senato della Repubblica. A combattere per la strenua difesa della Repubblica Romana affluirono a Roma anche coloro che non erano repubblicani, non erano comunisti o socialisti, e sebbene la stampa clericale e moderata dell’epoca tendesse a raffigurare i rivoluzionali romani coma una banda di anarchici comunistoidi e facinorosi. A combattere e a morire furono patrioti non solo dell’Italia, ma anche, considerata la presenza di artisti, intellettuali, militari e lavoratori europei di varia provenienza, persino sudamericana, di un mondo libero, di una Europa dei popoli fraterni e solidali. Per questo la memoria di quegli eventi è tuttora non solo un monito, ma anche un esempio da seguire per tutti coloro che sono tentati di reagire all’assolutismo economico e monetario vigente con forme varie di sovranismo autoritario ed autoreferenziale, con improbabili quanto astrusi ritorni a stati nazionali autoreferenziali.

La Repubblica Romana non fu infatti l’esaltazione dello Stato assoluto ma, più concretamente, quella di uno Stato che si inchina davanti ai suoi artefici: i cittadini. Scrive infatti ancora Rusconi: “Qual è il migliore dei governi? Quello che governa meno….la scienza sociale non è in alcuni uomini, ma nelle moltitudini; il movimento rivoluzionario e progressivo non si sprigiona da un individuo, ma da tutto un popolo; gli individui, i singoli uomini non sono nulla, l’azione loro è passata per ciò che riguarda la società; il culto degli individui è irrevocabilmente finito; avviso agli ambiziosi”.

Rusconi credeva anche in qualcosa che oggi è condannato alla damnatio memoriae della peggiore vulgata mediatica italiana, ma che pur ha fatto la storia più illustre di questo paese: il Socialismo, possiamo considerare serenamente e seriamente che quelli come lui fossero concretamente gli antenati dei nostri padri costituenti. Ci credeva ma non volle imporlo a nessuno, lo testimoniò solo con il suo esempio personale, insieme ad altri che credevano in altre forme di democrazia.

Le sue domande sono tuttora le nostre domande e quelle di una Europa che voglia essere più autentica e credibile: “Fra la concorrenza e il monopolio vi è una via di conciliazione? Fra il fatto e il diritto vi è un’oasi di riposo nell’economia e nella società? Fra le teorie del valore e la realtà pratica vi è modo di sopprimere le lotte? Fra il salariato e il capitalista può levarsi la sbarra che mantiene perpetuo l’attrito dei tempi nostri? L’usura può essere tolta dall’ordine del giorno? Il credito può farsi generale? L’industria deve passar perennemente sotto le forche caudine del capitale? E’ equa la bilancia del commercio? Sono eque le tasse, o piuttosto devono sussistere tasse, nel significato di questa parola, in una società ben ordinata? La proprietà, che con la divisione del lavoro, ha subite tante modificazioni, ha raggiunto la sua ultima formula, e deve permanere in uno stadio che condanna alla lunga il proprietario all’atrofia e alla bancarotta, che condanna a un’inevitabile miseria il lavoratore? Non vi è una sintesi da desumere da questo conflitto di interessi, di passioni, di bisogni, da questo cozzo, potrebbe darsi, del vecchio mondo col nuovo? … problemi palpitanti di attualità, come dicono gli stessi francesi, a cui si vuol dar soluzione, e a far tacere i quali riescono inefficaci tutte le baionette del mondo”.

Se quindi vi capiterà di assistere dalle mura del Gianicolo o da porta S. Pancrazio ad un classico e fulgido tramonto romano e scorgerete di lontano rosseggiare le mura del Vascello, oppure, nell’ombra della sera, svettare tra gli alberi l’Arco dei Quattro Venti, ripensando con malinconia alle migliaia di morti che affollarono quelle poche centinaia di metri, eco di tutti gli altri che, nel corso della storia successiva, anche in loro nome, hanno fatto lo stesso andando senza esitazione a sacrificarsi non solo per la Patria, ma ancor di più per la libertà, la democrazia, i beni comuni e la fraternità tra gli italiani e con gli altri popoli, se un’ombra lunga di malinconia ghermirà la vostra coscienza infelice, in particolare nello sconforto dei mala tempora che currunt, non scoraggiatevi, non smettete di lottare, e soprattutto non smettete di credere. Perché abbiamo ancora una Costituzione che è figlia diretta di quella di allora, durata per noi non solo un giorno ma per più di settanta anni.

Sovra l’avel dell’esule,
Sotto la sacra pianta,
Fede diventa il trepido
Desìo dell’alma affranta:
Si fanno eroi gl’ ignavi;
Il gemito de’ schiavi
Si fa de’ forti il fremito,
Si fa terror dei re

(Goffredo Mameli)

Carlo Felici

      Con una lettera inviata al Comune di Roma (Sindaca, Assessore alla crescita culturale, Sovrintendente ai Beni culturali ) l’Associazione “Garibaldini per l’Italia”, astenendosi dal partecipare il 9 Febbraio alla cerimonia del 170° anniversario della Proclamazione della Repubblica Romana del 1849 che si è svolta nell’area del Mausoleo, ha voluto esprimere il proprio dissenso verso le autorità comunali per non essere state in grado di garantire la partecipazione popolare, rappresentata dalle associazioni culturali e d’arma, alla cerimonia istituzionale promossa dal Comune di Roma. Come rappresentato nella lettera indirizzata alla Sindaca Virginia Raggi, abbiamo ritenuto fosse grave tale emarginazione perché, oltre a mettere in sott’ordine il volontariato costante che si preoccupa di fare memoria ogni anno della storia unitaria e risorgimentale (diffondendo nella comunità e in particolare nelle giovani generazioni i valori della nostra formazione repubblicana), tradisce lo spirito delle due Costituzioni, quella della Repubblica Romana del 1849 e l’attuale vigente, entrambe orientate a considerare come unico organismo il Popolo e le Istituzioni.  Il momentaneo attrito non ha comunque impedito a un gruppo rappresentativo della nostra Associazione di fare memoria di quell’evento straordinario, senza banda, senza applausi, portando al “muro della Costituzione” del Gianicolo il nostro pensiero riconoscente a chi ha scritto con la penna e il sangue le pagine fondamentali della convivenza civile.

Il 24 dicembre 2018 ci ha lasciato Gianni Riefolo.

Gianni era sempre lì, con la sua bandiera rossa, il basco o il cappello, il fazzoletto tricolore, ora dell’ANPI ora della FIAP ora dei GARIBALDINI PER L’ITALIA, sempre presente a quelle occasioni che annualmente scandiscono il tempo della memoria e che vengono riproposte per non dimenticare, per mantenere vivi quei valori che hanno fondato la nostra vita, prima unitaria e poi democratica e repubblicana.

Gianni Riefolo, legato ad alcune delle tante realtà di volontariato che hanno avuto e hanno in comune la passione per quella stagione eroica di sacrificio e sangue che si è guadagnata un posto di primo piano nella scala del progresso civile, ha avuto il grande merito di aver creato, senza computer, senza internet, una rete fittissima di relazioni umane centrata sui valori. Al di là dei progetti e dei desideri, delle scelte politiche e delle proposte al limite dell’utopia, che ha cercato di condividere con tutti, restano di Gianni vivi e limpidi i riferimenti educativi di mazziniana memoria, condivisi da moltissime persone e testimoniati da decine e decine di messaggi che si possono leggere nel gruppo della pagina whatsApp a lui dedicata.

E’ stata di Gianni l’iniziativa di dedicare due date, l’8 marzo e il 4 agosto di ogni anno, alla memoria di Anita Garibaldi. Continueremo a farlo noi dell’Associazione Garibaldini per l’Italia, e questa sarà l’occasione migliore per ricordare con affetto anche questo semplice, umile garibaldino del nostro tempo.

GARIBALDI E LA FORTUNA MILIONARIA D’UN UMILE FRANCOBOLLO

di Leandro Mais

     Uno degli ultimi decreti dittatoriali di Garibaldi a Napoli riguarda la diminuzione del prezzo della spedizione dei giornali. Con questo provvedimento l’Eroe stabiliva che l’unico mezzo di informazione popolare  – ovvero il giornale – avesse un costo molto più basso. Il costo per la spedizione di un giornale, al tempo dei Borboni, era di ½ Grana; con questo provvedimento fu portato a ½ Tornese (il valore di 1 Tornese corrispondeva ad ¼ di Grana, per cui ½ Tornese valeva 1/8 di Grana).

     Il tempo della Dittatura garibaldina era alla fine e il lavoro che occorreva per modificare il vecchio francobollo borbonico  era notevole: non solo si doveva cambiare il valore ma anche eliminare lo stemma borbonico che figurava nel centro dei 100 valori della tavola da ½ Grana. Pertanto si decise soltanto di cambiare il colore in bleu-savoia (tutti i francobolli del Regno Napoletano erano di color rosa polvere),  togliendo soltanto la G di grana e sostituendola con una T di tornese. Naturalmente l’operazione, seppure semplificata, richiese un notevole tempo per cui il nuovo francobollo per giornali vide la luce soltanto il 6 novembre 1860 (prima data conosciuta,  ovvero tre giorni prima della partenza di Garibaldi per la sua Caprera).

     Con la nomina di Farini alla Luogotenenza delle Terre del Sud si procedette immediatamente alla definitiva trasformazione del francobollo, sostituendo lo Stemma Borbonico con la Croce Sabauda. Per tale operazione furono scalpellati quindi uno per uno i 100 Stemmi Borbonici rimasti nella tavola (precedentemente trasformata  nel solo valore e colore), sostituendoli con la Croce Savoia (il colore era sempre bleu come il precedente). Questo nuovo francobollo fu emesso il 6 dicembre, un mese dopo il precedente.

     A questi brevi cenni storici aggiungo qualche notizia di carattere filatelico. Tutti i vecchi collezionisti  sanno che il primo francobollo è conosciuto col nome di “1/2 Tornese Trinacria  o “della Dittatura”, mentre il secondo “1/2 Tornese Crocetta” o della “Luogotenenza”. Il brevissimo tempo in cui fu usato il primo (1/2 T Trinacria ) ha fatto si che questo francobollo, dal costo bassissimo, divenisse subito uno dei pezzi più rari della filatelia mondiale. Un altro fattore che contribuì alla sua rarità fu quello del suo uso, ovvero dall’essere applicato metà sul giornale e l’altra metà sulla fascetta, per cui, nel liberare il giornale dalla fascetta, si provocava la rottura del francobollo.

     Per meglio illustrare quanto detto  chiudo queste brevi note con le foto di questi due rari esemplari  (ambedue allo stato di usati) ricercatissimi.  

 

 

 

151° Campagna dell’Agro Romano
1867 – 2018

VILLA GORI – Martedì 23 OTTOBRE ore 10,30

ASS. GARIBALDINI PER L’ITALIA
A.N.G. ASS. NAZ. GARIBALDINA – IST. INTERNAZ. DI STUDI G. GARIBALDI

 

Partecipano:

Piccchetto armato Esercito Italiano

Fanfara della Polizia di Stato

Scuola G.G. Belli – Roma – Classe 3F

http://youtu.be/SZ3MSwaMRnM

http://youtu.be/qke7_BhsksM

     In occasione della Giornata del camminare si è svolta a Roma domenica 14 ottobre, promossa da Andrea Mori,  una passeggiata organizzata dall’Associazione Inforidea in collaborazione con l’Associazione “Garibaldini per l’Italia”. Con partenza dal monumento dedicato ad Anita Garibaldi al Gianicolo, e attraverso un itinerario che prevedeva delle soste presso l’Erma di Colomba Antonietti, la statua di Righetto, quella di Ciceruacchio, l’Arco dei quattro venti all’interno di Villa Pamphili e Villa Spada, il presidente Paolo Macoratti ha ripercorso i momenti storici più importanti che hanno caratterizzato la breve ma fondamentale esperienza  della Repubblica Romana del 1849, citando personaggi, narrazioni e corrispondenza di alcuni protagonisti noti e meno noti di quell’indimenticabile e fondamentale evento. Erano presenti per l’Associazione Garibaldini per l’Italia, oltre ad Andrea Mori e Paolo Macoratti, la segretaria Monica Simmons e Silvia Mori, e un cospicuo numero di partecipanti.

LA VERA STORIA DELLA MEDAGLIA –PREMIO DEL 1874 A GARIBALDI

di Leandro Mais

    In un articolo precedente (www.garibaldini.org/2016/06/garibaldi-agricoltore/

scritto in occasione della mia decisione di donare alla  Casa di Caprera la medaglia premio conferita a Giuseppe Garibaldi per l’esposizione agricola  di Sassari del 1874 (che mi era stata venduta molti anni fa), posso con piacere comunicare oggi agli amici – tratta da documenti dell’epoca – la vera storia di questo premio.

   Devo alla gentile cortesia dell’amico maddalenino Remigio Pengo l’avermi informato dell’esistenza di un manoscritto, recentemente ristampato a cura dei discendenti dell’autore, di memorie del 1874 (anno dell’esposizione di Sassari) del nobile Pietro de Quesada di San Saturnino di Sassari. Questi fu nella metà dell’800 un grande uomo politico nonché appassionato viaggiatore .

   Un capitolo di questa miscellanea di ricordi dei vari paesi della Sardegna si intitola appunto: “CAPRERA-VISITA AL GENERALE GARIBALDI”. Scelta dal Quesada l’isola di Maddalena per passare un periodo di vacanze marine ed avendo lì incontrato il Maggiore dei “Mille” G.B. Basso, il nobile si accordava con lui  per una visita al Generale insieme alla figlia ed alcuni amici.

    Riporto esattamente il periodo dell’opuscolo che riguarda la suddetta medaglia:

“Essendosi Garibaldi mostrato dispostissimo a secondare il mio desiderio, io trassi dal mio portafogli la cartolina nella quale erano segnati i punti sui quali io dovevo interrogarlo e gli feci le seguenti domande:

D – Generale – ha ella tentato di propagare le patate d’Africa, che sono di una dolcezza singolare e molto farinacee?

R – Il terreno di Caprera è fertilissimo e capace delle migliori coltivazioni come quella che mi indicate. A proposito di patate – ho ricevuto questa mattina la visita del Sindaco di Maddalena – il quale mi ha presentato la medaglia conferitami dal Comitato dell’ Esposizione Regionale di Sassari, tenutasi in quest’anno per le patate da me inviate a quella mostra – medaglia se si vuole, immeritata … immeritata”

   Questo scritto ci fa edotti che: 1° la medaglia-premio a Garibaldi fu consegnata al Generale in Caprera proprio quella mattina del 1874 (giugno-luglio?) dal Sindaco di Maddalena – 2° si può con questo per quanto detto stabilire con certezza che la medaglia suddetta si trovava nella Casa del Generale in Caprera.   

    La notizia storica conferma, a mio avviso, che la medaglia faceva parte dei ricordi esistenti nella Casa del Generale. A tale riguardo faccio notare che delle tante medaglie d’oro offerte al Generale (il sottoscritto ne ha sicuramente individuate n. 7 ) attualmente non ne è presente alcuna.

NOTA – Opuscolo pag. 50 :”Maddalena e Caprera” – Ricordi di Pietro di San Saturnino – Sassari – tipografia Sociale – 1874.  Ristampato dal CO. RI. S. MA,  senza data

 

 

 

 

 

Foto del pronipote dell’Eroe con la medaglia, eseguita il 16 Agosto 2018